Mostre ed espozioni : Cooperativa Archeologia
   
Torino (TO)

Mostre ed Esposizioni » TORINO - DA SELEUCIA AL GANDHARA

Fino al prossimo 27 maggio è di scena a Palazzo Madama di Torino la mostra “Sulla via di Alessandro. Da Seleucia al Gandhara”. L''esposizione analizza, attraverso reperti e opere d''arte, l''incontro della civiltà ellenistica con quelle mesopotamica, iranica e del sub continente indiano.
Tetradracma di Lisimaco con testa idealizzata di Alessandro come Ammone

La mostra si propone di illustrare le vicende culturali, artistiche, politiche ed economiche dell’Asia a seguito delle conquiste di Alessandro. L\'\'esposizione prende in considerazione l’incontro della civiltà ellenistica con quelle mesopotamica, iranica e del subcontinente indiano, focalizzando l’attenzione sull’arte di Babilonia, di Seleucia al Tigri, e del Gandhara, regioni che costituiscono la nostra maggiore fonte di informazione sulla situazione tra il IV sec. a.C. e il III d.C. dei territori appartenuti al Macedone.

Queste aree furono, e sono ancora oggi, oggetto di importanti ricerche italiane da quando l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (oggi IsIAO) e il Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia promossero estese campagne sul terreno, il primo nel 1956 nella regione dello Swat, il secondo nel 1963 a Seleucia al Tigri, nell’attuale Iraq.

Lo Swat, importante snodo tra il Gandhara e l’Asia Centrale, venne conquistato da Alessandro nel 327 a.C. durante la campagna che gli avrebbe permesso di raggiungere l’Indo e, subendo il forte impatto dell’incontro con la cultura ellenistica, che ebbe nella vicina regione della Battriana un centro d’irradiazione, divenne luogo di produzione artistica grandemente influenzato dalla tradizione occidentale, sviluppando in una regione così lontana dal Mediterraneo una complessa cultura che ebbe in quell’area forti ripercussioni soprattutto sull’iconografia buddista. L’attività dell’IsMEO in complessi religiosi buddisti e, in particolare, lo scavo del monastero di Butkara permisero di acquisire nuovi dati archeologici proprio sulla prima comparsa e sulla diffusione nell’arte del Gandhara di raffigurazioni antropomorfiche del Buddha, debitrici nel modellato e nello stile delle figure apollinee greche. Frutto prezioso di quelle ricerche fu il rinvenimento di spettacolari rilievi in scisto con raffigurazioni del Buddha e di altri personaggi che rinviano alla cultura greca, iranica e scitica, a testimonianza di una complessa realtà di interrelazione culturale. \"\"

Accanto alla Battriana, centro fondamentale di diffusione ed elaborazione di una cultura ellenistica asiatica fu Seleucia al Tigri. Fondata nel cuore della Mesopotamia da Seleuco Nicatore alla fine del IV secolo a.C. come una nuova Babilonia, la città divenne di fatto la capitale dell’Asia seleucide e luogo privilegiato di confronto tra la cultura greca e le tradizioni antico-orientali. Grazie alla sua posizione di crocevia tra Occidente e Oriente, la città conobbe un notevole sviluppo commerciale, che si consolidò ancor più dopo che una nuova dinastia, quella degli Arsacidi, nella sua espansione dalla Partia, sottrasse ai Seleucidi vaste zone del loro impero. La cultura e l’arte della Mesopotamia seleucide e partica furono profondamente influenzate dall’incontro con il linguaggio ellenistico e ne subirono il fascino. Durante il periodo partico, dopo la conquista della Babilonia da parte di Mitridate I nel 141 a.C., questo linguaggio comune permise di esprimere contenuti appartenenti alle tradizioni iraniche in aggiunta a quelli in continuità con la vetusta tradizione mesopotamica. L’espressione figurata infatti da un lato continua direttamente formule orientali e dall’altro trae ampia ispirazione dal repertorio ellenistico nell’elaborare soluzioni originali e innovative. Per questi motivi, la città suscita da sempre vivo interesse tra gli studiosi, siano essi storici o archeologi. Dopo le prime ricerche dell\'\'Università del Michigan (1927-1937), gli scavi della Missione Archeologica Italiana in Iraq (1964-1976, 1985-1989) hanno permesso di riportare alla luce strutture abitative e artigianali, nonché i resti di un grande edificio pubblico che ospitava gli archivi cittadini, il più grande che si conosca nel mondo ellenistico, oltre a materiali che contribuiscono in maniera decisiva al recupero di oltre cinque secoli di storia del Vicino Oriente antico. \"\"

Proprio da quelle ricerche sul terreno prende avvio il progetto espositivo di questa mostra, la quale vuole approfondire le profonde conseguenze dell’impresa di Alessandro in una fase della storia dell’Asia Anteriore poco nota al grande pubblico, dominata da fenomeni storici che tanta importanza hanno avuto anche nello sviluppo della nostra civiltà, primi fra tutti gli effetti economici e culturali del grande commercio a lungo raggio e gli interscambi nell’arte figurativa. Sebbene siano separate da grandi distanze geografiche e rappresentino l’espressione di differenti tradizioni millenarie, la Mesopotamia e il Gandhara, che costituiscono i poli occidentale e orientale delle immense conquiste di Alessandro in Asia, furono infatti accomunate dalla diffusione della cultura ellenistica. Proprio l’arte figurativa greca divenne una sorta di lingua franca attraverso la quale dare forma ed espressione ad esigenze, concetti e persino sentimenti religiosi tra loro diversissimi. \"\"

La mostra, che verrà accolta nella splendida sede di Palazzo Madama a Torino, un complesso museale ospitato in un edificio storico con una vita lunghissima – dall’età augustea al Settecento – si presenta come un’occasione preziosa per far conoscere materiali da Seleucia per lo più inediti (terrecotte, ceramiche, monete, oggetti in metallo o vetro), recentemente acquisiti dal Museo Civico d’Arte Antica di Torino, opere d’arte e d’artigianato dall’Oriente seleuco-partico, provenienti da grandi musei quali il Louvre, il British Museum, il Vorderasiatisches Museum e il Museum für Islamische Kunst di Berlino, il Kelsey Museum di Ann Arbor e il Metropolitan Museum of Art di New York, e i meravigliosi rilievi in scisto rinvenuti nella regione del Gandhara e conservati nel MAO - Museo d\'\'Arte orientale di Torino.

Milano (MI)

Mostre ed Esposizioni » MILANO - LA DONNA NELL\'\'ANTICO EGITTO

In mostra a Palazzo Reale di Milano, fino al 25 marzo, "Nefer. La donna nell''Antico Egitto". L''esposizione racconta, attraverso 200 reperti provenienti da dodici musei italiani ed internazionali, il tema della donna egizia e della sua vita quotidiana.
Nefer. La donna nell''Antico Egitto

Milano ospita, a distanza di dieci anni, una grande mostra inedita sull’Antico Egitto. Nella prestigiosa sede di Palazzo Reale, NEFER propone al pubblico un viaggio affascinante alla scoperta dell’universo femminile che condurrà i visitatori a conoscere il ruolo della donna nell’antica civiltà, svelandone la sua straordinaria modernità. Colta, \"in carriera\", emancipata; ora \"signora della casa\", ora donna \"manager\", considerata alla pari dell’uomo.

La mostra offre per la prima volta un profilo a tutto tondo della donna egizia nei diversi aspetti sociali e quotidiani attraverso l’esposizione di oltre 200 reperti archeologici di grande valore storico ed artistico, tra i quali spiccano vere opere d’arte che restituiscono ed esaltano la bellezza femminile dell’antico Egitto e tutto il suo misterioso fascino. Dodici musei italiani ed internazionali hanno aderito all’iniziativa offrendo l’occasione di realizzare un percorso affascinante e in gran parte inedito. Importante l’intervento della Soprintendenza e della Fondazione al Museo Egizio di Torino che per la prima volta espongono una cinquantina di reperti inediti provenienti dai depositi vastissimi e sconosciuti al grande pubblico. Tra gli altri saranno assolutamente imperdibili venti sarcofagi di grande valore artistico e archeologico, del Museo Egizio di Torino, quindici dei quali esposti per la prima volta al pubblico.

Il tema della donna egizia e della sua vita quotidiana è poco conosciuto dal grande pubblico pur essendo un argomento affascinante ed educativo per tutti i risvolti sociali, storici e politici che contiene a tratti fortemente e incredibilmente attuali, come i diritti civili, la personalità giuridica, l’indipendenza economica di cui godeva. Argomenti che ne fanno ai nostri giorni un interessante spunto di riflessione per la valutazione storica di conquiste sociali al femminile. Regina, sacerdotessa, moglie e madre. E’ una donna emancipata quella dell’Antico Egitto, estremamente moderna . Primario il suo ruolo nella società dell’epoca: proprietaria di beni e di terre, aveva un notevole potere temporale, ed esercitava funzioni di controllo politico. Colta e \"in carriera\", ma non solo. Anche eterna seduttrice, secondo il canone della bellezza egizia: una donna snella, dalle membra minute ma i fianchi ampi, i seni rotondi e piccoli. Una figura femminile di primo piano che anche nell’ambito della vita privata e del focolare domestico è in grado di esercitare il suo fascino, in particolare attraverso l’uso di monili e gioielli, in un raffinato gioco di ori e pietre preziose con particolare cura alla composizione e al gusto cromatico.

L\'\'esposizione si presenta al pubblico anche come rara occasione di incontro con la \"Storia\" raccontata attraverso la \"storia femminile\" e non come sempre è accaduto attraverso le personalità maschili. La donna nel passato ha lasciato poche tracce di sé, emarginata dai ruoli di maggior visibilità. La civiltà egizia è certamente privilegiata rispetto ad altre culture del passato, perché ricca di documenti scritti, iconografici e, più in generale. di una vasta gamma di reperti che in altre condizioni ambientali non si sarebbe conservata. Un percorso espositivo di oltre mille metri quadrati, allestito al piano nobile di Palazzo Reale, articolato in 10 sezioni che partendo dal femminile nel divino in cui il medesimo concetto egizio di ordine cosmico, armonia ed equilibrio è impersonato da una \"dea\", cattura l’attenzione e lo sguardo del visitatore verso le meraviglie del passato.

Realizzata dalla Fondazione DNArt di Milano in coproduzione con Palazzo Reale di Milano, la mostra è stata realizzata grazie al sostegno scientifico della Soprintendenza per le Antichità Egizie del Piemonte e alla Fondazione del Museo delle Antichità egizie di Torino e alla collaborazione dei Musei Egizi di Vienna, Monaco, Berlino, Firenze, Bologna e Roma. Di grande rilievo, inoltre, la partecipazione di quattro Musei lombardi: un prestigioso e ricco coinvolgimento della Regione Lombardia che per la prima volta ha visto il suo sistema \"\"museale dialogare in sintonia per valorizzare l’esposizione al grande pubblico delle collezioni d’arte egizie. Dal Museo Civico Palazzo Te di Mantova con la preziosa Testa femminile di Arsinoe in bronzo proveniente da Alessandria d’Egitto, al Civico Museo Archeologico \"Paolo Giovio\" di Como, presente a Milano con una bellissima Statua di concubina del defunto; dal Museo Archeologico di Milano ai Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia che espone ai visitatori una Statua di Iside dell’Epoca Tolemaica.



Orario

lunedì dalle ore 14,30/19,30

martedì - domenica ore 9,30/19,30

giovedì ore 9,30/22,30



Ingresso

€ 8,00 intero, € 6,00 ridotto



Info

Tel. 02/29010404

ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - CINA. NASCITA DI UN IMPERO

Fino al 28 gennaio 2007 alle scuderie del Quirinale ospitano un importantissima esposizione sulla Cina. In mostra oltre trecento pezzi per raccontare la nascita, in dieci secoli, del più grande impero della storia.
Gru, Qin secolo III a.C.
In mostra alle Scuderie del Quirinale il più alto numero di pezzi mai concesso dalle autorità cinesi per un''esposizione in Occidente.
Oltre 300 reperti, alcuni dei quali finora mai usciti dalla Cina, che raccontano un millennio di storia e arte cinese, dalla dinastia Zhou (1045-221 a.C) al Primo Impero (221 a.C.-23 d.C.), un arco di tempo in cui si plasmò e consolidò un impero che ebbe continuità per oltre 21 secoli.
Il periodo storico preso in esame fu caratterizzato dallo scontro tra culture diverse che, mirando all''egemonia, tendevano tanto a combattere le popolazioni vicine quanto ad assimilarne costumi e innovazioni. All''inizio della dinastia i Zhou seppero creare uno stato unificato come mai era esistito, l''area della loro influenza culturale era vastissima, dai confini occidentali dello Shaanxi alle regioni costiere dello Shandong, del Jiangsu, del Zhejiang e, più a nord, nell''area di Pechino fino a comprendere a sud lo Hunan e il Jiangxi. Successivamente, l''ordine politico andò disgregandosi e la casa reale Zhou perse qualunque autorità politica anche se manteneva saldo il ruolo di massima autorità religiosa. Un gran numero di regni e principati lottava per affermare la propria autonomia o la propria supremazia. Nel 256 a.C. la capitale Zhou venne annessa a Qin, il potente regno a ovest del fiume giallo che nel 221 a.C. riuscì a creare un immenso impero sotto la guida di un unico sovrano, Qin Shi Huangdi, il Primo Augusto Imperatore dei Qin. Il periodo che va dal 221 a.C. al 23 d.C. fu cruciale per la formazione della struttura amministrativa, economica e sociale dell''impero, vennero unificati il sistema di scrittura, quello monetario, i pesi, le misure, lo scartamento assiale per i carri. Furono promulgati codici molto articolati e realizzate opere pubbliche maestose come una rete stradale lunga 6800 Km, canali, opere di irrigazione e la Grande Muraglia che già all''epoca si snodava per 5000 Km. L''edificazione di grandi opere pubbliche continuò anche con la successiva dinastia Han. La rete viaria fu ampliata ulteriormente con strade che potevano avere anche tre corsie, con quella centra, lastricata, ad uso esclusivo dei funzionari e corrieri postali. L''unificazione politica e le opere pubbliche resero possibile uno sviluppo demografico e un''espansione territoriale e economica come mai si era avuto. Le fiorenti imprese artigianali e mercantili crearono enormi ricchezze e le arti conobbero uno sviluppo senza precedenti.
Tra i reperti in mostra si segnalano i bronzi cerimoniali provenienti da Zhuangbai, parte di un tesoro costituito da 103 vasi rituali appartenenti a cinque generazione di una potente famiglia aristocratica Zhou rinvenuti in un deposito risalente al 771 a.C. Per la prima volta in Italia inoltre, le lacche e i bronzi della tomba del marchese Yi di Zeng che comprendono uno splendido cervo, una coppa intarsiata e il sarcofago dipinto di una ancella o di una concubina del marchese. Ma la grande attrazione sono i famosi soldati di terracotta del Primo Imperatore, un''armata imponente composta da migliaia di guerrieri, cavalli, carri da combattimento, tutti a grandezza naturale e diversi tra loro. Per la prima volta in Occidente verranno esposte statue e reperti provenienti da tutte le fosse dell''area sepolcrale e non solo da quelle riservate all''esercito: un generale, un arciere, un balestriere inginocchiato, un cavaliere e il suo cavallo, una quadriga ma anche funzionari in abiti civili, giocolieri, rematori e stallieri, un''armatura in pietra completa di elmo e uno splendido airone di bronzo.
Roma (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: IN MOSTRA DISPARATES DI GOYA

"De Goya a Calero", in mostra a Roma, fino al 20 aprile, la serie di incisioni nota col nome di "Disparates" (stravaganze). Diciotto opere realizzate dal maestro spagnolo tra il 1819 al 1823.
Disparate
Diciotto incisioni appartenenti alla Calcografia Nacional, conosciute come "Disparates" (letteralmente "stravaganze", realizzate da Goya probabilmente tra il 1819 e il 1823, dal 7 marzo al 20 aprile, saranno esposte a Roma presso la Reale Accademia di Spagna (San Pietro in Montorio, 3) nella mostra "De Goya a Calero". Si tratta di una serie incompiuta, sulla quale è ancora in atto un grande dibatitto sul loro significato. Si conoscono in totale 22 matrici delle quali 18 appartengono alla Reale Accademia di Bellas Artes de San Fernando e 4 ad una collezione privata francese. Opere realizzate senza improvvisazione e nè correzioni, che presentano tre grandi enigmi: la loro interpretazione, l''ordine seriale e il titolo della maggior parte di esse. Si conosce infatti il titolo solo di tredici incisioni, che Goya nominò utilizzando Disparate come prima parola. Il Comune di Fuendetodos (paese natale di Goya) chiese all’artista concettuale Ricardo Calero di lavorare sui Disparates per continuare nel presente la serie lasciata incompiuta circa duecento anni fa. Da questo studio e sperimentazione nascono le serie Disparates di Fuendetodos e le Incisioni di luce, opere che mescolano l’incisione, la fotografia e l’azione. Un lavoro sul territorio, metodologia abituale dell’artista, nel quale Calero è stato aiutato dagli agricoltori di Fuendetodos e dalla locale Guardia Civil (polizia statale). I Disparates fu l’ultima grande collezione di incisioni che Goya lasciò, opere tra le più curate e delicate del genio spagnolo. La prima edizione del 1864, realizzata dall’Accademia de Bellas Artes di San Fernando, venne pubblicata con il titolo di Proverbi, perchè si pensava che le rappresentazioni fossero l’interpretazione di proverbi. Ma questo significato non è condiviso da quella parte degli studiosi che ritengono le incisioni scene del Carnevale.
Il difficile momento storico della Spagna del primo Ottocento unito all’età avanzata e alla malattia incisero profondamente sulla personalità di Goya, che si ritirò nella “Quinta del Sordo”, la sua casa di campagna, dove creò non solo i Disparates, ma anche le “pitture nere” che ne decoravano i muri. Le creazioni di Ricardo Calero non ripetono le immagini di Goya, al contrario, egli rinuncia a qualsiasi “appropriazione figurativa”. Si reca a Fuendetodos e chiede aiuto per scavare un fosso dove mette un pezzo di carta con scritto: Natural de Fuendetodos (originario di Fuendetodos). Lasciò poi sul terreno numerosi pezzi di carta bianca fermati con dei sassi. Il tutto accompagnato da un’ immensa scritta all’orizzonte: GOYA. Calero, in questo modo, scatena un processo seminale che riprende la metafora di opera d’arte come seme. In contrapposizione alla semina ci sono le opere create dall’artista utilizzando gli spari della Guardia Civil. In questo modo spinge il mondo onirico di Goya fino alla crudeltà della violenza contemporanea, rappresentata dall’impatto del proiettile sull’opera. Le pagine attraversate, i resti di polvere, disposte come una struttura di ripetizione minimalista, sono accompagnate da un certificato rilasciato dalla Guardia Civil che spiega il tipo di azione compiuta sotto richiesta di Calero. Questo “singolare” documento concettuale sottolinea il carattere di performance delle sue incisioni nelle quali si mescolano allegorie della vita ( la germinazione naturale) e della morte (la violenza della società).
RAVENNA (RA)

Mostre ed Esposizioni » RAVENNA - LA CROCE, LA SPADA, LA VELA

In mostra a Ravenna, presso il Complesso di San Nicolò, fino al 7 ottobre, l’esposizione “Felix Ravenna. La croce, la spada , la vela: l’alto Adriatico nel V e VI secolo”.
L''allestimento della mostra
"Felix Ravenna. La croce, la spada, la vela: l''alto Adriatico nel V e VI secolo" è l''affascinante storia che viene raccontata nella nuova grande mostra archeologica allestita dal RavennAntica nel complesso di San Niccolò fino al prossimo 7 ottobre. L''esposizione, curata dal grande medievalista Carlo Bertelli e dal professor Andrea Augenti dell''Università di Bologna, prende le mosse da nuovi esempi di mosaici provenienti dalla basilica di San Severo in Classe, restituiti alla fruizione del pubblico dopo un adeguato restauro. I tesori inediti appartenenti alle classi privilegiate di Classe, Rimini, e l’Istria, i piatti da Cesena e Castelvint, le gemme provenienti da Aquileia e da Ravenna fanno fede della ricchezza materiale di questa zona nel periodo in questione. In particolare, il tesoretto rinvenuto a Classe negli scavi del 2004, composto da sette cucchiai ed una coppa in argento, costituisce una delle più importanti scoperte degli ultimi anni in area ravennate.
Numerosi reperti, poi sono impiegati per illustrare i commerci e l’artigianato artistico di ambito ecclesiastico e per descrivere l’alto tasso di militarizzazione dell’epoca vengono esposti armamenti ed accessori del vestiario militare. Sono possibili visite guidate della durata di circa 40 minuti per gruppi di adulti (minimo 15 persone), scolaresche sia alla mostra “Felix Ravenna” che alla Domus dei Tappeti di Pietra (uno dei più importanti siti archeologici italiani scoperti negli ultimi decenni. Collocata all’interno della settecentesca Chiesa di Santa Eufemia, in un vasto ambiente sotterraneo situato a circa 3 metri sotto il livello stradale. Quattordici ambienti pavimentati con mosaici policromi e marmi appartenenti ad un edificio privato bizantino del V-VI secolo.

Orario:
tutti i giorni 10.00 - 18.30
Per informazioni o prenotazioni:
Complesso di San Nicolò
Tel. 0544/213371
Domus dei Tappeti di Pietra
Tel. 0544/32512
www.ravennantica.it

La Fondazione RavennAntica ha da anni avviato una serie di proposte didattiche rivolte alle scolaresche per far conoscere lo straordinario patrimonio archeologico di Ravenna.
Oltre alle visite guidate, sono stati attivati due laboratori didattici per avvicinare i ragazzi ad alcune tecniche artistiche del passato, il mosaico e l''argilla, facendo loro eseguire un piccolo oggetto.
Responsabile:
Valentina Strocchi
Tel. 0544-213371
E-mail lara@ravennantica.org
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - I PROFUMI DI AFRODITE

I profumi di Afrodite e il segreto dell''olio. A Palazzo Caffarelli di Roma una mostra racconta, fino al 2 settembre, la scoperta della più antica fabbrica di profumi del Mediterraneo.
Il manifesto della mostra
Oltre 100 reperti archeologici dalla più antica fabbrica di profumi nota nel Mediterraneo, sepolta da un terremoto nel II millennio a.C., messa in luce dal 1998 a Pyrgos nell’isola di Cipro dalle ricerche della Missione Archeologica Italiana del CNR. Oggetti provenienti dallo scavo e dal vicino Museo di Limassol ma anche le fragranze stesse, ricostruite con i metodi dell’archeologia sperimentale.
L''esposizione "I profumi di Afrodite e il segreto dell''olio" nasce dalle recenti indagini svolte dalla Missione Archeologica Italiana del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel sito di Pyrgos, nella zona sud-occidentale dell’isola di Cipro. Lo scavo, diretto da Maria Rosaria Belgiorno, ha riportato alla luce i resti di un vasto impianto industriale risalente al II millennio a.C., incentrato sulla produzione dell’olio di oliva. Oltre ad un frantoio e ad un magazzino, sono stati trovati settori connessi all’impiego dell’olio d’oliva nella tessitura, nella produzione dei profumi e nella metallurgia, dove l’olio era usato come “combustibile” per raggiungere alte temperature nei processi di fusione. L''eccezionalità della scoperta consiste nel rinvenimento di un’area archeologica intatta: la zona dovette essere abbandonata nel 1850 a.C. a seguito di un terremoto e al divampare di un violento incendio alimentato dall''ingente quantità di olio. La mostra presenta l’affascinante scoperta della più antica fabbrica di profumi, dove le strutture, i vasi e le suppellettili, perfettamente conservate, hanno permesso di ricostruire i metodi utilizzati per estrarre le sostanze aromatiche e le diverse fasi della produzione dei profumi. Accurate analisi hanno dimostrato che al momento del terremoto nella profumeria si stavano producendo 14 diverse essenze tra le quali: coriandolo, bergamotto, alloro, mirto, lavanda e rosmarino. Tra il vasto repertorio vascolare esposto, sono da segnalare due rari vasi di raffinata fattura: un’anfora con due statuette antropomorfe al posto delle anse e una brocca decorata con serpenti in rilievo fiancheggianti una silhouette antropomorfa. Di particolare importanza è l’apparato distillatorio, composto da 4 grandi vasi in terracotta, che costituisce il primo esempio di alambicco della storia e anticipa di oltre 2600 anni la conoscenza delle pratiche distillatorie, ritenute un’invenzione araba del VII secolo d.C. Negli spazi espositivi viene evocata la rigogliosa vegetazione presente a Cipro e il visitatore potrà immergersi negli aromi riprodotti sulla base delle testimonianze letterarie, utilizzando materie prime e utensili simili a quelli antichi. La continuità della produzione dei profumi fino al periodo bizantino è testimoniata da una serie di portaprofumi, come la bottiglietta di vetro con un grappolo d’uva e rose in rilievo, alcuni pregevoli incensieri rinvenuti nel tempio di Afrodite di Amathunte e due statuette di oranti che recano un fiore tra le mani. Concludono la mostra alcuni oggetti moderni utilizzati ancora oggi a Cipro per la produzione di essenze destinate ad uso domestico o liturgico: alambicchi per l’estrazione dei profumi di limone, arancio amaro e rosa. La fama dell’isola, consacrata a Venere, legata ai profumi e alla bellezza femminile, rimase inalterata attraverso i secoli e rivive nella creazione di “Chypre de Coty”, uno dei più famosi profumi del secolo scorso, ideato da François Coty nel 1917.


Info
Biglietto d''ingresso
Ingresso ordinario
Intero € 8,00
Ridotto € 6,00
Ingresso solo mostra
Intero € 4,50
Ridotto € 2,50
TORINO (TO)

Mostre ed Esposizioni » TORINO - AFGHANISTAN, I TESORI RITROVATI

Unica tappa italiana per la mostra delle collezioni del museo nazionale di Kabul. Fino al prossimo 23 settembre il museo di Antichità di Torino ospita i capolavori del passato millenario dell’Afghanistan: crocevia di contatti tra Oriente e Occidente.
Afghanistan, i tesori ritrovati
Arriva a Torino Afghanistan, i tesori ritrovati, un''esposizione di capolavori che rappresentano un patrimonio dell’umanità e che vengono esposti per la prima volta in occidente. Al grande fascino di queste opere si aggiunge l’interesse per le incredibili vicende che hanno subito. Per lungo tempo si è infatti creduto che questi reperti fossero stati perduti per sempre e che la loro sorte fosse stata simile a quella delle sculture dei Budda di Bamiyan. I reperti invece erano stati asportati dal Museo Nazionale di Kabul fin dal 1989 per essere messi al riparo durante le guerre civili. Una parte importante di questi tesori furono nascosti nelle casseforti della Banca Centrale di Kabul a rischio della vita dei pochi generosi studiosi e amministratori pubblici afghani che non rivelarono mai il segreto fino al 2004 quando la situazione politica permise che le casseforti venissero aperte in sicurezza. I reperti hanno così potuto essere finalmente “ritrovati” e, grazie ad un intervento congiunto franco-afghano e a contributi internazionali, restaurati e riportati al loro primitivo splendore. Torino è l’unica tappa italiana di questa mostra che ha preso l’avvio il 6 dicembre 2006 al Museo delle Arti Asiatiche Guimet di Parigi e che proseguirà in altre città europee e americane.
I partner europei coinvolti con la Fondazione per l’Arte in questo evento hanno altresì definito un comune impegno a favore dei necessari interventi di restauro del Museo di Kabul.
Nel corso dell’apertura della mostra è previsto lo svolgimento di una rassegna di film e documentari sull’Afghanistan, molti dei quali inediti per l’Italia e di particolare valore artistico.
Tempo permettendo, tali proiezioni, tutte a ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili, verranno effettuate all’aperto, nel teatro romano, offrendo così agli spettatori anche la suggestione unica di fruire di tale area archeologica di Torino. Oltre alle proiezioni è anche previsto un ciclo di conferenze su temi di carattere sociale e culturale.
L''esposizione rappresenta la testimonianza di una memoria ritrovata del passato millenario dell’Afghanistan, una regione che nel cuore dell’Asia fu da sempre crocevia fra le culture dell’Oriente e dell’Occidente. E il dialogo tra queste civiltà è evidente nelle opere in mostra, che provengono da siti che rivelano come l’Afghanistan - sin dall’età del bronzo (2000 a. C. circa) fosse aperto a contributi della civiltà di Grecia, Mesopotamia, Iran, India e Cina.

Tepe Fullol
In mostra si potranno ammirare i reperti più preziosi del tesoro di Tepe Fullol, emersi dalla scoperta fatta per caso, nel 1966, di questo sito archologico. Fanno parte della cultura Battriana (nome antico di una regione settentrionale dell’Afghanistan, al confine con Uzbekistan e Tagikistan) dell''età del Bronzo (2200 - 1800 a.C. circa), a metà tra la civiltà dell''Indo e quella mesopotamica, e rivelano un’arte animalistica di tradizione locale ma con forti legami con la Mesopotamia nei suoi tori barbuti sulle coppe d’oro, e con i motivi geometrici, eco della ceramica dell’Indo.

Ai – Khanum
Vera Alessandria alle porte della steppa, la colonia greca di Ai - Khanum (fondata nel 300 a. C. da Seleuco I) rappresenta l’estremo avamposto orientale dell''ellenismo nel cuore dell''Asia centrale. Scavata da una missione francese tra il 1964 e il 1978, ha lasciato emergere strutture monumentali arricchite di fastose decorazioni architettoniche come antefisse a palmette e capitelli corinzi, il teatro (che è il più orientale di tipo greco trovato al di là dell’Eufrate), il ginnasio con l’erma del filosofo di straordinaria espressività, le abitazioni dei ricchi coloni, la fontana con la gargouille in forma di maschera comica, una necropoli da cui proviene la stele funeraria rappresentante un Efebo, e oggetti che illustrano la simbiosi con le tradizioni più orientali come la placca raffigurante la dea greca Cibele sul carro, o la placca con scene mitologiche che rappresenta una delle più antiche testimonianze dell’arte figurativa indiana.
Simbolo della città era il palazzo dalla ricca tesoreria, saccheggiata dai nomadi che la invasero nel 145 a. C. e la distrussero. Della tragica fine di Ai - Khanum sono testimonianza i lingotti d’oro ottenuti dagli oggetti preziosi fusi dai conquistatori e ora esposti anch’essi in mostra.

Balkh (Battra)
Antica capitale della Battriana, la città mitica dove vennero celebrate le nozze di Alessandro Magno e di Rossana nel 327 a.C. è ricordata dai testi letterari classici, cinesi, arabi e persiani come "Balkh la bella, madre di tutte le città" prima della distruzione di Gengis Khan nel 1220. Scavata a partire dal 1924 da una missione francese, è testimoniata in mostra da un capitello corinzio reimpiegato già nell’antichità come blocco in una diga nel vicino sito di Tepe Zangaran.

Tillia Tepe
Detta "la collina d''oro" (I secolo d.C.) con le sue sei tombe intatte è stata l''ultima importante scoperta archeologica effettuata in Afghanistan. In questa necropoli nomade erano sepolti cinque raffinate principesse e un principe, abbigliati con abiti ricchissimi cuciti d’oro e incrostati di pietre preziose. Le sepolture hanno svelato pendenti, cinture, specchi cinesi, avori indiani ed intagli greco romani che sottolineano il ruolo dell''Afghanistan quale cerniera sulla strada della steppa. La corona di foglie d’oro che cinge il capo di una delle principesse ha paralleli precisi nel mondo nomade e successivi esemplari simili si trovano fin nell’estremo Oriente, ai confini con la attuale Corea. Il principe è un guerriero, che riposa con il capo appoggiato su una coppa d’oro con una scritta in greco che indica il peso del metallo. Egli porta armi da parata di ricchezza straordinaria, con materiali preziosi forgiati e lavorati con mirabile maestria fin nei minimi dettagli, come le fibbie delle calzature che rappresentano elementi iconografici cinesi, mentre i medaglioni della cintura d’oro sembrano rappresentare il dio greco Dioniso assiso sulla pantera.
Chi erano queste principesse e questo principe sepolti lungo la frontiera afghana? I misteri restano, così come quello della figura dell’ “uomo con la ruota” raffigurato su una moneta indiana d’oro in cui è parso di individuare un’ispirazione iconografica buddista.

Begram
Sorge sul sito dell’antica Alessandria del Caucaso che, sotto la dinastia nomade dei Kushana, fu centro di unificazione di mondi diversi: quello greco-romano, cinese e indiano. Gli scavi condotti fin dagli anni Trenta rivelarono il “Tesoro di Begram”: due camere murate piene di oggetti provenienti dal Mediterraneo, dalla Cina e dall’India. Tra gli oggetti più preziosi vi sono gli avori indiani decorati e incisi, i più antichi e fino ad allora sconosciuti; gli straordinari vetri da Alessandria, i più antichi risalenti al I secolo d. C., impressionanti per la libertà dei decori e il gioco dei colori, dal carattere quasi “espressionista”, pur nei motivi classici.

In anteprima verranno anche esposte due statue di terracotta di divinità “Devata”, provenienti da Hund, nella valle di Peshawar, nell’odierno Pakistan, risalenti al VI-VII secolo.
Completa l’esposizione la mostra “Lavori di restauro del Minareto di Jam”, con fotografie che documentano il lavoro svolto presso il sito di Jam - dal 2002 Patrimonio dell’Umanità - dall’architetto Andrea Bruno, che ha anche allestito l’intera mostra.

Info:
Museo di Antichità di Torino
Piazza Duomo angolo via XX Settembre
dal 25 maggio al 23 settembre 2007
Orario:
Da martedì a domenica dalle 10,30 alle 19,30;
giovedì e sabato prolungato fino alle 23.
Biglietti
Intero: mostra e visita al Museo di Antichità € 8
Ridotto: mostra e visita al Museo di Antichità € 5
Ridotto oltre i 65 anni e dai 18 ai 26 anni.
Gratuito fino a 18 anni.
Gratuito per tutti ogni martedì dalle 10,30 alle 14 e ogni sabato dalle 19 alle 23.
Ingresso libero per i possessori dell’Abbonamento Musei Torino Piemonte
.
Per ulteriori informazioni:
Numero verde 800329329 dalle 8 alle 22 tutti i giorni
prenotazioni di singoli e gruppi a partire dal 15 maggio 2007
Visite guidate con archeologo per singoli e gruppi, visite per scuole e centri estivi, attività di laboratorio per bambini e ragazzi: REAR (Servizi Museali Museo di Antichità)
Tel. e Fax 011- 43.96.140 dalle 8:30 alle 18:30 dal martedì alla domenica - email: museoantichita@museitorino.it
Bus e tram:
4,11,12,27,51,51 barrato,57 (fermata Duomo)
3,16 (fermata XI Febbraio)
NAPOLI (NA)

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI - AMBRE. TRASPARENZE DELL''ANTICO

Quasi 1000 reperti per far conoscere al grande pubblico uno dei materiali più preziosi dell''antichità.
In mostra al museo archeologico nazionale di Napoli, un quadro unitario della produzione artistica, dei percorsi di approvvigionamento e dei meccanismi economici, sociali e rituali alla base della diffusione dell''ambra.
Ambre. Trasparenze dell''antico
Il museo archeologico nazionale di Napoli ospita, fino al 10 settembre prossimo, la mostra "Ambre. Trasparenze dell''antico". L''esposizione, attraverso la presentazione di quasi 1000 reperti, intende raggruppare in un unico percorso espositivo i principali rinvenimenti di oggetti in ambra (collane, fibule, pendenti, statuine, ecc.) provenienti dal territorio italiano con l’obiettivo di far conoscere al grande pubblico una delle classi di materiali più preziose e meno note tra quelle restituiteci dall’antichità e di illustrare e comprendere, in un quadro unitario, la produzione artistica, i percorsi di approvvigionamento, i meccanismi economici, sociali e rituali alla base della diffusione di questo prezioso materiale. In mostra non solo singole, eccezionali, opere d’arte ma anche i contesti di provenienza per privilegiare, come nel caso dei corredi funerari, la completezza delle parures ornamentali. Le ambre verranno associate perciò ad altri oggetti di prestigio, ricostruendo il quadro sociale e simbolico nel quale si inseriscono.
I diversi contesti archeologici ricostruiranno un percorso espositivo, costruito sia su base cronologica che culturale, il cui obiettivo è quello di fornire al visitatore un quadro storico organico ed accattivante. La parte dell’esposizione dedicata alla presentazione dei principali rinvenimenti sarà preceduta da una sezione in cui, oltre alle caratteristiche scientifiche dell’ambra, alle tecniche di lavorazione ed alla diffusione, verranno illustrati i miti del mondo classico legati alla sua origine e alla sua scoperta.
Ai materiali di competenza della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta – alcuni, per la prima volta restaurati ed esposti al pubblico – si affiancheranno prestiti provenienti da numerosi musei italiani nonché da prestigiose istituzioni straniere.
Il percorso espositivo è organizzato in cinque sezioni: la prima sezione a carattere tematico-introduttivo, le altre quattro distinte, su base cronologica, in relazione ai periodi di maggiore diffusione dell’ambra in Italia:
1° sezione: La metamorfosi delle Eliadi
Nella prima sezione la presentazione del mito di Fetonte e delle Elidi fornirà lo spunto per analizzare le caratteristiche scientifiche, i giacimenti e la diffusione dell’ambra; saranno inoltre esposti alcuni esempi di capolavori assoluti in ambra, provenienti dalle Collezioni di Capodimonte, del Museo degli Argenti di Firenze, da Palazzo Venezia e dai Musei Civici di Reggio Emilia.
2° sezione: Tra mondi lontani (2200 – 900 a.C.)
Questa sezione, attraverso la presentazione delle prime attestazioni in Italia e della diffusione dell’ambra durante l’età del Bronzo, ha come obiettivo l’individuazione delle vie di scambio tra Baltico e Mediterraneo nonché dei principali centri di lavorazione e dei meccanismi di diffusione.
3°sezione: Dei, donne e fiere (900 – 200 a.C.)
La diffusione dell’ambra nelle culture dell’Italia preromana è esaminata attraverso la presentazione delle principali aree di distribuzione e dei centri di lavorazione.
4° sezione: Le gioie delle matrone (II sec. a.C. – IV sec. d.C.)
La circolazione dell’ambra in età romana è definita attraverso la presentazione di oggetti di prestigio e di oggetti d’uso provenienti sia da abitati che da necropoli (Pompei, Roma, Aquleia, Nola, Pozzuoli).
5° sezione: Tra i signori delle spade (Altomedioevo)
La circolazione dell’ambra in età altomedioevale è definita, anche in questo caso, attraverso la presentazione di contesti da abitato e da necropoli.
La mostra è promosso dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Napoli e Caserta, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Pompei, con il coordinamento della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania e con la promozione della Regione Campania.

Info:
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Piazza Museo, 19
Dal 26/03/2007 al 10/09/2007
Costo del biglietto: € 9,00
Riduzioni: € 4,50 dai 18 ai 25 anni; gratuito sino a 18 e oltre 65 anni, docenti con scolaresche appartenenti ai Paesi della UE.

Orario:
Feriali: 9.00 - 19,30
Chiusura settimanale: martedì;
Tel. 00390814422111
Fax: 0039081440013
E-mail archeona@arti.beniculturali.it
Sito Web: www.archeona.arti.beniculturali.it
CAMERINO (MC) (MC)

Mostre ed Esposizioni » CAMERINO (MC) - IL RINASCIMENTO SCOLPITO

I maestri del legno rinascimentali sono in mostra a Camerino (MC). Fino al 5 novembre 2006, un''esposizione indaga la singolare stagione politica, culturale e artistica, maturata nel Quattrocento intorno alla corte dei da Varano. Statue poco conosciute, le sculture lignee marchigiane del Quattrocento che rappresentano invece un cospicuo, splendido patrimonio meritevole di ulteriori studi. Accanto all''esposizione sono inoltre in programma alcuni itinerari alla scoperta del territorio.
Domenico Indivini, Arcangelo Raffaele e Tobiolo (XV sec.)
Una straordinaria rassegna di scultura lignea è ospitata nel complesso di San Domenico e nella Pinacoteca Civica di Camerino (MC) e tre itinerari conducono i visitatori alla scoperta del territorio. Le cinquanta opere della mostra“Rinascimento scolpito. Maestri del legno tra Marche e Umbria” puntano i riflettori sullo straordinario patrimonio delle sculture lignee di fine Quattrocento diffuse nel territorio umbro-marchigiano.
Opere inedite provenienti da piccoli centri sparsi lungo la dorsale appenninica tra Marche e Umbria e che restituiscono i profili di alcuni maestri del legno facendo luce su una pagina di storia dell’arte ancora da indagare e valorizzare. L''esposizione, curata da Maria Giannatiempo Lopez e Raffaele Casciaro, è il punto d’arrivo di un lungo lavoro di ricerca che ha permesso di mettere a fuoco alcune figure di artisti, identificare modi e ambiti di botteghe, collegare nuclei di sculture, soprattutto a recuperare un’idea di territorio risalendo dagli attuali confini regionali alle antiche circoscrizioni politiche ed ecclesiastiche.
Le statue provengono dalla Marca di Camerino come dall’Umbria della Valnerina, due aree che, pur separate dalla dorsale appenninica, si rivelano in realtà congiunte da un comune linguaggio artistico. Le sculture sono per la maggior parte sconosciute al grande pubblico perché rimaste finora nelle collocazioni d’origine (chiese di campagna, oratori, conventi di clausura, luoghi lontani dai consueti circuiti turistici). Uniche eccezioni all’oblio: il monumentale gruppo dell’Arcangelo Raffaele con Tobiolo dalla chiesa di S. Agostino a Cascia, oggi nel locale Museo civico e la veneratissima Madonna col Bambino già nel Santuario di Macereto e oggi nel Museo di Visso. La mostra illumina in particolare il lavoro di due delle botteghe principali, quella del Maestro della Madonna di Macereto, e quella di Domenico Indivini (1445 ca. - 1501), noto intagliatore, intarsiatore e scultore del legno la cui bottega era insediata a San Severino. Il recentissimo restauro dell’Arcangelo ha permesso di acquisire nuovi elementi di studio che portano ad attribuirlo proprio all''Indivini di cui è ben nota la stupefacente qualità esecutiva. Di questo grande artista del legno sono presenti in mostra due opere documentate tra cui la bella statua del citato San Sebastiano e gli stalli del coro delle Clarisse di Camerino. Sono poi esposte opere riferibili agli allievi dell''artista tra cui emerge in particolare la figura di Lucantonio di Giovanni da Camerino che eseguì per certo una statua di San Rocco, ancora oggi nella Basilica di San Venanzio, ed è forse l’autore di una Santa Caterina, una scultura fresca di restauro mai studiata fino ad oggi. Allievo ed almeno in parte erede della bottega di Domenico Indivini è poi Sebastiano d’Appenino, autore probabilmente di una serie di raffinate figure di san Sebastiano e del magnifico Crocifisso del Museo di Ascoli Piceno esposto in mostra insieme a quello della chiesa di Santa Croce a Macerata. Intorno alle opere di questi e altri maestri lignei, sono esposti argenti e rami sbalzati, terracotte e sculture in pietra, tavole e disegni di importanti pittori come Cola dell’Amatrice, Lorenzo d’Alessandro e Francesco Botticini. Pezzi, che, insieme a documenti d’archivio, illustrano l’ambiente nel quale operarono i maestri marchigiani del legno e i possibili rapporti di questi scultori con l’arte toscana e quella veneta. Importanti i prestiti: da Firenze (Museo del Bargello, Opera di Santa Maria del Fiore, Collezione Corsini), da Parigi (Musée Jacquemart-André), dal Vittoriale di Gardone Riviera (un San Sebastiano della collezione di Gabriele D’Annunzio), dalla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, oltre che da importanti collezioni private, come quella dei Leopardi di Recanati. Ma al centro della mostra resta soprattutto il territorio del Ducato e dell’antica dicocesi di Camerino fino a Visso, Cascia, Norcia, non solo per le numerose opere prestate ma anche per gli itinerari collegati, che invitano alla scoperta dei luoghi di grande suggestione da cui provengono le sculture esposte. Le residenze “del potere e dello svago dei signori da Varano di Camerino” fanno da filo conduttore al percorso offrendo ai visitatori l’opportunità di conoscere varie realtà del territorio: a Camerino il Palazzo ducale, il tempio varanesco dell’Annunziata, la Cattedrale, il Convento San Domenico, il Convento dei Cappuccini, a Castelraimondo il Castello di Lanciano (residenza estiva delle donne di casa Varano) a Pievebovigliana, il Castello di Beldiletto (dimora di svago degli uomini di casa Varano), a Visso il Santuario di Macereto. IQuesto il programma degli itinerari, curati dalla cooperativa Arché:

1° Itinerario:
Camerino Visita guidata alla mostra Rinascimento scolpito
Castelraimondo Castello di Lanciano, visita guidata al Castello; degustazione di prodotti tipici
San Severino Marche visita guidata alla mostra ‘I Pittori del Rinascimento a San Severino. Bernardino di Mariotto, Luca Signorelli, Pinturicchio’.

2° Itinerario
Camerino Visita guidata alla mostra Rinascimento scolpito
Matelica Visita al Museo Piersanti. Visita alla Cantina Belisario con degustazione di prodotti tipici
Fabriano Visita guidata alla mostra ‘Gentile da Fabriano e l’altro Rinascimento’.

3° Itinerario
Camerino Visita guidata alla mostra
Visso Visita della città e del Santuario di Macereto; degustazione di prodotti tipici
Belforte del Chienti chiesa di S. Eustachio, Polittico di Giovanni Boccati
Caldarola Castello Pallotta
Camerino Rocca Varano

Prenotazioni e informazioni
Cooperativa Arché
0733 232218
CESENA (FC)

Mostre ed Esposizioni » CESENA - ARCHEOLOGIA DI UN PERCORSO URBANO

Una mostra, ospitata all''interno del Mastio della Rocca di Cesena, esplora, fino al 30 giugno 2007, due millenni di storia urbana, dal V-IV secolo a.C. fino all''età moderna.
All''interno dell''esposizione, si segnala l''eccellenza della ceramica cesenate: boccali in maiolica arcaica, piatti di produzione faentina e di altre fabbriche.
Tra le curiosità anche un gruzzolo di “grossi”, monete d''argento coniate dai comuni dell''Italia settentrionale.
La locandina della mostra
Organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell''Emilia-Romagna e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cesena, in collaborazione con il Gruppo Archeologico Cesenate e l’associazione Pro Natura Cesena, la mostra, presso il Mastio della Rocca di Cesena, propone i risutati deli scavi degli ultimi anni che hanno messo in luce aspetti inaspettati (o fino ad allora solo ipotizzati) della storia della città. Sul colle del Garampo è stata confermata la presenza dell’abitato più antico, di epoca preromana, che quindi si configura veramente come l’acropoli di Cesena; sono poi stati identificati percorsi urbani e quartieri abitativi di epoca romana e medioevale e, soprattutto, sono state puntualizzate le produzioni locali dall’epoca malatestiana, confrontando le ceramiche con gli altri materiali rinvenuti, ad esempio le monete e i vetri. L''esposizione è strutturata per aree, procede cioè per singole zone dei rinvenimenti così che ogni abitante di Cesena possa indovinare cosa possa trovarsi sotto il pavimento di casa propria o nelle strade che percorre abitualmente. L’epoca romana è rappresentata dai pezzi rinvenuti in Via Malatesta Novello, l’antica strada di accesso alla Rocca (esclusa la bellissima lucerna in bronzo con manico e coperchio figurati esposta al Museo Archeologico di Cesena), e dagli importantissimi materiali provenienti dallo scavo effettuato in Piazza Fabbri dove è stato anche trovato il grande mosaico pavimentale di epoca imperiale esposto da tempo nell’atrio del Municipio. L''eccellenza della ceramica cesenate è attestata dai pezzi medioevali e postmedioevali rinvenuti in tutta l''area urbana. Veramente notevoli, per bellezza e valore, i boccali in maiolica arcaica, i piatti di produzione faentina e di altre fabbriche e alcuni esemplari che facevano parte di servizi ordinati per la propria tavola dalle famiglie nobili cesenati, dai Tiberti agli stessi Malatesta. In Via Montalti, di fianco alla Biblioteca Malatestiana, gli scavi per le fognature hanno attraversato l''ossario del cimitero di una delle tante chiese della città, forse la chiesa gotica di S. Francesco che fu demolita per costruire la Malatestiana e di cui è ancora visibile parte dell’abside. Qui, tra scheletri ammassati alla rinfusa, sono stati trovati piccoli oggetti dell’abbigliamento personale (fibbiette, anelli e bottoni) e qualcosa di inaspettato, un gruzzoletto di “grossi”, le monete d''argento coniate in pratica da tutti i Comuni dell’Italia Settentrionale. Le monete, trovate in piccole pile, erano probabilmente contenute in un sacchetto di tela grossa, di cui resta l’impronta della trama nell''ossidazione che le copre. Secondo l''archeologa Maria Grazia Maioli, potrebbero essere cadute al becchino che aveva lavorato nell’ossario stesso e, visto il notevole valore che avevano al tempo, possiamo immaginare la sua disperazione quando si è accorto di averle perse...
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - L''ILIADE RIVIVE AL COLOSSEO

Dal 9 settembre 2006 al 18 febbraio 2007, l''anfiteatro flavio ospita una mostra dedicata al racconto di Omero.
In mostra un viaggio nel tempo e nel poema più conosciuto dell''antichità attraverso dipinti, statue, teste marmoree e reperti archeologici.
Omero, Musei Capitolini
Cantami, o Diva, del Pelide Achille
l''ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all''Orco
generose travolse alme d''eroi,
e di cani e d''augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l''alto consiglio s''adempia), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de'' prodi Atride e il divo Achille.

(Traduzione: Vincenzo Monti)

Sebbene l’incipit sia a noto a tutti, non molti sanno, o ricordano, che l’Iliade termina con i funerali di Ettore. L’episodio finale, denso di commovente amore paterno, presenta il vecchio Priamo che nulla ferma di fronte all’ostinata volontà di prendere tra le braccia, ancora una volta, il corpo del figlio. La caduta di Troia, frutto della successiva fortuna del poema in età ellenistica, in mostra è solo suggerita dal mitico cavallo, mentre la Tabula Iliaca, bassorilievo in marmo dai Musei Capitolini, racconta la fuga di Enea che aprirà la strada alla nascita di nuovi miti. Fedele, quindi, alla trascrizione del poema orale, il percorso espositivo si apre con un accenno ai prodromi, e cioè a quegli episodi fondativi del poema come il giudizio di Paride. Le successive due sezioni si dividono nella galleria di dei ed eroi, coprotagonisti dei 24 libri di cui è composta l’Iliade. Statue e teste marmoree ricordano come le divinità partecipino ed influenzino le gesta di re, principi e guerrieri a cominciare da Teti, ninfa e madre di Achille rappresentata dalla scultura di Palazzo Massimo, e da Afrodite, accanita sostenitrice dei troiani, in mostra con la splendida Aphrodite Charis proveniente dal Palatino. Più complessa, invece, la ricerca iconografica degli eroi greci e troiani, i quali spesso si celano sotto immagini idealizzate, come è il caso di Achille, identificabile nella testa del Doriforo del Museo Barracco. Priamo con la figlia Cassandra viene raffigurato in una pittura pompeiana, mentre la mite Andromaca è protagonista di un rilievo del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. La sezione successiva illustra, verso dopo verso, le scene d’amore e di guerra del poema che canta ed esalta un sistema di valori profondi e aristocratici, fondamento dell’antica civiltà greca. Di questo danno dimostrazione il ricco apparato didascalico ed illustrativo della mostra che accompagna i saggi contenuti nel catalogo Electa. Infine, non si dimentica Omero, di cui il ritratto dei Musei Capitolini sarà il nume tutelare della mostra.

Informazioni e visite guidate
Pierreci
Tel. 06/39967700
www.pierreci.it
TORINO (TO)

Mostre ed Esposizioni » TORINO - DUECENTOCINQUANTA NUOVE OPERE PER LA GAM

La Galleria d’Arte Moderna di Torino propone "Museo museo museo". In mostra, fino al 7 gennaio 2007, le acquisizioni degli ultimi otto anni. Dipinti, sculture, fotografie, disegni, installazioni e video dagli anni ''50 a oggi.
Mario Merz, Il fiume appare, 1986
La GAM presenta, negli spazi di Torino Esposizioni, una selezione di oltre 250 opere di arte contemporanea acquisite dal museo negli ultimi otto anni. A queste si aggiungono anche le opere acquistate per il Museo dalla Fondazione CRT, dalla Fondazione De Fornaris, oltre ad alcune donazioni. La grande aula (circa 10.000 mq) riservata alle fiere ospiterà fino al 7 gennaio 2007 alcune grandi installazioni: “Il fiume appare” di Mario Merz, “Mnemosine – Le Charme de la vie” di Giulio Paolini, “Blind cities” di Pedro Cabrita Reis. La mostra, dal titolo “Museo Museo Museo” intende rendere noto al pubblico il risultato delle politiche di accrescimento del patrimonio artistico del museo della Città, operando una selezione tra le opere più importanti venute ad aggiungersi al patrimonio già esistente, che oggi supera, tra dipinti, sculture, fotografie, disegni, installazioni e video, le 40.000 unità. L’arco temporale documentato dalle opere in mostra rappresenta mezzo secolo di storia, partendo dagli Anni Cinquanta con un ricco gruppo di dipinti e sculture acquisite in gran parte dalla Fondazione CRT, fino ai giorni nostri, con una selezione delle raccolte di videoarte e della nuova collezione di fotografia. Nel salone centra, un’arena ospiterà incontri conferenze, dibattiti e proiezioni di “documentari d’arte” sugli autori presenti nella rassegna, estratti dalla ricca collezione di documentari sull’arte contemporanea costituita da poco dal museo. Un unico biglietto di ingresso dà diritto all’accesso sia alla mostra a Torino Esposizioni, sia alle collezioni e mostre della GAM.
Tra gli artisti in mostra: Mario Airò, Alberto Burri, Lucio Fontana, Ives Klein, Eliseo Mattiacci, Mattia Moreni, Luigi Ontani, Giuseppe Spagnuolo, Tancredi, Giulio Turcato, Emilio Vedova, Peter Welz. Non solo italiani, quindi ma anche stranieri, soprattutto per quanto riguarda la sezione dedicata ai video d’artista, che attinge alla collezione permanente della Galleria, ideata nel 1999 e composta oggi da 1.350 opere.

Info
www.fondazionetorinomusei.it
GAM, Galleria d’Arte Moderna,
Torino Esposizioni, C.so Massimo D’azeglio
Orario: dal martedì al venerdì 14-19, sabato domenica e festivi 10-19, chiuso lunedì.
Ingresso: € 7.50 intero; € 4.00 ridotto
Informazioni: 011 4429518
Viste guidate: 011 4429546/47
Gruppi e scuole: 011 4429546/47
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - MEMORIE DAL SOTTOSUOLO

In mostra, fino al 9 aprile 2007, presso il palazzo delle Olearie Papali "Memorie dal sottosuolo. Ritrovamenti archeologici 1980/2005".
L''esposizione presenta i ritrovamenti degli scavi degli ultimi 25 anni, oltre mille reperti mai esposti al pubblico.
Memorie dal sottosuolo
La Soprintendenza Archeologica di Roma organizza una mostra che presenta i ritrovamenti degli scavi degli ultimi venticinque anni e mai esposti prima al pubblico. Un modo per portare a conoscenza le innumerevoli testimonianze dell''antico che l''Urbe, e il suo suburbio, continuano a restituirci. Che si scavi d''urgenza o in via preventiva - e cioè preliminarmente ad opere civili e di manutenzione - o programmaticamente, per fini didattici e scientifici - alla ricerca di vestigia documentate dagli autori del passato - lo stupore resta forte ed autentico. In realtà, tutti gli scavi effettuati giorno dopo giorno confermano che sotto la città è ancora sepolto il più grande museo archeologico del mondo.
È nello spazio delle Olearie che saranno riuniti più di mille reperti. L''originale complesso architettonico rivive con un allestimento che vuole ricordare le collezioni dell''Ottocento, senza un tema definito da illustrare, ma con l''intento di restituire la magia della scoperta, l''accidentalità del ritrovamento e, soprattutto, l''ingente quantità di tesori ancora custoditi dal sottosuolo. Tante saranno le sorprese in mostra. Tra tutte se ne citano alcune a puro titolo d''esempio, a cominciare dai reperti recuperati negli scavi della Meta Sudans - la fontana di forma conica che sorgeva nei pressi del Colosseo a segnare il punto di convergenza di assi stradali e di cinque regioni augustee - cancellata dalle sistemazioni urbanistiche di epoca mussoliniana. Molti reperti arrivano dalle zone del centro città soggette a interventi di trasformazione e dall''area archeologica centrale, in particolare dal Palatino - da cui proviene la tigre in marmo colorato -. Ma è soprattutto la periferia a restituire i materiali più numerosi e significativi e a contribuire alla definizione dell''assetto abitativo dell''antica campagna romana. È del suburbio di Roma, infatti, il fastoso sarcofago strigilato degli sposi scoperto di recente a Lunghezzina in occasione di lavori per l''edilizia popolare, così come il bracciale d''oro con decorazioni in pasta vitrea trovato scavando l''Air Terminal del quartiere Ostiense, o ancora l''erma arcaicizzante in marmo rosso rinvenuta a Vermicino. Non solo l''età repubblicana e imperiale restituiscono reperti archeologici, primi tra tutti per le dimensioni e la finezza numerosi mosaici pavimentali, ma anche le epoche più lontane. A tale proposito, degno di nota è l''arredo di una casa tardo etrusca scoperta lungo l''Aurelia e, particolarmente ricco e abbondante, il corredo di una tomba localizzata sulla Laurentina, ricomposto in mostra per la prima volta con tutti i suoi pezzi. Disparati, invece, gli oggetti trovati in altri siti, come quelli di un mausoleo sulla Salaria che custodiva una sfinge, una sella curule e il coperchio di un sarcofago. Preziose le gemme incise rinvenute, in maniera del tutto fortuita, in uno scavo effettuato per realizzare il sistema di aerazione della metropolitana nei giardini di Piazza Vittorio Emanuele, portando alla luce una domus imperiale.
Se in questa mostra i visitatori troveranno la prova dell''inesauribile ricchezza archeologica della città eterna, ricercatori e studiosi potranno scoprire meraviglie mai viste prime, appena uscite dai laboratori di restauro e aperte a ipotesi di datazione e interpretazione. Il catalogo Electa, oltre a recensire gli inediti tesori dell''antica Urbe, riunisce una serie di saggi che costituiscono il supporto scientifico per la conoscenza delle scoperte più recenti. La mostra, oltre a sottolineare l''enorme importanza, ai fini della tutela, degli scavi preventivi e l''impegno della Soprintendenza Archeologica di Roma nella salvaguardia e valorizzazione del patrimonio archeologico, è stata pensata con un obbiettivo preciso: permettere di conoscere quali e quanti sono ancora i tesori sepolti nel sottosuolo di Roma, in modo che sia chiara la grandissima responsabilità che tutti, non solo gli archeologi, hanno nel tutelarli.

Olearie Papali
piazza della Repubblica 12
Costo del biglietto: Euro 9,00. Il biglietto consente l’accesso a tutte le sedi del Museo Naz.lee Romano ed è valido 3 giorni Orario: Tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.45
Chiuso il lunedì
La biglietteria chiude un’ora prima
NAPOLI (NA)

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI - EGITTOMANIA

In mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli “Iside e il Mistero”.
L’esposizione, fino al 26 febbraio 2007, racconta dei legami tra la Campania e l’Egitto dal periodo orientalizzante del IX secolo a.C. fino all’età moderna.
Esposti reperti provenienti dagli scavi di Pompei, Ercolano, Napoli e Benevento e opere che testimoniano il "Retour d''Egypte" che si diffuse in tutta Europa nel ''700 e nell''800.
Statua di Iside, marmo bigio morato e marmo bianco, da Napoli, II sec. d.C.
Ideata dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta e la Soprintendenza archeologica di Pompei, la mostra è promossa dalla Regione Campania e curata da un comitato scientifico presieduto da Stefano De Caro.
L''esposizione si apre con il tema dell’origine dei contatti tra Egitto e Campania nel IX sec. a.C, quel periodo definito Orientalizzante che vide la penisola italiana investita e trasformata da due fenomeni: la colonizzazione greca e il commercio fenicio. Nell''ambito di tali traffici commerciali, accanto a preziose mercanzie in oro, argento, bronzo, avorio e oltre a vini e tessuti raffinati, arrivarono in Campania numerosi aegyptiaca, autentici o di imitazione: ovvero amuleti egizi in forma di scarabei, collane, pendagli e statuette, in faïence, argento, ambra e pasta vitrea.
La medicina egizia includeva aspetti magici e religiosi attraverso l’uso di amuleti che riproducevano divinità e simboli sacri e che venivano indossati a difesa della persona, e in particolare delle donne e dei bambini, in considerazione dell''alta mortalità per malattie e per parto. A parte gli scarabei, anche le collane "ad occhi" avevano un forte valore apotropaico per il valore ambivalente attribuito all’occhio ("buono" e "cattivo"). Queste idee fecero molta presa sugli indigeni della Campania anche se per i Greci di età arcaica della Campania, gli amuleti erano espressione di una cultura "barbara", da respingere ufficialmente e da relegare alla sfera della superstizione privata: come provano i numerosi reperti "esotici" rinvenuti in corredi tombali di Capua, Cuma, Pithecusa (Ischia) e di altri centri campani - di cui si espone in mostra una selezione-, che avevano la funzione di assicurare protezione magica al defunto nell''aldilà, secondo le credenze egizie.
Dopo questo inizio vivace, il rapporto tra l''Egitto e la Campania conobbe una lunga stasi durata dal VI sec. a.C. fino al periodo ellenistico. In età romana poi la presenza di marinai e commercianti alessandrini nei porti della Campania, ed in primis a Pozzuoli, favorì l''introduzione di culti egiziani a partire dal II sec. a.C.: tra questi quello di Iside, la dea lunare che offriva protezione nella vita quotidiana e sopravvivenza nella vita ultraterrena, sembra essere stato il primo in ordine di tempo e di importanza, tanto diffuso da divenire il simbolo dell''Egitto.
Cuore pulsante della mostra sono proprio le attestazioni del culto di Iside nei Campi Flegrei -con materiali di recente ritrovamento presentati per la prima volta al pubblico-, a Pompei, Ercolano, Napoli e Benevento, sede quest''ultima di un santuario con una delle maggiori concentrazioni di reperti egiziani ed egittizzanti fuori dall''Egitto, che per la prima volta escono nella loro totalità dal Museo del Sannio di Benevento.
Protagonista del percorso di mostra è la ricchissima documentazione del tempio di Iside di Pompei, costruzione del II sec. a.C. che si fa risalire ai rapporti commerciali tra Pompei e gli empori dell''Oriente, primo fra tutti quello di Delo: splendidi affreschi, sculture e strumenti di culto ricostruiscono la magica atmosfera del tempio.
Al di fuori dei santuari veri e propri, numerosi ritrovamenti di materiali ricollegabili ad Iside documentano poi la capillare diffusione del culto, anche in ambito privato, tra gli abitanti della Campania agli inizi degli Impero, ed in particolare a Pompei ed Ercolano: si tratta in particolare di sistri – strumenti musicali tipici del culto di Iside -, statuette, monili ed amuleti.
Ma i legami tra la Campania e l''Egitto in età romana non si limitarono al culto di Iside, di Serapide e di Arpocrate. A seguito della conquista dell''Egitto da parte di Augusto, si diffuse, sotto l''impulso della corte imperiale di Roma, il fenomeno noto come egittomania: una vera e propria moda egittizzante che pervase le pitture delle case di Pompei ed Ercolano, le decorazioni scultoree di mobili e giardini, gli oggetti di faience, le suppellettili ed i monili.
In età moderna, il rinvenimento del tempio di Iside a Pompei, a partire dal 1776, fece conoscere per la prima volta un tempio egiziano completo delle strutture, delle decorazioni e dell''arredo. Il giovane Mozart, che visitò Pompei nel 1770, fu colpito dal tempio, unico santuario isiaco fuori dalla valle del Nilo, al punto da trarne ispirazione per la composizione del Flauto Magico: immagini di bozzetti e disegni originali ripropongono in mostra le scenografie delle prime rappresentazioni dell''opera, ispirate appunto al tempio pompeiano. Il privilegio di questo ritrovamento divenne per Napoli motivo di orgoglio per la dinastia Borbonica.
Anche a seguito della "riscoperta" archeologica dell''Egitto, "lo stile egizio", il Retour d''Egypte, si diffuse ovunque: le produzioni artigianali, artistiche e architettoniche della Campania nel ''700 e ''800 ne vennero molto influenzate, come testimoniano ancora oggi sfingi, obelischi e vasi canopi sparsi per Napoli e nelle altre città campane. Una selezione di splendide ceramiche della Real Fabbrica di Napoli, dipinti, bozzetti e sculture chiudono in maniera preziosa il percorso della mostra, a dimostrare la persistenza di un filo sottile che lega idealmente la Campania e l''Egitto anche in età moderna.

Orari
Dalle 9 alle 19.30. Chiuso martedì
Tariffe
9 € intero, comprensivo dell''ingresso del museo; 4,50 € ridotto
La mostra è inserita nel circuito Campania Artecard
Prenotazione obbligatoria per gruppi, scuole e visite didattiche
081/7410067; 848800288
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - MONETE ETRUSCHE ALL''ARCHEOLOGICO

Al Museo Archeologico Nazionale di Firenze è di scena "Monete Etrusche. Produzione e circolazione" una mostra che espone la quasi totalità della produzione monetaria conosciuta.
Monete etrusche
Una selezione del cospicuo nucleo di monete provenienti dalle zecche etrusche e conservato presso il Monetiere del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ha consentito di allestire una mostra che espone la quasi totalità della produzione monetaria attribuibile agli Etruschi. Una novità assoluta che ha l’intento di fornire un quadro unitario di un aspetto non secondario della civiltà etrusca. L’esposizione, che si avvale anche di alcuni importanti prestiti dai maggiori medaglieri italiani, presenta inoltre alcuni bronzetti etruschi che riproducono gli stessi soggetti utilizzati come tipi monetali; accanto a questo è presente una selezione di libri datati tra il XVII e il XX secolo dedicati alla civiltà etrusca ed in particolare alla storia degli studi sulle monete etrusche, patrimonio della Biblioteca della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. L''esposizione è ospitata all''interno del corridoio mediceo, un passaggio interno che collega il Palazzo della Crocetta, sede del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, alla chiesa della Santissima Annunziata. Fu fatto costruire da Cosimo II dei Medici per permettere alla sorella Maria Maddalena, "scomposta nelle membra" di seguire la messa senza essere vista. Questa l''inedita cornice normalmente chiusa al pubblico in cui è stata allestita la mostra. Oltre 200 monete etrusche divise in venti sezioni e che vanno da quelle più antiche delle città di Populonia, di Vulci e di Vetulonia (V sec. a.C.) alle serie più recenti, fuse e coniate dalla zecca di Volterra o nelle aree della Val d''Elsa e della Val di Chiana nel III sec. a.C. "Insieme alle monete - spiega il curatore della mostra Fiorenzo Catalli, direttore archeologo della soprintendenza archeologica di Roma - sono esposti anche bronzi etruschi che raffigurano gli stessi soggetti impressi nelle monete e una serie di preziosi volumi del ''700 e dell''800 dedicati alla numismatica".

Orario
Lunedi 14,00 - 19,00
Martedi e Giovedi 8,30 - 19,00
Venerdi, Sabato, Domenica 8,30 - 14,00
Ingresso 4 euro
TRENTO (TN)

Mostre ed Esposizioni » TRENTO - ORI DEI CAVALIERI DELLE STEPPE

Fino al 4 novembre sono di scena al Castello del Buonconsiglio le collezioni dai Musei dell''Ucraina. I simboli di potere e di prestigio dell''aristocrazia nomadica, scoperti dall''Ottocento fino ai nostri giorni nei sepolcri che punteggiano le ampie steppe dell''odierna Ucraina, sono il filo conduttore della mostra. Circa 400 oggetti, provenienti dai più importanti musei dell''Ucraina e in gran parte presentati per la prima volta in Italia: armi sontuose, preziosi gioielli, diademi, orecchini, braccialetti ma anche finimenti di cavallo da parata, servizi cerimoniali per il simposio e il banchetto, risalenti ad un arco di tempo compreso fra il primo millennio a.C. e l''invasione dell''Orda d''oro (i Mongoli) nel XIII secolo d.C.
Placca decorativa antropomorfa, VI-VII sec. d. C., Museo storico dei tesori, Kiev
Si cammina un’ora, due ore
si incontra un vecchio tumulo misterioso
o una donna di pietra posta là
non si sa da chi né quando
e a poco a poco s’affacciano alla memoria
le leggende della steppa

(A. Cechov, La Steppa, 1888)

L’immensa vastità delle steppe che dalle foci del Danubio si estende fino al cuore profondo dell’Asia, ai limiti delle “Civiltà”, ha suscitato da sempre l’attenzione di geografi, storici e scrittori. Dominate per millenni da guerrieri nomadi che eccellevano nell’uso del cavallo e dell’arco, le steppe sono state fonte e luogo privilegiato per narrazioni mitologiche e celebri pagine di letteratura. Le fonti scritte che parlano di popolazioni nomadi come gli Sciti, i Cimmeri, i Sarmati, gli Unni, gli Avari e i Goti, sono influenzate dall’immagine di popoli selvaggi restituita, a partire da Erodoto, da altri storici greci. Popoli che non hanno lasciato testimonianze di città, monumenti o testi scritti: la loro storia e la loro cultura è affidata ai preziosi oggetti d’oro rinvenuti nelle tombe dei principi. Proprio questi simboli di potere e di prestigio dell’aristocrazia nomadica, scoperti dall’Ottocento fino ai nostri giorni nei sepolcri che punteggiano le ampie steppe dell’odierna Ucraina, sono il filo conduttore della mostra "Ori dei cavalieri delle steppe" visibile al Castello del Buonconsiglio di Trento fino al 4 novembre prossimo. Si tratta di circa 400 oggetti, provenienti dai più importanti musei dell’Ucraina e in gran parte presentati per la prima volta in Italia: armi sontuose, preziosi gioielli, diademi, orecchini, braccialetti ma anche finimenti di cavallo da parata, servizi cerimoniali per il simposio e il banchetto, risalenti ad un arco di tempo compreso fra il primo millennio a.C. e l’invasione dell’Orda d’oro (i Mongoli) nel XIII secolo d.C.
Rispetto alle rassegne che negli ultimi trent’anni hanno fatto conoscere in Italia alcuni di questi popoli (la prima fu a Venezia nel 1977), questa mostra si propone di offrire una nuova prospettiva di lettura relativa alle espressioni comuni e peculiari delle classi dominanti delle civiltà nomadiche, alla luce di fonti scritte, archeologiche ed etnografiche, a partire dall’Ucraina, porta orientale d’Europa e crocevia di antiche popolazioni nomadi che hanno profondamente influenzato la storia dell’Occidente.
Dagli antichi geografi e storici la qualifica di “nomadi” e il conseguente stile di vita “barbaro” è messo in netta contrapposizione con quello greco, fatto di polis, città con un proprio ordinamento socio-politico stabilizzato. Per oltre due millenni, dall’età del Ferro fino al Medioevo, si è consolidata nell’area eurasiatica l’immagine stereotipata di un netto contrasto fra nomadismo-allevamento, da un lato, e sedentarietà-agricoltura dall’altro. La realtà appare però decisamente più complessa, dal momento che sono note più forme di organizzazione socio-economica e strategie differenziate di sussistenza del nomadismo.
Una forte antitesi fra il mondo “civile” e quello barbaro e selvaggio riguarda in particolare il banchetto, la pratica più connotante e caratterizzante dell’ideale aristocratico greco, e l’uso del vino che viene messo in contrapposizione alla costumanza dei nomadi di bere latte, tanto è vero che nell’epica omerica sono indicati come “mungitori di giumente”, una qualifica che attesta anche l’allevamento di cavalli nel quale eccellevano i nomadi.
Il percorso si apre con una sezione a carattere introduttivo, dedicata alle culture di agricoltori e allevatori sedentari del IV-III millennio a.C. attestate nelle steppe prima dell’affermarsi delle popolazioni nomadiche. Fra gli oggetti di maggiore interesse spiccano statuette in terracotta che rappresentano idoli o divinità (secondo parte degli studiosi la Dea madre), e un rarissimo modello di carro (una kibitka del I-II sec. d.C) proveniente dal museo di Odessa che restituisce l’immagine della “casa mobile” dei nomadi. In mostra vi è anche un modellino di abitazione in argilla, carico di significati simbolici. Il singolo ritrovamento di analoghe “case in miniatura” nella parte nord-orientale della Bulgaria fa ipotizzare che questi modellini di casa rappresentino lo spirito protettore della casa e del villaggio.
Nella seconda sezione, per evocare la mobilità dei nomadi sarà esposta anche una splendida Yurta, la grande tenda di feltro e legno in uso presso le ultime popolazioni semi-nomadiche dell’Altaj. All’interno della tenda si potrà respirare l’atmosfera suggestiva della vita nelle steppe, grazie anche al variopinto arredo originale costituito da tappeti, mobilio, finimenti per cavalli e oggetti dalla valenza cerimoniale e simbolica. La tenda, concessa straordinariamente in prestito dall’Università di Bologna è stata recentemente restaurata.
Nella terza sezione si entra poi nell’immaginario fantastico e mitologico dell’arte animalistica, la più alta espressione artistica degli antichi nomadi delle steppe. Qui l’attenzione è catturata in particolare da una splendida coppa rituale, interamente d’oro, decorata ad altorilievo da sei teste di cavallo la cui disposizione circolare sembra suggerire la ciclicità delle stagioni e del tempo e dalle forme sinuose di un piccolo delfino in oro e cristallo di rocca.
Nella quarta sezione il visitatore avrà la possibilità di addentrarsi nella ricostruzione ideale di un grande tumulo funerario, il Kurgan la tomba dei cavalieri nomadi dove venivano sepolti gli esponenti dell’aristocrazia principesca con il corredo funerario. Punto di riferimento geografico, sorta di “piramide” all’interno dell’ampio spazio delle steppe, il tumulo era luogo simbolico dei valori culturali, sociali e sacrali di un’intera comunità.
La quinta sezione è dedicata allo sfarzo e al lusso che caratterizzavano lo stile di vita, l’abbigliamento e il gusto delle principesse nomadiche. Splendidi ornamenti d’oro che richiamano complessi ricami sono affiancati a pendenti e orecchini in materiali preziosissimi che manifestano il gusto quasi smodato dei nomadi per il lusso. Grande attenzione merita in questa sezione il girocollo con pendente a farfalla, in oro e paste vitree del I secolo d.C., presentato per la prima volta in Italia, e rinvenuto lungo le coste del Mar Nero che si richiama ad un modello documentato nella tomba di una principessa dei Sarmati sepolta nella steppa di Budjok.
Il soggetto della sesta sezione è il trionfo del principe nomade e del suo potere politico, militare e sociale, espresso nelle spade rivestite d’oro, nelle cinture ornate da sontuosi elementi e negli elmi che sottolineano la forza e l’autorità dei cavalieri delle steppe. Tutta la ricchezza e la sontuosità dello status principesco è inoltre espressa nei pettorali d’oro, d’argento e pietre semipreziose, autentici capolavori di orafi raffinatissimi destinati a celebrare sovrani in vita e dopo la morte.
La settima sezione raccoglie rappresentazioni in oro, argento e terracotta di cavalieri dominatori delle steppe, elaborate bardature in oro e argento per la testa dei cavalli, alcune di recente scoperta, che testimoniano come anche l’ornamento del destriero dovesse rispecchiare l’alto rango del principe.
In mostra vi saranno poi gli innovativi morsi di cavallo in uso presso le tribù dei Cimmeri tra l’VIII e il VII sec. a.C. che attraverso scambi con le aristocrazie del centro Europa modificarono le tecniche di combattimento a cavallo.
Vasi di manifattura greca e corni potori per la mescita del vino con rivestimenti figurati in oro, elementi principali del banchetto, sono alcuni dei tesori raccolti nella ottava sezione, dedicata ai contatti e scambi tra Oriente e Occidente. In mostra anche una serie di pedine e pezzi in avorio degli scacchi, gioco per eccellenza di simulazione di battaglie e catture. La vita aristocratica dei principi delle steppe è esemplificata da numerosi oggetti in materiali preziosi che ben attestano, oltre allo sfarzo e alla ricchezza della loro vita di corte, anche gli ampi e profondi rapporti culturali esistenti fra le popolazioni storiche del Mediterraneo e il mondo delle steppe.
Numerosi sono infine i capolavori d’arte, così come gli oggetti dal significato magico-religioso, rituale e simbolico legati al potere degli sciamani nella nona sezione, dedicata alla religiosità e al culto. Specchi in bronzo con il manico zoomorfo, vasi decorati con figure di animali, coppe rituali d’oro e d’argento e ancora un elaboratissimo coronamento d’asta con la raffigurazione di una divinità e diversi pendagli sono esposti insieme ad un particolare vaso aureo decorato con scene di lotta animale sbalzate su quattro registri differenti.
L''esposizione è curata da Gianluca Bonora, specialista in archeologia dell’Asia e da Franco Marzatico, direttore del Castello del Buonconsiglio di Trento. Il progetto allestitivo, che si sviluppa su 1400 metri quadrati in 14 sale, è a cura dell’architetto Michelangelo Lupo. Modelli e ricostruzioni a cura di Luigi Giovanazzi. Il comitato scientifico è costituito da Gianluca Bonora, Maurizio Cattani, Sergey Chiakovsky, Paul Gleirscher, Maria Teresa Guaitoli, Dionis Kozak, Franco Marzatico, Giuseppe Passatelli e Maurizio Tosi.
Volterra (PI)

Mostre ed Esposizioni » ETRUSCHI di VOLTERRA

Reperti straordinari dai musei di mezza Europa ritornano nel luogo in cui furono creati. Fino all''8 gennaio è possibile ammirare capolavori unici dell''arte etrusca come la famosa "Testa Lorenzini" esposta al pubblico dopo dieci anni. Si tratta della più antica che si conosca fra quelle scolpite nel marmo apuano e rappresenta anche un''importante traccia sui rapporti commerciali fra la Grecia e l''Etruria. Ricostruita poi la tomba eneolitica di Montebrandoni, la necropoli della Guerriccia, gli ori della collezione Annibale Cinci...
La locandina della mostra
Gli Etruschi tornano a Volterra (PI). Tornano a casa dai musei di mezza Europa con pezzi straordinari. Reperti finora mai visti che ritrovano le collocazioni originarie, in fedeli ricostruzioni di tombe e tumuli, restituendo un patrimonio archeologico disperso in musei e collezioni private nazionali e straniere, dopo i numerosi scavi che fin dal 1730 hanno sistematicamente interessato questo territorio. Nei due piani dell''antico Palazzo dei Priori (il più antico palazzo comunale toscano), saranno esposti centinaia di pezzi che documentano l''incredibile ricchezza di corredi tombali, gioielli e arredi degli insediamenti etruschi in Val di Cecina e Valdelsa, oltre ai riti funebri di quest''antica civiltà. Così, a pochi passi dal Museo Guarnacci, dalla filiforme e romantica "Ombra della sera", dai tanti sarcofagi e urne in alabastro e della ricca collezione di reperti che qui è conservata dal 1761, la mostra presenta una "Volterra fuori Volterra", restituendo temporaneamente opere dai musei del Louvre, di Berlino, dalle collezioni del museo archeologico di Firenze, da Villa Giulia, dai Musei Vaticani e Villa Albani a Roma. Tante vetrine per documentare le sei sezioni del percorso, tra cui spicca la tomba eneolitica di Montebrandoni con i suoi arredi preistorici, tra cui 4 pugnali e punte di freccia (dal Museo Pigorini di Roma), la ricostruzione delle Necropoli delle Ripaie e Guerruccia (IX - VIII sec. a.C.) con 16 tombe, con tutti i loro corredi di vasi, fibule, armi e piccoli gioielli, una parte della necropoli di Casale Marittimo con le tombe dei principi guerrieri e una tomba a tholos. Ricotruita fedelmente anche la Tomba Inghirani (III-I a.C.), con tutte le urne in alabastro che arrivano dal museo archeologico di Firenze, dal Louvre, da Berlino e dai Musei Vaticani. E da Firenze tornano anche i gioielli della Collezione Annibale Cinci, oltre ad un tesoro di monete greche ed etrusche del V sec. a.C. rinvenuto presso le mura di Volterra con vasi, urne e statuette di bronzo.
La rassegna Fonte: "Etruschi di Volterra. Capolavori dai grandi musei europei" propone anche la ricostruzione di due templi che restituiscono l''immagine dell''acropoli volterrana, oltre ad un percorso unitario collegato con il Museo Guarnacci e l''area archeologica in cui si trovano le tombe visitabili, fino alle antiche mura. Capolavori in prestito che forse qualcuno vorrebbe restituiti ai musei di origine? "Certo, verrebbe voglia di tenerseli qui, ma va bene anche se ce li prestano" osserva il curatore della mostra e direttore del Museo, Gabriele Cateni. E tra le curiosità, va segnalata l''esposizione di una bellissima testa di Apollo in marmo apuano (V sec. a.C.), la "Testa Lorenzini" che - dopo il sequestro e una disputa giudiziaria durata dieci anni - torna esposta per volontà dei proprietari, tra l''altro disponibili alla vendita milionaria del prezioso reperto. Tutta la rassegna promossa da Comune, Regione Toscana, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra e altri enti, celebra Enrico Fiumi (1908 - 1976), noto personaggio a cui si devono studi e pubblicazioni a carattere storico archeologico, e l''aver riportato alla luce il teatro romano di Vallebuona.

Fonte: La Repubblica.it
Venezia (VE)

Mostre ed Esposizioni » VENEZIA E L''ISLAM 828-1797

A Palazzo Ducale, fino al 25 novembre, è di scena il rapporto tra la Serenissima e il mondo islamico. Dopo Parigi e New York, l''esposizione approda nella città lagunare.
Memorie turchesche, disegno colorato XVII sec.
Nata dalla collaborazione scientifica tra gli studiosi dell’Institut du Monde Arabe, Parigi, del Metropolitan Museum of Art, New York e dei Musei Civici Veneziani, l''esposizione Venezia e l''Islam 828-1797 è curata da Stefano Carboni e organizzata e promossa dal Comune di Venezia e dalla Fondazione di Venezia, con la partecipazione di Venezia Musei CNS (Consorzio Nazionale dei Servizi) e Teleart.
Le opere in mostra provengono da grandi istituzioni museali europee e americane e da collezioni veneziane prestigiose.
La mostra è integrata da un interessante itinerario in città “sulle tracce”di questo ampio intreccio storico e artistico e da una serie di eventi collaterali di approfondimento.
Catalogo Marsilio.
Fu sostanzialmente in virtù del rapporto con l’Oriente che Venezia divenne un grande impero marittimo.
Avamposto settentrionale bizantino nel sesto secolo, già tra il nono e l’undicesimo sviluppa le sue attività mercantili lungo le rotte del Mediterraneo, mentre acquisisce sempre maggiore indipendenza e autonomia. Nel frattempo, dal settimo secolo, a oriente, l’avanzata islamica si è fatta travolgente.
Ecco che allora, lungo le vie delle spezie e della seta, si avviano, tra i veneziani e il mondo musulmano, contatti commerciali che nel tempo si intensificheranno, coinvolgendo anche idee, stili di vita, cultura.
Venezia e gli Arabi, Venezia e i Mamelucchi, Venezia e la Persia, Venezia e gli Ottomani, Venezia e i Turchi: Venezia e l’Islam.
Sola potenza europea ad avere plenipotenziari in permanenza nelle città del Vicino Oriente, manterrà nei confronti del mondo islamico un approccio sempre razionale, saprà comprenderne e apprezzarne la filosofia e la scienza e tessere legami privilegiati con le grandi dinastie musulmane, pur nelle peripezie della storia.
Ma se Venezia si avvicina con rispetto e ammirazione alla cultura islamica, ne riceve in cambio altrettanto interesse: ecco che allora da un lato artisti e artigiani veneziani apprendono da quelli islamici tecniche, stili, materiali, decorazioni, dall’altro i mercati d’oriente importano manufatti veneziani che gli stessi sultani apprezzano e commissionano.
L’intento della mostra è far emergere e valorizzare questo importante gioco di specchi, che apre prospettive e spunti di enorme interesse sugli uomini di quei secoli, il loro spirito, la loro capacità di fare, il loro genio.
Il percorso espositivo è articolato in sezioni cronologico-tematiche che spaziano lungo mille anni di storia, dall’828 – data del leggendario trasferimento a Venezia del corpo di San Marco da Alessandria d’Egitto -, fino alla fine della Serenissima, nel 1797.
Gli esiti e le testimonianze dell’intenso rapporto tra le due civiltà, particolarmente fecondo dal XIV al XVI secolo, consentono alla mostra di espandersi in tutti gli ambiti della produzione artistica: pittura, scultura, miniatura, cartografia, lavorazione dei metalli, vetri, gioielli, tessuti, tappeti, ceramiche e molto altro, in duecento opere di incredibile ricchezza e altissima qualità, che testimoniano reciproco influsso nella definizione ed evoluzione dei linguaggi artistici, intensità e continuità negli scambi, trasmissione dei saperi e delle tecniche, talento di artisti e artigiani, ma anche di commercianti e imprenditori, e, naturalmente, squisita abilità diplomatica.
FERRARA

Mostre ed Esposizioni » FERRARA – COSME'' TURA

Una grande mostra, a Palazzo dei Diamanti e a Palazzo Schifanoia ricostruisce, fino al 6 gennaio 2008, la singolare avventura artistica di Cosmè Tura, Francesco del Cossa e della scuola ferrarese. In mostra 150 opere per raccontare i venti anni di governo di Borso D''Este e ripercorre la ricchezza di questa parabola figurativa attraverso dipinti, sculture, miniature, disegni, medaglie, oreficerie e tessuti dalle più prestigiose istituzioni pubbliche e private di tutto il mondo. Straordinari capolavori realizzati per una delle capitali del Rinascimento.
Francesco del Cossa, Ritratto d''uomo, c. 1472-73
Le cronache antiche e gli osservatori contemporanei hanno trasmesso di Borso d’Este, signore di Ferrara dal 1450 al 1471, l’immagine di un uomo vanitoso, preoccupato più della propria apparenza che delle arti e della cultura. “Non si mostrò mai in pubblico senza essere adorno di gioielli”, scrive di lui papa Pio II Piccolomini, e tale giudizio sembra confermato dai cerimoniali ossessivi, dal fasto della vita cortese, dalle spese esorbitanti di cui i documenti amministrativi serbano precisa memoria.
Oggi sappiamo, invece, che i vent’anni del suo governo hanno avuto un ruolo centrale nel campo della cultura figurativa: il linguaggio ricercato ed eccentrico che ha reso celebre l’arte ferrarese del Quattrocento nasce proprio in questo periodo come espressione caratteristica ed esclusiva del signore e dalla sua corte.
La mostra “Cosmè Tura e Francesco del Cossa. L’arte a Ferrara nell’età di Borso d’Este”, organizzata da Ferrara Arte, con la collaborazione della Pinacoteca Nazionale, dei Musei Civici d’Arte Antica e delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, ripercorre la ricchezza di questa parabola figurativa riunendo oltre 150 opere di diversa tecnica: dipinti, sculture, miniature, disegni, medaglie, oreficerie e tessuti provenienti dalle più prestigiose istituzioni pubbliche e private di tutto il mondo. Dal 23 settembre 2007 al 6 gennaio 2008, a Palazzo dei Diamanti e a Palazzo Schifanoia, è offerta al pubblico l’irripetibile occasione di ammirare, eccezionalmente nel loro contesto originario, gli straordinari capolavori realizzati per una delle capitali del Rinascimento.
Dopo la rassegna organizzata dal Museo Poldi Pezzoli nel 1991 (Le Muse e il principe. Arte di corte nel Rinascimento padano) centrata sui rapporti tra la cultura umanistica e la pittura al tempo di Leonello d’Este, e quella a spettro più ampio e di carattere generale di Bruxelles e Ferrara nel 2003-04 (Gli Este a Ferrara. Una corte nel Rinascimento), questa esposizione intende rilanciare gli studi e l’interesse per la storia della cultura figurativa ferrarese, rimettendo in discussione i campi di competenza e le divisioni tradizionali tra i vari settori tecnici della produzione artistica. La scelta di questo tema e di questo taglio espositivo è stata suggerita anche dalla conclusione del decennale restauro degli affreschi del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, unica testimonianza superstite della irripetibile stagione borsiana, uno dei cicli decorativi più importanti del Rinascimento. La cura scientifica della mostra e del catalogo è affidata a Mauro Natale, professore di Storia dell’arte all’Università di Ginevra, affiancato da un comitato scientifico di prestigio internazionale.
La mostra prende avvio dagli anni esaltanti del breve ma fecondo dominio di Leonello d’Este (1441-1450), appassionato interprete della cultura umanistica. Alle medaglie e ai disegni di Pisanello, ai dipinti di Jacopo Bellini e di Bono da Ferrara, ai fogli del Breviario di Leonello, alle sculture di Michele da Firenze è affidato il compito di rievocare la varietà tecnica e formale, la ricerca attorno all’antico, il gusto per le pietre preziose che caratterizzò la Ferrara di questi anni.
Segue l’affermazione di quella che Roberto Longhi e la storiografia moderna hanno definito "Officina ferrarese", che prende forma in alcune imprese monumentali volute dal principe negli anni 1455-1465, come la celebre Bibbia di Borso e lo Studiolo di Belfiore. Questi anni registrano il passaggio dalle forme eleganti ed evasive del gotico internazionale ad un nuovo gusto che trova la sua ragion d’essere nella sovrabbondanza dell’ornamento, nelle cromie preziose e nella marcata espressività. Un ruolo centrale e di guida spetta ai miniatori, tra cui dominano Giorgio d’Alemagna e Taddeo Crivelli, i quali elaborano un linguaggio ornamentale che fonde il gusto per la decorazione e l’espressività tardogotica con le forme geometriche e luminose del Rinascimento. Analoga commistione formale caratterizza la pittura, dominata a queste date dai lucidi cromatismi di Rogier van der Weyden, dall’eleganza esile di Angelo Maccagnino, cui ben presto si affiancano l’eccentricità espressiva di Cosmè Tura e di Michele Pannonio, del quale si ricostruisce per la prima volta l’intero percorso artistico. Fulcro dell''esposizione è costituito dalla consacrazione di questo codice espressivo ad opera di Cosmè Tura e Francesco del Cossa. L’età di Borso si nutre, infatti, dell’antagonismo tra il primo, poliedrico artista di corte, ed il secondo, instancabile sperimentatore. Muovendosi tra Mantegna e la pittura fiamminga, Tura inventa un linguaggio fantasioso e, al contempo, prezioso e popolare, decorativo ed espressivo, imponendo la propria cifra stilistica nei campi tecnici più svariati, dagli affreschi alle barde da cavallo, dalle monumentali pale d’altare alle soavi Madonne dipinte in punta di pennello. Di contro, Cossa compie un itinerario ben distinto, che si risolve in una scrittura più asciutta, morbida e plastica, felicemente cromatica, naturalistica e potentemente prospettica. Nelle sue Madonne, nei suoi santi possenti, nei penetranti ritratti, egli avvia un dialogo aperto con la scultura contemporanea e con la luminosa pittura fiorentina di Domenico Veneziano, Andrea del Castagno e Alessio Baldovinetti. Questa ricerca formale culmina con l’esplosione attorno al 1470 di «una nuova pazzia nell’arte ferrarese» (Longhi): la decorazione del Salone dei Mesi a Palazzo Schifanoia, uno dei cicli decorativi più importanti del Rinascimento. Qui, nell’ultima impresa collettiva voluta dal Duca, fa irruzione sulla scena la terza grande personalità di questa stagione, Ercole de’ Roberti, mentre Francesco del Cossa elabora un’abbagliante traduzione visiva della cultura di corte e delle ambizioni politiche di Borso che costituisce il vertice espressivo della pittura ferrarese. La mostra si conclude proprio nel salone affrescato dell’antica delizia estense, cui un restauro durato quasi dieci anni ha restituito piena leggibilità.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - IN SCAENA

Al Colosseo, fino al 17 febbraio 2008, una mostra ricostruisce la storia del teatro romano. Una vicenda millenaria che affonda le sue radici nel teatro greco. I Romani portarono a compimento e consolidarono tutti gli aspetti delle tecniche teatrali create dai Greci, perfezionandole e diffondendole in tutto il mondo allora conosciuto.
In scaena
Lo splendido spazio del Colosseo con questa nuova mostra archeologica affronta la storia del teatro romano. Si è scelto un percorso «per icone» sintetizzando così, con una settantina di opere, una storia millenaria che affonda le sue radici nella tradizione greca.
Il teatro greco è l’origine del teatro occidentale. Il teatro romano, sua diretta evoluzione, è la prova del suo successo e del suo valore d’arte festiva e urbana. Lo annuncia, in mostra, l’erma di marmo di Dioniso (Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo), dio greco del teatro. I Romani portarono a compimento e consolidarono tutti gli aspetti delle tecniche teatrali create dai Greci - l’architettura dell’edificio, la drammaturgia, le pratiche dell’attore (cratere attico a figure rosse detto Vaso di Pronomos, da Ruvo di Puglia), l’allestimento scenico (modello di scenografia in terracotta colorata, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli) - perfezionandole e diffondendole in tutto il mondo allora conosciuto. Gli attori, i mimi e i danzatori (bronzetti raffiguranti crotalische dai musei di Orvieto e Ferrara) approdavano a Roma provenienti da ogni parte dell’impero e attorno al bacino del Mediterraneo. Ancora oggi si scoprono resti di teatri greco-romani dalla Gallia all’Africa del Nord, dalla Britannia all’Asia Minore (in mostra il plastico del teatro di Aspendos, in Turchia), fino al lontano Afghanistan.
Così la mostra inizia affrontando le origini greche e italiche, gli apporti dei Greci d’Italia, degli Etruschi e dei popoli italici, in contesti inizialmente provvisori come i piccoli teatri di legno importati dai guitti della Magna Grecia. Prosegue poi con la costruzione dei grandi teatri di pietra e delle loro monumentali scenografie che, dall’epoca imperiale in poi, caratterizzarono Roma e tutte le città romanizzate. Si arriva così al fulcro dell’esposizione, la rassegna dei protagonisti della scena. Da una parte, gli attori con le loro tecniche mimiche (mosaico dai Musei Vaticani raffigurante Mime e pantomime) e i testi drammatici, spesso rielaborati a partire dai modelli ‘alti’, equipaggiati di costumi, maschere e strumenti musicali: e dall’altra il pubblico di migliaia di spettatori, i più variegati, che consideravano il teatro e gli spettacoli che vi si svolgevano come il loro passatempo preferito. Si tratta di un mondo multiforme fatto di danza, recitazione, mimica, dotta cultura ma anche sensuale divertimento di massa. E soprattutto fatto di musica (organo di Aquincum, flauti e cembali in ricostruzioni provenienti dal Museo della Civiltà Romana), perché non bisogna dimenticare che nel teatro romano il ruolo della musica era fondamentale come in un musical dei nostri giorni. Chiude infine il percorso una riflessione sul modo divergente dei Romani di guardare agli attori, concedendo loro, nello stesso tempo, fama e infamia, esaltazione e condanna morale.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - POP ART! 1956-1968

In programma, fino al 27 gennaio 2008, una mostra alle Scuderie del Quirinale. L''esposizione racconta attraverso un centinanio di opere di cinquanta artisti i temi e le poetiche della corrente Pop, uno dei movimenti che hanno fatto la storia dell''arte e del costume occidentale del XX secolo.
Alain Jacquet, Déjeuner sur l''herbe, 1964
Curata da Walter Guadagnini, la mostra è una carrellata attraverso più di 100 opere di una cinquantina di artisti che intende raccontare uno dei movimenti che hanno fatto la storia dell''arte e del costume della seconda metà del XX secolo in tutto il mondo occidentale. Dipinti, sculture, collages, combine paintings e persino le bandiere (tanto care alla tradizione americana), tutto è servito a questi artisti per narrare, interpretare, illustrare, esaltare, criticare la società dei consumi e delle comunicazioni di massa, i riti e i miti del loro tempo, che ogni giorno di più risulta essere anticipazione del nostro. Artisti americani e inglesi, francesi, italiani, tedeschi, spagnoli, superstar della scena artistica e delle aste contemporanee come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg; figure leggendarie come quelle di Ray Johnson, Richard Hamilton, Peter Blake; artisti celebri ai tempi e oggi caduti (spesso ingiustamente) nell''oblio, i centri come New York, Londra, Parigi, Roma, ma anche le "periferie" come Nizza, Valencia, Dusseldorf. La Pop Art è tutto questo e altro ancora, è Marilyn Monroe ripetuta infinite volte, sono Elvis Presley, i Beatles, i Rolling Stones, Brigitte Bardot e Virna Lisi, è il logo della Coca Cola o della Esso, ma è anche l''assassinio di JFK, l''astronauta visto come incarnazione contemporanea del mito di Icaro; le Pin Up che ostentano il corpo e il suo erotismo, è il ritratto di Sal Mineo nudo lungo undici metri ma anche i fisici frammentati, i volti anonimi di quello che un celebre saggio del periodo definiva l''uomo a una dimensione. Tutto questo è Pop Art. Ed è questo ciò che vuole restituire la mostra odierna attraverso un percorso non cronologico ma tematico in cui il visitatore possa ritrovare lo spirito degli anni che hanno visto nascere queste opere e al tempo stesso le ragioni di una riflessione, a cinquant''anni di distanza, su un fenomeno ben lungi dall''avere esaurito la sua carica comunicativa. Dopo la prima sala introduttiva, incentrata sui precursori e su alcune figure di maggiore rilievo di questa vicenda - da Robert Rauschenberg a Jasper Johns, da Ray Johnson a Roy Lichtenstein, da Andy Warhol a Richard Hamilton fino a Peter Blake e Fabio Mauri -, la mostra si sviluppa in quattro sezioni, dedicate alla centralità dell''oggetto e alla sua sempre più evidente caratteristica di merce legata a un logo (dipinti straordinari di Robert Indiana, Peter Phillips, Mario Schifano, Jim Dine e le sculture di Claes Oldenburg); alle icone dello star system cinematografico e musicale, poste in relazione con i grandi eventi politici e sociali del tempo (qui sono esposti la grande tela dedicata da Gerald Laing all''assassinio di Kennedy, le Marilyn di Andy Warhol, gli astronauti di Joe Tilson e Derek Boshier, i manifesti strappati di Rotella); al rapporto che gli artisti Pop instaurano con la cosiddetta cultura bassa, dal fumetto all''illustrazione alla pubblicità, e, pariteticamente, con gli esempi provenienti dalla tradizione pittorica del passato - tema, questo, particolarmente caro agli artisti italiani presenti, da Festa a Ceroli a Schifano, ma anche a David Hockney, Roy Lichtenstein, Tom Wesselmann, Larry Rivers -; e, infine, alla nuova lettura e immagine del corpo e della sessualità che emerge come un motivo costante nell''ispirazione e nell''immaginario di un gran numero degli esponenti di questo movimento come James Rosenquist, Allen Jones con le sue provocanti pin ups, e ancora Martial Raysse, Pino Pascali, Allan D''Arcangelo. Un''esposizione dal sapore non nostalgico, che non vuole costruire monumenti retorici e chiudere nelle sale di un museo la straordinaria forza vitale delle immagini create da artisti che sono stati davvero i "peintres de la vie moderne" degli anni Sessanta, gli ultimi eredi della grande tradizione realista e insieme i primi rappresentanti di un''arte destinata a contaminarsi sempre più con le realtà rappresentate dai mezzi di comunicazione di massa, con il nuovo ruolo e il nuovo utilizzo dell''immagine - anche di quella artistica - all''interno della società contemporanea. Artisti capaci di divertire, di divertirsi, ma anche di riflettere e una mostra che vuole porsi proprio su questa lunghezza d''onda, cercando di capire, e far vedere, perché la Pop Art, parafrasando una parte del titolo del collage di Richard Hamilton, sia ancora oggi "so different, so appealing". Un capitolo a parte meritano infine le sette "bandiere" realizzate da grandi artisti come Lichtenstein, Warhol, Rosenquist, Wesselmann, Dine, Indiana, esposte per la prima volta in Italia, che dimostrano come la corrente Pop fosse davvero un''arte in grado di confrontarsi con tutti gli aspetti della creazione artistica, da quelli più alti della pittura a quelli di un artigianato che sconfina nella produzione industriale: spettacolari trasformazioni delle icone classiche della Pop (dalla pistola di Lichtenstein ai Nudi di Wesselmann fino alla Campbell di Warhol), queste bandiere arricchiscono la mostra di un elemento sorprendente ed estremamente significativo.
Lunga è la lista dei musei e delle istituzioni che hanno concesso il prestito di opere primarie, tra questi ricordiamo il Metropolitan Museum, il Guggenheim Museum, il Whitney Museum di New York, la Collezione Berardo e la Fondazione Gulbenkian di Lisbona, il Moderna Museet di Stoccolma, il Musée d''art moderne de Saint Etienne, il Lousiana Museum di Humlebaek, il Mart di Rovereto, la Hayward Gallery di Londra, lo S.M.A.K di Gand e altri ancora. La mostra è accompagnata da un catalogo di 300 pagine con la riproduzione di tutte le opere esposte accompagnate da schede redatte da Walter Guadagnini, che ha scritto anche il testo introduttivo. Altri testi specifici sono di Lorand Hegyi -dedicato alla diffusione della Pop Art in Europa e in particolare alla Figuration Narrative - e di Daniela Lancioni, dedicato alla fortuna critica della storica Biennale di Venezia del 1964, momento cruciale dell''affermazione della Pop Art americana in Europa.
TREVISO (TV)

Mostre ed Esposizioni » TREVISO - GENGIS KHAN E IL TESORO DEI MONGOLI

E'' stata prorogata fino all''11 maggio, presso Casa dei Carraresi, la mostra su Gengis Khan. L''esposizione indaga in cicnque sezioni l''epopea del condottiero che riuscì a riunire sotto il suo comando un impero sconfinato, dal Giappone alle porte dell''Europa.
Gengis Khan e il tesoro dei Mongoli
E'' in programma fino al prossimo 4 maggio 2008 la mostra Gengis Khan e il Tesoro dei Mongoli.
L''esposizione, presso Casa dei Carraresi a Treviso, fa parte del ciclo di quattro mostre biennali intitolato "La Via della Seta e la Civiltà Cinese".
Dopo "Gengis Khan e il tesoro dei mongoli" seguiranno nel 2009 "Lo splendore dei Ming" e nel 2011 "Manciù l''ultimo impero".
La mostra, che è dedicata anche alle dinastie cinesi Liao, Jin, Yuan e Song, è suddivisa in cinque sezioni:



L''oro delle steppe
Alla mostra su Gengis Khan e il tesoro dei Mongoli a Treviso sono visibili vari oggetti in oro della dinastia Liao, fondata dal popolo mongolo dei Kitan nel 907 e che controllava il nord della Cina. Tra gli oggetti esposti ci sono porcellane, gioielli in giada oltre che in oro, finimenti per i cavalli tutti di eccezionale manifattura; alcuni di essi provengono dalla tomba di una giovane principessa dell''epoca.
Gengis Khan e le conquiste dell''impero Mongolo
Storia e leggenda si fondono quando si parla di questo abile condottiero che riuscì a riunire sotto il suo comando un impero sconfinato che si estendeva dal Giappone fino alle porte dell''Europa attuale.
Il vero nome di Gengis Khan era Temüjin, ossia fabbro; egli riuscì a riunire sotto di sé le tribù mongole e conquistare i territori che oggi corrispondono alla Cina, Russia, Medio oriente, Persia, Asia Centrale creando il più grande impero di tutti i tempi ottenendo il titolo di Gengis Khan ossia “grande oceano”.
A questo periodo risalgono le armi esposte in mostra.
Il viaggio di Marco Polo e il trionfo della via della seta
Marco Polo, mercante veneziano vissuto tra la seconda metà del 1200 e la prima metà del secolo successivo, visitò la Cina, da lui chiamata Catai, percorrendo la Via della Seta e qui vi si stabilì per oltre una quindicina di anni.
Tra il 1200 ed il 1300 la Via della Seta collegava l''estremo oriente – Gran Catai - con l''Europa dell''Est ed era oggetto di un continuo scambio di merci, tutto questo era favorito da un periodo in cui le guerre erano quasi del tutto cessate grazie alla pace imposta dalla Dinastia Yuan, il cui primo imperatore fu il Kublai Khan, nipote di Gengis Khan.
I misteri delle dinastie oltre la Grande Muraglia
Rari sono i reperti databili tra gli inizi dell''anno 1000 d.c. e la prima metà del 1200 che appartennero alla Impero Xi Xia. La dinastia Xi Xia occupava allora le province cinesi di Gansu, Shaanxi e Ningxia confinando con i territori settentrionali della Cina occupati dalla Dinastia Song.
Del periodo della Dinastia Xi Xia sono esposte oggetti in bronzo, legno, ceramica...
Altri oggetti, sempre finemente decorati quali bronzi, giade e porcellane, sono attribuibili alla Dinastia Jin risalente agli inizi del 1100 e che prese il posto della dinastia Liao facendo diventare Pechino la capitale nel 1153; la dinastia Jin sopravvisse per circa un secolo.
Le più belle porcellane di tutti i tempi
La dinastia Song rappresentò uno dei periodi artisticamente ed economicamente più importanti per lo sviluppo della Cina; la dinastia Song regnò tra il 960 ed il 1270 in Cina riportando l''unità politica che la precedente dinastia Tang non era riuscita a mantenere.
Il periodo della dinastia Song fu identificato col nome di periodo delle Cinque Dinastie e dieci regni.
Durante la dinastia Song un notevole sviluppo ebbe la stampa, la produzione di ferro, la coltivazione su larga scala del cotone e la sua lavorazione, ma soprattutto ampia diffusione ebbe la produzione di ceramica invetriata. L''invetriatura permetteva di rendere l''oggetto lucido, non permeabile e favoriva la sua pulizia.

Orario
Martedì, Mercoledì, Giovedì: dalle 9:00 alle 19:00.
Venerdì, Sabato e Domenica: dalle 9:00 alle 20:00.
Chiuso: il Lunedì, eccetto Lunedì di Pasqua.

Biglietti
Interio euro 9,00
Ridotto euro 7,00 per studenti, gruppi ed ultrasessantenni. Visite guidate e gruppo solo su prenotazione.

Info
Tel. 0422 513150
VENEZIA (VE)

Mostre ed Esposizioni » VENEZIA - ROMA E I BARBARI

A Venezia 1700 oggetti in mostra per uno storico puzzle a cavallo tra le campagne di Cesare e il secondo millennio: a Palazzo Grassi, fino al prossimo 20 luglio è di scena "Roma e i Barbari, la nascita di un nuovo mondo".
Roma e i Barbari
Da centro del Contemporaneo nell’arte, Palazzo Grassi diviene temporaneamente sede espositiva di un percorso importante nella storia. La mostra prende in esame un ampio periodo della durata di mille anni, in cui si è formata l’identità del continente europeo.
"Roma e i Barbari, la nascita di un nuovo mondo" questo il titolo dell''esposizione legata alla guida di Jean-Jacques Aillagon che punta a proporre una visione differente di questi dieci secoli decisivi per quell’entità geografica oggi chiamata Europa, che troppo spesso celebra radici greche, romane ed ebraico-cristiane, scordando le proprie origini barbare, peraltro assai potenti e determinanti.
La mostra si concentra sui fenomeni che toccano più direttamente i territori dell’Europa occidentale, senza tralasciare i processi che, partendo dall’Oriente, hanno interessato anche l’Occidente.
Non va scordato poi il ruolo svolto dal Mediterraneo, fino all’avvento del mondo arabo musulmano, di "bacino" naturale per un continuo scambio di uomini, merci e idee da Est a Ovest.
L’espansione in Europa, Africa, Asia ha permesso che l’impero Romano entrasse in contatto con altri popoli, sia testimoni di grandi civiltà come gli Egizi e i Persiani, sia dei cosiddetti Barbari.
I Romani, come prima avevano fatto i Greci, per barbari intendevano coloro di cui non comprendevano la lingua e che non erano organizzati in aggregati urbani e imperi territorialmente stabili.
Il rapporto di Roma con tali popolazioni era spesso caratterizzato dall’approccio tipico del dominatore con il sottomesso, come ricorda gran parte dell’iconografia imperiale romana.
Spesso però gli stessi barbari erano fautori di importanti vittorie sul piano militare.
Nel corso di più secoli, questo confronto ha significato per l’Impero la necessità di essere costantemente all’erta, tuttavia ciò ha permesso un’osmosi molto feconda tra il mondo romano e i differenti mondi barbari, creando nell’Impero un modello di civiltà aperta, quasi ‘accogliente’ nei confronti delle diversità di credo e usanze.
Roma diviene quindi un melting pot di popoli differenti, senza preclusioni verso l’accesso alle più alte cariche…
L’esposizione veneziana raccoglie circa 1700 oggetti, frutto della collaborazione tra Palazzo Grassi, l’Ecole Française de Rome, e la Kunst-und Ausstellungshalle di Bonn; sono circa 200 i prestatori provenienti da 24 paesi d’Europa, dagli Stati Uniti e dall’Africa, per quanto riguarda i prestiti tunisini relativi al regno vandalo di Cartagine.
Molti degli oggetti esposti sono considerati dei tesori nazionali; è il caso per esempio del tesoro di Beja in Portogallo, del reliquiario esagonale di Conques, o del tesoro di Childerico, conservato alla Biblioteca Nazionale Francese a Parigi, dell’evangeliario di Notger in Belgio, del ritratto presunto di Amalasunta conservato al Museo del Bargello a Firenze.
Numerosi sono gli oggetti presentati, come ad esempio il cofanetto di Teodorico, che per la prima volta dopo 1400 anni lascerà l’abbazia di Saint-Maurice in Svizzera per la mostra.
Alcuni di questi reperti sono frutto di scoperte recenti, come ad esempio il piede monumentale in bronzo di Clermont-Ferrand o il tesoro della tomba della dama di Grez-Doiceau di Namur, o ancora la lancia da parata di Cutry (Moselle, Francia).
Notevole è anche la presenza in mostra degli Scettri del Palatino (Roma), recentemente ritrovati.
Accanto agli oggetti archeologici è da segnalare che la mostra raccoglie rarissimi documenti manoscritti, tra i quali il Book of Mulling, gli evangeliari di Saint-Vaast e di Marmoutier, nonché il manoscritto di un Vangelo secondo San Giovanni in miniatura copiato in Italia tra il V ed il VI secolo.
FIESOLE (FI) (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIESOLE (FI) - SIMBOLI, MITI E NUOVE RELIGIONI

Fiesole cancella gli ostacoli. Gioielli etruschi accessibili a tutti con la mostra "Fiesole etrusca e romana: simboli, miti, nuove religioni". Allestita fino al 20 maggio al Museo Archeologico.
Torso di leonessa
Dai misteri del "bronzo" della leonessa al nuovo allestimento dell''area archeologica. Fiesole scommette sulla valorizzazione del proprio passato e accoglie i visitatori con la mostra "Fiesole etrusca e romana: simboli, miti, nuove religioni" ma anche con il restauro dei principali monumenti antichi da oggi accessibili anche ai disabili, grazie alla realizzazione di un percorso protetto.
Allestita fino al prossimo 20 maggio, presso il Museo Civico Archeologico, la mostra realizzata da Fiesole Musei e dal Comune riprende il tema di "Fuori dalla polvere", il ciclo dedicato ai reperti di particolare qualità del patrimonio museale fiesolano, che vengono riproposti al pubblico e agli studiosi in nuove letture. Tra le opere esposte, lo splendido torso bronzeo di leonessa, opera ancora avvolta nel mistero. "Si tratta di un manufatto noto nel medioevo, poi scomparso per essere ritrovato nel 1882 - spiega il curatore del museo, Marco De Marco - Dei tanti aspetti che un pezzo del genere presenta, la mostra intende evidenziare quelli relativi alla tecnica di realizzazione, alla datazione, all''identificazione della tipoligia dell''animale". Nella tradizione locale il frammento è infatti noto come lupa. Oggi, invece, in base all''aspetto del vello si è propensi a credere si tratti di un felino, forse un animale totemico, simbolo una volta dell''indipendenza della città etrusca. E'' poi presente in mostra una statuetta di Ercole del tipo detto "di Cipro" con accanto tre vasi della collezione Costantini, riferibili al cilco delle XII fatiche. Da segnalare infine le statue di Iside e Osiride. "Con questi pezzi si vuole sottolineare la profondità e la ricchezza degli elementi che si celano anche dietro una piccola statuetta - prosegue De Marco - in particolare l''acquisizione e la rielaborazione dei miti nella Fiesole etrusca arcaica, non polo isolato in un territorio deserto ma città ben raccordata con l''ambito culturale del Mediterraneo".
In occasione dell''inaugurazione della mostra è stato presentato l''intervento di restauro e miglioramento del parco archeologico. I lavori, iniziati nel gennaio 2004 e completati nel dicembre scorso, si sono resi necessari per mettere in sicurezza le strutture antiche, con particolare attenzione al Teatro Romano. Delicato anche l''intervento sulle Terme, specie per la conservazione del pavimento in coccio pesto. Inderogabile è risultata infine la realizzazione di un percorso di visita accessibile per tutti i diversamente abili. E'' stato così realizzato un percorso ad anello con punti di sosta esemplificativi in corrispondenza dei monumenti principali, dove sono stati collocati pannelli didattico-divulgativi con scritte anche in caratteri braille. Fra i supporti inseriti nel percorso al fine di consentire la fruibilità anche ai non vedenti e ipovedenti sono stati approntati percorsi tattili mentre ascensori e mezzi motorizzati aiuteranno chi non può camminare.
BELLUNO (BL)

Mostre ed Esposizioni » BELLUNO - TIZIANO. L''ULTIMO ATTO

In programma a Belluno e Pieve di Cadore, fino al 6 gennaio 2008, una mostra sugli ultimi anni di vita del "divin pittore" Un periodo in cui Tiziano organizza in maniera efficente e sistematica la sua bottega. Quasi una premiata ditta Tiziano, con il maestro che interveniva sui quadri in misura variabile. L''esposizione, allestita dal celebre architetto Mario Botta, espone disegni e dipinti celebri ma anche nuove attribuzioni.
Tiziano Vecellio, Santa Margherita d''Antiochia e il Drago, Olio su tela
Il grande Tiziano, il "divin pittore" colto negli ultimi, fondamentali anni della sua vita e della sua carriera, segnati da una folgorante pittura di luce. Ecco "Tiziano. L''ultimo atto", la mostra che apre a Palazzo Crepadonnadi Bellunoe a Pieve di Cadore il 15 settmbre (fino al 6 gennaio) curata da Lionello Puppi e allestita dal celebre architetto Mario Botta. E'' un viaggio negli ultimi vent''anni dell''artista, morto, ultranovantenne il 27 agosto 1576, visti attraverso un''esposizione che presenta disegna e dipinti - una trentina, celebri come il San Giacomo o L''orazione nell''orto, La Maddalena - ma anche nuovi studi e nuove attribuzioni, a cominciare da un Ritratto di donna, per la prima volta arrivato in pubblico, in cui Puppi non solo ha riconosciuto la mano di Tiziano ma anche il soggetto: Caterina Sandella, governante, amante ma soprattutto madre di due figlie di Pietro Aretino, il migliore amico del pittore cadorino.
Spiega Lionello Puppi che il dipinto, pur non riferendosi all''ultimo periodo del maestro, è entrato nella mostra perché le ricerce diagnostiche, ne hanno dimostrato l''autografia (la riflettologia ha messo in luce anche un pentimento) e che a Pieve di Cadore è accompagnato da un dipinto di Tintoretto e da una medaglia di Alessandro Vittoria che raffigurano lo stesso soggetto: la Sandella. Nessun dubbio insomma per il quadro, che è di proprietà del collezionista svizzero Tazio Tatti, databile intorno al 1545, già attribuito a Tiziano da Wihelm Suida e Giuseppe Fiocco, e per il soggetto, al centro di nuove ricerche. Racconta Puppi: "Caterina era di famiglia benestante, entrò nella casa dell''Aretino come governante. Tra i due si stabilì una relazione permanente, anche se nella casa continuavano a passare donne di vario lignaggio e condizione sociale. Ma la Sandella, che l''Aretino fece sposare a un suo segretario, Bortolo Sandelli, continuò a guidarne la vita fino alla morte. Non stupisce quindi il ritratto di Tiziano, che è passato attraverso la raccolta dei nobili fiorentini Panciatichi, un collezionista inglese, l''antiquario veneziano Asta, una famiglia friulana dove fu visto da Roberto Longhi che ne confermò la paternità. Da ultimo Tazio Tatti che lo ha concesso in prestito".
La mostra si concentra sugli ultimi anni di vita del pittore. Un periodo in cui Tiziano organizza in maniera efficente e sistematica la sua bottega. Mette insieme un gruppo di collaboratori stabili: il figlio Orazio, il secondo cugino Marco, un tal Girolamo Dente, di cui sappiamo poco, Valerio Zuccato, figlio di un amico di gioventù, e il tedesco Emmanuel Amberger, figlio del celebre Christoph, che fu in rapporto con Tiziano durante il suo soggiorno ad Augusta. Era una sorta di officina produttiva delle opere di Tiziano in questa ultima fase, che forniva dipinti a Filippo II, al Granduca di Toscana, al Duca di Urbino. Ma cercando di aprire a una clientela più vasta, magari meno titolata ma più puntuale nei pagamenti. L''atelier cercava di produrre con il massimo dell''efficenza. Era quasi una premiata ditta Tiziano, con il maestro che interveniva sui quadri in misura variabile. Ma quando l''opera usciva era riconosciuta come di Tiziano, non importava se erano sue dieci o 500 pennellate. E questa è l''ipotesi, supportata da indagini scientifiche, intorno a cui si muove la mostra di Belluno: "I grandi musei - spiega Puppi - insistono sempre sull''assoluta, totale autografia dei loro dipinti causa la committenza. In realtà ci fu la costante presenza reale della bottega, una straordinaria impresa con assistenti che non cambiavano e con una committenza che ne era cosciente. Il Duca di Urbino scrisse che voleva una Madonna della Misericordia e che non gli interessava l''esecutore. L''importante era che Tiziano la riconoscesse come sua".

Fonte: La Repubblica.it
Sovana

Mostre ed Esposizioni » ETRUSCHI A SOVANA

In mostra presso il Palazzo Pretorio di Sovana (GR), fino al 30 settembre, una quarantina di reperti che raccontano della religione e delle pratiche magiche degli Etruschi.
Esposti anche le due statuette degli amanti Zertur e Velia, condannati a un''eterna maledizione.
Nudi, con le mani legate dietro la schiena e i nomi incisi sulla gamba destra i due bronzetti raccontano di un rito di magia nera che risale al III secolo a.C. Le due statuette in piombo (materiale sacro agli dei del sottosuolo) furono ritrovate nascoste in una tomba più antica.
Zertur e Velia
Due rare statuette in piombo del III sec. a.C., un uomo e una donna nudi, con le mani legate dietro la schiena. Zertur e Velia, come recitano i nomi incisi sulle gambe, imprigionati e dannati per sempre. Magie e sortilegi tra i superstiziosissimi Etruschi, che affidavano a questi simulacri funebri il viatico delle loro maledizioni eterne. Sono due dei 38 bronzetti e reperti rinvenuti nelle necropoli di Sovana-Sorano, che tornano a casa dal Museo archeologico di Firenze dove erano conservati finora.
Fino al prossimo 30 settembre saranno esposti nella mostra "Gli Etruschi a Sovana, percorsi culturali e riti magici". Rientrano nel territorio da cui provengono per il tempo dell''esposizione, mentre nel frattempo si intrecciano accordi tra il sindaco di Sorano Pierandrea Vanni e la soprintendenza archeologica toscana, per restituire definitivamente almeno una parte dei reperti etruschi e romani al luogo d''origine. Ed è a Sovana, frazione di Sorano, che il Comune sta attrezzando un polo museale in alcune sedi. Tra nuove scoperte e scavi in corso, che recentemente hanno riportato alla luce nell''ex chiesa di San Mamiliani un tesoretto di 498 monete d''oro del VI e V sec. d.C. e una tomba a edicola accanto a quella notissima di Ildebranda. "Si tratta della tomba dei Demoni alati, decorata da un fregio, da una statua di leone accucciato, da una statua femminile e da quelle del defunto, rappresentato sdraiato a banchetto, con la toga bianca e a strisce rosse" spiega Lara Arcangeli, curatrice della mostra con Enrico Pellegrini. Il restauro della tomba è in corso e, sia pure depredata in epoca antica, conserva intatta l''architettura e i colori del tufo per la figura del defunto rappresentato: il recupero è frutto della collaborazione tra soprintendenza e studenti della Ca Foscari di Venezia.
Al centro dell''esposizione al Palazzo Pretorio, numerose testimonianze delle credenze e delle manifestazioni religiose degli Etruschi: bronzetti di stipe votiva, ex voto fittili che rimandano alle pratiche funebri, frammenti di altorilievi e figure di oranti maschili e femminili. In contemporanea alla mostra archeologica è in programma a Sorano la settima rassegna di arte contemporanea "Il Cortilone di Sorano’", realizzata nell''ambito della rete regionale TRA ART
Roma (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA – ROSSO POMPEIANO

Il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme ospita, fino al prossimo 31 marzo, una mostra sulla pittura pompeiana. Sono esposti al pubblico oltre cento affreschi staccati dalle dimore di Pompei e Ercolano dal I secolo a.C. al I sec. d.C. "Quadri" e "quadretti" realizzati a partire dal 1739 staccando le pareti affrescate.
Affresco con maschere dionisiache staccato da Pompei, Casa del Bracciale d''oro, parete di ingresso dell''ambiente 32. Napoli, Museo archeologico nazionale
Il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma accoglie una mostra sulla pittura pompeiana. L’epoca di riferimento si colloca tra il I secolo a.C. e il I d.C. Esposti circa un centinaio di dipinti parietali che arrivano dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli: celebri frammenti incorniciati di affreschi distaccati dagli edifici di Pompei, Stabia, Boscotrecase ed Ercolano. In due sale sono state ricomposte le splendide pareti rosse e nere dei triclini recentemente scoperti a Moregine e della Casa del Bracciale d’Oro, prestati dalla Soprintendenza autonoma di Pompei. La scelta di Palazzo Massimo alle Terme da parte della Soprintendenza Archeologica di Roma, che ha curato la mostra, non è arbitraria. Il museo infatti custodisce al secondo piano la collezione di pittura romana più prestigiosa al mondo con intere stanze dipinte provenienti dalle ville di Livia a Prima Porta, della Farnesina e di Castel di Guido: testimonianze uniche della cultura artistica romana tra repubblica e impero. La mostra è complementare alla riapertura della Casa di Augusto sul Palatino che custodisce anch''essa affreschi di splendida fattura.
A partire dal 1739 le pareti affrescate delle ville di Ercolano, Pompei, Stabia, Boscotrecase vennero staccate per realizzare dei “quadri” che venivano ottenuti isolando in cornici di legno molto semplici le scene più figurate. Riunendo anche ciò che era separato: menadi danzanti come spiritelli, amorini giocosi e cacciatori, centauri e ninfe, tutte figurine alte venti-trenta centimetri che ora formano processioni a due, quattro, sette, otto personaggi con attaccature grossolane, ben visibili fra le varie figure. Nella mostra i dipinti sono divisi fra teatro (maschere tragiche femminili, maschere con valore ornamentale, maschera come premio di un attore); decorazione architettonica (anche canne avvolte da rami di quercia con ghiande e foglie su cui sono posati animaletti); mito (la sezione più numerosa); rito; fantasia (i pannelli moderni composti a piacere con minuscole menadi, centauri, ninfe, amorini) e infine le "Nature morte". La mostra, curata da Maria Luisa Nava, Rita Paris, direttore del Museo nazionale romano, e Rosanna Friggeri della soprintendenza archeologica di Roma, prende il titolo dal colore simbolo di questa pittura, il più costoso dopo il lapislazzuli, ottenuto da cinabro, minio, terre, ossidi di ferro. Una casa dipinta era la massima manifestazione dell''eleganza di una "domus" e quindi della ricchezza e potere di una famiglia. La qualità della pittura è di solito sintetica, fatta per dare impressioni. Ma quello che lascia di sasso è la padronanza della tridimensionalità e profondità, della prospettiva, realismo, espressività, luminosità, della tecnica. Gli affreschi sono stati liberati della "vernice" inventata da un capitano di artiglieria e data in abbondanza nel Settecento per mantenere i colori "vividi e brillanti", ma che si ingialliva e si scrostava sollevando e facendo cadere frammenti di colore. Dal 1825 i dipinti furono trattati con un metodo "straordinariamente moderno" messo a punto dal "pittore figurista" napoletano Andrea Celestino. Una "vernice" che ha provocato "false tonalità di colore", ma che "ha conservato fino ai nostri giorni i dipinti murali, isolandoli da agenti esterni" e contenendo le efflorescenze di sali. I laboratori di restauro delle soprintendenze di Napoli e di Roma hanno poi dovuto affrontare i materiali non adatti usati nel Novecento. E l''intervento si è esteso al supporto, assi di pioppo, di castagno e gesso, di lavagna, di cemento, cemento armato con tondini di ferro (il Grifo di Villa dei Misteri), sostituiti da pannelli di uso aeronautico. Il restauro più affascinante in mostra è il grande "Teseo liberatore" di IV stile (2,05 per 1,80) proveniente da una parete in curva della Basilica, uno dei luoghi pubblici più prestigiosi di Ercolano. Da anni non esposto, velato con carta giapponese per evitare cadute di colore, l''intervento ha restituito all''eroe l''antica vigoria, il nitore della figura monumentale con i due giovani salvati dalla morte e ha reso di nuovo visibile il Minotauro con l''"orripilante" testa taurina.

Info
"Rosso pompeiano"
Dal 20 dicembre al 30 marzo 2008
Roma. Museo nazionale romano di Palazzo Massimo a Termini
Orario:
dal martedì alla domenica 9,00-19,45
(la biglietteria chiude un''ora prima)
Chiuso il lunedì
Biglietto:
intero 10 euro, ridotto 6,50.
Il biglietto consente l''ingresso a tutte le sedi del Museo nazionale romano (Palazzo Massimo, Terme, Palazzo Altemps, Crypta Balbi) ed è valido per tre giorni.
Prenotazione facoltativa 06/39967700
Informazioni e visite guidate Pierreci 06/39967700
NAPOLI (NA)

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI - ALMA TADEMA E LA NOSTALGIA DELL''ANTICO

Una mostra, visibile fino al prossimo 31 marzo, traccia per la prima volta un panorama dello sviluppo della pittura neopompeiana in Italia. Al centro dell''esposizione la figura dell''artista olandese Lawrence Alma-Tadema (1836-1912).
Il manifesto della mostra
Le suggestive scoperte archeologiche di Pompei e dell’area vesuviana che fu oggetto di scavi approfonditi nel corso dell’Ottocento, esercitarono un influsso fortissimo sull’immaginario di pittori e scrittori nel corso del secolo, restituendo un’immagine vivida e straordinariamente presente del mondo antico, con la sua realtà sociale, politica, quotidiana e artistica.
Si intitola "Alma-Tadema e la nostalgia dell’antico" la mostra promossa dalla Regione Campania e dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania con il sostegno della Compagnia di San Paolo, curata da Stefano De Caro, Eugenia Querci, Carlo Sisi. L’esposizione traccia per la prima volta un panorama dello sviluppo della pittura neopompeiana in Italia, collocandola in un più ampio contesto internazionale e ponendola a colloquio con le opere del principale e più riconosciuto cultore del genere: l’artista di nascita olandese, inglese d’adozione, Lawrence Alma-Tadema (1836-1912). I quattordici “quadrimuseo” dell’artista rappresentano una straordinaria rinascita del mondo romano (e in parte minore, greco), con tutto il corredo di antiche suppellettili, abiti raffinati, ambienti impreziositi da marmi e tripudi di fiori. Con tecnica raffinata e disegno meticoloso, egli evoca il sogno di un mondo popolato di donne dall’assorta bellezza, dove la corporea materialità delle rappresentazioni elude il distaccato idealismo neoclassico e rende struggente e reale la nostalgia dell’antico. Grazie alla profonda conoscenza archeologica e letteraria dell’antichità classica, egli riesce a far rivivere, in una chiave finemente estetizzante, un mondo ormai perduto, dove le scene del quotidiano assumono le sfumature del mito. Le monumentali vestigia di Roma, ma ancora di più le rovine e i reperti provenienti da Pompei, Ercolano e da tutta l’area vesuviana, sono le fonti d’ispirazione non solo per Alma-Tadema, ma anche per l’ampia schiera di artisti italiani e stranieri (sessanta opere in mostra) che si accostano al genere neopompeiano. La loro pittura è destinata ad un ceto alto borghese che ama riconoscersi, nobilitando così i propri vizi e virtù, nei riti e nei costumi di una società ormai remota ma anche riproposta nel presente grazie ai reperti archeologici le cui scoperte erano largamente pubblicizzate.
Il Museo archeologico Nazionale di Napoli, che ospita la mostra, raccoglie una delle più prestigiose collezioni archeologiche del mondo e custodisce molti dei preziosi reperti citati, rievocati, rielaborati nei dipinti degli artisti italiani e di Alma-Tadema. Una selezione di tali materiali (una cinquantina di reperti archeologici) provenienti dagli scavi vesuviani (statue, tripodi, candelabri, affreschi) viene presentata a confronto con i dipinti che ne hanno tratto ispirazione. Tra le opere archeologiche alcuni arredi pompeiani, soprattutto bronzi e argenti, che vengono esposti per la prima volta dopo essere stati sottoposti a dedicati interventi di restauro. Il percorso espositivo che dedica ampio spazio alla scuola italiana (Gigante, Palizzi, Muzzioli, Maccari, Miola, Morelli, D’Orsi, Netti, Bargellini), prende le mosse dai dipinti che ritraggono paesaggi archeologici (gli scavi di Pompei, gli interni delle case, le scavatrici al lavoro, i turisti in visita), interpretati in chiave verista o più sottilmente evocativa, per poi passare, attraverso un salto temporale e logico, alla materiale rievocazione di quegli antichi luoghi e ambienti, ricostruiti e di nuovo popolati dai loro abitanti. L’ampia sezione dedicata alla dimensione quotidiana mostra al visitatore il ridestarsi delle antiche botteghe, la vita di padroni e clientes, le scene d’intimità femminile, i rituali religiosi, gli intrattenimenti gladiatorii, la vita alle terme: temi interpretati dai diversi artisti secondo una visione sempre peculiare. Si passa poi alle scene legate alla vita di personaggi storici e alla storia pubblica, per poi arrivare al cuore della mostra: una selezione di opere di Alma-Tadema, provenienti da importanti collezioni internazionali, pubbliche e private, dialoga con i materiali archeologici vesuviani che più hanno agito sull’immaginazione dell’artista. Completa la mostra una scelta di documenti e di oggetti d’arte decorativa del XIX secolo (tavoli, ceramiche), anch’essa ispirata alle scoperte archeologiche e alla rievocazione dell’antico.

Info
"Alma Tadema e le nostalgie del passato"
dal 19 ottobre al 31 marzo
Museo Archeologico nazionale, Napoli.
Orario:
dalle 9,00 alle 19,30
Chiuso martedì.
Per gruppi, scuole e visite didattiche
Tel. 848800288
+ 39 081 4422149
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - LA STORIA DEL LAOCOONTE AI MUSEI VATICANI

La storia del Laocoonte in mostra dal 16 novembre per i 500 anni dei Musei Vaticani. L’opera, rinvenuta nel 1506, costituì il nucleo centrale della collezione. Cinque sezioni ricostruiranno la fama della scultura nel corso dei secoli. Nel 1755, il gruppo marmoreo suggerì, una riflessione teorica allo storico dell’arte antica Winckelmann a cui si oppose l''illuminista Lessing.
Il Laocoonte
Una delle opere più significative dei Musei vaticani è stata scelta per festeggiare il mezzo millennio raggiunto dalla raccolta, oggi fra le più importanti al mondo. Si tratta del gruppo statuario del Laocoonte, ritrovato cinque secoli fa, esattamente il 14 gennaio 1506, in una vigna sul colle Oppio a Roma e subito acquisito da papa Giulio II.
Nella mitologia greca Lacoonte fu un principe troiano, sacerdote di Apollo, dio del Sole. Dopo dieci anni di assedio alla città di Troia i greci costruirono un gigantesco cavallo di legno sostenendo che si trattava di un''offerta votiva alla dea Atena, mentre in realtà vi erano nascosti i soldati greci. Laocoonte, temendo un inganno, incitò invano i capi troiani a distruggere il dono. La popolazione esitava ancora, nel dubbio che il cavallo potesse costituire un presagio favorevole, quando Poseidone, la divinità più avversa ai troiani, mandò due terribili serpenti marini ad avvolgere nella loro stretta mortale i figli di Laocoonte, che cercò invano di salvarli. I troiani, convinti che quello fosse un segno del cielo, non ascoltarono il consiglio di Laocoonte e introdussero il cavallo in città, contribuendo così alla propria distruzione.
L''opera è una scultorea in marmo, risalente circa al 25 a.C., che raffigura il sacerdote con i figli avvolti nelle spire dei serpenti. Fin dall''anno del suo ritrovamento nel 1506, l''opera, posta nel Cortile del Belvedere dei Palazzi Vaticani, era diventata per i pittori rinascimentali l''esempio più alto della sfida dell''arte alla natura. Nella sua drammatica condizione Laocoonte non ha nulla di deforme e mantiene sul viso, nel corpo e nella posa, i segni della compostezza. Alla sua controllata disperazione si contrappone quella meno contenuta dei figli, propria della loro età. Nella composizione dominano le linee spezzate, che sottolineano muscoli e tendini fortemente in tensione. Il gruppo marmoreo suggerì, nel 1755 una riflessione teorica allo storico dell’arte antica Winckelmann (1717-1768). Secondo quest’ultimo, la raffigurazione plastica del dolore fisico nel volto di Laocoonte, sarebbe stata una conferma della nobile semplicità e quieta grandezza d’animo costituenti l’essenza della eticità greca. A questa tesi si oppose l’illuminista tedesco Gotthold Ephraim Lessing che proprio ispirandosi alla statua mise in evidenza la differenza tra pittura e poesia. Secondo Lessing “lo scultore dovette mitigare le grida in gemiti non perché il gridare indica un animo non nobile, ma perché deforma il volto in modo ripugnante". La semplice grande apertura della bocca è in pittura una macchia e in scultura un incavo che producono un’impressione spiacevolissima. Né regge l’assioma che, non facendo gridare il suo eroe, lo scultore si sia conformato a un ideale morale greco. Di alte grida di dolore, in bocca a eroi e persino a divinità, la letteratura greca è piena, dai poemi omerici alle tragedie sofoclee. Sicché restano soltanto, per spiegare il semplice gemere del Laocoonte marmoreo, anzitutto il motivo della materia (marmo, tela) con cui l’artista figurativo ha da fare, e poi l’altro, complementare, che è la regola generale delle arti figurative: la regola che impone di rendere nel marmo (o sulla tela) sempre il momento più pregnante e quindi vieta che vi si fissi un fenomeno così transitorio come il gridare.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE – OTTONE ROSAI

Fino al 25 marzo, Palazzo Medici Riccardi ospita una grande monografica dedicata al pittore di Firenze. Cinquanta dipinti per raccontare, a poco più di cinquant’anni dalla scomparsa, uno degli artisti più significativi del Novecento italiano.
Ottone Rosai, L’uomo della panchina, 1930
E'' in programma fino al prossimo 25 marzo la mostra “Ottone Rosai – Cinquanta dipinti in mostra” a Palazzo Medici Riccardi di Firenze. L''esposizione ripercorre l''attività di Ottone Rosai dagli anni ''10 agli anni ''50 del Novecento. Il percorso espositivo è articolato in cinquanta dipinti provenienti da raccolte pubbliche e private e punta a offrire un panorama sintetico ma esauriente dell’inconfondibile linguaggio espressivo dell''artista. In mostra nudi, ritratti, monumenti, strade,e interni, nature morte sempre interpretati con una pittura ancora attuale, densa di energia espressiva e di carica umana. Tra i dipinti esposti, accanto alle opere celebri, ci sono anche lavori meno conosciuti che contribuiscono a gettare una nuova luce sulla complessa personalità dell’artista fiorentino.
Tra i dipinti presenti in mostra si segnalano: “L’uomo della panchina” del 1930, il “Ritratto del padre” e “Via Toscanella” del 1922, “Vallesina” dipinta nel 1916 quando Rosai era sul fronte nella Grande Guerra, un ‘opera che è stata di proprietà di Vittorio De Sica. E poi un gruppo di drammatici corpi plastici: “Nudo disteso”, 1947, “Atleta” 1948, “Nudo di ragazzo” 1950, campioni di una monumentale figuratività che bastano a collocare l''artista al vertice delle arti del XX secolo.
Ma Rosai era anche il pittore di Firenze, come scrive Luigi Cavallo nel catalogo della mostra: "Non vi è artista italiano che si possa identificare con una città come Ottone Rosai (1895-1957) si riconosce e si rispecchia in Firenze. L’aderenza allo spirito e al clima fiorentino per tutta la vita ha pesato sul suo destino. Fino a un certo punto è Firenze a formare la cultura e lo stile di Rosai, a radicarsi come entità storica e architettonica nella sua fisonomia formale. Ma quando questa sorta di assimilazione mitologica si compie, negli anni maturi dal 1930 e fino alla fine, sarà Firenze a ricevere dal pittore un volto, una scena rinnovata nel senso rosaiano, rustico insieme e lirico, descritto con personaggi memorabili del popolo ed elevato nella nuova meditazione dei luoghi classici, antichi che con lui tornavano a vitalizzarsi, assumevano valori ed energie contemporanee”.
Quella operata in mostra è una scelta fra lavori di grande reputazione che consente, in modo sintetico, di avere un panorama del linguaggio del pittore, tra i più significativi nella cultura figurativa toscana del ’900 che ha avuto ampio spazio nella considerazione critica e nella storia del nostro Paese.
Sempre nell''ambito delle iniziative dedicate a Rosai è previsto anche un convegno di studi dedicato a Rosai uomo e artista sempre presso Palazzo Medici Riccardi.



Info
Palazzo Medici Riccardi, Via Cavour 3 - Firenze
27 gennaio - 25 marzo 2008
La mostra è aperta tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, è chiusa il mercoledì.
Il biglietto intero costa 5 €, quello ridotto 3,5 €. Il biglietto consente di visitare anche il percorso museale di Palazzo Medici Riccardi con la cappella di Benozzo Gozzoli, la Sala Luca Giordano e il Museo dei Marmi.
SALERNO (SA)

Mostre ed Esposizioni » SALERNO - L''ENIGMA DEGLI AVORI MEDIEVALI

Fino al 30 aprile, presso il Museo Diocesano di Salerno, una mostra e due itinerari invitano a riscoprire gli avori medievali di Salerno: la più vasta e completa serie di opere eburnee del Medioevo cristiano esistente al mondo.
Lo Spirito sulle Acque e Separazione della Luce dalle Tenebre / Creazione degli Angeli
Promossa e sostenuta dall''Assessorato regionale al Turismo ed ai Beni culturali nell''ambito del programma dei grandi eventi attuato anche con risorse europee e organizzata dalla Soprintendenza per i BAPPSAE di Salerno e Avellino e dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, la mostra "L’enigma degli avori medievali da Amalfi a Salerno", è curata da Ferdinando Bologna. L''esposizione, in programma fino al 30 aprile presso il Museo Diocesano di Salerno, si propone di ricostruire un capitolo fondamentale dell''arte del Medioevo europeo al culmine della sua maturità: quello che, con riguardo particolare alla scultura in avorio, si svolse fra la fine del secolo XI e la prima metà del XII, nelle regioni italiane gravitanti sul Mediterraneo occidentale. Si tratta di un capitolo dell’arte medievale che ebbe per sedi privilegiate dapprima il Ducato di Amalfi, quindi la città di Salerno ai tempi in cui questa ascese, con l''avvento di Roberto il Guiscardo, a centro creativo e punto di riferimento politico-culturale dei già vasti dominii normanni.
Il nucleo della mostra è costituito dal complesso di sessantasette tavole e tavolette d''avorio scolpito, che si conservano nel Museo diocesano, appartenenti a un arredo liturgico di funzione e destinazione tuttora discusse, ma eseguito senza dubbi per la sede episcopale di Salerno. Tale insieme di bassorilievi è però solo il resto della secolare e tormentata vicenda che il complesso dové soffrire: un susseguirsi di spostamenti, di scomposizioni e di ricomposizioni, da cui sono derivate anche dispersioni, vendite indubbiamente illecite e trasferimenti in sedi disparate.
Scopo della mostra è: radunare intorno al nucleo principale conservato a Salerno anche tutti gli altri elementi oggi presenti in musei e collezioni del mondo; ricostruire l''ambito di risentimento e di diffusione degli indirizzi operanti nel monumento maggiore, sia sotto il rispetto tipologico che stilistico; giungere ad un''attendibile e realistica restituzione di ciò che dové essere l''area artistico-culturale di Amalfi sul finire del secolo XI.
Infine, nell''intento di mostrare la poliedricità e l''ampiezza del movimento, l''esposizione si propone di integrare il quadro artistico amalfitano-salernitano, che troppo spesso si crede di carattere precipuamente liturgico-religioso e di esclusiva destinazione ecclesiastica, con la presentazione di alcuni importantissimi monumenti eburnei che hanno invece carattere puramente laico, di destinazione non meno signorile che ludica e d''ispirazione profana: in particolare una selezione di rari e bellissimi pezzi di giuoco degli scacchi e una scelta di corni da caccia, solitamente detti "olifanti".
I reperti in mostra provengono da: Berlino, Boston, Budapest, Londra, Maastricht, New York, Parigi, Rouen, San Pietroburgo, Vienna, Zaragoza, Zurigo, Bologna, Celano, Farfa, Firenze, Milano, Napoli, Montevergine, Venosa
La ricca iconografia presente nelle tavolette degli avori e i particolari architettonici in esse riportati hanno suggerito la realizzazione di due itinerari all''interno della città medievale per rintracciare ed interpretare i collegamenti e le suggestioni stilistiche e culturali del contesto storico in cui furono .realizzate.

Orario:
da lunedì a sabato 9.00 – 13.00
festivi 9.00 – 13.00 e 15.00 – 19.00
Tel. 089/2573227-56
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - FURINI. UN''ALTRA BELLEZZA

A Palazzo Pitti una mostra affronta la pittura sensuale e psicologica del protagonistra della pittura fiorentina del Seicento.
Fino al prossimo 26 aprile l''esposizione propone trentotto dipinti e sedici disegni dell''artista che portò a Firenze la lezione di Caravaggio e dell''Antico.
Francesco Furini, L''Accademia Platonica, affresco in Palazzo Pitti (Part.)
Fino al prossimo 26 aprile è possibile ammirare le opere del protagonista della pittura fiorentina del Seicento, Francesco Furini.
Promossa dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la mostra "Un''altra bellezza. Francesco Furini" è allestita al pianterreno di Palazzo Pitti dove si trova una parete affrescata dallo stesso Furini e si articola tra trentotto dipinti e sedici disegni dell''artista prestati da musei italiani e esteri come il Prado di Madrid, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, l’Alte Pinakothek di Monaco di Baviera, l’Hermitage di San Pietroburgo, lo Szépmüvészeti Muzeum di Budapest, il Museo de Arte di Ponce (Portorico), le Gallerie di Palazzo Barberini e Palazzo Spada di Roma, la Galleria degli Uffizi e la Galleria Palatina di Firenze.
Francesco Furini (1603-1646), che da giovane trascorse tre anni a Roma venendo a contatto con Bartolomeo Manfredi e Gian Lorenzo Bernini e studiando l’antichità e i maestri del Cinquecento portò a Firenze uno stile ibrido di suggestioni caravaggesche e antichizzanti. Successivamente l''artista depurò il suo linguaggio in senso classicista mettendo a punto una singolare forma di “bellezza” espressa soprattutto nella raffigurazione del nudo femminile. Una pittura sensuale e psicologica, quella del Furini, arricchita da una grande attenzione al naturale che portò l''artista a spendere cifre folli per le modelle nude. Tale consuetudine gli attrasse il biasimo dei biografi in considerazione del suo stato sacerdotale: nel 1633 infatti aveva preso i voti e ordinato priore della pieve di Sant’Ansano in Mugello. Il percorso espositivo è articolato in sette sezioni cronologiche e tematiche: dagli anni della giovinezza ai grandi quadri da stanza, dalle pitture murali ai disegni, dai dipinti sacri alle allegorie femminili fino alle opere della maturità che presentano l’accentazione barocca più estrema. Il biglietto per la mostra (intero 10 euro, ridotto 5) da anche diritto all''ingresso al Giardino di Boboli, alla Galleria del Costume, al Museo delle Porcellane e al Giardino Bardini.
SIENA (SI)

Mostre ed Esposizioni » SIENA - MAESTRI SENESI DAL LINDENAU-MUSEUM DI ALTENBURG

Al Complesso Museale del Santa Maria della Scala di Siena, fino al prossimo 20 luglio, una mostra propone i dipinti della scuola senese che furono raccolti nella collezione del barone Bernhard August von Lindenau nel XIX secolo. Tessere disperse di un grande mosaico, che permettono la ricostruzione di grandi tavole d´altare e in grado di chiarire aspetti meno noti della produzione pittorica di Siena tra il XIII e XVI secolo.
Tra le opere in mostra si segnalano dipinti di Guido da Siena, Lippo Memmi, Pietro Lorenzetti, Sano di Pietro, Giovanni di Paolo, Matteo di Giovanni, Martino di Bartolomeo, Domenico Beccafumi e altri.
Maestri senesi in mostra
Promossa dal Comune di Siena, dal Complesso Museale Santa Maria della Scala, dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, dal Lindenau Museum di Altenburg e dalla Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico di Siena e Grosseto, la mostra "Maestri senesi dal Lindenau-Museum di Altemburg" propone una splendida e poco nota raccolta di dipinti, per lo più italiani del periodo gotico e rinascimentale. La collezione venne riunita nel XIX secolo in Turingia, nella piccola città di Altenburg, da un appassionato d´arte, il barone Bernhard August von Lindenau (1779-1854) che poi la donò alla propria città. Negli ultimi anni, un gruppo di studiosi guidati da Miklós Boskovits, si è dedicato allo studio sistematico e alla catalogazione della porzione più consistente della raccolta, quella delle tavole toscane. Parte dei risultati delle loro ricerche, quella riguardante i dipinti fiorentini del Lindenau-Museum, è già stata presentata a Firenze nel 2005. Per quanto riguarda i senesi, si tratta di lavori di maestri come Guido da Siena, Lippo Memmi, Pietro Lorenzetti, Sano di Pietro, Giovanni di Paolo, Matteo di Giovanni, Martino di Bartolomeo, Domenico Beccafumi e tanti altri. Sono pochissimi i musei, a parte ovviamente la Pinacoteca Nazionale di Siena, che possono vantare un insieme così ricco e prezioso di opere di artisti senesi come quello di Altenburg: tavole di piccole dimensioni, ma di grandissimo interesse, sia per la loro altissima qualità artistica, sia perché spesso sono "tessere disperse" di un grande mosaico, come nei casi delle tavole d´altare che in antico venivano smembrate e disperse. In mostra, ad esempio, una nuova ricostruzione della pala di Guido da Siena con Storie di Cristo, proveniente da Badia Ardenga, che è stata oggetto di discussioni animate negli studi recenti.
La mostra, curata da Miklós Boskovits e Johannes Tripps è stata realizzata con il contributo della Fondazione Monte dei Paschi di Siena.
CASTELVETRO DI MODENA (MO) (MO)

Mostre ed Esposizioni » CASTELVETRO DI MODENA (MO) - BANCHETTO E SIMPOSIO IN ETRURIA

Fino al 28 settembre, il Centro Espositivo "Pake" espone i simboli del potere in etruria. In mostra un percorso scenografico tra costumi reali e valenze simboliche del banchetto, uno dei più importanti "riti" sociali delle aristocrazie etrusche.
Particolare del candelabro della Galassina
Banchettare seduti in trono come re, comodamente serviti a tavola; oppure sdraiati sui letti, alla moda dei Greci, su quelle klinai che diventeranno i triclini dei Romani; o declinare il simposio all’etrusca, mescolare cibo, vino, giochi e danze con - Aristotele dixit - "sesso e donne". Lungi dall’esser mero nutrirsi, per la cultura etrusca anche il bere e mangiare sono occasioni per ostentare il lusso e il banchetto è un vero e proprio rito sociale: simbolo e manifestazione di potere.
Lo testimonia la mostra “Banchetto e Simposio in Etruria. Immagini e simboli del Potere” in programma fino al 28 settmbre presso il Centro Espositivo "Pake" di Castelvetro di Modena. L’esposizione illustra l’evoluzione del costume del banchetto dal VII al V secolo a.C., l’epoca di massima fioritura della civiltà etrusca basandosi sull’unica fonte diretta di cui disponiamo, i corredi e gli arredi delle sepolture, soprattutto di quelle di area padana. La rappresentazione del banchetto è il tema centrale dei contesti tombali, spesso un’autentica messa in scena tesa ad esibire il rango e la ricchezza del defunto. Ricostruendo l’interno delle tombe, la disposizione del vasellame e la ricchezza dell’arredo, i curatori della mostra portano il pubblico dentro a queste stanze reali, restituendo al visitatore, 2500 anni dopo, l’immagine di sé che gli Etruschi ci hanno tramandato. Star del percorso, un ritorno e un inedito. Torna a casa, dopo quasi 130 anni, il prestigioso corredo di una tomba maschile del V sec. a.C. recuperato nel 1879 proprio a Castelvetro, nella necropoli cosiddetta della Galassina. Esposto finora al Museo Civico Archeologico ed Etnologico di Modena: oltre al vasellame per il consumo del vino e a un candelabro con cimasa figurata, anche 23 pedine in pasta vitrea e un dado da gioco che rimandano alla dimensione ludica del simposio. L’inedito è invece la tomba 26 di Casalecchio di Reno, una camera ipogea segnalata all’esterno da un tumulo di terra e da una stele decorata a bassorilievo, datata intorno alla metà del V secolo a.C., rinvenuta nel 1993 all’immediata periferia di Bologna e oggi esposta al pubblico per la prima volta. Oltre ai resti di un letto e di un piccolo tavolino con pedine e dadi da gioco, il corredo di questa sepoltura è ricchissimo di riferimenti al simposio e soprattutto alla danza, cui si riferiscono sia il giovane danzante posto sulla cimasa del candelabro all’interno della tomba che la danzatrice scolpita sulla stele posta all’esterno. Un tema che, coniugato a quello della celebrazione di ruoli di potere cui allude la raffigurazione di cavaliere sull’altra faccia della stele, ribadisce ancora una volta il ruolo di status symbol di questi simposi arricchiti da ogni sorta di piacevolezze. Anche procedendo a ritroso, l’equazione potere-piacere si conferma prerogativa antica. Siamo nel VII sec. a.C., dalla Grecia e dal Levante arriva ogni genere di bene di lusso, arrivano le descrizioni dei re e degli eroi omerici, le rappresentazioni dei banchetti dei sovrani orientali che mangiano seduti su un trono davanti ad una tavola imbandita. Per le aristocrazie etrusche, è attrazione fatale. La forza di questo simbolo ‘regale’ è tale che viene adottato non solo nelle città dell’Etruria meridionale ma anche nella ricca e periferica Verucchio. Proprio ad una delle straordinarie sepolture di Verucchio si ispira la ricostruzione proposta nella mostra, uno spazio arredato con trono, poggiapiedi e tavolino in legno oltre a numerosi pezzi da banchetto, tra cui coppe incise con decorazione incisa. Nel corso del VI sec. a. C. la moda orientale di banchettare sdraiati sui letti, dapprima diffusasi in Grecia, diventa anche in Etruria un’abitudine generalizzata tra le classi alte. L’ambientazione proposta, ispirata soprattutto alle pitture delle tombe di Tarquinia, presenta due klinai coperte di stoffe e cuscini colorati, e un tipico tavolino trapezoidale a tre gambe. In questo caso il vasellame non proviene dal contesto padano ma dall’Etruria meridionale, anche se gli otto vasi etruschi e greci che rappresentano il tema del banchetto nel VI sec. a.C. hanno percorso in realtà pochissimi chilometri, trattandosi di un prestito dalla Collezione Chierici conservata ai Musei Civici di Reggio Emilia. La piccola ma efficace esposizione, curata dall’archeologa Daniela Locatelli e allestita dall’architetto Riccardo Merlo, offre parziale ristoro anche al tentativo di delegittimazione operato dai coevi ai danni degli Etruschi. La propaganda degli scrittori greci e latini ce li descrive come un popolo lussurioso, dissoluto, smodatamente gaudente: la realtà archeologica che emerge dal percorso espositivo è di ben altra evidenza. La mostra è promossa dal Comune di Castelvetro di Modena -Assessorato ai Servizi Culturali- in collaborazione con Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena, Musei Civici di Reggio Emilia e con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Emilia-Romagna, Provincia di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Vignola. La mostra è ospitata all''interno del Centro Espositivo “PAKE” a Castelvetro di Modena in Via Cialdini, n.9, l''ingresso è gratuito. Per info 059/758875
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - CAPOLAVORI DELL''ARTE EUROPEA

In occasione del 50° anniversario dei “Trattati di Roma”, il Quirinale celebra l’arte europea. In mostra, fino al prossimo 20 maggio, opere dai 27 Paesi membri dell’Unione che coprono un arco di circa cinquemila anni di storia.
Madre Terra
Si intitola "Capolavori dell''arte europea" la mostra collettiva in programma fino al 20 maggio 2007 nel Salone dei Corazzieri del Palazzo del Quirinale. L’esposizione ospita 28 capolavori (uno rappresenta l’Europa, gli altri i ventisette Paesi membri dell’Unione) che appartengono a vari periodi fondanti della storia europea. La lettura e l’inquadramento storico delle opere invitano a ripercorrere i millenni che hanno visto i Paesi d’Europa crescere ma anche indietreggiare lungo la strada dello sviluppo culturale e spirituale. La mostra è stata ideata come occasione per celebrare il cinquantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma. Il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, ha invitato ognuno dei Capi di Stato dei ventisei Paesi che insieme all’Italia fanno parte oggi dell’Unione Europea a prestare un capolavoro emblematico della propria storia. Tutti hanno risposto con entusiasmo, scegliendo opere che vanno dalla lontana preistoria all’età contemporanea e che vengono esposte insieme agli originali dei “Trattati di Roma”. Si tratta di opere che, nelle parole del Capo dello Stato, “costituiscono riconoscibili testimonianze di quella civiltà e cultura europea da cui trae ispirazione e forza il grande progetto dell’Europa Unita”.
Per simboleggiare la comune appartenenza europea è stato scelto un vaso del IV sec. a.C. recuperato dai carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale raffigurante il "Ratto di Europa".
La mostra copre uno spessore cronologico impressionante: dal III millennio avanti Cristo, con la Madre terra di Malta, al 1976, con il dipinto di Kirkeby Profezia su Venezia, prestato dalla Danimarca. Tutte le grandi culture europee sono rappresentate attraverso i lavori esposti, in un allestimento curato da Louis Godart. Al termine di questo singolare viaggio, l''Europa appare allo spettatore come lo spazio privilegiato che ha saputo accogliere le spinte civilizzatrici provenienti da altri continenti e dove l''uomo, con le sue capacità intellettive e con la sua dignità, è diventato l''arbitro di quell''universo morale in cui sono nati i concetti di democrazia e di tolleranza. Si parte con la preistoria, rappresentata dalle preziose testimonianze lasciate dalla civiltà mediterranee, e si passa alle civiltà classiche. Il vaso di Paestum, in particolare, è espressione della brillante cultura importata dai coloni greci approdati sulle coste italiche del Primo millennio a.C. L''esperienza di coloro che la guerra, le rivalità tra città, la fame hanno spinto sulle rotte dell''esilio alla ricerca di nuove terre e nuovi orizzonti è così indissolubilmente legata alla storia del Mediterraneo e dell''Europa. Il mondo medievale e bizantino è poi rappresentato dalle opere di Bulgaria, Cipro e Romania. Dopo il tramonto delle civiltà classiche, il periodo medievale vede l''intera Europa abbracciare la fede cristiana con la diffusione del Cristianesimo secondo due correnti e due forme di cultura: la prima, dovuta a San Benedetto, si trova al centro di quella corrente che parte da Roma e abbraccia l''Europa occidentale e centrale e poi, mediante i centri benedettini, giunge negli altri continenti; la seconda, promossa dai fratelli Cirillo e Metodio, mette in risalto il contributo dell''antica cultura greca e l''impatto della Chiesa di Costantinopoli sulla parte orientale del continente europeo.
I capolavori prestati da Italia, Germania, Spagna e Belgio appartengono a un periodo che va "Dal Rinascimento alla Repubblica delle Lettere", tra i più fertili della storia europea. Il dubbio comincia a scuotere il dogma sorreggeva le società medievali e il classico ritorna vittorioso. Per l''Italia c''è L''uomo dagli occhi grigi, capolavoro di Tiziano appartenente alla collezione fiorentina di Palazzo Pitti. L''Ottocento è rappresentato da due dipinti (La battaglia di Lützen e La Costituzione del Tre Maggio 1791), rispettivamente prestati da Svezia e Polonia, che celebrano le lotte nazionali contro gli oppressori stranieri. Chiude il quadro uno spaccato del Novecento: sono quattordici i Paesi che hanno scelto di esporre opere realizzate nel "Secolo breve". Tra questi la Francia che ha prestato il celeberrimo Pensatore di Auguste Rodin. Una particolarissima meditazione datata 1903 che rende l’idea della riflessione in corso sulle sfide che dovrà affrontare il Vecchio Continente nel tempo del mondo globalizzato.

Capolavori dell''arte europea
Roma, Palazzo del Quirinale, Salone dei Corazzieri
Dal 24 marzo al 20 maggio 2007
A cura di Louis Godart
Orari: dal lunedì al sabato, ore 9.30-13.30; 15.30-19.00. Domenica, 8.30-11.00
Ingresso: gratuito dal lunedì al sabato. Domenica, euro 5
VERUCCHIO (RI) (RI)

Mostre ed Esposizioni » VERUCCHIO (RI) - LE ORE E I GIORNI DELLE DONNE

In mostra, fino al prossimo 6 gennaio 2008, i corredi delle aristocratiche e delle sacerdotesse villanoviane della prima età del ferro. Un ritratto delle “signore eccellenti” di 3.000 anni fa.
Pettine in avorio (Bologna, via Belle Arti, scavi 2005)
I culti solari, l’unione tra le forze del cielo e quelle della natura, a Verucchio, hanno un simbolo: una figura umana inscritta in un cerchio, un disco solare che spesso ha sul bordo una processione di piccoli quadrupedi. E’ un motivo che ricorre in molti oggetti, tutti rinvenuti in tombe femminili, a conferma di quel legame tra donna e sfera del sacro che è uno dei temi della mostra “Le ore e i giorni delle donne”, in programma al Museo Civico Archeologico di Verucchio fino al 6 gennaio 2008.
La vita di una villanoviana di rango vista attraverso la figura virtuale di una domina che si muove nello spazio-tempo di una giornata ideale. È lei, una donna vissuta a Verucchio tra l’VIII e il VII secolo a.C., la protagonista di questa esposizione che ricostruisce il quotidiano svolgersi di una giornata, tra i gesti, gli oggetti, i colori e i rituali che fondevano il suo tempo in questo scorcio di Romagna di quasi 3mila anni fa.
Si dice “Protostoria” e si pensa a una donna relegata a un ruolo secondario. Niente di più falso. I corredi delle tombe villanoviane ci mostrano una donna protagonista nella vita pubblica e privata, socialmente riconosciuta e culturalmente apprezzata. Fin da bambina l’hanno educata al ruolo che le compete, resa consapevole di far parte di un’élite, l’hanno quasi vestita come la madre, ornata con gli stessi gioielli, perchè l’abbigliamento è anche un linguaggio che può esprimere identità e differenze.
Il percorso espositivo si snoda in tre sezioni tematiche che costituiscono altrettante “tappe” della giornata di una donna di rango: le ore dedicate alla bellezza e alla cura di sé, quelle destinate ai lavori domestici e il tempo riservato alle attività di culto. Seppur centrata sulle testimonianze verucchiesi riferibili al villanoviano romagnolo, la mostra allarga lo sguardo anche oltre quest’ambito con reperti provenienti da contesti tirrenici e dall’Italia meridionale che offrono importanti elementi, utili ad integrare ed arricchire il discorso sui vari aspetti della vita femminile.
La sezione dedicata alle “ore della bellezza” ricrea il momento del risveglio mattutino e delle azioni legate alla cura del corpo e all’abbigliamento, tutte operazioni che una donna di rango compiva abitualmente e che contribuivano a costruirne l’immagine e il prestigio. Qui troviamo gli oggetti da toletta (nettaunghie, nettaorecchie e pettini), quelli relativi all’abbigliamento e gli oggetti di ornamento personale, come diademi, fermatrecce e gioielli di ogni tipo, a cui si affiancano accessori funzionali all’abbigliamento - fibule, bottoni ed altri elementi in materiali preziosi applicati alle vesti - tra cui spicca un pettorale in ambra di eccellenza assoluta rinvenuto a Verucchio negli scavi degli anni ’70 e un cinturone in bronzo con fibbia a disco solare traforato, mai esposto prima..
Procedendo nella giornata tipo della domina, si arriva alle “ore dei lavori”. Questa sezione illustra le attività legate alla gestione dei lavori che si svolgevano all’interno della casa sotto il suo controllo e la sua supervisione. La ricostruzione di un ambiente domestico femminile, rievoca lo spazio in cui la donna svolgeva le sue attività giornaliere, con arredi e oggetti d’uso. Un settore è dedicato alla produzione ceramica, un’attività che si svolgeva almeno in parte sotto controllo femminile. Il tema della produzione dei tessuti è introdotto da utensili funzionali alla filatura e alla tessitura, quali conocchie, fusi, fusaiole, pesi da telaio e rocchetti; qui, accanto alle riproduzioni di tessuti antichi rinvenuti nelle sepolture villanoviane di Verucchio, è esposta la ricostruzione di un telaio.
L’ultima sezione propone un tempo legato alle attività rituali della donna: sono le “ore del sacro”. Il complesso rapporto è analizzato da due angolazioni: il femminile come oggetto di culto e la donna come agente della ritualità. La tematica è evocata da pochi oggetti significativi, come il prezioso vaso dalla Necropoli di Sopron (Ungheria), con scene di tessitura rituale connessa alla sfera del sacro, o l’eloquente Trono della Tomba Lippi dove la donna è protagonista assoluta, sia che appaia su carri imponenti, o al lavoro su alti telai, o come sacerdotessa intenta al rito. Un prezioso alfabetario in avorio, proveniente dal grossetano, ci ricorda che in questo periodo le donne avevano un ruolo di primo piano nella pratica e nell’insegnamento della scrittura: la conferma di una autorità ed autorevolezza dei ruoli femminili che è certamente più significativa di quanto siamo abituati a immaginare per il mondo greco e romano.
La mostra, aperta fino al 6 gennaio 2008, è realizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e dal Comune di Verucchio, in collaborazione con la Provincia di Rimini.
L’inaugurazione (giovedì 14 giugno alle ore 18) sarà trasmessa in diretta online da RayTalk Wireless Professionals collegandosi al sito www.RayTalk.it.

Dove:
Museo Civico Archeologico di Verucchio
dal 15 giugno 2007 al 6 gennaio 2008
Ex Convento di Sant’Agostino
Via S. Agostino - 47826 Verucchio (RN)

Orari:
dal 15 Giugno al 30 Settembre 2007, aperto tutti i giorni (festivi inclusi) dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 19.30
dal 1 Ottobre 2007 al 6 Gennaio 2008, sabato dalle 14.30 alle 18.30, domenica e festivi (escluso il 25 Dicembre e il 1 Gennaio) dalle 10 alle 13 e dalle 14.30 alle 18
Nei mesi invernali il Museo apre su prenotazione anche al di fuori degli orari indicati per scolaresche e gruppi: Tel. 0541 670222
Prezzi (inclusivi di mostra + museo): Interi € 5,50 - Ridotti € 4,00 - Ridotto scuole € 3,00 (con percorso guidato)

Info:
Ufficio IAT Verucchio: 0541 670222 (E-mail iat.verucchio@iper.net)
Ufficio Cultura del Comune di Verucchio: 0541 673927 (E-mail museoverucchio@yahoo.it)
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - BERNINI PITTORE

In mostra fino al 20 gennaio 2008 a Palazzo Barberini tutti i quadri che sono stati dipinti sicuramente da Gian Lorenzo Bernini. L''artista affiancò alla sua galleria di ritratti di marmo da dedicati ai potenti della Roma papale, un’altra galleria di volti anonimi, ma non meno profondamente vivi e umani.
Autoritratto malinconico, Olio su tela, 1630 circa
Lo spendido Palazzo Barberini di Roma, recentemente restaurato, riunisce per la prima volta tutti i meravigliosi quadri dipinti sicuramente da Gian Lorenzo Bernini. La mostra Bernini Pittore svela un volto nascosto di questo grandissimo artista, creatore di un linguaggio figurativo – il Barocco – capace di dominare l’intera Europa per quasi due secoli e che si è poi imposto all’immaginario collettivo come una categoria dello spirito. Tutti conoscono le sue statue più celebri come l’Apollo e Dafne di Villa Borghese, e i capolavori di architettura che crearono la Roma moderna (il Colonnato di Piazza San Pietro e lo stesso Palazzo Barberini). Ma Bernini era anche un pittore: e, come tale, lavorava solo per se stesso, senza committente e senza dover rispettare le esigenze e le aspettative di quella stessa società che lo acclamava come genio. Bernini pittore fu soprattutto un ritrattista, innanzitutto di se stesso. Seppe usare il suo tempo privato e la sua libertà per condurre un’implacabile e spietata indagine del proprio volto e della propria anima: per arrivare a quella verità che la maggior parte degli altri artisti cercava di nascondere. Nell''esposizione di Palazzo Barberini saranno visibili i suoi dipinti autografi accompagnati dall’ardente busto di Costanza Bonarelli, da dodici disegni e, infine, da altre sette tele. Non conosciamo quasi mai il nome delle persone di cui Bernini ha voluto fissare l’individualità. È come se alla galleria dei ritratti di marmo da lui stesso dedicati ai personaggi pubblici e ai potenti della Roma papale, l''artista abbia voluto affiancare, da pittore, un’altra galleria: fatta stavolta di volti anonimi, ma non meno profondamente vivi, umani, singoli ed irripetibili. Ed è in questa sensibilità, moderna e borghese, verso l’uomo che il Bernini pittore si rivela più moderno dello scultore. In questa sovrumana capacità di conservare vivi per sempre volti e sguardi di esseri umani senza nome, sentiamo grandissima la sua pittura. Torna così a vivere un artista in qualche modo nuovo e sconosciuto. Nella pur stupefacente varietà di registri del Seicento artistico romano pareva mancare un artista capace di guardare alla dolente e esaltante realtà della condizione umana con occhi paragonabili a quelli di Velázquez o Rembrandt. Ed era proprio Bernini: ma Bernini pittore.
Questo l''allestimento della mostra: la prima sala riunisce i quattro autoritratti autografi che al contrario di quelli della maggior parte dei suoi contemporanei non rappresentano un’autocelebrazione sociale o artistica, ma ostentano con inconcepibile audacia la trascuratezza dei dettagli e si concentrano sul volto improvvisando e abbozzando il costume. In questi lavori, eseguiti a tempo perso e non destinati ad un patrono, l''artista getta uno sguardo diretto e spregiudicato sulla sua persona e sulla propria anima.
La seconda sala permette di conoscere dall’interno le singolari dinamiche della cerchia di giovani artisti che ruotavano intorno a Bernini attraverso altri tre autoritratti che in realtà sono esercizi degli allievi.
Nella terza sala, il visitatore è scrutato da quattordici occhi maschili. La famiglia, la bottega, i mecenati di Bernini tornano infatti a rivivere in sette ritratti, vivi e presenti fino all’inquietudine. Questi dipinti fanno corona al marmo vivo e sensuale di Costanza Bonarelli, l''amante dell’artista (unico ritratto senza committente tra quelli scolpiti da Bernini). Un opera fondamentale per chiarire la natura stilistica, ma anche "sociale", della ritrattistica pittorica berniniana: un’attività privata e spontanea, e per questo ancora più moderna della sua, pur liberissima, scultura.
Nella quarta sala sono ospitati altri ritratti senza committenti, nati come doni preziosi: sei grandi disegni a matite colorate che provengono dai musei di tutto il mondo, e che vanno considerati un’ulteriore, affascinante manifestazione del genio pittorico berniniano.
La sala quinta riunisce poi tutti i mirabili e rari autografi di Gian Lorenzo nel genere della pittura sacra: quadri in cui la narrazione è condensata in fotogrammi che bloccano l’espressione e il movimento di una o due figure, storie senza azione destinate ad una colta fruizione privata. Non c’è personaggio sacro, non c’è situazione storica – sembra affermare Bernini – che non possa interpretarsi come l’incontro di singoli esseri umani, e dunque come un ritratto di quegli stessi precisi, irripetibili ed inconfondibili esseri umani.
Nella sesta ed ultima sala sono riunite quattro opere di rilevante importanza storica che sviluppano idee, e forse disegni, del Bernini, pur senza essere materialmente opera sua. E'' qui che incontriamo un''altro aspetto dell''artista: il Bernini inventore, capace di imporre le sue idee ed il suo stile anche laddove le sue mani non potevano arrivare.

Palazzo Barberini
Dal 19 ottobre 2007 al 20 gennaio 2008
Orari
Martedì/Domenica 10.00 – 19.00
Chiuso il lunedì
Info e Prenotazioni biglietti
Tel. +39 06 32810
Lunedì/Venerdì: 9.00-18.00
Sabato: 9-13
Domenica e festivi chiuso
Biglietto
Intero 6,00 €
Ridotto 4,00 €
Integrato mostra-museo 10,00 €
TORINO (TO)

Mostre ed Esposizioni » TORINO - WHY AFRICA? LA COLLEZIONE PIGOZZI

In mostra presso al Lingotto una parte della più importante collezione di arte africana contemporanea. Fino al 3 febbraio sarà possibile ammirare i lavori di 16 artisti dell''africa subsahariana.
Nell’ambito della nuova serie di iniziative dedicata al tema del collezionismo, la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli presenta Why Africa? La collezione Pigozzi. La mostra curata da André Magnin, direttore artistico della Contemporary African Art Collection (la collezione Pigozzi), presenta per la prima volta in Italia una parte della più importante collezione al mondo di arte contemporanea africana. Avviata nel 1989 grazie all’incontro di Jean Pigozzi con André Magnin – co-curatore della mostra Les Magiciens de la Terre allora in corso al Centre Pompidou di Parigi – la collezione Pigozzi è in continua evoluzione e si arricchisce di anno in anno con opere di artisti di varie generazioni tutti provenienti dall’Africa sub-sahariana. Una delle prerogative di questa raccolta è il rapporto diretto con gli artisti che sostiene, contribuendo ad un loro riconoscimento nel panorama artistico internazionale. Una scelta vincente che è stata confermata quest’anno dall’assegnazione del Leone d’Oro alla carriera alla 52a Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia, al fotografo settantaduenne Malick Sidibé, definito da Robert Storr il più degno (...) di essere il primo artista africano a ricevere questa onoreficienza. La passione e l’ossessione per l’arte africana di Jean Pigozzi è raccontata attraverso un centinaio di opere selezionate: disegni, dipinti, sculture, fotografie, installazioni e alcuni lavori site specific, come quello che l’artista sudafricana Esther Mahlangu ha realizzato ispirandosi alla nuova Fiat 500. Le opere dei 16 artisti tra cui Frédéric Bruly Bouabré, Bodys Isek Kingelez, Chéri Samba, Malick Sidibé, e Makonde Lilanga e Keita Seydou precursori dell’arte contemporanea africana recentemente scomparsi, testimoniano la ricchezza della creazione artistica contemporanea del continente africano, che supera lo stereotipo di arte folkloristica e decorativa dell’epoca post-coloniale per entrare in relazione con l’arte occidentale e sviluppare così una propria autonomia di linguaggio. La gran parte di questi lavori d’arte figurativa sono ispirati a temi di attualità e sono espressioni al tempo stesso di una realtà locale e mondiale. Il tema più ricorrente nelle opere in mostra è il profondo legame con il territorio al quale gli artisti si rivolgono proponendo la loro personale esperienza della realtà; si tratta dunque di un’arte “inclusiva”, radicata nella storia presente e passata, contraria ad ogni forma di divisione razziale. Un’arte che viene dal popolo, si rivolge al popolo e torna al popolo, come sostiene André Magnin.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - MARMI ANTICHI DALLE COLLEZIONI MEDICEE

Fino al 3 ottobre, presso Villa Corsini a Castello, è in programma l''esposizione del prezioso patrimonio di marmi antichi delle collezioni medicee. Statuette, rilievi, urne cinerarie, lastre ed epigrafi che all''epoca del Granduca Cosimo III decoravano le pareti del vestibolo d''ingresso della Galleria degli Uffizi.
Marmi antichi dalle collezioni medicee
Grazie a un proficuo accordo di collaborazione, stilato nel 2005 al momento del passaggio della parte monumentale della villa dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana alla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, un prezioso patrimonio di marmi antichi è visibile al pubblico con l’esposizione intitolata "Marmi antichi dalle collezioni medicee", curata da Antonella Romualdi e Fabrizio Paolucci, nella villa Corsini a Castello.
Si tratta di gran parte di statuette di piccole dimensioni, rilievi, urne cinerarie di marmo, lastre ed epigrafi che al tempo del Granduca Cosimo III (1642 – 1723), ordinate secondo il gusto barocco da Giovan Battista Foggini entro cornici, specchiature e mensole di pietre dure, decoravano le pareti dell’allora vestibolo di ingresso della Galleria degli Uffizi: il Ricetto delle Iscrizioni nel Corridoio di Ponente, divenuto poi, a partire dall’epoca dei Lorena fino ad oggi, l’uscita obbligata del museo.
Fra i marmi antichi che avevano fatto parte della decorazione del Ricetto delle Iscrizioni non mancano opere di notevole interesse. E’ il caso ad esempio di una piccola urna etrusca di alabastro con la raffigurazione del trasporto della defunta nell’aldilà sopra un solido carro trainato da due muli e scortato dai familiari addolorati. Questa iconografia, molto diffusa nelle botteghe volterrane del I secolo avanti Cristo, è qui restituita con ricchezza di particolari descrittivi davvero curiosi: il carro è munito di un telone decorato, dal quale spunta l’immagine della defunta, protesa quasi ad osservare la scena.
Tra le epigrafi -studiate in occasione di questa mostra da Gabriella Bevilacqua e Paola Grandinetti-, che numericamente costituivano la parte più consistente dell’arredo del Ricetto, sono da annoverare reperti rari e interessanti, come ad esempio, poste a coronamento delle pareti, due iscrizioni monumentali dell’Africa Proconsolare portate a Firenze tra il 1666 ed il 1667 da Giovanni Pagni (1634-1676), professore di medicina nonché archeologo ed esperto antiquario pisano, dietro commissione del cardinale Leopoldo de’ Medici (1617 – 1675).
Di grande interesse la riscoperta, nei depositi degli Uffizi, del frammento pertinente ad un’iscrizione onoraria circense, databile nella prima metà del II secolo dopo Cristo, che elogia l’auriga Avilius Teres, enumerandone le vittorie, le singole gesta e le innovazioni da lui apportate nella tecnica della corsa delle quadrighe. L’epigrafe era collocata nel Ricetto delle Iscrizioni e celebrava alcuni cavalli campioni nella corsa: ogni cavallo era identificato dal nome, dalla razza e dal numero delle vittorie conseguite.
L’esposizione ha luogo nei locali adiacenti il salone, da poco restaurati - sotto la direzione di Mauro Linari con la collaborazione di Antonio Russo - in uno spazio sobrio ma raffinato allestito per quest’occasione da Antonio Godoli, particolarmente adatto a sottolineare la solarità e il silenzio della campagna. Al visitatore sarà offerta nel contempo l’opportunità di assaporare un momento di quiete, fuori dalla frenesia del nostro tempo e lontano dalle code che abitualmente si formano all’ingresso nei grandi musei.

Info
A cura di
Antonella Romualdi
Fabrizio Paolucci
Orario
La Villa è aperta ogni mercoledì dalle 15.00 alle 18.00 grazie alla collaborazione dei volontari del Quartiere 5 del Comune di Firenze.
Dal 21 giugno 2008 aprirà anche il sabato dalle 13.00 alle 18.00
Prenotazioni: tel 055450752
Note: Non è possibile visitare il giardino
ANGHIARI (AR) (AR)

Mostre ed Esposizioni » ANGHIARI (AR) - AB OVO ESSENZE SOSPESE

Dal 26 maggio al 16 settembre 2007, il Museo Statale di Palazzo Taglieschi di Anghiari ospita l''esposizione del pittore di Anghiari, Vincenzo Calli. Titolo della mostra: "Ab Ovo Essenze Sospese" .
Vincenzo Calli in mostra ad Anghiari
E'' in programma il prossimo sabato 26 maggio l''inaugurazione di "Ab Ovo Essenze Sospese". La mostra, ospitata presso il Museo Statale di Palazzo Taglieschi di Anghiari espone le opere del pittore Vincenzo Calli. Nella sua introduzione l''Assessore ai Beni e le Attività Culturali del Comune di Anghiari, Barbara Croci scrive: “L''iniziativa è coerente con un percorso intrapreso da qualche anno volto a valorizzare gli artisti contemporanei del nostro territorio….siamo lieti di poter presentare nel prestigioso piano terra del Museo Taglieschi l''ultima produzione artistica di Vincenzo Calli, certi che avrà l''attenzione e i riconoscimenti che merita”.
Nella presentazione del Direttore del Museo Statale Palazzo Taglieschi, Paola Refice si legge: “La mostra “Nobiltà di Piero” caratterizza con la propria eccezionalità il 2007 ad Arezzo e in Val Tiberina. Intorno ad essa, fiorisce una notevole messe di iniziative culturali. Ad Anghiari, cittadina esclusa dal privilegio del possesso di un''opera del Maestro, il Museo Statale di Palazzo Taglieschi ha accolto con entusiasmo l''idea di esporre opere di Vincenzo Calli…. I quadri, oggetti sospesi, rappresentano se stessi. L''uovo, omaggio ermetico e fecondo a Piero, si propone con discrezione, quale volume assoluto. E la meraviglia nasce dal fatto che da tutto ciò non resti escluso il colore. Il colore: un paradosso luminoso, che attira lo sguardo e risveglia la percezione….Anghiari sogna: da sempre sogna di veder un giorno affiorare su un muro pitture di Piero. Nell''attesa, con discrezione, Calli racconta di storie, senza fare pittura di storia”. Ancora dal Catalogo il critico d''arte, Vittorio Sgarbi sottolinea: “Ciò che colpisce di Vincenzo Calli è la pazienza pittorica che esercita nella ricerca delle sensazioni e nel recupero della memoria….La qualità di questa pittura sta proprio nella ritualità delle apparenze, nella rinuncia ad esplorare il dato esistenziale, e nel considerare l''umanità come un giardino dove lo sguardo è catturato dalle armonie cromatiche e dall''eleganza delle forme. Quella di Calli è una scrittura poetica che enuncia con orgoglio le sue radici toscane, e che nella nitidezza quasi trasparente dei pigmenti e nel gusto arcaicizzante di tratteggiare i volti, si rivolge esplicitamente ai maestri del passato”. Anche il Critico d''Arte, Augusta Monferini scrive del pittore nativo di Anghiari: “…Vincenzo Calli respira nell''aria il lontano ma non del tutto disperso profumo di una grande tradizione della pittura italiana. Situata tra Borgo Sansepolcro e Arezzo, è certamente familiare a Piero della Francesca, la cittadina aveva addirittura dato i natali al suo maestro, Antonio d''Anghiari: nome di artista conosciuto soltanto dagli specialisti, ma di sicuro non ignoto a Calli, che chissà quante volte avrà sognato di questo singolare “antenato”, contemplando, tra Arezzo e Borgo, le calme distese cromatiche del suo illustre scolaro. Ma non può spingersi più in là di questa pacata e larga, serena suggestione del colore, certamente, il nesso della pittura di Calli con il grande modello pierfrancescano: nesso per altri aspetti piuttosto e soprattutto indiretto, essendo la sua sintassi tutta impostata su quella rivisitazione del Novecento e delle sue metafisiche sospensioni che trova una certa fortuna in alcuni giovani esponenti dell''attuale pittura italiana, con accenti però di più fluida e meno bloccata divagazione
narrativa”.

Orario:
Dalle ore 10,00 alle 19,00.
Domenica dalle ore 10,00 alle 13,00.
Chiuso Domenica Pomeriggio e Lunedì.
Ingresso: intero Euro 2.00, ridotto Euro 1.00.
Info:
Tel. 0575 749279 E-mail proloco@anghiari.it
Tel. 0575 787023 E-mail battaglia@anghiari.it
Walter del Sere
Tel. 0575 789892 E-mail cultura@anghiari.it
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - EROS IN MOSTRA AL COLOSSEO

E'' dedicata al dio Eros la nuova mostra in programma al Colosseo fino al 16 settembre. Raffigurato e nominato innumerevoli volte, Eros è forse tra gli dei greci la figura meno chiaramente definita. L''esposizione tenta di indagare i diversi aspetti della sua figura.
Il Colosseo
"Eros è il nostro re,
colui che ci guida e ci governa"

Plutarco, Amatoriae narrationes, 963c

Al dio Eros è dedicata la nuova mostra del Colosseo. Per quanto nominato e raffigurato innumerevoli volte, Eros è forse tra gli dei greci la figura meno chiaramente definita nella sua essenza divina e quella che meno possiede una ricca narrativa mitologica. Eppure, nell’antichità classica il dio è entità cosmica primordiale, principio animatore e ordinatore dell’universo, incarnazione della potenza dell’amore, costruttore di relazioni sociali, allegoria metaforica e religiosa.
L''esposizione, fino al 16 settembre prossimo, tenta di indagare i diversi, e a volte contrastanti, aspetti della sua figura. Non a caso, i Greci conoscevano un eros e un suo contrario, Anteros, come si vede nella pisside attica a figure rosse dal Wagner Museum di Wurzburg. Al Colosseo sono esposte anche opere note a tutti, come il celebre Eros arciere dei Musei Capitolini - una delle migliori copie della statua scolpita da Lisippo per il santuario del dio a Tespie -, oppure la splendida Afrodite accovacciata, dal Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo, una scultura da cui emerge viva la sensualità della dea.
Il legame tra le due divinità è un tema fondamentale da esplorare per comprendere a fondo la fisionomia di Eros, le cui funzioni sono complementari e al tempo stesso autonome rispetto alla dea. È su questa riflessione che si apre la mostra. Se Afrodite è incontestabilmente la divinità che rappresenta ed evoca l’unione e il godimento sessuale, Eros è a sua volta una forza più astratta e irresistibile insieme: è quel desiderio d’amore, di cui Saffo dice "... mi squassò l’anima come il vento del monte si scaglia sulle querce".
A questa forza impetuosa neppure gli dei possono resistere: lo stesso Zeus, signore dell’Olimpo, viene colpito dalle frecce di Eros, ed è sotto lo stimolo imperante del desiderio d’amore che nascono alcuni "variegati" miti che coinvolgono il dio: Leda e lo Zeus-cigno, qui nel gruppo dei Musei Capitolini, Europa e lo Zeus-toro, nel cratere apulo dei Musei Vaticani, Danae e il dio, questa volta trasformato in pioggia d’oro per raggiungere l’amata nel cratere dal Museo del Louvre. Gli effetti di Eros non riguardano però solo la mitologia, come dimostrano le sezioni successive della mostra. Anzi, la frequenza e i contesti in cui i lirici e i tragici greci lo evocano e i ceramisti attici lo raffigurano, mostrano la centralità del dio all’interno di una società in cui le relazioni ‘erotiche’ hanno una gran parte anche nella formazione etico-sociale dell’individuo, in particolare attraverso l’istituzione della relazione pederastica e quella del matrimonio.
Testimonianza di questi due momenti centrali nella vita dell’uomo e della donna greci sono le innumerevoli raffigurazioni su vasi con scene da simposi e palestre, i luoghi in cui si realizza il rapporto omofilo, nonché da ginecei e matrimoni: in mostra alcuni esempi come le due kylikes attiche a figure rosse dal Museo archeologico nazionale di Firenze con esplicite scene erotiche all’interno, oppure lo skyphos attico dal Museo archeologico nazionale di Taranto con giovani atleti nel ginnasio, il quale fra l’altro reca l’iscrizione kalòs, "bello", a sottolineare la sua natura di dono-elogio dell’amante all’amato; rapporti eterosessuali o matrimoni compaiono invece nel piatto apulo dal Museo etrusco di Villa Giulia, nonché in un gruppo fittile di figurine a banchetto del Museo del Louvre.
La libertà e la spontaneità con cui - ai nostri occhi - i Greci vivevano i rapporti sessuali emergono in molte rappresentazioni come qui la kylix attica di Scite dal Museo del Louvre. La piena e naturale accettazione dell’atto sessuale in sé, un tabù che permane ancor oggi, non volevano dire però perdita di controllo e sfrenatezza: queste - significativamente - erano caratteristiche di personaggi semi-umani come i satiri, come si vede nel frammento di kylix del Pittore di Makron dal Museo di Firenze.
Nel IV secolo a.C., forse grazie anche alle riflessioni fatte nei contesti tragici, il significato di Eros acquista una connotazione più filosofica. Nel Simposio, ad esempio, Platone espone diverse teorie sulla vera natura di amore. Da essere "il più bello e il più buono tra gli dei, il più giovane, di delicata natura e flessuoso", rappresentazione cioè dell’adolescente perfetto nel rapporto omosessuale, che ha significativamente preso le forme nell’Eros come lo scolpisce Prassitele (in mostra una copia dal Museo archeologico nazionale di Parma), fino alla teoria platonica vera e propria che lo fa un “demone” intermediario tra gli dèi e l’uomo, una forza perpetuamente insoddisfatta, destinata a colmare la lontananza dell’uomo dall’idea eterna e la separazione dell’androgino primordiale in creature di sesso femminile e maschile. E poiché il filosofo dichiara che la contemplazione della bellezza ideale, sollecitata da Eros, è superiore all’adesione alla seduzione sensuale, il cd. Amore platonico è diventato, nel linguaggio corrente, modello di un sentimento che non implica il rapporto fisico.
Ancora in un dialogo di Platone, il Fedro, troviamo la prima interpretazione del mito di Eros e Psiche come allegoria del percorso dell’anima fino all’unione con l’amore divino, un significato che diventerà in seguito comune nelle religioni iniziatiche fino ad essere adottato anche in ambito cristiano. Esempi saranno il gruppo di Amore e Psiche del Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps a rappresentazione della novella di Apuleio, e un piccolo Eros che abbraccia Psiche dal Louvre.
Dal IV secolo a.C. in poi assistiamo a uno sdoppiamento e a quella che si può dire una trasformazione: quanto più il significato astratto prevalente di Eros sarà di tipo filosofico-religioso e nei poeti romani rimanga forte l’antica idea della sua potenza, tanto più figurativamente il giovane efebo diviene bambino, il cosidetto "putto", che si moltiplica nelle scene e nei contesti più diversi, spesso con una valenza per lo più decorativa. Bastano le scene assai comuni qui rappresentate dal sarcofago "nilotico" del Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano.

Info:
Colosseo
Sede Piazza del Colosseo, Roma
E-mail info@archeorm.arti.beniculturali.it
www.archeorm.arti.beniculturali.it

Ingresso
intero € 11,00; ridotto € 6,50
Tel. 06 39967700
www.pierreci.it

Orari:
8.30/17.00 fino al 15 marzo
8.30/17.30 dal 16 marzo al 31 marzo
8.30/19.15 dal 1 aprile al 31 agosto
8.30/19.00 dal 1 settembre al 30 settembre
La biglietteria chiude un''ora prima
FORLI'' (FC)

Mostre ed Esposizioni » FORLI'' - GUIDO CAGNACCI TRA CARAVAGGIO E RENI

Presso i Musei San Domenico, a Forlì è di scena, fino al prossimo 22 giugno una mostra che presenta la più organica e ampia retrospettiva sull''artista nato a Santercangelo di Romagna. Attraverso quasi 100 opere , l''esposizione ripercorre l''opera dell''artista anche attraverso confronti diretti con Caravaggio, Reni, Gentileschi e Guercino.
Guido Cagnacci, Cleopatra
E'' visitabile, fino al prossimo 22 giugno la mostra "Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni". L''esposizione, presso i Musei san Domenico di Forlì, ripercorre attraverso un centinaio di opere l''attività artistica di Guido Cagnacci, uno dei protagonisti della pittura del Seicento.
Tutti lo ricordano come l’artista che meglio ha saputo trasporre sulla tela la morbida sensualità della figura femminile. Cagnacci è certo anche questo, ma dove egli diventa veramente irraggiungibile è quando riesce a creare scenografie di cieli tersi, impossibili eppure reali, per grandi storie religiose. Guido Cagnacci nacque a Santarcangelo di Romagna nel 1601 e morì a Vienna nel 1663. Le fonti lo definiscono inquieto e litigioso, capace di passioni violente e scosso da profonda spiritualità, continuamente errante: da Rimini a Bologna, a Roma, a Forlì e poi a Venezia e infine a Vienna. Volta a volta in compagnia di giovani donne che gli facevano da modelle e che per passare inosservate si vestivano da uomo. A questa sua indole, a questa mescolanza di passione e spiritualità, al fatto di essere stato alla scuola di molti, senza divenire mai discepolo di alcuno si debbono capolavori che superano ogni classificazione. Tra il naturalismo drammatico di Caravaggio e la bellezza virtuosa di Guido Reni. Ammirato e reietto ad un tempo in una Italia che entrava appieno nel Barocco e nella Controriforma, Guido Cagnacci fu un protagonista del suo tempo, non testimone o semplice comprimario. Come un iperrealista dei nostri giorni lo affascinava l’enigma delle cose. Riuscì a rendere visibile il vero dei sentimenti, delle emozioni, a raccontare l’anima figurando il corpo. La Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in collaborazione con l''Amministrazione comunale di Forlì, dedica all''artista la più organica e ampia retrospettiva sino ad oggi allestita in Italia. “Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni”, questo il titolo della nuova mostra, fa seguito alle fortunate esposizioni forlivesi dedicate a “Marco Palmezzano, il Rinascimento nelle Romagne” e a “Silvestro Lega, i Macchiaioli e il Quattrocento”. La mostra si articola all''interno delle grandi sale che costituirono la biblioteca del Convento di San Domenico, recentemente restaurato, proponendo quasi 100 opere di Cagnacci, ricostruisce gli inizi della sua attività nella terra natale, già toccata da fermenti naturalistici, per poi seguirne lo sviluppo a Roma, dove l''artista si recò a più riprese in compagnia di Guercino, venendo in contatto con le opere di Caravaggio e dei suoi seguaci. In questo modo egli maturò convinzioni che si esplicano dapprima nelle bellissime opere sacre realizzate per le chiese riminesi e che non verranno meno neanche quando la fama ormai raggiunta lo portò nuovamente a Bologna, dove si misurò con la pittura di Guido Reni, promotore di un’ arte fortemente idealizzata da cui Cagnacci desume una nuova monumentalità ma senza che le sue immagini perdano fisicità e spessore carnale. Per evidenziare le peculiarità di tali esperienze, la mostra affianca ai capolavori giovanili
di Cagnacci, dipinti del Caravaggio e dei suoi seguaci, da Vouet a Van Honthorst, da Serodine ad Orazio e Artemisia Gentileschi, a Lanfranco, nonché di Guido Reni e di Guercino. In seguito Cagnacci privilegerà soggetti profani e soprattutto di nudo femminile che gli procureranno grande fama e lo porteranno a lavorare in ambienti segnati da una grande libertà, prima a Venezia e poi a Vienna. Grande rilievo è stato riservato anche a questa fase dell''attività pittorica di Cagnacci.
Curatori della mostra e del catalogo sono i professori Daniele Benati e Antonio Paolucci. L''allestimento è curato dagli Studi Wilmotte et Associes di Parigi e Lucchi & Biserni di Forlì. Nel Comitato scientifico figurano anche studiosi come Marco Bona Castellotti, Mina Gregori, Ezio Raimondi, Giovanni Gentili, Wolfang Prohaska, Lorenza Mochi Onori, Sir Denis Mahon.
Il Seicento
Nel Seicento, l’Italia e l’Europa entrano nella modernità. Il XVII secolo è già il nostro tempo intellettuale, spirituale ed emotivo. E’ stato, il Seicento, l’epoca che ha intuito, con Galileo, l’infinitudine dei cieli e, con Shakespeare, gli insondabili abissi dell’animo umano; che ha sperimentato, con i suoi grandi mistici, il “silenzio di Dio” e il naufragio dell’Assoluto; che ha inventato il romanzo moderno con Cervantes e il “recitar cantando” con Monteverdi. E’ stato l’epoca che, con Bernini, ha modellato la città come una sola immensa scultura, che ha fatto cadere i confini fisici dell’abitare con l’illusionismo aereo di Pietro da Cortona e di Padre Pozzo e anticipato il cinema portando, con Caravaggio, il dramma della luce e l’urgenza del Vero dentro la figurazione. Di quel secolo il romagnolo Guido Cagnacci fu protagonista. Non testimone e neppure comprimario, ma protagonista. Partito dalla “piccola Siviglia” (Arcangeli) riminese, partecipò a Roma della rivoluzione caravaggesca e, a Bologna, della “bellezza virtuosa” di Guido Reni. Fu a Venezia e alla corte imperiale di Vienna. Come un iperrealista dei giorni nostri lo affascinava l’obliquo enigma delle cose. Come un autore a noi contemporaneo riuscì a rendere visibile il vero dei sentimenti, delle emozioni, degli affetti, forzandone la rappresentazione fino all’oltranza e all’iperbole. Venerata religione, estasi mistica, concitata eloquenza, malinconico e compulsivo erotismo, percezione della fatalità della storia, violenza e dramma nelle umane passioni. Ecco ciò che occupa i quadri del Cagnacci. Questo universo magmatico, tumultuoso e già moderno, nessuno come lui, nel suo secolo, è riuscito a metterlo in figura.
Guido Cagnacci
Dopo l’oblio in cui la produzione di Cagnacci cadde dopo la sua morte, a causa dell’inaccessibilità delle sue opere, conservate perlopiù in collezioni private, è stato il Novecento a decretargli un nuovo favore. La sua “riscoperta” ha mosso dalla sua produzione sacra in Romagna, studiata da Francesco Arcangeli e Cesare Gnudi in occasione della Mostra della pittura del ’600 a Rimini (Rimini 1952) e di quella dei Maestri del ’600 emiliano (Bologna 1959). In seguito gli sono state dedicate alcune monografie (R. Buscaroli, 1962; P.G. Pasini, 1986) e nel 1993 è stato oggetto della prima mostra monografica, tenuta a Rimini. Di pari passo ha proceduto la sua fortuna in campo collezionistico, così che ora la sua personalità può dirsi apprezzata nella sua complessità e ricchezza, che ne fanno un out-sider della pittura seicentesca, al corrente di quanto di più moderno e innovativo veniva prodotto nei suoi anni, ma in grado nello stesso tempo di mantenere una posizione di geniale e incontrovertibile autonomia. La mostra attuale non si limita a presentare la produzione pittorica di Cagnacci nella sua quasi totale interezza, ma intende mettere in evidenza, attraverso la presenza di importanti dipinti di altri autori, il fervido dialogo che egli seppe intrattenere con altri protagonisti della pittura del suo tempo, muovendosi in modo assolutamente personale tra i due poli del naturalismo caravaggesco e dell’idealismo reniano. In mostra si può quindi apprezzare il modo con cui, ancora ragazzo, desume gli stimoli per un vivace naturalismo già nel fervido ambiente romagnolo d’inizio secolo,per poi aggiornarsi, da “esterno” e senza legarsi in particolare ad alcun maestro, sugli esiti raggiunti a Bologna. È così che palesi omaggi all’ormai anziano Ludovico Carracci si uniscono, nei suoi primi dipinti, alle simpatie per il giovane Guercino. Ma sono poi i soggiorni a Roma a consentirgli di maturare le sue propensioni a contatto con la pittura del Caravaggio e dei suoi seguaci, attivi sia in campo sacro (Borgianni, Serodine, Honthorst) sia in campo profano (Vouet). Dai primi coglie l’invito a una dimensione narrativa in cui il tema religioso si cala nel quotidiano, dai secondi quello a sottolineare le valenze emozionali e sottilmente sensuali che il fatto raffigurato suscita nel riguardante: due aspetti già messi a frutto nei quadri da altare eseguiti a Rimini, come la Vocazione di San Matteo o la stupefacente pala con La Madonna e tre santi carmelitani in San Giovanni Battista, dove un''unica onda emozionale lega i diversi episodi.
A questo punto, anche il confronto con la pittura di Guido Reni, inevitabile, data l’importanza che questi ha assunto in ambito non solo emiliano, non può stornarlo dalla strada intrapresa. È tuttavia grazie a questo incontro, e a quello con i più indipendenti tra i suoi allievi (Cantarini, Gessi), se il linguaggio di Cagnacci si fa più colto e sapiente, senza sottrarsi alle implicazioni apertamente melodrammatiche che la pittura bolognese gli suggerisce, soprattutto per la pittura “da stanza”. I successivi accrescimenti stilistici, determinati soprattutto dalla conoscenza della grande pittura veneziana del Cinquecento, già evidente nei “quadroni” di Forlì (1642-44), vedono il pittore procedere sulla base delle proprie raggiunte convinzioni, in uno strenuo quanto felice confronto con un tema, quello del nudo femminile, che lo porta a soluzioni di straordinaria naturalezza ed eleganza.
In occasione dell''esposizione, la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e il Servizio Pinacoteca e Musei del Comune di Forlì hanno programmato delle attività didattiche collegate all''esposizione. I due progetti, realizzati sotto la direzione scientifica di Luciana Prati, sono: “Immagina l’immagine” a cura di Nicoletta Burioli e “Il quadro animato” a cura di Serena Togni.
La mostra, posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana è promossa e realizzata da Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna S.p.A., Gruppo Hera Assicurazioni Generali, C.C.I.A.A. di Forlì-Cesena, Romagna Acque – Socità delle fonti S.p.A., Regione Emilia Romagna, Provincia di Forlì-Cesena, Arterìa, Confindustria di Forlì-Cesena, Confcooperative di Forlì-Cesena, Coop, Elettronica Cortesi srl, Permasteelisa Interiors srl, Radio Subasio.
SIENA (SI)

Mostre ed Esposizioni » SIENA - GORDON MATTA CLARK

In occasione del trasferimento dalle Papesse al Santa Maria della Scala, il Centro di Arte Contemporanea di Siena propone, fino al prossimo 19 ottobre, un''interessante retrospettiva sull''opera dell''anarchitetto Gordon Matta - Clark.
Gordon Matta Clark
La mostra, curata da Lorenzo Fusi e Marco Pierini, è il più grande evento espositivo mai dedicato all’"anarchitetto", Gordon Matta-Clark, in Italia. L''esposizione ripercorre la variegata e feconda carriera dell''artista che ha spaziato fra i linguaggi e i mezzi espressivi più diversi a partire dalla fine degli anni Sessanta fino alla prematura scomparsa nel 1978. Nel nuovo complesso di Santa Maria della Scala sono esposti disegni, lettere, foto, progetti e appunti insieme a opere che documentano la poetica dell''arte ambientale di Matta Clarck. Mura costruite con la spazzature, case dal tetto di albero, bottiglie di vetro trasformate in mattoni, tagli negli edifici, questi alcune delle opere dell''artista-ecologista che denunciava il sistema "malato" di smaltimento dei rifiuti industriali della New York anni Settanta. Matta Clarck sperimentò le soluzioni espressive più diverse, dalla scultura ambientale alla performance concettuale. Punto di partenza della mostra il "Garbage Wall" del ''70, il muro costruito con materiali di scarto e spazzatura che, nelle intenzioni dell''artista doveva servire come modulo edilizio di facile realizzazione e a costo zero per gli homeless a fronte del fallimento delle politiche dell''edilizia popolare di New York. "Nessun artista, almeno fra i contemporanei di Matta-Clark, è stato animato da una tale propensione al cambiamento, da una volontà così salda di proporre per l''immediato futuro soluzioni e risposte concrete ai problemi e agli interrogativi posti dalla crescita illimitata della città o dalla sua tendenza alla dissoluzione - avverte Marco Pierini - Gordon Matta-Clark sembra assumere su di sé le qualità dell''uomo e dell''artista rinascimentale, l''uomo “universale e singolare”, l''anima che è tutte le cose, impegnata a costruire a propria immagine e somiglianza, una città in cui l''uomo possa infine trovare qualcosa di simile a un''autentica dimora". Dopo "Garbage Wall" la mostra continua con "Glass Bricks" del ''70-''71, in cui bottiglie e vetri trovati per strada vengono accumulati per tonalità di colore e rifusi in blocchi da usare per nuove murature. Non mancano poi i progetti complessi come "Reality Properties: Fake Estates" del ''73, che affronta la questione del concetto di spazio abitabile come oggetto di conquista: Matta Clark acquistò ben quindici “proprietà” nel Queens per un cifra che varia dai 25 ai 75 dollari l''una, che altro non sono che parcelle rimaste incastrate fra lotti edilizi più grandi, divenendo quindi irraggiungibili o inutilizzabili. Arguta e provocatoria testimonianza di come il mito americano di un paese grande e libero da poter offrire a ciascuno il suo pezzo di terra era ormai tramontato, sotto i colpi della speculazione immobiliare. Sempre sul fronte della sensibilità ecologica, spicca il "Fresh Air Cart" del 1972: la performance in cui l''artista offriva gratuitamente ossigeno e riposo ai pedoni affaticati dal traffico cittadino. E poi ci sono gli alberi, vera fonte d''ispirazione per Matta Clarck: già nel ''71 con la performance "Tree Dance" in cui insieme ai suoi amici colonizzava un albero secolare e poi gli schizzi e i disegni in cui gli alberi vengono piegati, intrecciati e composti in modo da dar vita a unità abitative, ripari e rifugi ("Tree Forms"). In mostra anche la filmografia completa dell''artista e soprattutto i famosi “tagli”: "Matta-Clark è un artista cutting-edge - dice Lorenzo Fusi - che ha conferito al termine cutting (tagliare, in italiano) un significato ben più specifico e semanticamente pregnante di quello di semplice artista radicale e all''avanguardia. Pensando, infatti, alla sua attività artistica, la mente corre subito alle profonde incisioni che Matta-Clark ha praticato attraverso numerosi edifici in base a disegni e progetti giocati su compenetrazioni di solidi, intersecazioni di linee e slittamenti di piani. I tagli di Matta-Clark racchiudono in sé pratiche artistiche diverse, legando insieme architettura, disegno, scultura, performance e documentazione fotografica, filmica o in video. Documentazione che - una volta esaurita la mera necessità di immortalare gli interventi macrostrutturali - diventa essa stessa opera d''arte, attraverso sapienti montaggi, assemblaggi e collage".
CASTELLINA IN CHIANTI (SI) (SI)

Mostre ed Esposizioni » CASTELLINA IN CHIANTI (SI) - TULAR

In mostra, presso lo Spazio Espositivo di Via delle Volte, fino al prossimo 30 luglio, i lavori di Valerio Giovannini, fra arte contemporanea e archeologia. Sedici opere di pittura su supporto fittile e su rame che ripropongono in chiave contemporanea alcuni segni degli Etruschi del Chianti.
Tular
Si è tenuta lo scorso sabato 19 luglio alle 18.00, presso lo spazio espositivo di Via delle Volte a Castellina in Chianti (SI) l''inaugurazione della mostra "TULAR". Il Vernissage ha riscosso un grande successo di pubblico e critica, erano presenti, tra gli altri, il sindaco di Castellina in Chianti, Anna Maria Betti quello di Impruneta, Ida Beneforti Gigli, la Presidente della Commissione Cultura della Regione Toscana, Ambra Giorgi, la curatrice Marilena Pasquali e numerosi imprenditori e collezionisti d''arte. L''esposizione presenta un ciclo di lavori di Valerio Giovannini che indaga suggestioni e punti di contatto tra le sue produzioni artistiche e quelle del popolo dei Rasenna. La mostra e il catalogo sono stati curati da Marilena Pasquali, studiosa d''arte di fama internazionale, fondatrice del Museo Morandi di Bologna e che ha curato tra l''altro le mostre di Toti Scialoja (1991), Omar Galliani (1996), Enrico Baj (1999), Luca Alinari (2000) e la grande esposizione FolonFirenze (2005). Nato nel 1977, Valerio Giovannini ha iniziato a esporre, a partire dal 2001, in numerose mostre personali e happening di pittura estemporanea collettiva. Con questo nuovo progetto l''artista propone lavori realizzati con materiali tradizionali (terracotta, legno, oro, rame e lino) utilizzati già in epoca etrusca e che ancora oggi caratterizzano il territorio e le produzioni artigianali e industriali tra Firenze e Siena. Questi elementi sono abbinati a un materiale di oggi, il plexiglas, per comporre opere di pittura su supporto fittile che rielaborano secondo un linguaggio artistico contemporaneo alcune “parole antiche” (segni, immagini e decorazioni) declinando nel tempo presente le suggestioni e i miti di un passato remoto. I lavori sono stati pensati per essere esposti a Castellina in Chianti, un luogo evocativo che richiama alla mente le dispute medievali tra Siena e Firenze e che già in epoca etrusca era terra di confine tra le potenti lucumonie di Volterra, Chiusi e Fiesole. Ed è proprio il tema del confine (in etrusco Tular) che in questa mostra si propone come chiave interpretativa e di confronto col passato. In esposizione opere-frammento al limite tra arte contemporanea e archeologia che vedono nella soglia e nella frontiera il luogo d''elezione dell''arte di oggi. Sedici lavori che si addentrano in quel particolare “stile degli Etruschi” fatto di compostezza, ritmo, grazia, ma anche espressionismo, sintesi e naturalezza. Per sottolineare il legame con il territorio, il progetto prende le mosse dai reperti archeologici custoditi nel Museo Archeologico di Castellina in Chianti svolgendo un racconto per frammenti. “Con inconsapevole sapienza ed altrettanta disinvoltura – scrive Marilena Pasquali nel catalogo della mostra – il giovane artista unisce nella propria immagine il passato e il presente, ciò che vede o tocca e ciò che solo intuisce o sente dentro di sé, secondo quella fusione spontanea di tempo e spazio che è carattere fra i più affascinanti della contemporaneità... ...Il risultato è un lavoro in equilibrio non facile sul filo del tempo: da un lato Valerio è attirato dalla vertigine del tempo, dal suo sprofondarsi nelle penombre dell’ipotetico, del problematico, fino all’ignoto; dall’altro, vive nell’eterno presente di oggi, senza memoria né progetti, attratto insieme dalla spirale appena visibile su un frammento di vaso etrusco come dalla sagoma appiattita di un personaggio dei cartoni. Ma, se soltanto si riflette un poco, ci si accorge che tra la grafia di una parola etrusca – o il profilo di una palmetta, di un fiore di loto, di un leone alato – e il segno veloce di un fumetto la differenza non è molta, in quanto entrambi sono il prodotto di un’analoga operazione di concettualizzazione che, nel rifiuto di ogni mimesi naturalistica e del peso della materia, s’avvale della tecnica dell’à plat, della stilizzazione, della geometrizzazione per creare immagini-icona, codici di comunicazione condivisi”.
La mostra è promossa dall''Associazione Culturale Present Art in collaborazione con Romberg arte contemporanea e ha il patrocinio di Regione Toscana, Provincia di Firenze, Provincia di Siena, Comune di Castellina in Chianti, Comune di Impruneta, Amat (Associazione Musei Archeologici della Toscana), Fondazione di Firenze per l''artigianato artistico, Parusia (Associazione per lo sviluppo dell''impresa culturale) e Archeologia Viva. La mostra sarà visitabile fino alla fine di luglio.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - L''EREDITA'' DI GIOTTO

Fino al 2 novembre alla Galleria degli Uffizi, una mostra indaga gli sviluppi dell''arte di Giotto a Firenze tra il 1340 e il 1375. Per l''occasione torna in Italia il Polittico di Giotto conservato dal 1960 nel North Carolina Museum of Art a Raleigh, negli Stati Uniti e c''è anche una nuova attribuzione.
Bernardo Daddi, Santa Caterina d''Alessandria 1335-1340 (part.)
E'' in programma fino al prossimo 2 novembre, presso la Galleria degli Uffizi di Firenze la mostra L’eredità di Giotto. L’arte a Firenze tra il 1340 e il 1375. L''iniziativa, che rientra nell''ambito della Rassegna "Splendori del Gotico, da Giotto a Giovanni da Milano". E'' patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, dalla Galleria dell’Accademia di Firenze, da Firenze Musei e dall''Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
La seconda parte del titolo (Arte a Firenze 1340 – 1375) chiarisce obiettivi e limiti cronologici della mostra curata da Angelo Tartuferi e diretta da Antonio Natali. Per la prima volta si propone un bilancio della produzione artistica fiorentina (pittura, scultura, miniatura, arti applicate) dopo la scomparsa di Giotto, il grande rinnovatore dell’arte italiana fra la fine del XIII secolo e i primi decenni di quello seguente. In questo senso, l’eredità di Giotto intende documentare, attraverso gli esemplari qualitativamente più alti, gli sviluppi dell’arte fiorentina che sono meno noti al grande pubblico. Le opere esposte illustrano inoltre la varietà dei committenti e la diversità delle tipologie morfologiche. Ma soprattutto mettono a fuoco le tendenze della pittura, il notevole livello qualitativo raggiunto dagli scultori fiorentini sulla scia della forte personalità di Andrea Orcagna, i vertici di raffinatezza dell’oreficeria sacra e i fermenti neogiotteschi che sembrano prevalere nella miniatura, alla quale è dedicata un’intera sezione.
La mostra fa parte delle iniziative di Un Anno ad Arte 2008, terza edizione del programma espositivo coprodotto dalla Soprintendenza per il Polo Museale Fiorentino con Firenze Musei e dall’Ente Cassa di Risparmio (Firenze 2008). Tra i prestatori figurano alcune delle maggiori istituzioni museali del mondo: il Museo di Belle Arti di Budapest, il Rijksmuseum di Amsterdam, la National Gallery of Art di Washington, lo Institute of Arts di Detroit, il North Carolina Museum of Art di Raleigh, la Morgan Library di New York, la Galleria Nazionale di Praga e molte altre.
Un evento d’assoluta eccezione è poi il ritorno, per la prima volta nella città d’origine e, più in generale, in Europa, del Polittico di Giotto conservato dal 1960 nel North Carolina Museum of Art a Raleigh, negli Stati Uniti. Ricomposto soltanto nel 1947, è identificato unanimemente con quello che in origine si trovava sull’altare della Cappella Peruzzi in Santa Croce a Firenze, affrescata da Giotto intorno al 1315.
Tra le maggiori novità della mostra, l’inedita attribuzione a Giotto di un dipinto su tavola frammentaria raffigurante Due Apostoli. L’opera appartiene al Museo della Fondazione Cini di Venezia. Presenta la nuova attribuzione di Miklós Boskovits, docente di Arte Medievale all’Università di Firenze, specialista di fama mondiale della pittura medievale italiana.
Per gli storici dell’arte il primo quarto del Trecento rappresenta una fase di eccezionale vitalità creativa. Il periodo successivo alla morte di Giotto (1337) è stato invece a lungo e a torto interpretato, in particolare a Firenze, come un’epoca di ineluttabile decadenza, dominata dall’arte "glaciale" e accademica dei fratelli Orcagna: declino sancito in maniera terribile e straordinariamente simbolica dalla Peste Nera del 1348.
Più di recente, però, quest’assunto storiografico è stato sensibilmente mutato da una serie di interventi critici, tutti volti a recuperare la varietà e vitalità creativa dell’articolato contesto artistico fiorentino, in cui operavano in primo luogo i seguaci diretti di Giotto. Pittori del calibro di Taddeo Gaddi, Bernardo Daddi, Maso di Banco, da cui prende le mosse l’attività dei due più celebri fratelli Orcagna, Andrea e Nardo di Cione. Di ognuno di essi la mostra propone almeno un’opera di particolare significato, tanto per il contesto in cui nacque, quanto per la qualità di esecuzione.
Tra i maggiori problemi critici figura la ricostruzione ipotetica della personalità di Stefano, figlio di una figlia di Giotto, Caterina, e del pittore Ricco di Lapo. Né meno intricati appaiono gli enigmi circa l’attività di Maso di Banco (forse il più ortodosso tra gli epigoni di Giotto) e la formazione artistica di Andrea Orcagna. La presentazione ravvicinata di alcune opere di incerta paternità fra questi artisti dovrebbe fornire risposte rilevanti.
La mostra presenta tutta una panoramica della produzione artistica fiorentina della metà del Trecento, dunque anche la scultura. Sia marmorea e in pietra (Andrea Pisano, Alberto Arnoldi), sia in quella lignea. In proposito L’eredità di Giotto espone almeno due veri capolavori: la Madonna col Bambino del Maestro dell’Annunciazione di San Cassiano, scultore di cultura intensamente giottesca, e un’opera d’identico soggetto, splendidamente restaurata per la circostanza, realizzata da un raffinato artista marchigiano e arricchita dalla decorazione policroma attribuita ad Allegretto Nuzi, il pittore fabrianese che soggiornò a Siena e a Firenze.
Alcuni bellissimi reliquiari, tra i quali spicca quello di Sant’Andrea del Duomo di Firenze, datato 1373, attestano che pure nel campo delle arti applicate lo standard qualitativo dell’arte si mantenne assai elevato anche a molti anni di distanza dalla scomparsa di Giotto, il cui vero erede sembra peraltro il pronipote Giotto di maestro Stefano, detto Giottino, lodatissimo da Vasari.
Accanto a Simone Martini, Pietro Cavallini, i fratelli Lorenzetti, Altichiero, Giovanni da Rimini, Paolo da Venezia e il Maestro di Giovanni Barrile, Giottino è senza dubbio uno dei primi dieci artisti italiani del Trecento. Si riappropria della folgorante sintesi plastico-narrativa di forte respiro classicheggiante che distingue le raffigurazioni giottesche e, tuttavia, la rende assai personale con un tocco folgorante di naturalismo di timbro più ‘moderno’. Dei 26 dipinti attribuitigli dal Vasari, generalmente gli studiosi concordano solo su tre e tutt’e tre sono in mostra agli Uffizi. Se ne fossero sopravvissuti di più, anche il giudizio della critica sulla pittura fiorentina di quest’epoca sarebbe certamente diverso.
Di Giottino sono esposte la Pietà di San Remigio, da cui provengono le due figure di santi icona della mostra, e la Madonna col Bambino in trono fra angeli e i santi Giovanni Battista e Benedetto, stupendo tabernacolo ad affresco staccato, che offre vertici di naturalismo al tempo stesso materico ed atmosferico, tali da far prefigurare idealmente certi aspetti della pittura del primo Cinquecento. Questa seconda opera, oggi conservata alla Galleria dell’Accademia, in origine si trovava sull’angolo della piazza fiorentina di Santo Spirito.
Dalla prima metà degli anni Settanta appare fondamentale l’apporto di due artisti di primissimo piano quali Antonio Veneziano, per il versante neogiottesco, e Agnolo Gaddi per le precoci aperture verso l’affermazione di un linguaggio tardogotico di marca fiorentina.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - CUCUTENI - TRYPILLYA

Fino al prossimo 31 ottobre un''interessante mostra indaga la civiltà neolitica che, dal 5000 al 3000 a.C., si sviluppò nelle regioni della Romania, Ucraina e Moldavia.
In mostra a Roma, presso il Palazzo della Cancelleria, oltre 450 reperti che saranno proposti al pubblico in un allestimento che ha l''obiettivo di indagare diverse ipotesi ricostruttive delle proto-città dei Cucuteni - Trypillya.
Il manifesto della mostra
E'' in programma a Roma, presso il Palazzo della Cancelleria, dal 16 settembre al 31 ottobre, una mostra dedicata ad una magnifica e antica civiltà d’Europa: i CUCUTENI -TRYPILLYA, una delle prime e importanti manifestazioni della civiltà del Vecchio Continente. L’eccezionale rassegna vede per la prima volta la collaborazione in campo storico e culturale fra Romania ed Ucraina, con uno speciale contributo della Repubblica di Moldavia.
La stretta collaborazione tra gli esperti dei musei dei tre paesi confinanti si risolve in un progetto espositivo unitario che illustrerà al pubblico lo splendore ed il mistero dell’antica civiltà neolitica.
Composta da oltre 450 reperti, fra i più significativi finora emersi dagli scavi e provenienti dai musei e dalle collezioni private più importanti dei tre paesi, la mostra CUCUTENI-TRYPILLYA: UNA GRANDE CIVILTÀ DELL’ANTICA EUROPA verrà presentata con uno speciale allestimento che proporrà diverse visioni delle proto-città ricostruite dagli archeologi. Gli studi finora condotti confermano che fra gli aspetti più importanti raggiunti da questa civiltà si può verosimilmente parlare di uno stadio proto-urbano: una condizione certamente significativa per una civiltà le cui prime testimonianze risalgono al V millennio a.C.
L’importante rassegna è promossa dall’Ambasciata d’Ucraina presso la Santa Sede; dal Ministero della Cultura e degli Affari Religiosi di Romania; dal Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Moldavia; dal Ministero della Cultura e del Turismo d’Ucraina.
La parte scientifica vede la collaborazione dei massimi esperti e accademici dei tre Paesi: la Dott.ssa Lacramioara Stratulat, Direttrice del Complesso Museale Nazionale “Moldova” di Iasi, il Prof. Nicolae Ursulescu, Direttore del Centro Interdisciplinare di Studi Archeostorici dell’Università “Alexandru Ioan Cuza” di Iasi, il Dr. Romeo Dumitrescu, Presidente della Fondazione “Cucuteni pentru Mileniul III” di Bucarest, il Dr. Sergiy Krolevets, Direttore del Museo Nazionale Storico-culturale “Kyevo-Pecherska Lavra”, il Dr. Sergiy Chaykovskyi, Direttore del Museo Nazionale Storico dell’Ucraina, i Sig.ri Sergiy Taruta e Mykola Platonov, comproprietari della famosa collezione “Platar” di arte antica (Ucraina) e con la partecipazione dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Ucraina ed il Museo Storico Nazionale di Dnipropetrovsk.
Per la Repubblica di Moldavia i contributi scientifici sono a cura del Dr. Eugen Sava, Direttore del Museo Nazionale di Archeologia e Storia della Repubblica di Moldavia, del Dr. Valentin Dergacev, Direttore dell’Istituto della Memoria Culturale di Chisinau.
La rassegna si avvale del patrocinio dell’Ambasciatore d’Ucraina presso la Santa Sede S.E. Sig.ra Tetiana Izhevska, del Ministro della Cultura e del Turismo d’Ucraina On. Vasyl’ Vovkun, del Ministro della Cultura e degli Affari Religiosi di Romania, On. Adrian Iorgulescu e del Segretario Generale del Ministero della Cultura e degli Affari Religiosi di Romania, On. Virgil Nitulescu.
La mostra è organizzata da Artifex, Comunicare con l’Arte, e si avvale del sostegno dell’Unione Industriale di Donbass (Ucraina), Sig. Sergiy Taruta, Presidente del Consiglio d’Amministrazione dell’UID, il Progetto “Artinvest”, nonchè dal Sig. Mykola Platonov, comproprietario del Museo del patrimonio nazionale culturale “PLATAR” (Ucraina) e Presidente del Fondo di beneficenza in memoria di Sergiy Platonov.

CUCUTENI - TRYPILLYA

Considerata la prima grande civiltà d’Europa, quella di Cucuteni-Trypillya è emersa e si è sviluppata nelle regioni che oggi fanno parte di tre differenti stati: Romania, Ucraina e Repubblica di Moldavia. Gli scavi, iniziati alla fine dell’800 e da allora mai interrotti, hanno restituito al patrimonio culturale universale una civiltà caratterizzata da una forte originalità e da un livello di progresso sorprendente per quell’epoca.
Il nome di questa civiltà è stato stabilito in modo convenzionale dagli archeologi in base ai nomi dei villaggi Cucuteni in Romania, vicino a Iasi, e Trypillya in Ucraina, vicino a Kiev, dove, alla fine del XIX secolo sono state rinvenute per la prima volta ceramiche dipinte e statuette di terracotta, categorie di oggetti divenuti simbolo di quest’antica popolazione. A più di cento anni dalla loro scoperta questi siti archeologici sono entrati nella letteratura scientifica di tutto il mondo. Siamo di fronte ad una civiltà estesa su circa 350.000 km quadrati con insediamenti di varie dimensioni, proto-città che si sviluppavano su centinaia di ettari, elaborate fortificazioni, abitazioni che variavano da capanne interrate a costruzioni fino a due piani, oggetti in ceramica la cui utilità si abbina in modo armonioso all’aspetto estetico, una religione affascinante le cui tracce sono marcate fra idoli e oggetti cultuali dall’incredibile simbolismo, oggetti rituali la cui funzionalità è ancora in fase di interpretazione.
Maggiori sono le informazioni raccolte sulla civiltà Cucuteni-Trypillya, più questa cultura diventa misteriosa, soprattutto per ciò che riguarda i luoghi e il suo ruolo ricoperto nella storia universale; vi è anche l’ipotesi che questi luoghi potrebbero essere il punto di partenza della civiltà dei Sumeri se non, addirittura, che a questi luoghi sia riferibile il mito di Atlantide.
Alla fine del XIX secolo un nucleo fondamentale di scoperte archeologiche hanno modificato la visione della storia dell’umanità: Schliemann scoprì la città di Troia, Evans rivelò al mondo il Palazzo di Knossos a Creta, in Medio Oriente si diede inizio alle scoperte delle civiltà mesopotamiche, conosciute, fino ad allora, solo in antichi scritti.
Per quello che riguarda l’Europa dell’Est vi era un’opinione secondo cui, in quest’area, nell’epoca preistorica i contributi allo sviluppo della civiltà furono pochi. Contrariamente, grazie agli scavi dal 1884 in Romania e dal 1893 in Ucraina, furono portati alla luce i primi segni delle civiltà che progressivamente hanno modificato l’idea che gli storici avevano, fino a quel momento, del progresso della civiltà in Europa. Un gruppo di intellettuali di Iasi (Theodor Burada, Nicolae Beldiceanu, Grigore Butsureanu e George Diamandi), effettuando gli scavi su Dealul Cetatuia, nel villaggio Cucuteni, scoprirono belle ceramiche dipinte e numerose statuette di terracotta, raffiguranti uomini e animali. La comunicazione dei risultati ad un congresso internazionale, svoltosi a Parigi nel 1889, introdusse nel circuito scientifico europeo i dati necessari per l’avvio allo studio di queste antica civiltà. A quell’eccezionale congresso erano presenti, nel ruolo di componenti del comitato scientifico e archeologico, figure quali Schliemann, Evans, de Mortillet e Montelius, che convalidarono il legame fra le scoperte di Cucuteni, le scoperte del bacino Egeo e quelle dell’Asia Minore. Poco tempo dopo, l’archeologo ucraino V. Khvoyka, divenuto successivamente uno dei fondatori del Museo Nazionale di Storia dell’Ucraina, trovò in un sito archeologico nelle vicinanze del villaggio Trypillia, vicino Kiev, resti di vasi in argilla, statuette raffiguranti donne e
armi in pietra e rame, risalenti sicuramente a periodi antecedenti a quelli finora ipotizzati. I ritrovamenti rivelarono come gli abitanti che vivevano in quei territori coltivavano la terra, erano abili artigiani ed avevano credenze religiose.
Fin dall’inizio del XX secolo si determina un collegamento fra le scoperte portate alla luce in Romania ed in Ucraina; la forma è quella di un’unica grande civiltà, Cucuteni-Trypillya, pur se, nei due paesi, furono mantenuti nomi differenziati. La moltitudine delle scoperte riferibili a Cucuteni-Trypillya, dall’est della Transilvania fino al fiume Dnipro e dal nord-est di Muntenia fino al sud della Polonia, hanno dimostrato l’unità di questa grande civiltà con luoghi estesi e ricchi, con edificazioni e oggetti di un senso estetico del tutto peculiare.
Gli scavi archeologici provarono l’eccellente grado raggiunto dalla popolazione nell’agricoltura, confermarono come non solo vi erano solo villaggi comuni, ma anche centri abitati di dimensioni davvero impressionanti con superfici che variavano dai 150 fino ai 450 ettari. Non si trattava, chiaramente, di singole abitazioni anche se molto grandi, ma di vere e proprie “città preistoriche”. In particolare l’insediamento del bacino del Bugo Meridionale mostrava strutture urbane con abitazioni poste in cerchi concentrici oppure disposte in linee parallele o gruppi, tese a formare piazze e luoghi destinati ad attività pubbliche o comunitarie. Alcune abitazioni erano molto grandi, da 300 a 600 metri di lunghezza, composte da molte stanze. I muri ed il soffitto erano decorati con disegni neri e rossi. I letti e altri arredamenti d’interni erano decorati con disegni complicati realizzati con colori brillanti.
Alcune delle statuette ritrovate negli scavi archeologici rappresentavano i personaggi importanti che vivevano nelle costruzioni appartenenti a queste città preistoriche. I volti maschili sono allungati, con nasi pronunciati. Mentre tutte le statuette rappresentanti le donne sono state trovate senza alcuna maschera sul volto e questo è uno dei misteri della civiltà Cucuteni-Trypillya. Il numero delle statuette maschili ritrovate è decisamente inferiore rispetto a quelle femminili e, in tutte, si può notare la forma ovale del volto o la presenza di una maschera. La maggior parte delle statuette femminili sono aggraziate, con lunghe gambe, alcune nude e altre avvolte in quello che sembra un abito da festa. La ragione per cui le figure femminili sono “senza volto” non è chiara, ma si presume possa essere riferibile a esigenze rituali. Uno studio approfondito rivela che le maschere sono caratterizzate da raffigurazioni di animali: pecore, maiali, lucertole, tartarughe, serpenti e pennuti quali galli, galline, cicogne, falchi, anatre e altri uccelli sacri.
Perché il volto era coperto ed il corpo no? Gli esami sulle statuette rivelarono che i corpi delle donne erano tatuati in diversi punti, soprattutto sullo stomaco e sulla schiena. I disegni ornamentali più diffusi erano spirali, rombi e serpentine (l’Albero della Vita). Alcune delle statuette portano ancora segni di colori rosso e nero che riprendono i dettagli dei vestiti. L’ornamento più popolare sembra essere stato la gonna con frange di varie lunghezze, ma anche grembiali.
L’ultimo stadio nello sviluppo della civiltà Cucuteni-Trypillya rivela un cambiamento nel modo di vestire. Le donne iniziano ad indossare vestiti aderenti e probabilmente anche qualcosa di simile ai pantaloncini corti. Questi indumenti erano tutti decorati con spirali e serpentine. Le statuette e le figure sui vasi indicano che le donne indossavano anche alti stivali rossi. I capelli erano pettinati in vari modi. Le raffigurazioni sui vasi mostrano che i capelli delle donne erano raccolti oppure sistemati in alto con due trecce. Comunque erano pettinati indietro per le occasioni speciali.
Le occupazioni di base della popolazione di Cucuteni-Trypillya erano l’agricoltura e l’allevamento di suini, ovini e bovini; verosimilmente addomesticavano i cavalli. Gli specialisti di paleo-botanica hanno dimostrato l’esistenza di certi tipi di grano, orzo, cereali, legumi, viti, ciliegi e prugni. La loro agricoltura era avanzata per quei tempi, usavano, infatti, aratri a trazione animale.
La popolazione di Cucuteni-Trypillya usava dei forni per cuocere la ceramica. Nel villaggio di Vesely Kut (letteralmente tradotto: angolo allegro) furono trovati resti di sofisticati forni. Ad Ariusd nel sud-est della Transilvania sono stati ritrovati forni evoluti, composti da due camere separate che permettevano di ottenere alte temperature per la cottura in profondità degli oggetti di ceramica. I vasi erano di diversi tipi e stili, decorati in almeno 20 diversi modi. Nell’insediamento di Nebelivka, vicino a Maydanetsky in Ucraina, gli archeologi portarono alla luce quello che potrebbe essere considerato il più antico set di ceramiche dell’Est Europa, con piatti, ciotole e coppe riportanti lo stesso decoro. La ceramica di qualità era opera di alcuni maestri specializzati e costituiva uno dei beni di prestigio utilizzato negli scambi commerciali intercomunitari.
I metallurgici della civiltà Cucuteni-Trypillya conoscevano diversi metodi di lavorazione del rame, e perfino i metodi per ottenere le leghe metalliche, compresi rame e argento. In proporzione inferiore lavoravano anche l’oro con cui realizzavano gioielli di prestigio. Gli oggetti di metallo erano accumulati quali tesori (come quelli scoperti a Ariusd, Habasesti, Brad, Carbuna, Horodnica). Il tesoro di Ariusd (Romania) conteneva ben 1.992 oggetti di rame, il tesoro di Carbuna (Repubblica di Moldavia) 444 oggetti di metallo, mentre i tesori di Ariusd e Brad (Romania) contenevano anche oggetti in oro.
Gli insediamenti di Cucuteni-Trypillya (oggi denominati “piccole fortezze” per via della posizione dominante) mostrano sistemi di fortificazione che consistono in fossati, terrapieni e palizzate.
Nell’ultima fase di sviluppo della civiltà Trypilliana, le città di tipo proto-urbano dell’area est (Trypillia) estendevano le fortificazioni fino a tutto il perimetro dell’abitato, innalzando, talvolta, anche muri di pietra. Queste fortificazioni avevano lo scopo di difendere gli insediamenti e le ricchezze dagli attacchi delle comunità vicine e dalle tribù nomadi infiltrate nell’area attraverso le regioni delle steppe.
Gli archeologi, i fisici e i paleo-botanici, impegnati nello studio della civiltà Cucuteni-Trypillya, presumono che uno dei fattori che determinarono il declino di questa civiltà agli apici del suo sviluppo fu il progressivo peggioramento della situazione ecologica, sentita in tutta l’area dell’Eurasia. Ma le vere ragioni della scomparsa della civiltà Cucuteni-Trypillya non sono ancora del tutto chiare. Altresì, ad oggi, non si conosce l’idioma parlato pur se, secondo varie opinioni, è fra la popolazione di Cucuteni-Trypillya che andrebbe cercata l’origine della lingua Indo-Europea.
La civiltà Cucuteni-Trypillya ha attraversato distinte fasi di evoluzione, designate in modo diverso nella letteratura specifica della Romania e dell’ex Unione Sovietica. Nella loro fase più antica, le dimore di Cucuteni-Trypillya erano relativamente piccole, alcune di esse scavate nel terreno. Nella fase media, le dimensioni degli insediamenti e delle abitazioni crebbero. Durante l’ultima fase la decorazione della ceramica è più raffinata, vi si rappresentano scene mitologiche.
Allo stesso tempo si realizzano armi sempre più sofisticate, sia in metallo (pugnali e asce) sia in pietra (asce, punte di freccia e lance), che mettono in evidenza come il combattimento occupasse un posto sempre più importante nella vita della comunità.
La loro religione e i loro culti trattavano in tutta evidenza argomenti quali la cosmogonia e l’aldilà. Tra i culti più sviluppati vi è il culto per la Madre Terra (che assicurava fecondità e fertilità), per il Toro Celeste e per il Fuoco (come attributo celeste). Gli artefatti trovati negli scavi archeologici suggeriscono l’esistenza di scambi commerciali con le altre tribù del centro e sud-est Europa, ma anche con quelle delle aree di steppa, del Caucaso e dell’Asia centrale.
Al momento vi sono molte più domande che risposte su questa importante civiltà dell’est europeo, ciò può solo aumentare l’aura di mistero che ancora ne avvolge usi e costumi, ma la ricerca continua e nuove scoperte potranno certamente chiarire, almeno in parte, il ruolo storico e l’apporto all’evoluzione dell’uomo dell’antica civiltà Cucuteni-Trypillya.
TORINO (TO)

Mostre ed Esposizioni » TORINO - I LONGOBARDI

Fino al 6 gennaio 2008, a Torino presso Palazzo Bricherasio e l''Abbazia di Novalesa, una mostra si sofferma sul periodo che va dal 400 al 700. Dalla crisi seguita alla caduta dell''Impero d''Occidente al consolidamento dei nuovi stati romano barbarici.
Il manifesto della mostra
E'' visitabile fino al 6 gennaio 2008 la grande mostra "I Longobardi. Dalla caduta dell’Impero all’alba dell’Italia". L''esposizione, curata da Gian Pietro Brogiolo e organizzata in collaborazione con la Provincia di Torino, grazie al contributo della Fondazione CRT, si sofferma sul periodo che va dal 400 al 700, ossia dalla crisi seguita dalla caduta dell’impero d’Occidente fino al consolidamento dei nuovi stati sorti sulle sue rovine. L’obiettivo della mostra è quello di definire un quadro delle trasformazioni strutturali (istituzioni, organizzazione dell’insediamento nelle città e nelle campagne, ruolo delle aristocrazie e della Chiesa), per meglio apprezzare i cambiamenti introdotti nel primo secolo di dominazione longobarda. Filo conduttore è quello del confronto culturale e della progressiva fusione tra i barbari e le popolazioni romane: scontro e incontro tra culture in un periodo storico cruciale per la storia europea, nel quale hanno avuto origine la gran parte delle attuali nazioni. Un leit motiv che si sviluppa intrecciando tre diversi orizzonti geografici: il Piemonte, l’Italia, l’Occidente mediterraneo. In questo panorama, il Piemonte ha un ruolo privilegiato non solo perché ospita la mostra, ma anche per ragioni storiche e per la qualità e quantità dell’informazione prodotta dalla ricerca archeologica. In età longobarda era questa una regione chiave per la sua posizione geografica di confine con i Franchi, saldamente insediatisi nella Val di Susa fin dagli anni ’70 del VI secolo, per il ruolo delle aristocrazie longobarde in grado di esprimere, tra fine VI e prima metà del VII secolo, re come Agilulfo (590-615) e Arioaldo (626-636), entrambi duchi di Torino. La sua importanza politica è confermata dalla ricchezza dei ritrovamenti archeologici della fase gota e longobarda, a partire da quello recente e eccezionale di Collegno (a pochi chilometri da Torino, lungo la strada per le Gallie), dove si sono potuti indagare parallelamente l’abitato e la necropoli. Passando al quadro nazionale, le vicende dell’Italia, dopo la caduta dell’Impero d’Occidente (476), sono cadenzate su tre avvenimenti principali. Nel 489-493, con il favore dell’imperatore d’Oriente la conquistò Teodorico, re dei Goti, che cercò di salvaguardare le istituzioni romane collaborando con il senato e le aristocrazie. Entrata in crisi quella politica di pacifica convivenza, la svolta alla storia della Penisola venne impressa da vent’anni di guerra (dal 535 al 553) promossa dall’imperatore d’Oriente Giustiniano per riannettere l’Italia. Ma la riconquista non durò a lungo. I Longobardi, entrati in Italia nel 568, posero fine alla sua unità, occupandone una parte consistente senza essere in grado, per l’esiguo numero, di unificare l’intero territorio in un unico regno. Nei due secoli di dominazione la guerra si prolungò in una serie di contese locali, mentre le terre dell’Impero bizantino venivano sempre più circoscritte, oltre che alla Sardegna e alla Sicilia, al controllo di Roma e delle coste, necessarie queste per mantenere il dominio dei mari.

Le sezioni della mostra

La prima sezione, articolata in tre nuclei tematici, si sofferma anzitutto sulla trasformazione dello stato e delle aristocrazie, laiche ed ecclesiastiche. Nella prima parte vengono esposti alcuni oggetti esemplificativi del ruolo e dei simboli della rappresentazione del potere, dall’imperatore Onorio (inizi del V secolo) ai re barbari in Occidente. Nella seconda parte, intitolata “dai senatori ai duchi”, trovano spazio reperti (epigrafi e ritratti) che illustrano l’evoluzione dalle aristocrazie tardo-romane a quelle militari dei regni. Famiglie senatoriali come quelle dei Simmaci, dei Nicomaci, degli Anici o dei Lampadi (dei quali è presente in mostra il dittico) occupavano posti rappresentativi nell’amministrazione, come per esempio quello di console. Con l’arrivo dei Longobardi le fonti alludono solo sporadicamente alle aristocrazie tardo-antiche. Le nuove élites legate alla corte del re sono costituite dai capi militari. Vengono rappresentati in armi, a cavallo, come nelle celebri raffigurazioni dello scudo di Stabio e della fibula circolare di Cividale, esposti in mostra. In ritratti ravvicinati, ne possiamo osservare la tradizionale acconciatura di capelli, folte barbe e baffi come negli anelli sigilli (ad esempio quello della tomba 2 di Trezzo), in alcuni bassorilievi (eccezionale è quello di Novara) o nella singolare decorazione di un vasetto in ceramica recentemente rinvenuto negli scavi di Vicenza. Nella terza parte vengono esposti oggetti che si riferiscono al ruolo del vescovo, che dal 400 al 600 consolidò la sua influenza sul potere grazie all’espansione del Cristianesimo e al suo importante ruolo nella società tardo-antica. Con la conversione dei barbari dall’arianesimo al cattolicesimo, i vescovi diventano un sostegno fondamentale alla politica dei re barbarici, mentre il papa di Roma assume una funzione di indirizzo morale per l’intero Occidente. Il mondo antico sopravvive, pur cambiando, soprattutto grazie alla continuità della Chiesa come istituzione (un vescovo in ogni città con una rete di chiese battesimali distribuite nelle campagne e una comunità di fedeli che va al di là delle singole nazioni) e come ideologia, che si traduce non solo in consuetudini collettive scandite da feste religiose e processioni, ma anche nella conservazione, all’interno delle biblioteche dei monasteri e dei vescovi, di tanti testi profani classici. La continuità con il mondo antico si ravvisa anche nella conservazione di molti monumenti e del loro apparato decorativo, in particolare dei palazzi del potere, oltre che nell’ininterrotto uso delle chiese paleocristiane. Il prestigio di una città viene misurato, oltre che per la sua dimensione, dal numero delle reliquie dei santi – dapprima dei martiri delle persecuzioni poi dei primi vescovi - che a partire da sant’Ambrogio vengono utilizzate sia come baluardo protettivo di fronte ai nemici, sia come strumento di coesione sociale e politica interna. E nel paesaggio urbano erano tenuti in gran conto anche altri relitti del passato: codici, oreficerie, suppellettili di pregio che costituivano il tesoro dei potenti.

La seconda sezione della mostra racconta, grazie all’esposizioni di manufatti delle lussuose abitazioni (in mostra quelli inediti della villa di Faragola in provincia di Foggia, i mosaici delle ville e domus del Ravennate, le decorazioni del palazzo di un ricco signore visigoto rinvenute a Pla de Nadal in Spagna) e alle ricostruzioni multimediali dei successivi edifici più poveri in materiali deperibili, le trasformazioni più marcate tra il V e il VII secolo, quelle che si manifestarono nelle strutture insediative, e nei modi del vivere quotidiano. Diversi sono i pareri, allo stato attuale della ricerca, sull’origine dei processi che portarono alla scomparsa pressoché generalizzata delle lussuose residenze romane. Per alcuni si svolsero all’interno della società tardo-antica che, persa la dimensione imperiale, dovette adattarsi ad ambiti ed economie regionali, nelle quali le merci mediterranee (ceramiche fini da mensa e anfore di produzione africana e orientale) cominciano ad affluire in modo selettivo. Nelle città bizantine senza palesi contrazioni, non solo a Roma (come esemplificano i materiali inediti dai nuovi scavi della Crypta Balbi, esposti in mostra) ma anche nei porti spagnoli (Cartagena), franchi (Marsiglia) e italiani (Napoli, Otranto, Ravenna), dai quali raggiungono poi solo alcuni centri dell’entroterra. Per altri la crisi interna, determinata da uno stato di guerra endemico, venne aggravata dai barbari che, a differenza degli immigrati attuali, si insediarono da padroni, controllando lo stato e l’esercito, acquisendo forzosamente proprietà e affermando proprie tradizioni e stili di vita.

In una terza sezione vengono esposti alcuni manufatti che illustrano il clima di insicurezza di quel periodo, che porta alla militarizzazione della società, accompagnata da una crescente attenzione rivolta ai sistemi di difesa. Le città vengono cinte da mura sempre più possenti. Lungo le strade e nei punti strategicamente rilevanti sorgono castelli per iniziativa dello Stato. Anche le popolazioni locali riscoprono i siti di altura come sede abitativa. La militarizzazione della società ebbe conseguenze anche sugli aspetti del vivere civile: le tasse fondiarie non vennero più raccolte capillarmente, l’amministrazione venne semplificata, il potere passò dai funzionari civili ai capi militari. Testimonianze indiretta di quel periodo di incertezza e di pericolo sono anche i numerosi tesori, costituiti da monete (come quelle recentemente rinvenute nello scavo della chiesa di Pava in provincia di Siena), gioielli (in mostra quelli rinvenuti a Desana) e suppellettili preziose (quali i piatti argentei di Isola Rizza e di Arten o i vasi liturgici di San Galognano (Siena)) nascosti in momenti di difficoltà e poi non più recuperati dai legittimi proprietari.

La società multietnica dell’età delle invasioni trova un peculiare riflesso nei rituali della morte, ai quali è dedicata una corposa quarta sezione. I Romani continuano a seppellire nelle necropoli antiche o in quelle sorte presso le chiese, soprattutto in rapporto alle presenza di reliquie (sepolture cosiddette ad sanctos), e affidano il ricordo del defunto ad un testo epigrafico. Componenti sempre più consistenti della società longobarda adottano nel corso del VII secolo l’uso di costruire cappelle funerarie private, come quella costruita da Gunduald, commerciante di schiavi e proprietario terriero, nel 680 a Campione d’Italia. Venne utilizzata per quattro generazioni fino a che l’ultimo discendente, Totone, la donò al monastero di Sant’Ambrogio di Milano. La maggior parte dei Longobardi continuava peraltro ad inumare in necropoli in campo aperto, con sepolture deposte, in modo regolare, a righe parallele. Tombe che si caratterizzano per la forma, quali quelle delle fasi più antiche sormontate da case in legno, e per il corredo, la cui ricchezza è in rapporto al genere, all’età e alla posizione sociale del defunto che vede al più alto livello gli uomini con armi. Mentre al livello più basso della società i servi vengono talora sepolti nei cortili presso le abitazioni di povere capanne. La presenza di alloctoni in Italia è segnalata oltre che dai corredi, in casi eccezionali da consuetudini ancestrali quali la deformazione cranica che veniva praticata da alcune popolazioni nomadi. In questa sezione trovano spazio numerosi corredi tombali longobardi provenienti dalle più importanti necropoli italiane, da Cividale del Friuli, Nocera Umbra, Trezzo ecc. e dal Piemonte: oltre a quella di Borgo d’Ale, quattro corredi da quella di Collegno, recentemente scoperta e scavata dalla Soprintendenza archeologica del Piemonte. Si tratta di oggetti di oreficeria e di alto artigianato, che si ispirano alle produzioni bizantine oltre che alle iconografie tradizionali dei popoli barbarici. Ed è proprio nelle manifestazioni artistiche che si avvertono i sintomi di quel processo di fusione tra i popoli in grado di dar vita, tra VI e VII secolo, alle nuove nazioni europee che usualmente definiamo come romano-barbariche.

Nella quinta sezione, alla fine del percorso espositivo torinese, vengono proposte alcune
opere di età moderna
(quadri storici, falsi) per riflettere sulla costruzione del mito dei barbari ad opera della storiografia dell’Ottocento e del primo Novecento, che li ha spesso presentati in una luce distorta di violenti distruttori dell’Impero romano rispetto ad una realtà storica che appare più variegata e complessa.

Informazioni

Torino. Palazzo Bricherasio e Novalesa. Abbazia di Novalesa
Date: dal 28 Settembre 2007 al 6 Gennaio 2008 - Palazzo Bricherasio, Torino; dal 30 Settembre al 9 Dicembre 2007 - Abbazia di Novalesa, Novalesa (To)
Orari: Palazzo Bricherasio. Lunedì 14.30 – 19.30; da martedì a domenica: 9.30 – 19.30; giovedì e sabato: 9.30 – 22.30.
Abbazia di Novalesa. Lunedì: chiuso; da martedì a domenica: 10.00 – 17.00
Biglietto: Palazzo Bricherasio - intero 7,50 euro e ridotto 5,50; Abbazia di Novalesa - gratuito
VERUCCHIO (RI) (RI)

Mostre ed Esposizioni » VERUCCHIO (RI) - LE ORE E I GIORNI DELLE DONNE

Prorogata per tutto il 2008 la mostra che presenta i corredi delle aristocratiche e delle sacerdotesse villanoviane della prima età del ferro. Un ritratto delle “signore eccellenti” di 3.000 anni fa.
Pettine in avorio (Bologna, via Belle Arti, scavi 2005)
A seguito del grandissimo successo (11mila presenza) ottenuto dalla mostra “Le ore e i giorni delle donne” che come la precedente (“Il potere e la morte”) è stata allestita presso il Museo Civico Archeologico di Verucchio è stato deciso di prorogarla. Per rispondere alle numerose richieste arrivate da scolaresche e gruppi, si è pensato di mantenere l’allestimento della mostra, sostituendo i prestiti di altri Musei con altri reperti rari e prestigiosi. Nel mese di gennaio dunque si potrà visitare la parte principale del percorso espositivo, mentre da febbraio e per tutto il 2008 l’allestimento verrà arricchito con le suddette modifiche e con i più interessanti reperti emersi nelle recenti campagne di scavo e già restaurati. Del tutto inedita sarà l’esposizione di un elmo con calotta in bronzo e rivestimento interno in vimini, rinvenuto nel 2005 nella tomba 9 e di cui finalmente è stato concluso il complesso restauro. Nella mostra di Verucchio, la vita delle donne viene ricostruita non solo nel suo quotidiano svolgimento, attraverso le attività che normalmente ne occupavano la giornata, ma anche focalizzando aspetti particolari legati al ruolo femminile sia all''interno che al di fuori delle mura domestiche. Dopo l''esposizione "Il Potere e la Morte", che puntava l’attenzione sulla figura maschile, la mostra di quest''anno è dedicata alla complessità del mondo femminile all’interno della società villanoviana. Protagonista è la figura virtuale di una donna di rango, una domina, che si muove nello spazio-tempo di una giornata ideale. Il mondo muliebre non viene trattato come un microcosmo a se stante, ma come parte essenziale di una realtà più articolata, in relazione agli altri componenti della famiglia e del gruppo sociale di appartenenza. Questa realtà viene osservata con lo sguardo di una donna vissuta tra l’VIII e il VII secolo a.C. e descritta secondo il suo punto di vista.
L’esposizione, centrata sulle testimonianze verucchiesi, culturalmente riferibili al villanoviano romagnolo, allarga lo sguardo anche all’esterno di tale ambito. Materiali significativi dell''età del ferro proveniengono sia dall’area padana che da contesti tirrenici e dell''Italia meridionale, offrendo importanti elementi, utili ad integrare e arricchire il discorso sui vari aspetti della vita femminile. Si tratta spesso di oggetti rinvenuti in scavi recenti e pertanto inediti: oggetti che puntano ad aprire “finestre di luce” sulla vita delle donne in un periodo in cui, pur in un panorama variegato e con fortissime differenziazioni, esistevano probabilmente dei fili sottili ma robusti che legavano l’esperienza femminile. Una mostra che punta su un limitato numero di pezzi di grande rilievo e qualità, capaci di condurre il visitatore ad “attraversare” il tempo delle donne.
Il percorso si sviluppa come un itinerario che, snodandosi in ambientazioni suggestive, passa attraverso i luoghi e i momenti che scandivano la giornata femminile. Ogni sezione è dunque una “tappa” strutturata come una scenografia; un grande spazio-vetrina, nel quale trovano posto i reperti ambientati su di uno sfondo grafico che ne suggerisce l’originaria collocazione. Le ricostruzioni ambientali sono realizzate con criteri filologici basati sia sulle conoscenze derivate da fonti letterarie, iconografiche e archeologiche, che su indagini condotte su materiali locali, come ad esempio dati paleo-botanici o analisi archeometriche su manufatti ceramici e metallici.
Le sezioni tematiche sono tre, dedicate alla bellezza, ai lavori domestici e al ruolo sociale della donna; ognuna è a sua volta articolata in sotto-sezioni, che approfondiscono un particolare aspetto del tema trattato attraverso materiali di provenienza omogenea.
Prima sezione - Le ore della bellezza
In questo ambiente si ricrea il momento del risveglio mattutino e delle azioni legate alla toletta personale, alla cura del corpo e all’abbigliamento: tutto ciò rientrava nel costume di una donna di rango e contribuiva a costruirne l’immagine e a sottolinearne il prestigio. In questo spazio sono esposti oggetti di toeletta quali nettaunghie, nettaorecchie e pettini, ornamenti quali diademi, fermatrecce, orecchini, collane, pendenti, bracciali e anelli, accessori funzionali all’abbigliamento, come fibule, bottoni, pettorali, cinturoni ed elementi in materiali preziosi applicati alle vesti.
Seconda sezione – Le ore dei lavori
Procedendo nella giornata della domina, si prendono in esame le attività legate alla gestione dei lavori che si svolgevano nella casa sotto il suo controllo e supervisione; anche in questo caso si è scelto di articolare il percorso in più sotto-sezioni corrispondenti ad altrettante ambientazioni. Accanto al focolare domestico, abbiamo rievocato le attività connesse alla cura dell’alimentazione e alla preparazione dei cibi ricreando l’ambientazione del focolare stesso con alari, fornelli, spiedi, coltelli, vasi contenitori e da fuoco.
In questa sezione si trova poi la ricostruzione dello spaccato di una capanna con arredi, oggetti da fuoco, cibo e persino il cesto di vimini sulla mensola. Un settore di questa sezione è dedicato alla produzione ceramica - un’attività che si svolgeva almeno in parte sotto controllo femminile - illustrando le varie fasi di lavorazione con l''esposizione di strumenti d’uso, alcuni prodotti finiti e scarti di cottura.
Il tema della produzione dei tessuti è introdotto dagli utensili funzionali alla filatura e alla tessitura, quali conocchie, fusi, fusaiole, pesi da telaio e rocchetti. Vengono esposte riproduzioni di tessuti antichi rinvenuti nelle sepolture villanoviane di Verucchio, realizzate con tecnica originale, inclusi frammenti di stoffe appartenenti al costume femminile, assieme ad altre, caratteristiche dell’abbigliamento maschile. Accanto a quest’ultima vetrina trova posto la ricostruzione di un telaio.
Terza sezione – Le ore del sacro
L’ultima sezione della mostra propone un tempo diverso da quello dedicato alla cura della persona o della casa, legato alle attività rituali della donna. Qui si pone l’accento sull’intima connessione tra la gestione del potere nella vita domestica e la sfera del sacro, due elementi non di rado in stretta relazione all’interno delle società protostoriche. La complessa tematica è evocata da pochi ma estremamente significativi oggetti esposti nella sala del Museo Archeologico dedicata alla Tomba 89/1972 Lippi, contigua e fisicamente collegata alla Chiesa di S. Agostino.
Che a Verucchio le donne avessero ruoli primari nell''ambito e svolgimento dei culti non è una novità. Il Trono della Tomba 89/1972 è uno straordinario documento che mostra, nella parte bassa, un uomo e una donna di altissimo rango trasportati in corteo, su carri imponenti, verso un luogo recintato e all’aperto dove si svolge un rito, forse un sacrificio, gestito da due sacerdotesse alla presenza di guerrieri armati di elmo e lancia, e nella parte alta numerose donne intente a varie attività, tra cui quella del lavoro su alti e complessi telai.
Sono proprio le scene rappresentate sul trono a introdurre altri due aspetti particolari nella sfera del sacro: il rapporto tra la produzione dei tessuti e il divino, e il legame tra femminile e culti solari.
Sappiamo dalle fonti che la tessitura era un’attività importante per le signore di rango: la produzione di abiti per vestire i simulacri o da dedicare alle divinità era essenziale in molti culti e faceva parte delle attività regolari in molti santuari. La mostra espone il vaso rinvenuto nella tomba 27 della necropoli di Sopron-Varhely (Ungheria), le cui scene di tessitura e filatura sono state interpretate come attività svolte in ambito sacro. L’oggetto, di grande prestigio, rappresenta un buon termine di confronto ed offre un utile spunto di riflessione in merito al ruolo femminile in ambito cultuale anche nelle coeve testimonianze villanoviane.
Il tema dei culti solari è introdotto, ancora una volta, dal Trono: le sette ruote traforate con processioni di anatre o uccelli sul bordo sono il simbolo dell''unione delle forze del cielo (disco solare) con quelle della natura (animali). Questa rappresentazione simbolica ritorna in un''altra tipologia di oggetti, rinvenuti tutti in tombe femminili: una serie di tazze bronzee con ansa sopraelevata. Le tazze, per la loro conformazione, non possono essere utilizzate impugnandone il manico e forse servivano per libagioni. L’ansa ha una terminazione a disco traforato in diverse varianti. Il numero consistente di esemplari rinvenuti nel verucchiese, caratterizzati dalla figura umana al centro del disco e da una serie di piccoli quadrupedi allineati sul margine esterno, paiono esprimere credenze che, come sul trono, legano strettamente la sfera celeste e il mondo naturale.
La sezione dedicata alle ore del sacro è completata da altri oggetti che legano la figura femminile al divino, tra cui due reperti provenienti da Marsiliana d''Albegna (Grosseto), una figurina femminile in avorio e una tavoletta scrittoria in avorio. Questo alfabetario, deposto in una tomba femminile, ci conferma il ruolo di primo piano che le donne avevano in questo periodo nella pratica e nell’insegnamento della scrittura.
Come ha scritto nel catalogo della mostra, edito da Mondadori, la direttrice del Museo Archeologico e degli scavi di Verucchio, Patrizia von Eles, “la scrittura, che rappresenta forse lo strumento potenzialmente "più forte" per l’esercizio del potere, è in ambito italico, almeno in una fase iniziale, legata al mondo femminile nelle sue più specifiche aree di intervento: la tessitura e la gestione del sacro. Possiamo fare a meno di chiederci come mai, delle donne che scrivono, gli autori classici sembrino dimenticarsi?”
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - LA LUPA E LA SFINGE

Fino al prossimo 9 novembre, al Museo Nazionale di Castel Sant''Angelo, una mostra che indaga il rapporto secolare tra Roma e l''Egitto. In esposizione opere d''arte dal 2700 a.C. fino al XVII secolo: sculture di imperatori, leoni e sfingi ma anche i disegni degli artisti del Rinascimento e le immagini dell''innalzamento degli obelischi.
Statua del Tevere (II sec. d.C.) (Museo Archeologico di Villa Adriana, Tivoli)
Fino al 9 novembre, il Museo Nazionale di Castel Sant''Angelo ospita una mostra che indaga il rapporto secolare tra Roma e l''Egitto.
In quale altro luogo troviamo così tanti obelischi? Sul Campidoglio il "Tevere" e il "Nilo" uniscono nel mito le due lontane sponde, come nei versi di un poeta dell''Arcadia, e i leoni egizi accolgono i visitatori alla base della lunga scalinata. Nel rione Campo Marzio, dove ora sorgono i palazzi del Governo, il sottosuolo è disseminato di reperti del tempio di Iside e poco più in là, verso le pendici del Quirinale, si trova il Serapeo. Tutta la cultura romana porta il segno di questa indelebile influenza. Nel Tempio della Fortuna a Palestrina risplende il grande mosaico del Nilo, realizzato da artigiani alessandrini. A Tivoli, nella Villa di Adriano, l''imperatore ricostruì un braccio del delta del Nilo, il famoso Canopo, luogo di svaghi e delizie della corte ellenistica. E la Meta Romuli divenne nel Medioevo uno dei simboli della città della Lupa, così come la Piramide Cestia lo fu dal Seicento. Il Rinascimento si innamorò degli antichi profeti, di Ermete Trismegisto, degli incomprensibili segni geroglifici. I Borgia vollero la storia del bue Api dipinta nelle loro Sale in Vaticano. Raffaello utilizzò le sembianze di Artemide Efesia (ritenendola Iside) per decorare la volta della Stanza della Segnatura. A Roma rinacquero gli studi sulla religione e sui riti misterici e le vie dei pellegrini furono segnate dall''alta mole degli obelischi.
Fu un amore di straordinaria durata. Nel Seicento Bernini innalzò la Fontana dei Fiumi, epitome della Roma Triumphans, e Athanasius Kircher, il genio gesuita, dedicò molti volumi alla civiltà nilotica. Nel secolo successivo le ombre si allungarono, mentre di giorno si parlava di Luce e di Ragione, di notte gli altri lumi svolgevano i loro riti misterici, le loro cerimonie di iniziazione.
A Roma, se da un lato si faceva arrestare Cagliostro, il fondatore della massoneria egiziaca, dall''altro si cercavano oggetti e decoratori per le stanze del principe Borghese. Perfino un cardinale, il Borgia di Velletri, nella cui casa passava il fior fiore della massoneria europea, cedette al fascino enigmatico dell''ermetismo e collezionò oggetti falsi e veri per il suo enciclopedico museo.
Una passione intensa per l''Egitto attraversò tutto il Settecento. Stregò gli americani che vollero una piramide sul dollaro e i francesi che finalmente svelarono il mistero dei geroglifici. Roma si era ormai ritirata in un modesto tran tran ai margini meridionali dell''Europa, i miti faraonici, con la crisi finanziaria, sembravano ormai sogni di un glorioso passato.
Le opere esposte documentano, con qualche straordinaria eccezione, l''ampio arco cronologico che va dal I secolo a.C. sino alla Età dei Lumi, durante il quale l''Egitto da "storia" diventa mito e da "Egittomania" si trasforma in "Egittofilia". La mostra, particolarmente ricca di sculture, perché di pietra fu la civiltà nilotica, si apre con il tema della "doppia immagine", egizia e classica, in cui si fecero raffigurare, imitando Alessandro Magno, gli imperatori romani. I busti e le statue di Nerone e di Domiziano e del giovane Antinoo rappresenteranno questa singolare iconografia. Del resto, trovandosi nel Mausoleo di Adriano, come non ricordare la tragica storia d''amore dell''imperatore con il giovanetto che annegò nelle acque del Nilo? Il bellissimo fanciullo si incarnerà a grandezza naturale nella splendida statua della collezione Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli; svetterà nelle vesti di Osiride nella famosa scultura conservata ai Musei Vaticani (calco appositamente realizzato), che ispirò Raffaello, Pirro Logorio, e Piranesi; apparirà, infine, divinizzato nel busto in pietra rossa, proveniente da Dresda.
Un''altra famosissima storia d''amore, quella tra Antonio e Cleopatra, ricorda gli intensissimi rapporti intercorsi. La battaglia di Azio del 31 a.C mise fine ai sogni della coppia "egizia", rappresentata da due rare teste marmoree. Roma si riempì di capolavori, di tesori e dei primi obelischi. Si riaffermarono anche i culti orientali rappresentati dalla più antica figura di Iside (terracotta del I sec. A.C.), da uno splendido sacerdote in marmo rosso e dalla enigmatica statua del Cronocrator, trovato alle pendici del Gianicolo e appartenente alle collezioni di Palazzo Altemps.
Villa Adriana a Tivoli ha sempre avuto un ruolo fondamentale nelle memorie del rapporto tra le due civiltà. Da lì provengono le statue-personificazioni del sacro fiume egizio, simboleggiato dalla sfinge, e del Tevere, con la lupa Romolo e Remo, testimoni, fra le altre, della passione dell''imperatore Adriano per la terra dei faraoni.
L''eredità e la fascinazione del mondo egizio a Roma e della sua imperitura carica estetico-simbolica è tracciata anche durante il Medioevo: leoni egittizzanti e sfingi, come quella del Museo civico di Viterbo, impreziosiscono chiostri e monumenti sacri del Patrimonium Petri. Il mito di Ermete Trismegisto e di Iside, rinvigorito dal ritrovamento della splendida Tabula Bembina o Mensa Iliaca - uno dei pezzi più famosi del Museo Egizio di Torino - per la prima volta a Roma dai tempi del sacco del 1527, seduce committenti e artisti del Rinascimento, trovando spazio alla corte papale, come testimoniano i disegni (Francoforte, Städel Museum) utilizzati da Pinturicchio per gli affreschi degli appartamenti Borgia in Vaticano e il raffinatissimo Messale Colonna, conservato a Manchester. Passando per i molti testi ritrovati o pubblicati, come gli Ieroglifica di Orapollo, la Hypnerotomachia Poliphili, I misteri degli egizi di Giamblico, le Antichità di Annio da Viterbo, si giunge ai disegni di raffinati artisti della maniera come Pirro Logorio e Primaticcio. Chiudono la sezione le suggestive immagini dell''innalzamento, ad opera di Sisto V, degli obelischi che diverranno, insieme a sfingi e piramidi, un elemento caratterizzante del paesaggio romano, splendidamente dipinto in una estatica tavola di Benvenuto Tisi, detto il Garofalo, e in seguito da pittori stranieri come l''eccelso Nicolas Poussin.
Una tela del celeberrimo artista francese, raffigurante La fuga in Egitto (Hermitage, San Pietroburgo), in cui si riprendono alcune ieratiche immagini del famoso mosaico nilotico di Palestrina, eseguito nel II sec. a.C., aprirà la sezione dedicata al Seicento e al primo grande egittologo Athanasius Kircher. Di quest''ultimo si esporranno, fra i diversi pezzi, la statua magica in basalto nero divisa in due frammenti (uno a Torino e l''altro a Firenze) e riunita esclusivamente per la mostra, le incisioni tratte dall''Oedipus Aegyptiacus e i modelli lignei degli obelischi romani (Roma, Liceo Visconti). Notevole sarà anche la presenza della celebre immagine di Artemide Efesia (alabastro da Roma, Musei Capitolini), la cui iconografia ha suscitato l''interesse di Raffaello, Pirro Logorio, Giulio Romano e anche del poliedrico gesuita.
Il Settecento, secolo dei Lumi, verrà documentato dalle note incisioni di Piranesi, tratte dall''opera: "Diverse maniere di decorare i camini..." (Roma, Istituto Nazionale per la Grafica), in cui i "capricci" egittizzanti attestano la diffusione dell''"Egittomania". La mostra concederà, inoltre, l''occasione di ammirare reperti ed opere provenienti dalla straordinaria Collezione Borgiana (Napoli, Museo Archeologico), di cui si esporranno antichissimi pezzi dal 2700 a.C. (III Dinastia), come la cosiddetta "Dama di Napoli", (in realtà raffigurante un funzionario), sino ad alcuni più recenti, tra cui alcuni curiosi falsi settecenteschi.
La suggestiva esposizione si concluderà, con una chiara allusione alle atmosfere del Flauto Magico, con la ricostruzione della sala egizia della Galleria Borghese, la più nota tra le molte realizzate nel Settecento, presente in mostra con tre interessanti tele di Tommaso Conca, dipinte per il principe Marco Antonio Borghese, e due statue di Antoine-Guillaume Grandjacquet, espressioni di un singolare gusto neoclassico e provenienti dal Louvre.
VENEZIA (VE)

Mostre ed Esposizioni » VENEZIA - L''ULTIMO TIZIANO E LA SENSUALITA'' DELLA PITTURA

E'' stata prorogata fino al prossimo 4 maggio l''esposizione presso le Gallerie dell''Accademia di Venezia. La mostra presenta 28 capolavori dipinti da Tiziano concentrandosi sull''opera del Maestro di Pieve di Cadore a partire dal 1550, quando, sessantenne, si lasciò andare a un nuovo modo di dipingere con un colore steso veloce e libero sulla tela, persino con le mani: le forme si scompongono, la sensualità si accende e al tempo stesso anche la spiritualità si fa più profonda.
Danae, Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie
Intorno alla metà del Cinquecento, già quasi sessantenne Tiziano scopre un nuovo modo di dipingere: il colore si stende veloce e libero sulla tela e si sovrappone in corpose pennellate, le forme si scompongono, si accentua una grande sensualità e contemporaneamente una profonda spiritualità. Con una tecnica straordinariamente anticipatrice, crea una pittura teatrale che emoziona e per certi aspetti sembra legarsi all’opera del Tasso e agli scritti di Ariosto pubblicati negli anni ‘30 del Cinquecento proprio a Venezia.
A questa stagione ultima di Tiziano è dedicata una mostra eccezionale ”L''ultimo Tiziano e la sensualità della pittura”. Dopo il grande successo ottenuto a Vienna, per iniziativa del Kunsthistorisches Museum e della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Veneziano saranno esposti alle Gallerie dell’Accademia di Venezia 28 capolavori, dipinti da Tiziano dal 1550 sino alla morte, avvenuta nel 1576.
Già nel 1990 l’allora Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Venezia e laguna, in collaborazione con il Comune di Venezia, organizzò a Palazzo Ducale e successivamente alla National Gallery di Washington la prima esposizione monografica su Tiziano, dopo quella ormai storica del 1935 a Ca’ Pesaro. La ragione principale della rassegna era la conclusione dei restauri delle opere di Tiziano presenti nel territorio veneziano. Oltre al risarcimento delle opere dell’artista, si erano potute sviluppare nuove e più avanzate tecnologie scientifiche per le indagini propedeutiche ai restauri, oggi divenute indispensabili a qualsiasi iniziativa.
Il Kunsthistorisches Museum di Vienna nel 2001 ha iniziato una ricerca a livello europeo, e non solo europeo, sulle tecniche e sulle modalità della tarda attività di Tiziano, caratterizzata dall’invenzione e dallo sviluppo della “pittura a macchia” secondo la brillante definizione del Vasari. La Soprintendenza veneziana ha immediatamente aderito a questa ricerca e al progetto
espositivo che ne è derivato.
Le Gallerie dell’Accademia di Venezia posseggono l’ultima opera di Tiziano “La Pietà”, un grande ex voto contro l’epidemia che infuriava nell’anno della sua morte, che rappresenta forse il momento più alto di quella tecnica e di quella stagione artistica. In occasione della mostra viennese si è inoltre concluso il delicatissimo intervento di restauro della “Ninfa e pastore” che ne ha consentito il trasporto a Venezia, rendendo possibile per la prima volta uno straordinario confronto con altre opere coeve e con assoluti capolavori come la “Punizione di Marsia”, proveniente da Kromeriz, nella Repubblica Ceca.
Grazie a prestiti eccezionali provenienti dai più importanti musei, assicurati per un valore che sfiora un miliardo di euro, la mostra rappresenta un unicum in Italia per questo periodo dell’artista.
Il percorso espositivo è articolato in tre sezioni: ritratti, temi profani e pittura sacra. Una mostra di capolavori, perché a commuoverci, più che le storie sono sempre ancora le immagini. E le immagini proseguono oltre la mostra, nelle collezioni permanenti delle Gallerie dell’Accademia, dove si incontrano i contemporanei, e il paragone con i capolavori di Giorgione, Veronese e Tintoretto diventa anche motivo per amplificare ed esaltare la novità del messaggio tizianesco.
La mostra è prodotta e organizzata dalla società Venezia Accademia, costituita da Marsilio Editori, Mondadori Electa, Ingegneria per la Cultura/Gruppo Civita e Verona83, che recentemente ha di nuovo vinto la gara per la gestione dei servizi della Soprintendenza. La mostra si avvale della sponsorizzazione di Assicurazioni Generali.

QUESTO L''ELENCO DELLE OPERE

Cristo crocefisso e il buon ladrone (cm. 137 x 149)
BOLOGNA, Pinacoteca Nazionale

Tarquinio e Lucrezia (cm. 193 x 143)
BORDEAUX, Musée des Beaux Arts

Ritratto di dama in bianco(Lavinia?) (cm. 102 x 86)
DRESDA, Gemaldegalerie

Ecce Homo (cm. 73,4 x 56)
DUBLINO, National Gallery

Supplizio di Marsia (cm. 212 x 207)
KROMERIZ, Arcivescovado

Tributo della moneta (cm. 109,2 x 101,6)
LONDRA, National Gallery

Allegoria del tempo (cm. 76,2 x 69,6)
LONDRA, National Gallery

Madonna col Bambino (cm. 76,6 x 63,2)
LONDRA, National Gallery

Santa Margherita (211 x 182)
MADRID, Museo del Prado

La religione soccorsa dalla Spagna (cm. 86 x 168)
MADRID, Museo del Prado

Autoritratto (cm. 86 x69)
MADRID, Museo del Prado

Ritratto del Doge Venier (cm. 113 x 99)
MADRID, Museo Thyssen-Bornemisza

San Gelamo nel deserto (cm. 135 x 96)
MADRID, Museo Thyssen-Bornemisza

Annunciazione (cm. 274 x189,5)
NAPOLI, Chiesa di San Domenico Maggiore

Maddalena penitente
NAPOLI, Museo di Capodimonte

Ritratto di Paolo III Farnese a capo scoperto
NAPOLI, Museo di Capodimonte

Maddalena penitente (cm. 105 x 92)
ROMA, Collezione Privata

Venere che benda amore (cm. 118 x 185)
ROMA, Galleria Borghese

Bambino con cane (cm. 96 x 115)
ROTTERDAM, Museo Boymans Van Beuningen

Cristo deriso (cm. 109,2 x 92,7)
SAINT LOUIS (USA), Saint Louis Art Museum

Ritratto dell’Elettore Giovanni Federico di Sassonia (cm. 103,5 x 83)
VIENNA, Kunsthistorisches Museum di Vienna

Jacopo Strada (cm. 125 x 90)
VIENNA, Kunsthistorisches Museum di Vienna

Danae (cm. 135 x 172)
VIENNA, Kunsthistorisches Museum di Vienna

Ninfa e pastore (cm. 149,7 x 187)
VIENNA, Kunsthistorisches Museum di Vienna

Ritratto di Fabrizio Salvaresio (cm. 112 x 88)
VIENNA, Kunsthistorisches Museum di Vienna

Tarquinio e Lucrezia (cm. 114 x 100)
VIENNA, Akademie der bildenden kunst

Madonna col Bambino (cm. 124 x 96)
VENEZIA, Gallerie dell’Accademia

Pietà (cm. 353 x 347)
VENEZIA, Gallerie dell’Accademia

CASTELFRANCO EMILIA (MO)

Mostre ed Esposizioni » CASTELFRANCO EMILIA (MO) – IMMAGINI DIVINE

Devozioni e divinità nella vita quotidiana dei romani. In mostra le testimonianze archeologiche dall’Emilia-Romagna. A Palazzo Piella, fino al prossimo 17 febbraio 2008, un esposizione indaga, attraverso 180 reperti, l''iconografia del sacro e i culti privati dei romani.
Un excursus originale e spesso curioso tra gli aspetti direttamente legati alla sfera privata e alle credenze individuali, più che ai ben noti rituali dei culti ufficiali.
Tempietto miniaturistico con statuetta di Venere, fine I sec. a.C. (Museo Civico
C’è quasi un millennio di storia nei 180 pezzi – alcuni esposti per la prima volta, molti abitualmente conservati nei depositi – protagonisti della mostra “Immagini divine”, in programma al Museo Civico Archeologico di Castelfranco Emilia fino al 17 febbraio 2008. Un viaggio tra quegli oggetti che rappresentano le varie manifestazioni della religiosità familiare, popolare e popolaresca al tempo dei Romani, excursus originale e spesso curioso tra gli aspetti direttamente legati alla sfera privata e alle credenze individuali, più che ai ben noti rituali dei culti ufficiali.
Un’esposizione che, pur nella sua scientificità, punta l’attenzione sugli aspetti più inusuali della vita quotidiana dei romani, offrendo un quadro molto più comprensibile di quello tradizionalmente presentato. Immagine esemplare è quella di un dominus che di giorno assiste togato e impettito ai riti pubblici e di notte invece fa le corna e getta fave negli angoli bui per proteggere casa e famiglia dai fantasmi irrequieti di spiriti e defunti errabondi: due facce della stessa medaglia e due aspetti che coesistevano nella vita di tutti i giorni.
La mostra, che espone reperti archeologici provenienti da 21 musei dell’Emilia-Romagna e San Marino, è articolata in nove sezioni che spaziano dai culti domestici al rapporto tra politica e religione, dalle divinità di casa a quelle venute da lontano, in un percorso che, passando anche attraverso la magia e la superstizione, approda all’affermazione, con il cristianesimo, di un unico Dio. Tra i tanti simboli di un panorama così variegato si segnalano la statuetta di Ecate triforme e la falera di Giove Ammone – divinità straniere e diversissime tra loro – che offrono un esempio dell''integrazione e del sincretismo religioso conseguente all’espansione dell''impero; la testa eburnea di Ercole o l’Afrodite accovacciata – reperti di notevole qualità artistica e materiale – che indicano il grado di raffinatezza raggiunto anche nei piccoli oggetti domestici e la volontà dei padroni di casa di circondarsi di oggetti di pregio sia per il proprio gusto che per l''ostentazione pubblica. Le gemme magiche e gli amuleti fallici testimoniano poi un modo di vivere la religiosità che si affida anche a pratiche particolari e a protezioni garantite da oggetti, riti e formule magiche; le statuette dell’Ercole ebbro e dell’Orfeo che suona la cetra indicano nell’aspirazione al buon vivere la "soluzione" per una vita piacevole, lontana dagli affanni del lavoro quotidiano. I tempietti della nave di Comacchio, un unicum archeologico, testimoniano i culti domestici e la lastra di Atena e Vittoria su globo, simboli del potere centrale, attestano invece come anche le immagini sacre servissero a veicolare messaggi politici. L''esposizione si chiude con una sezione dedicata al tramonto del paganesimo e all’avvento del monoteismo: le immagini cambiano soggetto, su ciondoli e lucerne appaiono chrismón (l’intreccio tra le lettere greche X e P, iniziali della parola Cristos), croci, colombe, pavoni, persino un busto di San Pietro decorano ciondoli e lucerne, diffondendo la nuova religione e dichiarando al tempo stesso l’appartenenza al nuovo credo cristiano.
Quando, nel 268 a.C., i coloni romani si affacciano nella Valle Padana per fondare Ariminum, si trovano di fronte un territorio con una popolazione composita, formata da diverse tribù galliche sopra un substrato umbro-etrusco, con tradizioni e credenze religiose varie. Gli stessi coloni hanno peraltro origini variegate: ad una prevalenza di latini si uniscono sabini, campani e quanto offre il panorama esistente a Roma, già città multietnica. La tradizione religiosa romana portata dai colonizzatori coniuga quindi una religione pubblica codificata in precisi rituali, ed una religiosità privata, legata alle tradizioni popolari e familiari, molto più variata e difficile da definire, anche per la quasi assoluta mancanza di fonti relative.
Da sempre, la religione romana si è caratterizzata per una notevole recettività. Le divinità tradizionali incorporano gli dei delle popolazioni conquistate, assumendone le caratteristiche anche in modo sincretistico; allo stesso modo vengono accettate nuove divinità e nuovi culti, assimilando innumerevoli manifestazioni religiose, a meno che queste non mettano in pericolo l’ordinamento dello Stato, che in ogni caso presiedeva e controllava gli aspetti pubblici del culto; le manifestazioni private invece erano più libere e come tali più difficili da identificare e interpretare, almeno dal punto di vista archeologico.
L’esposizione, posta sotto il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è organizzata dal Museo Civico Archeologico di Castelfranco Emilia in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, le Università degli Studi di Bologna e Ferrara e l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna. Mostra e catalogo sono curati da Jacopo Ortalli dell’Università degli Studi di Ferrara e dalla direttrice del museo Diana Neri.
La mostra è aperta su richiesta per gruppi e scolaresche anche in altri orari da concordare chiamando il Settore Tutela e Gestione Beni Culturali e Paesaggistici Tel. 059.959367
NAPOLI (NA)

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI - ERCOLANO. TRE SECOLI DI SCOPERTE

Fino al 13 aprile 2009, al Museo Nazionale di Napoli è di scena una grande mostra delle straordinarie opere (sculture, affreschi, iscrizioni) che in quasi tre secoli di scoperte sono state recuperate dal sito di Ercolano.
Corridori in bronzo dalla Villa dei Papiri
E'' in programma fino al prossimo 13 aprile 2009 al Museo Archeologico Nazionale di Napoli la mostra "Ercolano. Tre secoli di scoperte". La grande esposizione è dedicata alle straordinarie opere (scultore, affreschi iscrizioni) che in quasi tre secoli di scoperte sono state restituite da quel miracolo archeologico che è l’antica Ercolano. Se Ercolano, insieme a Pompei e alle ville di Oplontis, è stata dichiarata dall’Unesco nel 1997 “Patrimonio dell’Umanità” è perché con i suoi stupefacenti resti offre una testimonianza della vita e della società romana con tanta abbondanza di particolari e con l’immediatezza della conservazione da potersi ritenere unica al mondo. Le altissime temperature sviluppate dall’eruzione del Vesuvio hanno infatti determinato a Ercolano un fenomeno di conservazione assolutamente originale e in larga misura privo di confronti anche nella stessa Pompei, al di là degli affreschi e delle sculture. Ercolano ha restituito le testimonianze più ricche e complete del mondo antico, riferite anche ad aspetti e temi della vita quotidiana e della società romana (religione, ambito domestico, abbigliamento, arredi): materiali organici, carbonizzati, di ogni genere, quali tessuti, papiri, legni, commestibili, tavolette cerate, tutte preziosissime fonti di informazione per quegli aspetti “minori” e quotidiani della civiltà romana.La terribile eruzione del 79 d.C., che in una notte cancellò uomini e cose, ha fatto sì che a noi giungesse una città intera, ancora pullulante di vita, sia pure nelle forme proprie impresse da una catastrofe appena compiuta: tetti scoperchiati, muri abbattuti, porte scardinate, statue travolte, suppellettile disseminata ovunque, tutto però in larga misura recuperabile o ricomponibile e, quel che più conta, fresco e vivido come mai accade negli scavi condotti in altre zone archeologiche del mondo, ove il tempo ha avuto modo di sgretolare gradualmente le strutture e le opere originarie, o in altri casi di trasformarle, di inglobarle, spesso di distruggerle completamente. Per tutto quello che invece è venuto alla luce a Ercolano, da un punto di vista conservativo, il tempo non è trascorso dalla notte del 79 fino al momento della scoperta.
In questa mostra sono per la prima volta materialmente ricongiunte e presentate al pubblico quasi tutte le opere della grande statuaria restituite dalla città, che appartengono a stagioni diverse della storia degli scavi e che ne hanno determinato il diverso destino quanto a luogo di conservazione e quindi anche di potenziale fruizione.La plurisecolare storia degli scavi di Ercolano, iniziata per caso nei primi anni del 1700, visse infatti una prima stagione per impulso del re Carlo di Borbone che nel 1738 diede ufficialmente inizio alle esplorazioni per cunicoli sotterranei. Le opere di particolare pregio venivano trasportate nell’Herculanense Museum, ricavato nell’ala del Palazzo Caramanico della Reggia di Portici che frattanto Carlo di Borbone aveva fatto costruire, affinché visitatori di rango e studiosi, previo permesso regio, potessero ammirarli. Alla stagione delle esplorazioni borboniche, appartengono principalmente il Teatro, la Villa dei Papiri, la Basilica Noniana e l’Augusteum (cd. Basilica), gli imponenti cicli scultorei dei quali, trasferiti nel 1822 dall’Herculanense Museum al Palazzo degli Studi a Napoli, che sarebbe diventato il Real Museo Borbonico e quindi, con l’Unità d’Italia, il Museo Archeologico Nazionale di proprietà dello Stato, vengono ora per la prima volta con questa mostra riuniti e presentati al pubblico in tutta la loro magnificenza.Artefice della grandiosa e sistematica operazione di scavo a cielo aperto e di contestuale restauro è stato invece Amedeo Maiuri, che fra il 1927 e il 1958, ha messo in luce la massima parte dell’attuale parco archeologico. Nello scavo dell’antica Ercolano Amedeo Maiuri concretizzò la sua idea di offrire ai visitatori un suggestivo esempio di città-museo e per far ciò allestì un piccolo Antiquarium nella Casa del Bel Cortile e ricollocò molti oggetti in sito, anche a prezzo di qualche tradimento rispetto ai reali contesti di rinvenimento.
Tutte le opere provenienti da questi scavi sono rimaste convenientemente a Ercolano e, insieme a quelle scaturite dagli scavi eseguiti negli ultimi venti anni, fra cui la statua loricata di Nono Balbo, gli splendidi rilievi arcaistici e la peplophoros e l’Amazzone dall’area della Villa dei Papiri. Queste sculture saranno tutte in mostra e verranno poi esposte nell’Antiquarium di sito, la cui apertura al pubblico è prevista per la fine del 2009, offrendo un utile e non comune complemento alla visita.
In occasione della mostra, l’atrio monumentale del Museo ritorna al suo antico decoro, rivivendo come spazio espositivo.
Il percorso della mostra, che comprende oltre 150 opere, è articolato in sezioni opportunamente definite da uno scenografico gioco di luci, che simboleggia la distanza tra la vita immortale degli dei e la caducità della vita umana.L’esposizione ha infatti inizio con la viva luce, che illumina le figure di dei, eroi e delle dinastie imperiali, così come ci appaiono nelle sculture di Ercolano (in particolare quelle provenienti dall’Augusteum), come non è certo frequente trovare con tanta abbondanza e varietà in altri contesti archeologici.Prosegue con una luce in graduale attenuazione nelle successive sezioni, dedicate rispettivamente alle illustri famiglie ercolanesi che con atti di munificenza privata contribuirono al rinnovamento edilizio della città nella prima metà del I secolo d.C. (Marco Nonio Balbo e la sua famiglia, Lucio Mammio Massimo) e alle numerose sculture della Villa dei Papiri, che hanno fatto di questa villa un caso eccezionale nel panorama dell’archeologia italiana, osservatorio privilegiato per la comprensione del ruolo svolto dalla cultura greca presso le classi dominanti della tarda repubblica romana.Una luce più soffusa si diffonde sui ritratti della gente comune, significativamente accostati alle liste dei cittadini incise su marmo (cd. Albi degli Augustali), mentre le tenebre avvolgono gli scheletri dei fuggiaschi, una delle più straordinarie scoperte archeologiche degli ultimi decenni. Uomini, donne e bambini avevano cercato rifugio sull’antica spiaggia e negli ambienti voltati prospicienti il mare quando con improvvisa, immediata brutalità, il primo surge si abbatté su di essi, catturando per sempre, come in una macabra istantanea, il loro ultimo istante di vita. Anche nell’archeologia della morte Ercolano ha rivelato la sua eccezionalità, offrendo allo studio di antropologi, vulcanologi e archeologi un campione di popolazione ben diverso e ben più ricco e promettente di quello che di norma proviene dalle necropoli.L’ultima sezione, dedicata ai tessuti da Ercolano, prende spunto da un recente ritrovamento effettuato dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Nell’ambito dello scavo della Villa dei Papiri e dell’Insula Occidentalis, e precisamente sulla terrazza del porticato adiacente al grande complesso termale dotato di piscina calida, è stata rinvenuta, nel luglio 2007, una massa informe di materiale organico, nei pressi di una borsa di cuoio, di legni carbonizzati pertinenti ad imbarcazioni e di una rete con pesi di piombo. Il microscavo certosino della massa informe ha consentito di recuperare un esteso frammento di tessuto, forse canapa, che nel suo aspetto consolidato verrà presentato per la prima volta al pubblico.
Per l’occasione si esporrà anche una ridotta, ma significativa, selezione di tessuti provenienti da Ercolano e da Pompei, che fanno parte di una raccolta del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, rimasta ad oggi sconosciuta al grande pubblico: la più grande collezione del mondo romano, costituita da 180 reperti tessili. Accanto a sacchi, sacchetti e piccoli borsellini, sono conservati pezzi in tela di cui sembra lecita l’attribuzione ad indumenti personali, quali tuniche e mantelli.
L’esposizione di reperti tessili sarà integrata da un repertorio iconografico costituito da sculture e affreschi vesuviani, che consentiranno di inquadrare meglio i tessuti nel loro originario contesto d’uso: l’abbigliamento.

Info:
Orari: dalle 9 alle 19.30. Chiuso martedì
Biglietto: intero € 10,00 ridotto € 6,75
La mostra è inserita nel circuito Campania Artecard
Prenotazione obbligatoria per gruppi, scuole e visite didattiche
tel. 848800288 - + 39 081 4422149
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - ARTE, PREZZO E VALORE

Fino all''11 gennaio 2009 una mostra alla Strozzina indaga la crescente correlazione tra arte contemporanea e sistema economico internazionale. In mostra le opere di ventuno artisti tra cui le "star del mercato" Damien Hirst e Takashi Murakami.
Dan Perjovschi, Site specific - Time specific 2008
E'' in programma fino al prossimo 11 gennaio 2009, presso il Centro di Cultura Contemporanea a Palazzo Strozzi, la mostra ARTE, PREZZO E VALORE - Arte contemporanea e mercato. Attraverso le opere di ventun artisti, tra cui anche le stelle del mercato, Damien Hirst e Takashi Murakami, l''esposizione indaga la crescente interrelazione tra arte contemporanea e mervato. Al potere che l''economia esercita su tutti i settori della realtà politica, sociale e culturale non si sottrae il campo della produzione artistica contemporanea e questo sta spingendo il sistema dell''arte a una profonda trasformazione in direzione di una logica di mercato totalizzante e globale.
Le esorbitanti quotazioni raggiunte dalle opere di artisti viventi alle aste internazionali, il crescente numero di manifestazioni, biennali, festival, fiere e mega-esposizioni che attraggono un sempre più pubblico dimostrano come l''arte contemporanea stia acquisendo negli ultimi anni un peso sempre maggiore nell''ambito del sistema culturale ponendosi come un importante fattore economico. Un settore economico con proprie regole e un network di operatori altamente specializzati. Gli artisti entrano così a far parte di un sistema fortemente competitivo che segue una dinamica internazionale mettendo in concorrenza tra loro artisti che provengono da realtà completamente diverse ma esigendo un linguaggio globalmente leggibile e commercializzabile. Data la crescente domanda di una produzione sempre nuova ed emozionante vengono abbreviati sempre più i tempi di produzione e i cicli di commercializzazione e così le esigenze di spettacolarizzazione fanno si che l''arte si trovi spesso in concorrenza con la cultura di massa e le sue logiche economiche.
Con questa esposizione, il CCCS (Centro di Cultura Contemporanea Strozzina) punta a svelare gli ingredienti di questa alchimia fornendo le chiavi di accesso a un sistema, quello dell''arte contemporanea, che ha le sue regole, le sue ipocrisie e le sue virtù. In mostra una panoramica per macro esempi (artisti particolarmente significativi rispetto al tema dell''esposizione) sullo "stato dell''arte" del mercato e sul modo in cui gli artisti lo affrontano.
In mostra il lavori di Damien Hirst (UK), Takashi Murakami (Giappone), Luchezar Boyadjiev (Bulgaria), Marco Brambilla (USA), Marc Bijl (Olanda), Fabio Cifariello Ciardi (Italia), Claude Closky (Francia), Denis Darzacq (Francia), Eva Grubinger (Germania), Pablo Helguera (Messico), Bethan Huws (UK), Christian Jankowski (Germania), Michael Landy (UK), Atelier van Lieshout (Olanda), Thomas Locher (Austria), Aernout Mik (Olanda), Antoni Muntadas (Spagna), Josh On (Nuova Zelanda), Dan Perjovschi (Romania), Wilfredo Prieto (Cuba), Cesare Pietroiusti (Italia) che rispecchiano i meccanismi del sistema economico dell''arte offrendo allo stesso tempo posizioni tra loro estremamente diverse: dalla conformità ai principi vigenti del mercato, a un approccio ironico e sarcastico, fino a una sorta di "anti-posizione" che tenta di evadere dagli aspetti commerciali del processo di produzione artistica.
Una mostra che dopo la recente crisi economica internazionale assume un senso ancora più attuale e che proponendo opere tra loro diverse per stile, contenuto e linguaggio, ha il pregio di essere estremamente chiara anche grazie a sintetici pannelli esplicativi conducendo il visitatore a scoprire le regole del gioco sistema dell''arte internazionale, dalle fluttuazioni in borsa del titolo della Sotheby''s, alla carta da parati coi titoli NASDAQ, dalla vendita dell''arte in Tv alla produzione in massa di simboli dell''individualità, dal dollaro ripetuto all''infinito con un gioco di specchi fino alle banconote bruciate con l''acido oppure "scomparse" nei cambi tra valute.
SIENA (SI)

Mostre ed Esposizioni » SIENA - ARTE GENIO FOLLIA

Prorogata fino al 21 giugno, la mostra al Santa Maria della Scala di Siena si compone di 300 opere che indagano il complesso rapporto tra arte, genio e follia. In esposizione opere di Van Gogh, Kirchner, Munch, Ernst, Dix, Grosz, Guttuso, Mafai, Ligabue e molti altri...
Hieronimus Bosh (attr.) Il concerto nell''uovo XVI secolo
Si intitola "Arte, Genio e Follia. Il giorno e la notte dell’artista", la mostra in programma dal 31 gennaio al 25 maggio prossimo al Museo di Santa Maria della Scala di Siena.
L''esposizione rappresenta il primo tentativo in Italia di indagare il rapporto tra produzione artistica e disagio mentale. Articolata in otto sezioni, affidate alla cura di grandi nomi del campo dell’arte, la mostra propone opere che affrontano il tema della follia in modo immediato e con un grande impatto emotivo. L’intento è quello di indagare “l’essere nel mondo” degli artisti attraverso le loro opere, senza tuttavia rinunciare alla fondamentale prospettiva storica e a tutti quei contributi che hanno studiato “arte, genio e follia” da altri punti di vista, siano essi di natura artistica, scientifica o medica.
La mostra si apre con “La scena della follia” a cura di Giulio Macchi, che documenta, attraverso un percorso cronologico articolato in nove sottosezioni, l’emarginazione ed il riscatto dei “folli”. Partendo dal periodo medievale in cui gli insani erano trasportati in grandi navi alla deriva verso Mattagonia, il reame della follia, isola lontana e irraggiungibile, si passa al racconto della vita manicomiale del XVII secolo fatto attraverso incisioni, strumenti medici e di contenzione utilizzati nella cura dei pazienti. In questa sezione vengono presentate due belle opere fiamminghe, "Le concert dans l’oeuf" attribuito a Hieronymus Bosch del Musée de Beaux-Arts di Lille e "Le tentazioni di Sant’Antonio Abate" di un Anonimo fiammingo di collezione privata. Con l’avvento della cultura positivista si mette da parte l’esperienza psicologica dell’individuo e prestando invece più attenzione alla natura biologica della malattia mentale, che vedeva in Cesare Lombroso l’esponente di maggior fama, non solo in Italia.
La prima sezione si conclude con manufatti di pazienti ricoverati in ospedali psichiatrici, per dimostrare che la creatività non è un privilegio solo del sano.
Nella seconda sezione entrano in scena una suggestiva galleria di nove busti a grandezza naturale, dalle bizzarre ed esasperate mimiche facciali: sono i volti di Messerschmidt, “nato sotto Saturno” secondo Wittkower, che nella seconda metà del Settecento ha rappresentato nelle famose “smorfie” la propria follia e quella universale. La sua straordinaria capacità di riprodurre fedelmente il corpo umano e le sue espressioni gradualmente si intreccia con un’idea delirante secondo la quale i “demoni delle proporzioni” erano intenzionati a punirlo per questo suo talento artistico. Per fuggire l’ira dei demoni Messerschmidt ideò alcuni stratagemmi e soluzioni bizzarre; utilizzò, ad esempio, dei titoli chiaramente non corrispondenti all’espressione facciale riprodotta nei busti, sperando di convincere i demoni della sua assoluta incapacità di comprendere, padroneggiare e dunque generare le proporzioni umane.
Seguono nel percorso della mostra quattro protagonisti del tempo di Nietzsche: Van Gogh, Munch, Strindberg e Kirchner. Artisti che sono stati oggetto di ampi studi sull’argomento del loro rapporto genio-follia.
L’Hôpital Saint-Paul à Saint-Rémy-de-Provencedel Musée D’Orsay di Parigi dipinto nel 1889 da Vincent Van Gogh quando il pittore si ricoverò volontariamente nella casa di cura. Nel periodo in cui visse in manicomio, l’artista godette di una certa libertà e poté continuare a dipingere en plein airdipingendo vari capolavori che ritraevano luoghi e persone che lo circondavano.
La follia collettiva: la guerra nello sguardo degli artisti è invece la sezione curata da Fausto Petrella. Scelti anche per il comune e tremendo linguaggio pittorico che spesso oltre alla “descrizione” della tragedia, entra nel tormentoso impasto di segno e colore, il visitatore può ammirare capolavori di artisti quali Renato Guttuso, Mario Mafai, Otto Dix che nel loro percorso pittorico hanno affrontato questo drammatico tema.
Due classici e storici momenti dell’arte dei folli e degli artisti non propriamente detti, si ritrovano in una ampia antologia della Collezione Prinzhorn di Heidelberg, a cura di Giorgio Bedoni e nella Collezione dell’Art Brut di Losanna, sezione curata da Lucienne Peiry.
Hans Prinzhorn, psichiatra psicoterapeuta presso l’Istituto di Psichiatria dell’Università di Heidelberg, è stata una personalità poliedrica con interessi sia scientifici che artistici. Ha studiato storia dell’arte, estetica, filosofia, musica e canto ed è stato un vero pioniere nella valutazione delle manifestazioni artistiche psicopatologiche in grado di svelare attraverso nuovi metodi i problemi degli alienati per poterli affrontare, se non risolvere, da un punto di vista assolutamente inedito, considerando la malattia come “uno dei modi possibili di essere uomini” e soprattutto artisti. Proprio grazie a questo studio e alle analisi di questi artefatti, riuscì a mettere insieme una ricca collezione di opere realizzate da “alienati”, di cui in mostra è esposta una suggestiva galleria.
La sezione dell’Art Brut, curata da Lucien Peiry, proveniente dalla “Collection de l’ArtBrut” voluta da Jean Dubuffet, concepisce la follia come molla stessa dell’invenzione, valore positivo che si genera “là dove meno ce l’aspettiamo” ed elevata al rango di stato fecondo necessario alla creatività stessa.
Un omaggio italiano all’Art Brut è rappresentata da una selezione di venti dipinti di Carlo Zinelli - il cui stile ricorda quello dei primitivi e dei bambini, ma con un’armonia compositiva da autentiche opere d’arte - che sono poi seguiti da 13 dipinti di Antonio Ligabue, autore maledetto e genio rustico definito dalla critica un pittore naif che rappresenta la natura e il mondo degli uomini come una realtà colma di crudeltà e di conflitti. Ne sono un esempio il Leone, leopardo e cigno o la Volpe con rapace.
La lucida follia nell’arte del XX secoloè l’ultima sezione, che si incontra nel percorso espositivo, articolata in tre sottosezioni. Si apre con una sezione a cura di Jean-Jacques Lebel che affronta discorso sul disegno come forma primaria dell’espressione dell’inconscio attraverso le opere di Henri Michaux, le cui opere vengono per la maggior parte realizzate sotto l’effetto della mescalina, e Unica Zürn, Vengono poi presi in considerazione tre casi emblematici della sperimentazione surrealista con Max Ernst, André Masson e Victor Brauner. Il movimento surrealista ha preso spunto dal rapporto arte/automatismo psichico, per cui la produzione artistica è quella che più si avvicina al sogno, alla deriva della ragione, alla discordanza con la realtà.
Murielle Gagnebin si occupa di Max Ernst, André Masson e Victor Brauner, casi emblematici della sperimentazione surrealista.
Conclude la mostra il movimento che a Vienna, a partire dagli anni ’60, ha più di ogni altro interpretato il tema della follia: il Wiener Aktionismusche mai assumerà aspetti ludici o romantici, facendo propri, al contrario, i caratteri cupi di una scena teatrale violenta, talvolta crudele e masochista, spettacolare e tragica, entro la quale il corpo diviene l’estensione della superficie pittorica e opera stessa nelle sue più sorprendenti trasformazioni.
In contemporanea alla mostra è possibile effettuare visite guidate all’interno del “villaggio manicomiale” di S. Niccolò: una vera e propria cittadella edificata tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento intorno all’edificio centrale dell’Ospedale Psichiatrico, su progetto dell’architetto romano Francesco Azzurri. Il percorso comincia dalla Farmacia ospedaliera, grazioso edificio neopompeiano che conserva pregevoli arredi e decorazioni d’epoca, prosegue lungo la via degli artigiani, fiancheggiata dalle botteghe entro le quali i malati esercitavano le professioni manuali. Segue la visita dell’edificio centrale, costruito tra il 1870 e il 1890 in luogo dell’antico monastero francescano di S. Niccolò, da cui ha ereditato il nome. La struttura, articolata su due piani, accoglie il visitatore con un ampio ed elegante atrio, a cui è contigua la chiesa interna recentemente restaurata. Dal retro del palazzo si imbocca la strada che conduce ai padiglioni diffusi sul territorio, un tempo deputati ad assolvere
alle funzioni più varie. Particolarmente interessante e meritevole di una sosta è il reparto “Conolly”, destinato all’isolamento dei “pazzi agitati”: si tratta dell’unico esempio italiano di panopticon, la struttura di detenzione di forma ellittica teorizzata dal filosofo inglese Jeremy Bentham nel 1791. La visita prosegue raggiungendo la lavanderia (attualmente adibita a Dipartimento di Fisica con l’aggiunta di un osservatorio astronomico), fino a raggiungere la colonia agricola, ubicata nel fondovalle del cosiddetto Orto dei Pecci. L’amena vallata, che si distende ancora integra nel cuore della città, era infatti destinata alle attività agricole e all’allevamento del bestiame; funzioni che tutt’oggi vengono mantenute vive dalla Cooperativa Sociale “La Proposta”, ospitata in questo luogo.
FERRARA (FE)

Mostre ed Esposizioni » FERRARA - MORANDI. L''ARTE DELL''INCISIONE

In mostra a Palazzo dei Diamanti l''opera calcografica di Giorgio Morandi. Fino al prossimo 2 giugno l''esposizione propone un corpus di oltre centotrenta incisioni realizzate dall''artista lungo tutta la sua carriera.
Giorgio Morandi - incisione
«Vi sono pittori per cui l''incisione rappresenta una via secondaria, e quasi di campagna, un modo di prendersi le vacanze dalla pittura: altri, per cui l''incisione diviene il fulcro stesso della forma pittorica. Se di questi ultimi fu Rembrandt il principe, è fra questi che si schiera anche Morandi» (Cesare Brandi)

Palazzo dei Diamanti dedica la sua mostra di primavera alla presentazione dell''opera calcografica di Giorgio Morandi, un corpus di oltre centotrenta incisioni realizzate dall''artista lungo tutto l''arco della sua carriera. Da Dürer a Parmigianino, da Rembrandt a Piranesi, da Goya a Picasso, la storia dell''incisione è un capitolo fondamentale dell''intera storia dell’arte. È stato così anche per Morandi che trattò la produzione grafica con impegno pari a quello dedicato alla pittura, raggiungendo esiti altissimi per abilità tecnica e resa poetica.
Morandi iniziò a dedicarsi all''incisione nel 1910-11, quasi contemporaneamente alla pittura, e continuò a farlo fino a qualche anno prima della sua morte, avvenuta nel 1964. Fu un autodidatta che saggiò, con pazienti tentativi e ricerche, i vari procedimenti tecnici fino a quando non si impadronì appieno del mezzo e delle sue possibilità di restituzione dei volumi, delle forme e della luce. Dopo un periodo di intensa sperimentazione, che caratterizza soprattutto i primi anni Venti, la sua tecnica prediletta divenne l''acquaforte.
Sin dalla primissima produzione, l''opera grafica di Morandi si situa tra modernità e tradizione. Se, infatti, nei paesaggi degli esordi del 1912-13, come anche nella Natura morta con bottiglie e brocca del 1915 in cui sono evidenti suggestioni di ambito cubo-futurista, il bolognese dimostra di aver ben assimilato la lezione delle avanguardie, più tardi, in un gruppo di incisioni dell''inizio degli anni Venti, si nota quanto l''esempio di Rembrandt sia stato importante per lo sviluppo della sua arte incisoria, soprattutto nella resa dei valori tonali. Esemplare in questo senso è la Natura morta con il cestino del pane del 1921, in cui gli oggetti sono mirabilmente modellati attraverso graduali passaggi chiaroscurali.
Nel 1927 si apre la grande stagione di Morandi acquafortista. Nelle incisioni realizzate quell''anno a Grizzana il paesaggio è ridotto all’essenziale, il ritmo della composizione è scandito da alberi, case, pagliai, ora colpiti dal potente sole meridiano che genera profili e ombre nette, ora immersi in un chiarore più diffuso. I rapporti con la pittura sono strettissimi, tanto che Morandi tratta spesso i medesimi soggetti nelle due tecniche. Ciò accade sia con il Paesaggio (Casa a Grizzana) che con la Natura morta con compostiera, bottiglia lunga e bottiglia scannellata, una delle acqueforti più sublimi del maestro bolognese. L''opera, tratta da un dipinto del 1916 risalente alla stagione metafisica di Morandi, reca la data del 1917, ma fu in realtà incisa nel 1928 e deve il suo fascino anche alla scelta della carta sul cui morbido bianco risalta la gamma dei grigi argentei.
All''inizio degli anni Trenta, la conquistata abilità tecnica permette a Morandi di staccarsi dalla resa obiettiva dei motivi per avvicinarsi a una personalissima e sempre diversa trasfigurazione poetica degli stessi. Ciò risulta evidente in un gruppo di acqueforti che hanno per soggetto dei mazzi di fiori, realizzato tra il 1927 e il 1933. In queste opere, la stesura del tratteggio passa da un ritmo regolare e serrato ad un trattamento più libero e sciolto con il quale dà vita a opere di sorprendente spontaneità e freschezza come Fiori di campo del 1930. In altri casi, ad esempio in Gruppo di zinnie, torna a una tessitura più controllata, e, variando l''andamento dei tratti paralleli a seconda del disporsi dei petali, raggiunge «effetti inediti di setosità quasi cangiante».
Morandi crea le nature morte per le quali è diventato famoso con le centinaia di oggetti che, dal 1914 in avanti, raccoglie nel suo studio e che per oltre cinquant’anni rimangono i temi privilegiati delle sue opere, ma, a dispetto della ripetitività dei soggetti, gli esiti sono ogni volta diversi. Ciò accade perfino quando realizza più incisioni a partire dalla stessa composizione, come nel caso di Natura morta con oggetti bianchi su sfondo scuro, Natura morta di vasi su un tavolo e Natura morta a grandi segni, tutte del 1931. Nella prima le bottiglie e i vasi si stagliano bianchi sullo sfondo cupo e la luce che si rifrange sulle superfici è percorsa da sottili vibrazioni, rese con un tratteggio leggero e diradato. Il bianco è invece assoluto nella seconda incisione e questa scelta basta a trasfigurare la composizione per cui gli oggetti, che sembrano ritagliati nella carta, perdono il proprio legame con la realtà. Nella Natura morta a grandi segni, infine, linee spesse e rigide descrivono i profili del vaso ritorto e delle bottiglie instabili della prima fila modellati dalla luce in un''atmosfera trasparente.
Nei paesaggi degli stessi anni Morandi restituisce anonimi scorci di Bologna o la campagna attorno a Grizzana con una grande libertà di ispirazione. A volte, l''accento è posto sull''atmosfera di un''assolata giornata estiva. Nel Paesaggio di Grizzana del 1932, ad esempio, segni marcati e incrociati grossolanamente descrivono gli alberi e le case sullo sfondo chiarissimo del cielo, generando drammatici contrasti di luce e ombra. Altre volte, invece, a interessare l''artista sono le innumerevoli sfumature tonali del paesaggio, come in un''incisione dello stesso anno in cui il fianco di una collina è accarezzato da una luce discreta e diffusa, che viene modulata dall''artista con una tessitura di linee serrata e regolare o, ancora, nel Grande paesaggio del 1936. La sensibilità di Morandi nella resa delle diverse gradazioni tonali tocca l''apice in alcune incisioni del 1933 di formato quadrato, tra le quali spicca la bellissima e toccante Natura morta a tratti sottilissimi, dove i profili dei tredici oggetti disposti su due file sono delineati con un''impalpabile ombreggiatura a tratteggio.
A partire dalla metà degli anni Trenta, l''attività di Morandi incisore si dirada notevolmente a causa della fatica imposta dal lavoro sulla lastra. La qualità delle acqueforti rimane tuttavia altissima e la voglia di sperimentare nuove strade non viene meno. Lo testimoniano opere come la Grande natura morta scura del 1934, che è stata paragonata a un paesaggio notturno, in cui gli oggetti, appena visibili, sono descritti con diverse gradazioni tonali che vanno dal quasi nero al nero. È invece giocata su una modulazione di grigi, resa attraverso un reticolo serratissimo di segni, la Natura morta in un tondo del 1942; l''incisione fa parte di una serie di opere in cui Morandi si cimenta con una nuova sfida, che lo impegna anche in pittura, e cioè l''iscrizione della composizione in un tondo o in un ovale.
Natura morta con nove oggetti e Natura morta con cinque oggetti documentano, con la loro diversità e bellezza, la vitalità dell''ultimissima produzione del maestro. Nella prima Morandi dà vita ad una composizione severa, in cui le scatole, i vasi e le bottiglie sono stretti tra loro a formare un unico blocco; ciò che lo interessa, in questo caso, è il problema tutto moderno della resa dei volumi sulla superficie piana, che l''artista bolognese risolve in maniera assolutamente personale. La seconda è invece un''opera marcatamente pittorica, in cui lo sguardo viene catturato dal riflesso scintillante della luce sulle brocche e sulla bottiglia.
Dopo decenni di studi che hanno chiarito il contributo originale dell''artista nel contesto internazionale dell''arte contemporanea, o hanno indagato la peculiarità linguistica della sua opera grafica, l''intento di questa mostra – curata da Luigi Ficacci e realizzata in collaborazione tra Ferrara Arte, le Gallerie d''Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara e il MAMbo - Museo d''Arte Moderna di Bologna – è di tornare a guardare l''incisione di Morandi nella semplicità della sua grandezza.
MANTOVA (MN)

Mostre ed Esposizioni » MANTOVA - LA FORZA DEL BELLO

Un percorso tra oltre cento capolavori di arte antica per indagare la presenza dell''arte greca sul territorio italiano. Si intitola "La Forza del Bello", la mostra in programma a Palazzo Te di Mantova fino al prossimo 6 luglio.
Cratere a calice a a figure rosse (cosiddetto “vaso di Euphronios”)
Si intitola La FORZA Del BELLO, la mostra in programma fino al prossimo 6 luglio presso Palazzo Te di Mantova. Nata da un’idea del Prof. Salvatore Settis e messa a punto con l’aiuto di Maria Luisa Catoni, Francesco De Angelis e Paul Zanker, la mostra è stata curata da Salvatore Settis con Maria Luisa Catoni e la collaborazione di Lucia Franchi e dello staff del Centro di Palazzo Te. La mostra, allestita da Andrea Mandara, si propone di illustrare narrativamente, attraverso una selezione di oltre cento opere straordinarie provenienti da tutto il mondo, la storia della presenza dell’arte greca sul territorio italiano, di centrale importanza nella millenaria vicenda di contatti e scambi che forma la trama delle culture artistiche del Mediterraneo. Pur non essendo una vicenda lineare sono state individuate tre fasi successive ben caratterizzate e che corrispondono, in mostra a tre distinte sezioni che propongono un racconto storico attraverso opere di altissima qualità estetica.
Nella prima fase (VII-II sec. a.C.) l’arte prodotta nelle città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia s’intreccia con quella prodotta in Grecia e importata non solo dai Greci d’Italia, ma anche da altri popoli della Penisola, specialmente gli Etruschi, che ne sono conquistati e prendono a imitarla. Fra le culture durevolmente sedotte dall’arte greca spicca quella di Roma, cui è dedicata la seconda parte dell’esposizione (III sec. a.C. - IV sec. d.C.). I Romani non solo saccheggiano e raccolgono opere d’arte greca, ma attraggono artisti greci a lavorare per loro in Italia, e delle opere più celebrate vogliono copie “in serie”, a ornare case, palestre e giardini. Questa “moltiplicazione” dell’arte greca e l’eco duratura che essa lascia nelle opere degli scrittori romani, ne ha assicurato la fama e ha costruito le premesse per la sua ricerca e riscoperta dal Medio Evo all’Ottocento, tema della terza parte della mostra. A un’idea quasi favolistica dell’arte greca perduta si affianca, dal Quattrocento in poi, l’importazione di sculture dalla Grecia; rinasce il collezionismo di scultura antica e, nell’assiduo tentativo di ricostruire l’antica narrazione storica dell’arte, si impara a distinguere gli originali dalle copie, mentre dal suolo italiano spuntano nuovi originali greci. Questa sequenza narrativa vuole far emergere alcuni tratti costanti del gusto che ha radicato l’arte greca nelle culture d’Italia: dall’una all’altra sezione si inseguono dunque, con la forza potente del richiamo visivo, i grandi temi che segnano i meccanismi della ricezione. E'' infatti su questa base che nasce, dal Settecento in poi, lo studio “scientifico” dell’arte greca, partito con l’antiquaria italiana e culminato nell’archeologia tedesca. La presenza dell’arte greca in Italia diviene così la matrice e il lievito di un processo di riscoperta e conoscenza storica ancora in corso.

I SEZIONE

La presenza di opere d''arte greca sul suolo italiano comincia almeno dal VII secolo a.C. A volte si tratta di opere di artisti greci che vengono importate in Italia, altre volte sono gli stessi artisti a trasferirsi. Ma buona parte della Penisola è allora interamente greca: colonie greche - come Taranto, Sibari, Crotone, Reggio, Siracusa, Agrigento - popolano infatti le coste dell''Italia meridionale - la Magna Grecia - e della Sicilia. Le opere d''arte prodotte in queste città sono ovviamente del tutto greche, anche se talvolta presentano caratteri stilistici peculiari. Anche altri popoli non greci dell''Italia antica importano in massa oggetti di prestigio prodotti in Grecia e se ne fanno profondamente influenzare: emergono fra questi gli Etruschi e, più tardi, i Romani. Ceramiche e sculture non sono importate per il loro valore d’arte, ma per la loro funzione, ad esempio per comporre corredi funebri o gli arredi dei santuari; tuttavia, la fortuna dei criteri di analisi del visibile e di rappresentazione elaborati dall''arte greca è dovuta soprattutto alle sue alte qualità formali, alla sua capacità di narrare il mito (e più tardi la storia), ma anche di “mostrare” al meglio il bello, l’umano e il divino. E'' proprio in questi secoli che l''arte greca sviluppa infatti i suoi tratti caratteristici più marcati e più duraturi, cioè: un''accentuata attenzione al corpo umano nei suoi valori di energia e di eleganza; la contrapposizione e l''equilibrio fra le norme del controllo sui movimenti del corpo e la sfrenatezza consentita in condizioni estreme (la guerra, le danze bacchiche); il contrasto fra la sensualità dei corpi, specialmente femminili, e l''intensità ideale dei volti, specialmente maschili; infine, le modalità di narrazione del mito e la rappresentazione degli dèi.
Questi stessi caratteri formeranno, nel tempo, le categorie estetiche della ricezione dell’arte greca. Saranno le ragioni della sua fortuna, e perciò ci permettono di articolare e intendere storicamente la forza del bello.
La sezione si apre con uno straordinario capolavoro: il Kouros Milani B in marmo bianco, dal Museo Archeologico di Firenze, ricongiunto alla Testa da Osimo in marmo, in collezione privata; eccezionalmente vengono assemblati come in origine. Tra i pezzi di grande bellezza e importanza, la copia in bronzo del monumentale Cratere di Vix, da Châtillon-sur-Seine, appaiato al grande Vaso con fregio fittile di guerrieri da Metaponto; la splendida Testa femminile in marmo da Francoforte e due sculture monumentali di provenienza siciliana: l’Auriga di Mozia, in marmo, e il Satiro di Mazara, in bronzo. Queste sculture fanno parte di un gruppo di nove opere tutte provenienti dalla Sicilia, richieste dai curatori per esemplificare la massiccia presenza dell’arte greca nelle greche Italia Meridionale e Sicilia. Altre opere sono il Satiro di Armentum, in bronzo, proveniente da Monaco e lo Zeus bronzeo di Ugento col suo capitello da Taranto. La pluralità dei media di trasmissione di forme e valori della cultura greca è esemplificata, nella mostra, anche attraverso esemplari di pittura vascolare di altissima qualità pittorica.

II SEZIONE

“Una volta conquistata, la Grecia conquistò i suoi selvaggi vincitori, e portò le arti fra i contadini del Lazio”: queste le parole, citatissime, di Orazio che descrivono molto bene l''attitudine dei Romani verso la cultura greca. La Grecia già nel II secolo a.C. è completamente assoggettata a Roma sul piano politico e militare: le città greche di Sicilia e Magna Grecia lo erano state anche prima, altre aree di cultura greca, da Pergamo ad Alessandria, vengono sottomesse dai Romani fra il II e il I secolo a.C. Ma per i Romani delle classi elevate, la cultura greca costituisce per secoli un costante punto di riferimento. Attratti irresistibilmente dall''arte greca, non solo per la funzione che gli oggetti d’arte potevano avere in templi, luoghi pubblici e dimore, ma specialmente nei suoi valori di bellezza e di eleganza, i Romani cercano di appropriarsene in varie forme. Importazione e collezionismo. Prima di tutto, moltissime opere d''arte greca vengono violentemente strappate alle città sconfitte, ad esempio Siracusa nel 212 a.C. e Corinto nel 146 a.C. e portate come bottino di guerra a Roma, dove sfilano nelle processioni trionfali e sono poi esposte nei templi. Molti Romani delle classi più alte fanno inoltre a gara nel raccogliere nelle loro ville opere d''arte greca, dando vita a un collezionismo assai competitivo.
Artisti greci in Italia
Un altro modo di assicurarsi la presenza dell''arte greca in Italia, specialmente a Roma, è di offrire lavoro e commissioni ad artisti greci, che in gran numero si trasferiscono a Roma e vi impiantano le loro botteghe. Il mercato della capitale dell''impero è ormai assai più vivace di quello delle città greche e, in qualche caso, ad esempio a Rodi, crisi economiche e politiche di grande portata hanno addirittura quasi estinto la richiesta di opere d''arte. Gli scultori del Laocoonte, ad esempio, sono tre maestri di Rodi, che si trasferiscono a Roma dopo il crollo economico della madrepatria, e perciò della domanda d’arte, verso il 40 a.C. A volte, poi, le botteghe degli artisti greci si specializzano nella produzione di opere "all''antica", che si sforzano di riprodurre gli stili arcaici del VI secolo a.C. o quelli "classici" del V e del IV: una prima forma di canonizzazione dell''arte del passato, alla quale artisti e committenti cominciano a guardare con spirito retrospettivo e nostalgico.
L''industria delle copie
La spoliazione delle opere d''arte dalle città greche non può essere totale e, nonostante i numerosi approdi di originali greci a Roma e in Italia, la domanda di opere d''arte greca supera largamente l''offerta di originali. Le richiedono avidamente i singoli "collezionisti", ma anche i cittadini che desiderano per le loro case pochi pezzi da esibire come prova della loro cultura alla greca; molto richieste sono anche per l''arredo di edifici pubblici come terme e ginnasi, dove è prescritta una fitta decorazione di livello culturale alto, cioè necessariamente greco. Nasce così l''industria delle copie. I grandi capolavori del passato, riconosciuti come tali anche perché citati con frequenza nei libri specializzati di “storia dell''arte” (che in Grecia si cominciano a scrivere già dal III secolo a.C.), vengono più o meno accuratamente copiati, spesso sulla base di calchi in gesso fatti sugli originali. Queste copie sono per noi preziosissime, perché spesso ci restituiscono l''aspetto generale di originali andati quasi tutti irrimediabilmente perduti. Nella scelta delle opere d''arte greca che arredavano le loro città e le loro case, i Romani tendono a privilegiare valori, non solo formali ma etici, come l’energia e l''eleganza, la bellezza del corpo, la raffinatezza delle forme, la gioia di vivere; la maestà del divino e i caratteri e le espressioni del volto umano. L''arte greca nella quale la cultura romana ama rispecchiarsi assume in tal modo il significato di un deposito inesauribile di modalità narrative e rappresentative e, insieme, di un organico serbatoio di memoria culturale. Il mito greco viene non solo raccontato incessantemente, nella letteratura e sulla scena teatrale come nella decorazione domestica, ma diventa anche uno specchio in cui identificarsi: perciò i Romani amano sempre più farsi rappresentare nelle vesti di figure mitiche dell''antica Grecia, ma anche raccogliere in biblioteche pubbliche e private, in case e ville, gallerie di ritratti dei poeti e dei filosofi greci. La ricezione dell’arte greca finisce così col tradursi in un lento ma radicale cambiamento di funzione: statue e dipinti sono ormai primariamente ricercati per la loro bellezza e qualità, sono “oggetti d’arte” e come tali formano una parte essenziale della cultura romana. La Graecia capta - “Grecia conquistata” - ha davvero conquistato Roma e, attraverso la vastità del suo impero, è pronta a invadere l’Europa. Tra le opere più importanti esposte in questa seconda sezione della mostra segnaliamo: la Testa colossale di Atena in marmo, dai Musei Vaticani, il Volto da Cesano in avorio, da Palazzo Massimo a Roma, i due Efebo tipo Westmacott in marmo, dall’Antiquarium della Villa Papale di Castel Gandolfo e dai Musei Capitolini, l’Efebo porta lampada in bronzo, dal Museo Archeologico di Napoli, l’Antonia minore come Venere genitrice in marmo, da Baia, e lo splendido Apollo di Piombino in bronzo, dal Louvre. E alcuni notevoli affreschi, come quelli con Paesaggi con scene dall’Odissea dai Musei Vaticani.

III SEZIONE

La memoria dell’arte greca rimane ben viva anche nel Medio Evo: ma si tratta di una memoria più letteraria che monumentale. Nel grande naufragio della cultura e dell’arte antica dopo la fine dell’impero romano, vengono distrutte quasi tutte le sculture in marmo e in bronzo, le pitture, le decorazioni dei templi e degli edifici civili; e quello che si salva deve quasi sempre attendere molti secoli prima di tornare alla luce, per caso o dopo uno scavo. Scomparsi tutti i dipinti, sono soprattutto le sculture a tramandare l’arte antica: ma in quel poco che resta visibile nessuno riesce più a distinguere il greco dal romano. Cade invece in totale oblio la "grecità interna" dell’Italia, quella di Sicilia e Magna Grecia: persino i templi imponenti di Paestum e di Agrigento vengono dimenticati fino al Settecento. Quasi nessuno legge più il greco nell’Occidente europeo, ma gli autori latini, specialmente Plinio il Vecchio, rendono chiaro il primato dell’arte greca e l’alta considerazione in cui la tengono imperatori, senatori, intellettuali della Roma antica. Roma è per secoli fonte primaria, se non unica, di ogni scultura antica, e anzi nulla può nobilitare una statua quanto la sua provenienza da Roma: le "statue di Roma" divengono nel Cinquecento modello e misura del gusto per tutta Europa; alcune corti e alcuni luoghi, come il Cortile di Belvedere in Vaticano e la Tribuna degli Uffizi a Firenze, sono ammirati e imitati da tutti i sovrani, dalla Germania alla Spagna. Le prime collezioni di antichità contengono anche qualche opera greca, di solito importata attraverso l’Adriatico e Venezia: già nel Quattrocento un italiano, Ciriaco d’Ancona, è il primo a viaggiare in Grecia con intento archeologico. Dell’arte greca si ha allora un’idea assai vaga: e accade ancora, come nel Medio Evo, che opere d’impronta greca siano intese come romane, per assimilarle all’aura dell’impero defunto, o che opere romane di particolare bellezza vengano senza ragione presentate come greche. Ma sulla scia delle fonti antiche, che si moltiplicano per la scoperta di nuovi manoscritti e per la crescente conoscenza del greco, si impara ad attribuire all’arte classica alcune qualità essenziali, degne di ammirazione e di imitazione: l’attenzione al corpo umano, la rappresentazione del nudo e l’eleganza dei panneggi, il senso dell’equilibrio e la misura delle proporzioni, la peculiare caratterizzazione dei ritratti, le raffinate modalità narrative e compositive dei rilievi. Molte delle statue "greche" che emergono a Roma e altrove sono copie da originali perduti, ma lo si comprende molto tardi: "greche" si ritengono piuttosto, in mancanza di altri criteri, solo statue e rilievi con iscrizioni in greco o che rappresentino personaggi della storia e della cultura greca o miti greci. Si tratta invece, per la gran parte, di opere romane; ma la nostalgia dell’arte greca perduta, la cui eco riverbera dagli scritti di Plinio, di Cicerone, di Vitruvio, vale come uno stimolo potentissimo alla sua riscoperta. E’ così che antiquari e archeologi italiani ed europei finiscono col comprendere che molte delle "statue di Roma" sono sì copie, ma vanno rivalutate introducendo nuovi metodi per “ricostruire”, almeno mentalmente, gli originali perduti. In questo contesto ricco e variato, importanti originali greci che approdano in Italia, ad esempio alcune sculture del Partenone, non hanno inizialmente dal Cinque al Settecento uno status speciale, ma si affiancano alle sculture di provenienza italiana. Solo coi grandi viaggi esplorativi fra Sette e Ottocento, con le campagne di acquisti di vasti cicli scultorei - trasferiti da Egina a Monaco, da Atene a Londra e, più tardi, da Pergamo a Berlino - e con il consolidarsi dell’archeologia “scientifica” nelle università, si impara a distinguere l’arte greca dalla romana e a ricostruirne lo sviluppo storico. La prima guida su questa strada è l’opera del tedesco J.J. Winckelmann, che in Grecia non mette mai piede e che per intendere l’"essenza dell’arte greca" si fonda sulle fonti antiche e su una secolare cultura antiquaria tutta incentrata sulle "statue di Roma": ma in esse, con prodigioso intuito, riesce a cogliere lo spirito di quelle di Atene, la forza e le ragioni del Bello. La grazia, l’equilibrio, la misura, la naturalezza della rappresentazione e l’intensità dell’espressione divengono così criteri distintivi dell’arte greca, ma anche modello per quella neoclassica di un
Thorvaldsen o di un Canova. La forza del bello anima le categorie estetiche della ricezione dell’arte classica, ma anche ne impone e guida la riscoperta, l’indicazione a modello per gli artisti, la ricostruzione e comprensione storica.
Tra le opere esposte nella terza sezione della mostra, tutte nelle Fruttiere di Palazzo Te, ricordiamo la Kore Grimani e il Busto di Dioniso entrambi in marmo, dal Museo Archeologico di Venezia, l'' Idolino in bronzo con la sua base rinascimentale, dal Museo Archeologico di Firenze, l'' Erinni Ludovisi in marmo pentelico, dal Museo Nazionale Romano, reintegrata col suo Cuscino rinascimentale in marmo, conservato a Roma nella Curia Generalizia dell’Ordine di S. Agostino. Esposte inoltre alcune teste in diversi materiali: “Efestione” in bronzo, dal Museo del Prado a Madrid, un altro “Efestione” in basalto, da Venezia, la Testa di Atleta in bronzo, da Forth Worth, Texas e rilievi, come il Rilievo con Cavaliere in marmo, da Pompei, ora ai Musei Vaticani.Tra i pezzi di grande suggestione il Torso di Belvedere in marmo, dai Musei Vaticani e lo Spinario in bronzo, dai Musei Capitolini di Roma, per la prima volta posto a confronto con lo Spinario in marmo della Galleria Estense di Modena. In mostra anche alcune opere fondamentali, recentemente restituite all’Italia da due grandi musei americani grazie all’azione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali: due marmi dipinti dal J. Paul Getty Museum di Los Angeles - Sostegno di mensa con grifoni che sbranano una cerva e Bacino marmoreo con Nereidi, che per la prima volta verranno esposti con altri pezzi dalla stessa tomba di Ascoli Satriano, e il celeberrimo Vaso di Eufronio restituito dal Metropolitan Museum di New York. Il catalogo della mostra è curato da Maria Luisa Catoni e edito da Skira: contiene l’introduzione e un saggio di Salvatore Settis e altri scritti di Maria Luisa Catoni, Francesco De Angelis, Stefano De Caro, Franco Ferrari, Valerio Neri, Cecilia Parra, Giuseppe Pucci, Anna Maria Reggiani e Paul Zanker. La realizzazione delle schede è stata curata da Lucia Franchi. L’esposizione avrà un importante seguito nella mostra che si terrà in Sicilia nell’estate del 2009, in cui si metteranno a confronto le opere realizzate dagli artisti delle colonie greche in Italia con quelle coeve realizzate dagli artisti della Grecia e dell’Anatolia. Per dimostrare l’affascinante ipotesi di un modello policentrico di sviluppo dell’arte greca, in cui le opere prodotte in Grecia e in Italia non siano contrapposte in termini di “centro” e “periferia”, ma confrontate come esperienze parallele, intrecciate, suscettibili di mutua influenza.
La mostra di Palazzo Te rappresenta dunque un appassionante viaggio a ritroso, alle radici della nostra cultura. I capolavori selezionati da Settis e Catoni e richiesti con tenacia da Palazzo Te, ci consentono di ammirare opere straordinarie, cariche di quella bellezza insieme etica ed estetica, guardata, cercata e fissata durevolmente nel marmo o in pittura dagli artigiani greci, che hanno segnato in modo determinante molta dell''arte e numerose poetiche artistiche successive.
Posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, la mostra è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione Generale per i Beni Archeologici, dal Comune di Mantova, dal Museo Civico di Palazzo Te e dalla Regione Siciliana, sostenuta dalla Regione Lombardia Direzione Generale Culture, Identità e Autonomie della Lombardia, dalla Fondazione Banca Agricola Mantovana e dalla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Mantova, organizzata dal Centro Internazionale d’Arte e Cultura di Palazzo Te, con il contributo di Banca Agricola Mantovana e Eni.
CARRARA (MS)

Mostre ed Esposizioni » CARRARA - XIII BIENNALE INTERNAZIONALE DI SCULTURA

Fino al 28 settembre, a Carrara è di scena la XIII Biennale Internazionale di Scultura. La rassegna si articola in otto sezioni tematiche per indagare il presente e il futuro dell''arte fatta con il marmo.
Nothing but sculpture
Al via la XIII Biennale Internazionale di Scultura di Carrara. Fino al 28 settembre “Nient’altro che scultura. Nothing but sculpture”. Questo il titolo della rassegna curata da Francesco Poli. La XIII Biennale si articola in diverse sezioni: Omaggi, La forza attuale del marmo, Le nuove statue, Scultura come corpo vivente, In città, Scolpire il tempo, Il circuito dei laboratori. La scelta del titolo sottolinea il carattere specifico di questa manifestazione, nata nel 1957 ribadendo lo stretto legame tra la città e la produzione scultorea. L’esposizione concentra l’attenzione sugli aspetti più significativi e innovativi della scultura, creando una riflessione approfondita e una visione più precisa dello stato attuale di questo settore creativo, attraverso il confronto di giovani artisti emergenti con artisti di riconosciuta fama.
AOSTA (AO)

Mostre ed Esposizioni » AOSTA - AGLI DEI MANI

Fino al 15 giugno, nel MAR (Museo Archeologico Regionale) di Aosta è di scena la mostra "Agli Dei Mani. Da una necropoli di Augusta Praetoria, aspetti del rituale funerario”.
Il percorso di visita è stato allestito nel sottosuolo del museo tra i resti della Porta Principalis Sinistra e le fondamenta della cinta muraria.
Il manifesto della mostra
Fino al 15 giugno 2009, ad Aosta è di scena la mostra "Agli Dei Mani". Allestita nel sottosuolo archeologico del MAR-Museo Archeologico Regionale, la mostra “Agli Dei Mani. Da una necropoli di Augusta Praetoria, aspetti del rituale funerario” propone un percorso di visita tra i resti della Porta Principalis Sinistra, le fondamenta della cinta muraria nord, i resti murari delle fondazioni del convento delle Visitandine e le trasformazioni della Caserma Challant. L''esposizione è stata realizzata in occasione del recente rinvenimento di uno straordinario corredo funerario proveniente dalla Tomba 1 nella necropoli prediale di età romana di Saint-Martin-de-Corléans. Il sito, più conosciuto per la fase Eneolitica e per le stele antropomorfe (due delle quali sono esposte al MAR), in realtà è estremamente importante e ricco di informazioni sulle tipologie funerarie anche per l''epoca romana.
I recenti scavi, condotti dalla Direzione restauro e valorizzazione del Dipartimento Soprintendenza per i beni e le attività culturali in previsione della realizzazione del parco archeologico, hanno riportato alla luce, sotto il manto stradale, cinque tombe romane di cui la Tomba 1 è la prima ad essere esposta.
Si tratta di una tomba ad incinerazione, probabilmente appartenente ad una domina, con un corredo funerario di circa una quarantina di pezzi in ottimo stato di conservazione: bottiglie, piatti, ciotole, lucerne, monete e resti metallici relativi ad una cassetta “antenata” dei moderni beauty cases…

IL PERCORSO
Dedicata agli Dei Mani, anime dei Trapassati divinizzate, la mostra segue un percorso emozionale che prendendo le mosse dalla fossa di incinerazione nel momento che precedeva la deposizione del corredo si sviluppa attraverso la ricostruzione onirica dell''oltretomba tratta dalle opere virgiliane ed in particolar modo dal VI libro dell''Eneide (discesa agli inferi di Enea) e dal poemetto pseudo-virgiliano “culex” in cui schematicamente l''aldilà è descritto con sequenze che vengono scenograficamente ricostruite nel sottosuolo.
Il vestibolo area dei mali e delle passioni dell''uomo in cui imperano il pianto, i rimorsi, le malattie, la vecchiaia, la paura, la fame, il bisogno, la morte, la fatica, il sonno, i piaceri dei sensi, la guerra, la discordia. Al centro del vestibolo sotto un grande olmo stanno i sogni vani (Eneide, VI, 282-284: “Nel mezzo spande i rami, decrepite braccia, un olmo oscuro, immenso, dove si dice cha abitino a torme i sogni fallaci, che aderiscono sotto ciascuna foglia”).
L''Antinferno custodita da cerbero, vi si trovano i morti “prematuri: bambini morti poco dopo la nascita, morti per morte violenta, condannati a morte ingiustamente, suicidi (gli unici che ricordano e vivono nel rimpianto del passato), suicidi per amore e i giovani morti in combattimento.
Il Tartaro, collocato al di là del viret del convento per meglio integrare il percorso con l''architettura del luogo, ha una porta che si apre su un baratro profondo nel quale sono gettate le anime dei dannati.
I reperti, appositamente restaurati dalla Direzione ricerca e progetti cofinaziati, si “sveleranno” oltrepassando un breve viale delle Anime in cui attraverso una “selva” di iscrizioni riprodotte su teli saremo vis-à-vis di fronte ad ironiche e mordaci interpretazioni della morte:
“Qui è sepolto Leburna, maestro di recitazione, che visse più o meno cent''anni: sono morto tante volte, ma così mai. A voi lassù auguro buona salute”
“Sono fuggito, sono fuori. Speranza, Fortuna vi saluto. Non ho più niente a che spartire con voi. Prendetevi gioco di qualcun altro”
“ecco qua il tuo asilo. Ci vengo controvoglia, eppure bisogna”
“Ho vissuto come ho voluto. Per quale ragione sia morto, lo ignoro”
Il percorso prosegue verso l''uscita come se si partecipasse al rientro del corteo funebre: incontri con ritratti e con i consueti “bisbiglii” …ma sussurrati in latino!
La seconda parte del percorso della mostra abbandona il piano emozionale per entrare più scientificamente “dentro” al significato della riscoperta archeologica e prosegue con dettagliati e approfonditi riferimenti sulla necropoli romana di Saint-Martin-de-Corléans ed il senso storico, antropologico e sociale dei ritrovamenti.
Una sezione video sarà dedicata alle operazioni di microscavo e di restauro archeologico dei reperti e una sarà dedicata al futuro parco archeologico.
La mostra è prevista con la durata di un anno per poter adeguatamente coinvolgere sia il pubblico delle mostre estive, quindi prevalentemente i turisti, che la comunità locale e permettere alle scuole di partecipare ai laboratori e alle attività che attorno ad essa verranno organizzate dalla prossima rentrée scolastica.
Un ciclo di conferenze approfondirà nel corso dell''anno il delicato e scomodo argomento della morte nella società contemporanea: gli stretti rapporti con il mondo scolastico hanno infatti fatto emergere che su questo tema gli adolescenti si stanno interrogando e stanno faticosamente elaborando le loro riflessioni.
Un piccolo volume di approfondimento sul concetto dell''universalità della morte e le sfaccettate ritualità ad essa connessa con riferimenti agli aspetti mitologici fino alla sua musealizzazione nei siti archeologici della regione verrà allegato nella famosa rivista ARCHEO nel mese di giugno.
La mostra è curata dall''Ufficio didattica e valorizzazione della Direzione restauro e valorizzazione con la partecipazione nella ideazione delle fasi progettuali, nella ricerca scientifica e per l''allestimento della ditta Eventi di Genova.
LIVORNO (LI)

Mostre ed Esposizioni » LIVORNO - ALLE ORIGINI DELLA CITTA''

Una mostra indaga le vicende più antiche del territorio livornese, dall''età etrusca a quella romana. Fino al 17 maggio i Granai di Villa Mimbelli ospitano vasellame, bronzi, fibule, anelli e coppe di bucchero dall''Età del Ferro fino alle Ville Romane.
La locandina della mostra
Livorno indaga sulle vicende più antiche del proprio territorio e lo fa attraverso la mostra archeologica e documentativa sulla storia del territorio livornese dall’età etrusca a quella romana, in programma ai Granai di Villa Mimbelli, in via San Jacopo in Acquaviva, fino al 17 maggio 2009.
Vasellame, bronzi e morsi equini, busti, fibule, anelli, unguentari e coppe di bucchero saranno esposti nelle grandi sale dei Granai lungo un percorso curato da Stefano Bruni (docente di Etruscologia e Antichità Italiche dell’Università di Ferrara) che, nel ricostruire il quadro della vicenda antica del territorio livornese, ha articolato la mostra in più sezioni relative ai diversi stadi evolutivi degli insediamenti.
Interessantissime informazioni al riguardo saranno offerte dalla collezione archeologica di Enrico Chiellini, donata al Comune di Livorno nel 1883 che, in questa occasione, viene in gran parte esposta al pubblico. La raccolta riunisce un massiccio numero di reperti archeologici databili tra il XIII secolo a.c. e il VII° secolo d.c. di grande importanza storica per la ricostruzione del passato livornese e non solo, comprende anche significativi lotti di materiale come quello rosellano, tarquiniese ed etrusco centro-meridionale.
Il percorso si snoda attraverso le seguenti sezioni: l’Età del Ferro, documentata dai ritrovamenti tombali e ripostigli di bronzi; l’Età Arcaica e l’Età classica (V secolo a.c.) documentata dalla presenza di ceramica attica (vasellame verniciato); l’Età Ellenistica (IV-III secolo a.c) strettamente correlata agli sviluppi di Pisa che potenzia le proprie strutture portuali; i rinvenimenti di questo periodo attestano infatti lo sviluppo dell’insediamento del Portus Pisanus. Infine l’Età Romana vede il sorgere di insediamenti rurali con una intensa attività artigianale che vanno ad affiancarsi agli approdi lungo la costa. Sorgono nel distretto livornese grandi insediamenti padronali (ville) e con il III secolo altri nuclei come quello di San Martino nell’area di Salviano.
La mostra “Alle origini di Livorno. L’età etrusca e romana” è promossa dal Comune di Livorno e dalla Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno con la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. La mostra ha avuto il contributo del Comitato Gabriele Cateni e della Camera di Commercio di Livorno.
Ingresso: intero 6 euro; ridotto 4 euro. Per gruppi organizzati (min.15) e scolaresche fuori Livorno 2.50 euro. Supplemento visita guidata 1.50 euro. Ingresso gratuito per studenti livornesi.

Per informazioni:
Museo Civico "G.Fattori"
Tel. 0586 808001-804847
E-mail museofattori@comune.livorno.it
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - TRA OSTIA E EFESO

In mostra al Museo della via Ostiense pannelli illustrativi e reperti raccontano l''iconografia delle immagini dipinte delle rappresentazioni di San Paolo tra Oriente e Occidente.
Tra Ostia e Efeso
Nel percorso di mostra che prevede la presentazione di pannelli illustrativi e reperti (in copia e in originale) provenienti dagli Scavi di Ostia, è stata inserita una piccola sezione dedicata alla figura di San Paolo, sia per i suoi legami con la città di Efeso, sia per la concomitanza dello svolgimento dell’Anno Paolino (2008-2009) che prevede itinerari di visita alla vicina Basilica di San Paolo.
In tale contesto particolare importanza riveste la segnalazione del recente ritrovamento di un affresco con l’immagine di San Paolo e Santa Tecla (V – VI secolo d.C.) ad Efeso nella collina di Bűlbűldağ: il soggetto, pur se raro, trova riscontro in una raffigurazione nel cubicolo di Orfeo della catacomba di Domitilla a Roma, recentemente individuata dall’Accademia delle Scienze dell’Austria, e rispecchia il medesimo clima religioso che pervade Oriente ed Occidente.
Roma ed Efeso, capitale della provincia dell’Asia, distano in linea d’aria circa 1.500 Km., ma tale lontananza in età romana nella realtà pratica risultava certo ancor più impegnativa, in quanto i collegamenti tra i due importanti centri si effettuavano attraversando tutto il Mediterraneo lungo le coste dell’Italia, della Grecia e dell’Asia Minore. Tuttavia, nonostante la distanza che le separava, le due forse più grandiose città dell’Impero presentavano non poche affinità, almeno nel campo della cultura figurativa e specialmente riguardo alla pittura della media età imperiale.
I motivi vanno ricercati nel precoce processo di romanizzazione avviato sin dalla fine del II secolo a.C. nell’Asia Minore che fece di questa parte della penisola anatolica uno dei più antichi domini romani insieme all’Africa Settentrionale e alla Grecia.
E’ possibile che il governatore della provincia dell’Asia (proconsole) e il suo seguito portassero con se da Roma maestranze artigianali, o più probabilmente dei cartoni, al fine di decorare edifici pubblici e privati secondo le tendenze del gusto “romano”.
Va comunque detto che la pittura di Efeso solo più genericamente rifletteva le tendenze stilistiche della capitale, aderendo in sostanza alle tradizioni locali. In alcuni casi, però (la cosiddetta Casa 6 del complesso del “Pendio 2”), il repertorio decorativo trova straordinarie somiglianze con schemi in uso a Ostia, caratterizzati da architetture schematiche su fondo bianco, ghirlande e figure di repertorio, a dimostrazione della volontà dei committenti di aderire alle mode e al gusto in voga a Roma.
Ma, oltre e più che nel campo artistico, le due città, almeno negli intendimenti dei ceti dirigenti e più abbienti erano accomunate nell’adesione ai medesimi modelli culturali, irradiati e diffusi dall’Urbe in tutto l’Impero. Emblematica a riguardo è la presenza del ciclo delle Muse nelle pitture sia di Ostia (Casa delle Muse) che di Efeso (Casa 2 del “Pendio 2”), che testimonia la volontà comune di esaltazione dell’arte e della musica per farne un simbolo di appartenenza ad un medesimo ideale culturale e filosofico.
Non a caso il soggetto spesso è rappresentato nei sarcofagi di tutto il mondo romano ed è espressione del clima spirituale che accomunava anche aree geografiche lontane dell’Impero.
Anche da un punto di vista tecnico la realizzazione degli intonaci dipinti presenta sostanziali affinità nei campioni di Ostia ed Efeso sottoposti a particolari analisi con tecnologie di avanguardia: e quanto emerge dai primi risultati di un comune progetto di lavoro che ha interessato La Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia e l’Accademia delle Scienze dell’Austria che prevede lo studio incrociato delle pitture delle due città dal I al IV secolo d.C.
All''inaugurazione, il prossimo 24 aprile, saranno presenti la Dott.ssa Anna Maria Moretti, il Dott. Angelo Pellegrino Direttore del Museo della Via Ostiense, la Dott.ssa Stella Falzone dell’Università degli Sudi di Roma La Sapienza, il Dott. Norbert Zimmerman dell’Accademia delle Scienze dell’Austria e il Dott. Umberto Utro del Reparto di Antichità Cristiane nei Musei Vaticani.
Info:
Museo della Via Ostiense 56, tel.06 5743193
GENOVA (GE)

Mostre ed Esposizioni » GENOVA - VALERIO CASTELLO. GENIO MODERNO

Fino al 15 giugno, Palazzo Reale ospita la prima grande rassegna monografica dedicata a Valerio Castello. L''artista fu tra i maggiori pittori genovesi del ''600 e soltanto una morte precocissima gli impedì di estendere la sua influenza.
Valerio Castello. Genio Moderno
Il Museo di Palazzo Reale ospita, dal 15 febbraio al 15 giugno 2008, la prima grande rassegna monografica dedicata al pittore genovese Valerio Castello. L''esposizione "Valerio Castello 1624 – 1659. Genio Moderno" celebra uno dei maggiori pittori genovesi del Seicento, rappresentato nel Museo di Palazzo Reale da un’importante volta affrescata raffigurante l’Allegoria della Fama e uno dei suoi capolavori, la tela con il Ratto di Proserpina. L’evento si inserisce in un programma espositivo di valorizzazione delle opere parte di Palazzo Reale e della sua quadreria. Valerio Castello si colloca, con Bernardo Strozzi, Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto e Alessandro Magnasco, nel novero dei genovesi più celebri della storia dell’arte. Tuttavia, a differenza di questi grandi maestri, la sua figura non era stata ancora al centro di un evento espositivo in grado di avvicinarne l’opera al grande pubblico. Continue del resto sono state negli anni le dimostrazioni di interesse internazionale per l’artista. Ne è un eloquente esempio la scelta, da parte della National Gallery di Londra, di promuovere Il ratto di Proserpina, sopra citato, a immagine guida della mostra del 2002, la prima dedicata dal prestigioso museo inglese all’arte genovese del Seicento. I motivi della fama di Valerio Castello vanno certamente ricercati nel riconoscimento del ruolo di profondo innovatore del panorama della pittura genovese. Soltanto una morte precocissima, all’età di trentaquattro anni, gli impedì di estendere oltre i confini locali la propria influenza e di incidere sui percorsi dell’arte italiana, più di quanto, malgrado tutto, non fece. Per valutare appieno la grande carica innovativa dell’artista, occorre considerarlo alla luce del complicato processo evolutivo della pittura nel corso del XVII secolo, apertosi con un’immersione profonda nella realtà della vita e della natura, soprattutto ad opera di Caravaggio e i suoi seguaci. Ai pittori genovesi che aderirono al Naturalismo del primo Seicento è dedicata la sezione d’apertura della mostra, dove si trova anche una pala d’altare realizzata nel 1624, anno di nascita di Valerio, dal padre Bernardo Castello, pittore tanto colto quanto vincolato a una raffigurazione di tipo ancora manierista. La visione antologica delle opere dei pittori della realtà offre un approccio di contrasto alle scelte che, contemporaneamente, andava operando il giovane Valerio, presto in una posizione di rottura con quella tradizione. Nel processo di trasformazione della cultura figurativa italiana dal Naturalismo al Barocco, egli seppe trasporre nella pittura la profonda sensibilità musicale destinata a divenire un aspetto decisamente peculiare di quel secolo. Secolo che vide la clamorosa affermazione del melodramma, e il conseguente straordinario identificarsi dell’attività teatrale, non più fenomeno elitario riservato alla vita delle corti, ma aperto a un pubblico popolare e pagante e arricchita da allestimenti di inedita spettacolarità profondamente correlati alla pittura. La rassegna comprende circa cento opere di Valerio Castello, riunite per la prima volta e provenienti da chiese, collezioni private e numerosi musei italiani e stranieri tra cui il Musée des Beaux-Arts di Nancy, il Museo Nacional del Prado di Madrid, lo Szépmüvészeti Múzeum di Budapest, il Musée des Beaux-Arts di Nantes, il Musée National du Château di Compiègne e l’Ermitage di San Pietroburgo. Tra i contributi dei musei italiani si distingue quello dei Musei di Strada Nuova di Genova - Palazzo Bianco e Palazzo Rosso - che hanno concesso in prestito un nucleo di otto dipinti e di dieci disegni. Alle numerose tele di Valerio Castello sono affiancati dipinti realizzati da artisti quali Parmigianino, Giulio Cesare Procaccini, Anton Van Dyck e Rubens, che, in qualche misura, contribuirono alla formazione del grande maestro genovese. Una sezione della mostra è dedicata ai pittori che costituirono l’operosa cerchia di Valerio e che, nel corso della seconda metà del Seicento, portarono a maturazione il suo innovativo linguaggio: Bartolomeo Biscaino, Giovanni Paolo Cervetto, Stefano Magnasco e Giovanni Battista Merano. La mostra include una selezione di disegni realizzati da Castello provenienti da collezioni pubbliche e private. Eseguiti per lo più a penna, inchiostro e acquarello, sono databili a differenti periodi della vita del pittore, dalle prime sperimentazioni giovanili, ispirate all’antichità classica, agli studi sullo stile di Perin del Vaga e Parmigianino, per finire con quelli degli ultimi anni, nei quali è possibile leggere un linguaggio più personale, caratterizzato da una grande vivacità grafica.
La mostra, allestita nel Teatro del Falcone – spazio espositivo parte del complesso di Palazzo Reale – è promossa dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria e organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria e dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Liguria, in collaborazione con la Palazzo Ducale S.p.A., con il sostegno della Compagnia di San Paolo e della Fondazione Carige e con il contributo della Provincia di Genova, della Camera di Commercio di Genova, di Bagliani S.r.l. e di Gruppo Boero.
IMPRUNETA (FI) (FI)

Mostre ed Esposizioni » IMPRUNETA (FI) - I MAESTRI DEL RINASCIMENTO E LE FORNACI

Fino al 26 luglio un''esposizione celebra il più povero, più bello e più tipico dei materiali: il Cotto.
Al centro della mostra, alcuni capolavori assoluti della scultura rinascimentale in terracotta, in esposizione le opere di maestri quali Brunelleschi, Ghiberti, Donatello, Nanni di Bartolo, Michelozzo e Luca della Robbia.
Antefissa etrusca in cotto
Considerata da Plinio la madre di tutte le arti, la coroplastica, scomparsa nel medioevo, recupera la sua centralità nel Quattrocento.
La mostra in programma a Impruneta (fino al 26 luglio) ripercorre la storia di questo antico e affascinante materiale dall''epoca etrusca fino ai giorni nostri. L''esposizione “Il cotto dell’Impruneta. Maestri del Rinascimento e le fornaci di oggi” rientra nel programma di celebrazioni per i "Sette secoli di innovazione" delle fornaci. Era il 23 marzo 1309 quando gli orciai e mezzinai imprunetini si riunirono a Pitigliolo di Strata per dettare al notaio Benintendi di Guittone lo statuto della loro corporazione. A quel tempo l''Impruneta produceva per la città di Firenze brocche, conche, orci embrici, coppi e mattoni, oltre a bellissimi vasi da fiori e sculture di ogni tipo e la "mossa" di fondare una corporazione aveva lo scopo di regolamentare i prezzi e valorizzare il prodotto. Per festeggiare la ricorrenza, che segnò un importante momento di innovazione, è in programma una serie di iniziative tra Firenze e il Chianti che hanno il loro fulcro in una grande mostra di sculture e manufatti negli ambienti monumentali della Basilica di Santa Maria all''Impruneta e intorno a piazza Buondelmonti. Strutturata in tre sezioni: architettura (anche attraverso apparati multimediali), manifatture locali (comprese le produzioni attuali) e scultura rinascimentale in terracotta (il cuore della mostra). L''esposizione ripercorre la secolare storia di questo incredibile materiale indagandone in particolare la sua "rinascita" nel Quattrocento nei capolavori di artisti come Brunelleschi, Donatello, Michelozzo, Della Robbia, Verrocchio, Benedetto da Maiano, Ghiberti e Desiderio da Settignano e tanti altri Maestri del Rinascimento provenienti dai principali musei di Firenze.
A fianco dell''esposizione sono stati attivati alcuni itinerari alla scoperta delle testimonianze in cotto di Impruneta (a partire dalla Cupola del Brunelleschi) a Firenze e nei comuni del Chianti Fiorentino. Per agevolare i turisti è stata attivata anche la "Cotto Card" che rappresenta il biglietto unico della Mostra e consente di usufruire di speciali agevolazioni fino al termine dell''esposizione (26 luglio). In particolare, la Card dà diritto all''ingresso gratuito nei musei convenzionati del Chianti fiorentino, al Museo di Palazzo Medici Riccardi di Firenze e al biglietto ridotto in alcuni dei più affascinanti musei fiorentini. Inoltre la "Cotto Card" dà diritto a uno sconto del 10% in ristoranti e alberghi convenzionati a Impruneta e nel Chianti oltre a degustazioni gratuite nelle aziende vinicole del territorio.. Sempre nell''ambito degli eventi collegati alla Mostra, il Museo Horne di Firenze ospita “Artigiani in Famiglia”, un iniziativa didattica per i bambini. Durante il periodo della mostra è infine prevista l''ostensione straordinaria della miracolosa immagine di Santa Maria all''Impruneta all''interno della Basilica. L''esposizione rimarrà aperta fino al 26 luglio dal giovedì alla domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - TRA OSTIA E EFESO

In mostra al Museo della Via Ostiense un esposizione sulle immagini dipinte e le rappresentazioni di San Paolo tra Oriente e Occidente. In occasione dell''anno Paolino, nel percorso di visita è stata inserita una sezione dedicata alla figura di San Paolo che prevede itinerari alla vicina Basilica di San Paolo. Da segnalare al proposito il recente ritrovamento di un affresco o con l’immagine di San Paolo e Santa Tecla (V – VI secolo d.C.) ad Efeso.
Tra Ostia e Efeso
Nel percorso di mostra che prevede la presentazione di pannelli illustrativi e reperti (in copia e in originale) provenienti dagli Scavi di Ostia, è stata inserita una piccola sezione dedicata alla figura di San Paolo, sia per i suoi legami con la città di Efeso, sia per la concomitanza dello svolgimento dell’Anno Paolino (2008-2009) che prevede itinerari di visita alla vicina Basilica di San Paolo.
In tale contesto particolare importanza riveste la segnalazione del recente ritrovamento di un affresco con l’immagine di San Paolo e Santa Tecla (V – VI secolo d.C.) ad Efeso nella collina di Bűlbűldağ: il soggetto, pur se raro, trova riscontro in una raffigurazione nel cubicolo di Orfeo della catacomba di Domitilla a Roma, recentemente individuata dall’Accademia delle Scienze dell’Austria, e rispecchia il medesimo clima religioso che pervade Oriente ed Occidente.
Roma ed Efeso, capitale della provincia dell’Asia, distano in linea d’aria circa 1.500 Km., ma tale lontananza in età romana nella realtà pratica risultava certo ancor più impegnativa, in quanto i collegamenti tra i due importanti centri si effettuavano attraversando tutto il Mediterraneo lungo le coste dell’Italia, della Grecia e dell’Asia Minore. Tuttavia, nonostante la distanza che le separava, le due forse più grandiose città dell’Impero presentavano non poche affinità, almeno nel campo della cultura figurativa e specialmente riguardo alla pittura della media età imperiale.
I motivi vanno ricercati nel precoce processo di romanizzazione avviato sin dalla fine del II secolo a.C. nell’Asia Minore che fece di questa parte della penisola anatolica uno dei più antichi domini romani insieme all’Africa Settentrionale e alla Grecia.
E’ possibile che il governatore della provincia dell’Asia (proconsole) e il suo seguito portassero con se da Roma maestranze artigianali, o più probabilmente dei cartoni, al fine di decorare edifici pubblici e privati secondo le tendenze del gusto “romano”.
Va comunque detto che la pittura di Efeso solo più genericamente rifletteva le tendenze stilistiche della capitale, aderendo in sostanza alle tradizioni locali. In alcuni casi, però (la cosiddetta Casa 6 del complesso del “Pendio 2”), il repertorio decorativo trova straordinarie somiglianze con schemi in uso a Ostia, caratterizzati da architetture schematiche su fondo bianco, ghirlande e figure di repertorio, a dimostrazione della volontà dei committenti di aderire alle mode e al gusto in voga a Roma.
Ma, oltre e più che nel campo artistico, le due città, almeno negli intendimenti dei ceti dirigenti e più abbienti erano accomunate nell’adesione ai medesimi modelli culturali, irradiati e diffusi dall’Urbe in tutto l’Impero. Emblematica a riguardo è la presenza del ciclo delle Muse nelle pitture sia di Ostia (Casa delle Muse) che di Efeso (Casa 2 del “Pendio 2”), che testimonia la volontà comune di esaltazione dell’arte e della musica per farne un simbolo di appartenenza ad un medesimo ideale culturale e filosofico.
Non a caso il soggetto spesso è rappresentato nei sarcofagi di tutto il mondo romano ed è espressione del clima spirituale che accomunava anche aree geografiche lontane dell’Impero.
Anche da un punto di vista tecnico la realizzazione degli intonaci dipinti presenta sostanziali affinità nei campioni di Ostia ed Efeso sottoposti a particolari analisi con tecnologie di avanguardia: e quanto emerge dai primi risultati di un comune progetto di lavoro che ha interessato La Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia e l’Accademia delle Scienze dell’Austria che prevede lo studio incrociato delle pitture delle due città dal I al IV secolo d.C.
All''inaugurazione, il prossimo 24 aprile, saranno presenti la Dott.ssa Anna Maria Moretti, il Dott. Angelo Pellegrino Direttore del Museo della Via Ostiense, la Dott.ssa Stella Falzone dell’Università degli Sudi di Roma La Sapienza, il Dott. Norbert Zimmerman dell’Accademia delle Scienze dell’Austria e il Dott. Umberto Utro del Reparto di Antichità Cristiane nei Musei Vaticani.
Info:
Museo della Via Ostiense 56, tel.06 5743193
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - CAPOLAVORI DA SCOPRIRE

Porte aperte a maggio per una celebre dimora storica romana. In mostra al Casino dell''Aurora nel Palazzo Pallavicini due opere di Lorenzo Lotto e Guido Reni. L''iniziativa è promossa dall''Adsi (Associazione Dimore Storiche Italiane).
Lorenzo Lotto - La lussuria scacciata dalla castità - 1530
E'' in programma per sabato 23 e domenica 24 maggio dalle 10:00 alle 19:00 al Casino dell’Aurora di Palazzo Pallavicini in Via XXIV Maggio, 43 a Roma, l''apertura al pubblico della celebre dimora storica con l''esposizione di due capolavori. Si tratta de “La lussuria scacciata dalla castità” di Lorenzo Lotto, proveniente dalla Collezione Pallavicini e “Mosè con le tavole della legge” di Guido Reni, proveniente dalla Collezione Galleria Borghese. I due dipinti saranno esposti sotto l’affresco di Guido Reni.
La tela di Lorenzo Lotto è firmata in basso a destra “Laurentius Lotus” e può datarsi intorno al 1530, soprattutto per il confronto con l’ “Annunciazione” della chiesa di Santa Maria sopra Mercati di recanati (1527). Il soggetto è un’allegoria della Castità (simboleggiata dalla presenza dell’ermellino) che scaccia la Lussuria. Neanche la critica più recente tuttavia ha approfondito l’iconografia di questo dipinto che resta un “unicum” nella produzione di Lotto. L’opera è entrata a far parte della collezione Pallavicini all’inizio dell’ Ottocento e da allora è sempre stata oggetto di studio per la sua singolarità, sia per il confronto stilistico con la restante produzione di Lotto sia per il tema trattato. La “Lussuria” Pallavicini nasconde anche diverse allusioni erotiche, prive tuttavia di ogni sensualità: siamo di fronte a un soggetto laico estremamente raro nella produzione lottesca. Qualcuno ritiene che il dipinto sia stato commissionato per farne un dono di nozze: ipotesi accettabile in quanto il soggetto, la “Castità” deve esse la dote principale di una giovane sposa.
Riguardo all''altro capolavoro, “Mosè con le tavole della legge” di Guido Reni, si tratta di un opera appena restaurata grazie all’interesse dell’Adsi (Associazione Dimore Storiche Italiane – Sezione Lazio) e al contributo di Chopard. Il dipinto raffigura il patriarca Mosè dopo la sua discesa dal monte Sinai. La tela è documentata nella collezione Borghese dal 1657 e probabilmente faceva già parte delle opere raccolte dal cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, grande estimatore dell’artista bolognese e forse committente del dipinto. L’esposizione di questo lavoro all’interno della cornice del Casino dell’Aurora, si presenta come una testimonianza appropriata di quella profonda stima esistente tra il committente e l’artista. Il cardinale, fu infatti proprietario per pochi anni del giardino di Montecavallo e quando nel 1616 vendette l’area con il casino del palazzo, Reni aveva già realizzato il suo capolavoro che celebra il Cardinale e la sua famiglia. Attraverso il restauro, realizzato da Carlo Giantomassi e Donatella Zari e diretto da Anna Coliva, si è potuta recuperare una lettura più nitida del dipinto, danneggiato in parte da un antico intervento che ha compromesso zone di superficie pittorica. È ora quindi possibile osservare con maggiore chiarezza il viso rugoso e la folta barba del patriarca, messi in evidenza dall’uso della luce proveniente da sinistra, accentuando la drammaticità della scena con una forza ed una vitalità di matrice carraccesca. La datazione del dipinto della Galleria Borghese è variamente assegnata dagli studiosi e oscilla tra il primo decennio del XVII secolo e il 1624-25.
La manifestazione, giunta alla sua V edizione e fortemente voluta dall’Associazione Dimore Storiche Italiane del Lazio, è realizzata con il sostegno della prestigiosa Maison ginevrina di orologi e gioielli Chopard, di proprietà della famiglia Scheufele, che da anni contribuisce allo sviluppo della ricerca medica, prende parte a diverse manifestazioni benefiche e sociali a favore di varie fondazioni, come la Prince’s Foundation, che opera nell’ambito dell’arte, dell’architettura e a difesa dell’ambiente, o la Fondazione Internazionale per la ricerca contro la leucemia, patrocinata dal tenore José Carreras, o ancora la Elton John AIDS Foundation. L''Adsi - Sezione Lazio, grazie alla generosa disponibilità delle famiglie proprietarie, è riuscita nell’intento di aprire gratuitamente al pubblico alcune delle più belle e importanti dimore e collezioni romane, quali Colonna, Doria Pamphilj, Odescalchi, Pallavicini, Patrizi Montoro, Sacchetti e Sforza Cesarini. Oltre ad occuparsi della tutela e della conservazione delle dimore di interesse storico ed artistico dei propri associati nel suo territorio, contribuisce in modo concreto ed attivo alla tutela del patrimonio culturale del nostro paese, promuovendo iniziative culturali di interesse pubblico.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - I MARMI VIVI

Fino al 12 luglio, Gian Lorenzo Bernini è di scena al Bargello. Una mostra celebra lo scultore concentrandosi sui suoi busti-ritratti. Un genere che, nella prima metà del Seicento, fu completamente rinnovato dal Bernini.
Lla mostra fiorentina intende mettere in luce, all’interno della lunghissima parabola artistica berniniana, la fase più significativa per quanto riguarda la produzione ritrattistica, ovvero gli anni giovanili, fino alla fine del quarto decennio: l’arco di tempo in cui, tra l’altro, al magistero berniniano si affianca quello, per molti aspetti ancora misconosciuto, di Giuliano Finelli, allievo ed "aiuto" di Gian Lorenzo.
Gian Lorenzo Bernini - Ritratto di Thomas Backer 1638
Nella prima metà del Seicento, Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) rinnovò radicalmente l’idea stessa di busto ritratto. Concepito nel Cinquecento soprattutto come "state-portrait" con una forte connotazione ufficiale, il ritratto scolpito conobbe una straordinaria diffusione nella Roma della prima metà del Seicento, tramandandoci così le fattezze non solo di pontefici, cardinali e aristocratici, ma anche di avvocati, scienziati, scrittori e di non poche figure femminili. Nel giro di poco più di vent’anni - dalla metà del secondo decennio del secolo e la fine degli anni trenta - si passò così da immagini severe e compassate, di carattere ancora schiettamente manierista, a figure che se pure scolpite nel marmo, sembrano però respirare, vivere e addirittura "colloquiare" con lo spettatore. Con il busto di Costanza Bonarelli, il Bargello possiede la testimonianza più emozionante e più celebre di questo momento capitale della ritrattistica scultorea: alla quale, nonostante l’attuale, crescente interesse nei confronti del Bernini e della civiltà figurativa barocca, non era stata finora dedicata in Italia nessuna rassegna espositiva specifica.
Alcuni di questi busti sono stati riuniti in America lo scorso anno, in occasione della mostra Bernini and the Birth of Baroque Portrait Sculpture, organizzata congiuntamente dal J.Paul Getty Musem di Los Angeles e dalla National Gallery of Canada di Ottawa, e questo ha dato lo spunto per un’edizione italiana di questo evento, sebbene più puntulamente focalizzata sui ritratti giovanili del Bernini, databili entro il 1640.
La mostra al Bargello – che ha eccezionalmente prestato Costanza Bonarelli alle rassegne americane – si intitola I marmi vivi ed è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, dal Museo Nazionale del Bargello, da “Firenze Musei” e dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, con la cura di Beatrice Paolozzi Strozzi, direttore del Museo, e di Andrea Bacchi, Tomaso Montanari e Dimitrios Zikos.
Rispetto alla mostra che si è tenuta a Los Angeles (agosto-ottobre 2008) e ad Ottawa (novembre 2008 – marzo 2009) per l’esposizione fiorentina sono state operate scelte mirate e alcune significative aggiunte. Se infatti per il pubblico americano è stato necessario fornire un quadro di contesto molto ampio, attraverso numerosi dipinti e disegni, in Italia, dove alla stagione barocca sono state dedicate negli ultimi anni molte ed importanti rassegne, monografiche e non (recentissima la mostra romana su Bernini pittore), si è pensato di concentrare l’attenzione sui ritratti scolpiti, accompagnandoli con un nucleo sceltissimo di dipinti, di grande forza evocativa: tutte opere dei massimi pittori contemporanei a cui Gian Lorenzo ha soprattutto guardato (Rubens, Annibale Carracci, Anthony van Dyck, Diego Velazquez, Simon Vouet, Valentin de Boulogne…), a diretto confronto anche con alcuni dipinti del Bernini stesso.
Come già detto, la mostra fiorentina intende mettere in luce, all’interno della lunghissima parabola artistica berniniana, la fase più significativa per quanto riguarda la produzione ritrattistica, ovvero gli anni giovanili, fino alla fine del quarto decennio: l’arco di tempo in cui, tra l’altro, al magistero berniniano si affianca quello, per molti aspetti ancora misconosciuto, di Giuliano Finelli, allievo ed "aiuto" di Gian Lorenzo, presente in mostra con alcuni dei suoi più superbi ritratti. Sarà così attentamente analizzato proprio il momento fondante della fortuna del ritratto scolpito nella civiltà del Seicento.
La mostra si articola in due sezioni, corrispondenti alle due sale del Museo Nazionale del Bargello che ospitano l’esposizione.

Sala I
Bernini ritrattista: l’esordio e l’ascesa

Fa da introduzione lo splendido, celebre Ritratto di Monsignor Agucchi, di Annibale Carracci (per altri, del Domenichino), proveniente dal Museo di York e in qualche misura antesignano del “ritratto parlante” sia in pittura che in scultura, datandosi al primo decennio del Seicento.
Si entra poi nel vivo della mostra con un nucleo eccezionale di busti scolpiti da Bernini nel corso degli anni venti, alla cui eloquenza psicologica farà da introduzione il busto di Antonio Coppola (c. 1612 Roma, San Giovanni dei Fiorentini) tra le prime prove dello scultore nel genere del ritratto, ancora in parte legato alla tradizione cinquecentesca, che appare già superata nei ritratti di poco posteriori, di Antonio Cepparelli (Roma, San Giovanni dei Fiorentini), del Cardinale Escoubleau de Sourdis (Bordeaux, Musée d’Aquitaine) e del Cardinale Alessandro Damasceni Peretti Montalto (Hamburg, Kunsthalle). Da qui prende vita un nuovo tipo di ritratto scultoreo, in grado non solo di restituire fedelmente le fisionomie dei vari personaggi, ma anche di catturarne l’individualità psicologica e di trasmetterne in modo del tutto nuovo la vitalità. Attorno alla committenza dei Barberini e ai loro numerosi ritratti di famiglia si svolge per altro la rapida, crescente fortuna del giovane scultore, definitivamente sancìta dall’ascesa al soglio pontificio del Cardinal Maffeo col nome di Urbano VIII (1623). Di lui sono presenti in mostra più ritratti berniniani, declinati sia in scultura (marmo, bronzo, porfido) che in pittura. Per la prima volta è possibile il diretto confronto tra il busto scolpito di Virgino Cesarini (Roma, Musei Capitolini) e il suo splendido ritratto dipinto da van Dyck (San Pietroburgo, Ermitage). Giocano qui – ma anche nella sala successiva - un ruolo notevole alcuni ritratti giovanili di Giuliano Finelli (1601-1653), lo scultore d’origine carrarese già ricordato, che fu assistente del Bernini e poi suo maggiore rivale proprio nel genere della ritrattistica, tra il terzo e il quarto decennio del secolo. Alla figura di Finelli, grazie anche alla possibilità del tutto eccezionale di avere in mostra il suo capolavoro - il busto di Michelangelo Buonarroti il giovane (Firenze, Casa Buonarroti) - sarà quindi dato ampio rilievo, con i ritratti di Maria Barberini Duglioli, Parigi, Louvre; di Francesco Bracciolini, Londra, Victoria & Albert Museum; del cardinale Scipione Borghese, New York, Metropolitan Museum.

Sala II
I “ritratti parlanti” (1630-1640)

Un celebre Ritratto di giovane (dal Musée Réattu di Arles) – già ritenuto un Autoritratto – del pittore franecese Simon Vouet, attivo a Roma dal 1613 e ammiratissimo per le sue “teste di carattere”, introduce la sala dedicata ai cosidetti “ritratti parlanti”.
Altri busti marmorei di Giuliano Finelli – che saranno per molti una rivelazione - dimostrano il ruolo centrale che questo scultore ebbe nell’evoluzione del busto-ritratto nel corso degli anni trenta e quaranta, cioè al tempo in cui l’attenzione di Bernini sarà rivolta ai grandi cantieri del pontificato barberiniano, particolarmente in San Pietro. Non a caso, caratteri derivati dalle opere del Finelli si leggono anche nelle prime prove ritrattistiche di Alessandro Algardi, come esemplato in mostra dal Busto di gentiluomo (Berlino, Bode-Museum), uno dei più famosi ritratti scolpiti di tutto il secolo. La mostra culmina con le testimonianze più spettacolari di quella che Rudolf Wittkower ha definito la speaking likeness, la somiglianza parlante: Scipione Borghese (Roma, Galleria Borghese) e Costanza Bonarelli (Firenze, Museo Nazionale del Bargello) – capolavori assoluti della ritrattistica berniniana - accompagnati da eccezionali testimonianze pittoriche: come il ritratto di Isabella Brant del Rubens (Firenze, Uffizi), i ritratti del Cardinale Guido Bentivoglio (Firenze, Galleria Palatina) e quello dei Fratelli de Wael (Roma, Pinacoteca Capitolina), del van Dyck; il ritratto di ignoto Gentiluomo (Monaco, Alte Pinakothek) e quello del duca Francesco I d’Este (Modena, Galleria Estense), di Velàzquez. Ovvero, alcuni di quegli straordinari precedenti pittorici sui quali Gian Lorenzo pare aver meditato tanto da catturarne lo spirito, la “prontezza” e il moto, trasferendoli – ma senza ‘imprigionarli’ – nel marmo.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - BEATO ANGELICO. L''ALBA DEL RINASCIMENTO

A Palazzo dei Caffarelli di Roma fino al prossimo 5 luglio è di scena una grande mostra dedicata a uno dei massimi protagonisti del Rinascimento.
In esposizione un''esauriente selezione di opere che documentano la lunga e feconda attività dell''artista.
B. Angelico, Annunciazione (e Storie della Vergine nella predella), 1432 c., S. Giovanni Valdarno, Museo della Basilica di S. Maria delle Grazie
In occasione dei 550 anni dalla morte del Beato Angelico, Palazzo Caffarelli di Roma ospita la più grande mostra dedicata all''artista in Italia dopo quella del 1955 in Vaticano e a Firenze. L''esposizione presenta un’esauriente selezione di opere dai più importanti musei italiani e stranieri, alcune delle quali mai esposte in passato, che documentano la lunga e feconda attività dell’artista.
La mostra “Beato Angelico. L’alba del Rinascimento” propone diverse opere mai esposte in passato, dal Trittico della Galleria Corsini di Roma alla predella della Pala di Bosco ai Frari, restaurati per l’occasione con apposito finanziamento del Comitato per le celebrazioni.
Attraverso un’esauriente selezione di dipinti provenienti dai più importanti musei italiani e stranieri, la mostra documenta la lunga e feconda attività di fra’ Giovanni da Fiesole, dalla giovinezza, ispirata alle più squisite eleganze tardogotiche (ad es. la Tebaide degli Uffizi e la Madonna di Cedri del Museo di Pisa), fino all’ultima fase romana, ormai definitivamente caratterizzata da una facies umanistica, monumentale e classicheggiante (ad es. il Trittico della Galleria Corsini o la predella della Pala di Bosco ai Frati).
La scelta delle opere – pur condizionata dalla fragilità dei supporti (tavole o codici miniati) – è stata compiuta secondo due fondamentali direttrici: da un lato ha osservato i criteri di qualità ed autografia, volti ad assicurare una significativa campionatura delle varie fasi della produzione dell’Angelico (tra i dipinti figurano un capolavoro assoluto come il Paradiso degli Uffizi, il grande trittico di Cortona completo della sua predella, la luminosa e policroma Annunciazione di San Giovanni Valdarno, due straordinari pannelli dell’Armadio degli Argenti, uno dei più significativi prestiti concessi dal Museo fiorentino di San Marco), dall’altro ha mirato a far conoscere opere meno note, raramente o mai esposte, per offrire agli studiosi e al grande pubblico le differenti espressioni del ramificato operato dell’artista.
In mostra sono documentati i diversi periodi della produzione dell’artista e il suo versatile operato come pittore (attraverso tavole, tabernacoli, scomparti di pale e di polittici, tele), come miniatore (i più importanti codici decorati dall’Angelico e dai suoi collaboratori) e come disegnatore (per la prima volta viene dedicato uno studio monografico a questo importante settore dell’arte del Beato Angelico).
Sono visibili per la prima volta la notevole e complessa predella di Zagabria (Stimmate di san Francesco e Martirio di san Pietro martire), la problematica Annunciazione di Dresda (riassemblata nel XVI secolo), il pregevole frammento con San Giovanni Battista di Lipsia (forse collegabile alla pala di San Marco), lo scomparto della pala di Annalena oggi a Zurigo. Pressoché inedite sono l’Imago pietatis su pergamena di Collezione privata torinese, eseguita dalla bottega ma la cui storia è interessantissima; i due raffinati laterali di trittico con i Beati e i Dannati (1430 c.) oggi in collezione privata americana.
Tra i numerosi contributi presentati nel catalogo, un notevole interesse scientifico è rivestito dalla presentazione dei risultati di una campagna di indagini riflettografiche agli infrarossi condotta su un campione significativo di opere angelichiane (molte delle quali presenti in mostra) dal Laboratorio Arti Visive della Scuola Normale Superiore di Pisa, grazie ad un apposito finanziamento del Comitato Nazionale: ne emerge la qualità e la finezza disegnativa dell’Angelico, artista dai rarissimi ‘pentimenti’, dal tratto elegante, meditato e sobrio nel delineare il ‘tracciato’ grafico sottostante delle sue figure e composizioni.
SIENA (SI)

Mostre ed Esposizioni » SIENA - MACCHINE! SPIRITO DELLA MECCANICA TRA I FONDI D''ORO

Fino al 4 ottobre, in occasione del centenario del futurismo, la Pinacoteca Nazionale di Siena ospita un provocatorio gioco di specchi. L''immobilità ieratica dei fondi d''oro delle pale d''altare medievali contrasta con l''idea di velocità simboleggiata dalle automobili e motociclette d''epoca futurista.
Macchine!
Fino al prossimo 4 ottobre presso la Pinacoteca Nazionale di Siena è di scena la mostra “MACCHINE!Spirito della meccanica tra i fondi d’oro”. Realizzata in occasione dei festeggiamenti del Centenario Futurista, l''esposizione propone un provocatorio gioco di specchi, contaminazioni e confronti tra lessici contrapposti. L’immobilità ieratica dei fondi d’oro che fa da contro-altare ad una idea di velocità simboleggiata dalle automobili e dalle motociclette d’epoca futurista, la sinuosa carnalità dei corpi raffigurati nelle tele del Beccafumi che contrasta con i freddi modelli anatomici, in gesso o cera, che della macchina umana mostrano la meccanica interna, il movimento vitale del sangue che scorre nelle vene e alimenta organi ed articolazioni come benzina negli ingranaggi delle macchine.
Promossa da Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Siena e Grosseto, Pinacoteca Nazionale di Siena, Assessorato alla Cultura dell’Amministrazione Provinciale di Siena, Fondazione Monte Paschi di Siena attraverso Vernice Progetti Culturali e Assessorato alla Cultura del Comune di Siena, nell’ambito dei festeggiamenti per il Centenario del Futurismo, la mostra è divisa in tre sezioni e ruota intorno al tema della “macchina”.
Intesa come una articolata e congegnata invenzione figurativa o anche più semplicemente come oggetto artistico in cui il telaio diventa vera e propria costruzione architettonica e linguaggio formale, la macchina rivive negli straordinari capolavori dei maestri senesi eccezionalmente accostati alle macchine a motore e alla macchina umana. Automobili e motocicli degli anni futuristi compresi tra il 1909 e il 1930, trovano posto nelle prestigiose sale dei trecenteschi e quattrocenteschi dipinti a fondo oro, mentre alcuni modelli anatomici dei primi decenni del ‘900, in gesso o cera utilizzati a scopo didattico, vengono allestiti in contrasto con opere pittoriche di straordinaria complessità compositiva, dove l’anatomia nell’uso esasperato del movimento dei corpi e della tensione energetica (Beccafumi), assume invece il significato di macchina espressiva.
Nell’apparente immobilità dell’arte musealizzata irrompe il movimento, trovano cittadinanza gli ingranaggi produttori di velocità e azione, lietmotiv dell’avanguardia futurista. La dichiarata avversione di questo movimento per i musei considerati passatisti e accademici, viene rovesciata completamente, e mentre ne viene offerta un’immagine viva, dissacrante e “desacralizzata”, gli stessi oggetti-motore, come le automobili o le motociclette serviti a questo scopo, sono fatti rivivere come sculture, vere e proprie opere d’arte, in un gioco di specchi che le riconduce e le restituisce al “museo cimitero” a cui venivano contrapposte.
Il percorso espositivo si apre con l’esposizione di una Fiat 0 del 1913, che ricorda la famosa caduta nel fosso del padre del futurismo Filippo Tommaso Marinetti, avvenuta nel 1908 mentre era alla guida di una Fiat 4 cc. Ai lati del pozzo, nel cortile coperto della Pinacoteca saranno esposte due sidecars: un harley davidson del 1917 e una triumph del 1922.
L’esposizione prosegue al secondo piano, nei tre saloni dei fondi d’oro, con una sequenza di moto Guzzi, Frera, Gilera, Bianchi, Indian, Bmw e Peugeot. Nella sala del Beccafumi, dominata dal grande dipinto “Caduta degli angeli ribelli”, dove le anatomie e le positure corporali appaiono come arrovellate, verrà allestito il confronto con uno straordinario dipinto del primo novecento “XXI secolo” di Giovan Battista Crema, di proprietà del cantante Lucio Dalla e raffigurante l’Inferno umano, vera e propria macchina di anatomie nude e avviluppate in un vortice ineluttabile.
Nella sala dei disegni al tratto, preparatori per il pavimento del Duomo di Siena saranno esposti i modelli anatomici sezionati per mostrarne gli ingranaggi interno ed anche due motori di automobili degli anni ’20, e una colonna vertebrale in formaldeide dentro il suo contenitore vitreo ed altri reperti e materiali. L’allestimento minimalista, a cura di Alberto Scarampi di Pruney, accompagnerà il visitatore nella comprensione dei confronti e degli accostamenti. Nel catalogo edito da Protagon l’introduzione è di Gabriele Borghini, la prefazione di Fabio Benzi, la postfazione di Giordano Bruno Guerri, i saggi introduttivi alle sezioni sono a cura di Anna Maria Guiducci per “Le macchine figurative”, Mario Gamberucci e Valerio Bartoloni per “Le macchine a motore” e Francesca Vannozzi per “La macchina umana”.
In concomitanza con la mostra nella Sala del Cenacolo della Pinacoteca sarà esposta l’opera di Corrado Forlin “Splendore simultaneo del Palio di Siena” del 1937 (Venezia, Collezione Teso), raro esempio di pittura futurista che abbia come soggetto il Palio di Siena.
L’esposizione rappresenta un evento nell’evento. Attraverso un meccanismo simile a quello delle scatole cinesi, la mostra “Macchine” avrà, infatti, il suo cuore pulsante in questo tributo alla macchina senese per eccellenza, la “Macchina Palio”. A fare da sfondo al quadro, sarà un allestimento teatrale a cura di Andrea Milani, tratto da “Il Palio di Siena” di Duilio Cambellotti con riferimenti a disegni di bandiere di quel periodo conservate nei musei delle diciassette contrade e decorate con motivi geometrici e raggisti. Attraverso le immagini riprodotte sulle grandi piramidi allestite all’interno della sala, un percorso suggestivo accompagnerà il visitatore alla scoperta del quadro a cui fanno da cornice ideale.

Info e Orari
Da martedì a sabato: 10.00 -18. 00. Lunedì, domenica e festivi: 9.00 – 13.00. Il biglietto di ingresso alla Pinacoteca comprende la mostra “MACCHINE! Spirito della meccanica tra i fondi d’oro” e l’esposizione“Splendore simultaneo del Palio di Siena” (intero €4,00; ridotto €2,00 per cittadini dell'' Unione Europea tra 18 e 25 anni, per insegnati di ruolo nelle scuole statali; gratuito: cittadini dell'' Unione Europea di età inferiore ai 18 anni o superiore ai 65 anni; studenti e docenti delle Facoltà di Architettura e di Lettere - indirizzo Storia dell''arte; dipendenti MBAC - Ministero per i Beni e le Attività Culturali; guide turistiche autorizzate nell''esercizio della propria attività, appartenenti all'' ICOM).
Per informazioni:
Pinacoteca Nazionale di Siena
Tel. 0577/286143
E-mail pinacoteca.siena@libero.it
MATELICA (MC) (MC)

Mostre ed Esposizioni » MATELICA (MC) - POTERE E SPLENDORE DEI PICENI

Fino al prossimo 31 ottobre, Palazzo Ottoni ospita una mostra sull''Età dei Principi Piceni. La mostra espone reperti provenienti dagli scavi del territorio che raccontano lo splendore della civiltà Picena dal IX al VII sec. a.C.
Il sito internet della mostra
Gli ambienti suggestivi di Palazzo Ottoni ospitano, fino al 31 ottobre, reperti archeologici dell´età del ferro e del periodo orientalizzante (la fase in cui si diffondono oggetti e stili di vita provenienti dal vicino oriente) che sono emersi dai recenti scavi condotti nel territorio di Matelica. L''esposizione permette di ripercorrere le tappe che hanno caratterizzato questo comprensorio tra il IX e il VII sec. a.C. In particolare, la mostra, "Potere e splendore. Gli antichi Piceni a Matelica" punta a far conoscere i risultati delle ricerche sulle necropoli di Matelica a partire dagli eccezionali contesti principeschi della Tomba 182 in località Crocifisso e della Tomba 1 in località Passo Gabella. All´interno degli spazi espositivi, pannelli, ricostruzioni illustrative e plastici guidano il visitatore alla conoscenza delle testimonianze dell''antica civiltà Picena facendo rivivere il fascino della scoperta. L''eposizione è poi il punto di partenza di un percorso che collega le aree archeologiche urbane al Museo Civico Archeologico.
I Piceni
A partire dalla seconda metà del X secolo a.C., in Italia si delineano realtà archeologiche ben differenziate in senso regionale a cui sono stati assegnati nomi di popoli (Etruschi, Latini, Sanniti, ecc.) e di civiltà (Etrusca, Picena, ecc.). Sotto il nome di Picena si designa quella civiltà fiorita durante l´Età del Ferro nel tratto di costa adriatica compreso tra i fiumi Foglia e Pescara e delimitato ad ovest dalla catena appenninica. Si tratta di un nome convenzionale, suggerito dalle fonti scritte che dopo la conquista romana parlano di “ager Picenus” e di “Picentes” e dal fatto che la maggior parte dei ritrovamenti si concentra proprio nell´area coincidente con la V Regio augustea (Picenum). La particolare configurazione geografica per strette valli parallele del territorio marchigiano ha contribuito a far sì che questa civiltà, pur con la sua inconfondibile fisionomia, si presenti variamente articolata secondo rilevanti differenziazioni locali. Inoltre, la mancanza di un centro egemone capace di sviluppare un´organizzazione territoriale e politica più vasta, ha fatto permanere, sino alla fine, un´organizzazione per gruppi tribali espressa appunto in tale frammentazione culturale. La conoscenza dei Piceni si fonda quasi esclusivamente sulla documentazione archeologica derivante dallo scavo delle necropoli, ma è anche noto un buon numero di abitati e alcune aree di culto. In base all´esame dei dati archeologici acquisiti, lo sviluppo della Civiltà Picena si inquadra dall´inizio dell´Età del Ferro alla fine del IV secolo a.C.
I Piceni a Matelica
Le recenti ricerche archeologiche condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche nel territorio di Matelica hanno portato alla scoperta di estese aree di abitati e di necropoli che, attualmente, si pongono tra le testimonianze più importanti dell´intero territorio marchigiano e non solo. Gli insediamenti sono collocabili, con continuità differente a seconda dei siti, tra l´VIII e il IV secolo a.C. Gli scavi archeologici estesi su ampie aree hanno portato alla luce interi villaggi le cui strutture, formate da capanne, presentano prevalentemente una pianta rettangolare e, in alcuni casi, hanno un lato breve curvo. Quelle di maggiori dimensioni superano i 20 metri di lunghezza e sono delimitate da allineamenti di buche o da trincee di fondazione dove venivano alloggiati i pali lignei per il sostegno delle pareti, mentre nelle buche interne erano posti i pali di sostegno della copertura. I dati più significativi per la ricostruzione della cultura di questa popolazione provengono però dallo scavo delle ampie necropoli rinvenute in quasi tutto il territorio comunale e che sono spesso in relazione ai villaggi. Le tombe più antiche (IX-VIII secolo a.C.), sono rappresentative delle prime fasi della Civiltà Picena, sia nel rituale funerario, con il defunto deposto all´interno di una semplice fossa in posizione rannicchiata su un fianco, che nell´articolazione dei corredi, in cui prevalgono le armi nelle tombe maschili e gli oggetti di ornamento in quelle femminili. La fase più eclatante dal punto di vista delle scoperte è costituita dalle tombe del VII secolo a.C. con tumulo e fossato circolare. L´area funeraria delimitata dal fossato comprendeva la deposizione del defunto con il ricco corredo personale costituito, per lo più, da monili ed oggetti di ornamento e una grande fossa-deposito. In essa erano collocati carri, vasellame di bronzo e di terracotta, armi, utensili per il banchetto e per il simposio, oggetti in metalli preziosi (oro e argento) e manufatti realizzati con materiali esotici (gusci di uova di struzzo, avorio e ambra), simboli di una società aristocratica raffinata, colta e, allo stesso tempo, potente sul piano economico.

Info e orari
aprile - giugno
da lunedì a venerdì 10.00/13.00 - 15.00/19.00
sabato, domenica e festivi 10.00/13.00 - 15.00/20.00
lunedì mattino (non festivi) chiuso
luglio - ottobre
da lunedì a venerdì 10.00/13.00 - 16.00/20.00
sabato, domenica e festivi 10.00/13.00 - 16.00/22.00
lunedì mattino (non festivi) chiuso

l’emissione dei biglietti terminerà 1 ora prima dell’orario di chiusura

Biglietti
Biglietto intero euro 7,00
Ridotto e gruppi euro 5,00
Ridotto gruppi scolastici euro 3,00
Convenzioni
Visite guidate
Su prenotazione euro 50 (max. 20-25 persone)
In lingua euro 90

Info
Numero Verde
800255525
FAENZA (RA)

Mostre ed Esposizioni » FAENZA - IL BELLO DEI BUTTI

Fino al 1 marzo 2009, presso il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza è ospitata la mostra "Il Bello dei Butti e la ricerca archeologica a Faenza tra Medioevo ed Età Moderna". In esposizione parte dei rinvenimenti effettuati dalla Soprintendenza.
Il Bello dei Butti
La mostra, ospitata dal Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, intende rendere noti al pubblico parte dei rinvenimenti effettuati a Faenza dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna nel corso degli ultimi quindici anni di attività di tutela. Un buon numero di queste scoperte è costituito dai “butti”, termine con cui si intende quel complesso di materiali (ceramica, vetro, metallo, resti di pasto ed altro) che veniva appunto buttato come spazzatura.
In molte città esistevano precise norme che si interessavano dello smaltimento dei rifiuti, facendo divieto ai privati di disperderli in luoghi pubblici. Spesso accadeva quindi che pozzi, cisterne e cavità sotterranee fossero riconvertite in discariche per lo smaltimento dei rifiuti domestici.
Lo studio di questi materiali - che sono prevalentemente il risultato delle attività legate alla preparazione, la cottura e conservazione dei cibi - rappresenta per l’archeologo uno dei principali strumenti per la comprensione della vita quotidiana del passato. Oltre a questo, lo scavo dei butti ha consentito il recupero di un’ingente quantità di ceramiche prodotte a Faenza ed in altre zone d’Italia tra la fine del XIV ed il XVIII secolo.
Il rinvenimento di butti legati all''attività delle officine dei ceramisti, presenti in gran numero a Faenza, ha suggerito di articolare la mostra in due percorsi.
Il primo affronta il tema generale dei butti nel contesto faentino; il secondo esamina la produzione dell''oggetto in ceramica, dalla foggiatura al momento della sua immissione sul mercato.
La spazzatura però non è solo uno strumento di conoscenza del passato, ma può anche diventare ispirazione d''arte, come testimonia la mostra di Bertozzi & Casoni “Nulla è come appare. Forse” in corso al Museo.
L''iniziativa è resa possibile grazie al contributo di Banca di Romanga - Faenza e Romagna Acque Società delle Fonti.

FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - LA MADONNA DEL CARDELLINO

E'' stata prorogata fino al prossimo 15 marzo l''esposizione del capolavoro di Raffaello appena restaurato. Il dipinto è in mostra presso il Palazzo Medici-Riccardi di Firenze, rientrerà poi definitivamente nella sala 26 della Galleria degli Uffizi.
La Madonna del Cardellino (part.)
Il Presidente della Provincia di Firenze, Matteo Renzi, ha annunciato il ritorno del capolavoro di Raffaello “La Madonna del cardellino” di cui si è appena conclusa l’importante fase di ricerca, indagine e restauro durata dieci anni.
L’opera, prima di rientrare definitivamente nella Sala 26 della Galleria degli Uffizi, sua collocazione permanente, è oggetto di una importante rassegna espositiva dal titolo “L’amore, l’arte e la grazia - Raffaello: la Madonna del cardellino restaurata”, curata da Antonio Natali e Marco Ciatti visitabile a Firenze, in Palazzo Medici-Riccardi, fino al primo marzo 2009.
L’intero progetto è il frutto della collaborazione fra la Provincia di Firenze, la Soprintendenza al Polo Museale fiorentino, l’Opificio delle Pietre Dure e la Galleria degli Uffizi e, così come dichiara il Presidente della Provincia di Firenze, Matteo Renzi: “Il lungo e complesso lavoro di restauro della Madonna del Cardellino è la sintesi stessa di Firenze: un meraviglioso rapporto tra antichi splendori e saperi moderni. Capacità di sapersi proiettare nel futuro, vincendo la vertigine di un passato illustre. Il restauro e la mostra del capolavoro di Raffaello confermano il territorio fiorentino e il Palazzo Medici come una ideale vetrina per le bellezze che a tutto il mondo appartengono”. A cui si aggiunge la dichiarazione della Soprintendente Cristina Acidini: "è una grande emozione assistere alla felice conclusione di questo restauro, che per generazioni era stato creduto impossibile".
Civita ha collaborato con le istituzioni fiorentine alla realizzazione di questo importante evento espositivo.
La rassegna è l’occasione, unica e speciale, per compiere un percorso di conoscenza approfondito e circostanziato dell’opera: dalla nascita del capolavoro al grave incidente del 1547, fino al restauro odierno. Saranno presentati, infatti, tutti i risultati delle indagini e le spettacolari immagini della tavola in varie lunghezze d’onda al fine di consentire al pubblico un ampio accesso alle ricerche, alle indagini e agli interventi compiuti sul dipinto. Strumenti multimediali e video ad alta definizione permetteranno una visione dettagliata e ravvicinata normalmente difficile per il pubblico.
Il catalogo è edito da Mandragora.

Riferimenti
Firenze, Palazzo Medici Riccardi
23 Novembre 2008 - 1 Marzo 2009

Indirizzo: via Cavour, 3
Telefono: 05527601
E-mail info@florencemultimedia.it
Orario: tutti i giorni con orario continuato dalle 9.00 alle 19.00 ad esclusione del mercoledì. Il mercoledì pomeriggio è riservato gratuitamente solo a scuole e associazioni ONLUS del territorio della provincia di Firenze
Biglietto: intero € 5,00; ridotto € 3,50
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - GIULIO CESARE. L''UOMO, LE IMPRESE, IL MITO

Fino al prossimo 3 maggio, al Chiostro del Bramante, un''esposizione indaga la figura di Giulio Cesare. In mostra la costruzione del mito di Cesare operata dallo stesso condottiero durante tutta la sua vita. Si presentò infatti come discendente di Venere, legato quindi al mito originario della stessa città di Roma risalente, secondo l’antica tradizione, a Enea.
La locandina della mostra
Fino al prossimo 3 maggio, al Chiostro del Bramante a Roma, la mostra "Giulio Cesare. L''uomo, le imprese, il mito" indaga la figura del primo “dittatore” e artefice indiscusso della grandezza del futuro impero romano di cui sarà principe, non a caso, il figlio adottivo Ottaviano, primo “Cesare Augusto”.
Di Giulio Cesare (ca. 100 – 44 a.C.) le cronache abbondano di notizie, fin dai tempi che lo videro affacciarsi sul palcoscenico politico dell’Urbe e poi come intrepido comandante dell’esercito romano, con cui riportò clamorose vittorie ed annessioni di nuovi territori che ingrandirono il potere di Roma nell''area mediterranea.
Personaggio chiave del travagliato passaggio tra la repubblica romana e l’impero, Cesare non fu mai imperatore, ma pose le basi per la solida attuazione dell’Impero. Figura d’eccezione – letterato, storico, generale e politico di straordinaria lungimiranza – iniziò già durante la sua vita a costruire il mito di se stesso. Si presentò infatti come discendente di Venere, legato quindi al mito originario della stessa città di Roma risalente, secondo l’antica tradizione, allo stesso Enea, figlio di Venere, che si vuole sbarcato sulle rive tirreniche laziali al termine del suo lungo peregrinare, esule da Troia, come narra l’Eneide virgiliana.
Questa trama leggendaria, magistralmente costruita da Cesare, sarebbe stata ripresa e sviluppata dai suo successori al comando dell’Impero, ed instancabilmente elaborata fino ai tempi nostri. Probabilmente, senza la fine tragica del suo assassinio, che lo colse nel momento del massimo fulgore evitandogli vecchiaia e decadenza, il mito di Cesare non si sarebbe affermato con altrettanta forza.
Curata da Giovanni Gentili, Paolo Liverani, Enzo Sallustro e Giovanni Villa, la mostra parte dal personaggio Cesare e dal suo più stretto contorno politico e culturale, toccando i momenti forti della sua ascesa al potere: gli alleati-avversari – come Crasso, Pompeo, Cicerone - , le campagne militari che gli diedero gloria e ricchezza, l’avventura egiziana e l’incontro con Cleopatra, regina d’Egitto, l’ambiente culturale e artistico romano di quegli anni; fino alla morte, avvenuta alle idi di marzo del 44 a.C., alla successione al potere nelle mani del giovane figlio adottivo Ottaviano e l’apoteosi.
La memoria e il “culto” di tale eccezionale figura non si persero mai, neppure nei secoli di decadenza dell’Impero e negli anni oscuri successivi alle invasioni barbariche in Italia. Fu però in età medievale, e particolarmente con l’avverarsi del Sacro Romano Impero (inizi IX secolo), che il mito del fondatore dell’impero riprese, tanto da additarsi nella sfera sovrastante l’obelisco vaticano l’urna cineraria del grande condottiero. Si trattò per lo più di una ripresa del mito in senso ideologico-politico, tesa a riaffermare i valori unificanti del nuovo impero carolingio. All’arte spettò il compito di illustrare tale recupero.
Specialmente a partire dal Duecento e poi dal Trecento, il recupero dell’antico si afferma anche attraverso le immagini dei grandi protagonisti della storia romana, e Cesare è ovviamente tra questi. In pieno Rinascimento i celebrati cicli ad affresco del Mantegna o di Andrea del Sarto, dedicati al dittatore romano, sono conforto e paragone per il nuovo principe e il suo imperium. Letteratura e musica celebrano i fasti di Roma come quelli di Cesare, e basterà citare a mo’ di esempio il Jilius Caesar di William Shakespeare.
Il mito di Cesare e il “Cesarismo” traversano i secoli e paiono riacutizzarsi tra fine Settecento e Ottocento: l’interesse per l’antico e per i suoi protagonisti riesplode con forza nel secolo dell’Illuminismo e tra i suoi protagonisti, e basterà citare l’eredità sfociata poi nella figura e nel ruolo di Napoleone I. Mentre in Italia, nel primo Novecento, il mito romano troverà nell’ideologia fascista il luogo privilegiato per un nuovo “ritorno”.
Sempre nel Novecento è anche e forse soprattutto il cinema, settima arte, ad aver tenuto vivo il mito di Cesare fino a noi; tanto che dall’epoca del muto ad oggi, sono oltre cento le pellicole che lo vedono diretto o indiretto protagonista. La produzione cinematografica inerente Cesare può suddividersi sinteticamente in tre periodi: gli anni Dieci del Novecento, col suo cinema d’impianto teatrale; quella degli anni Cinquanta e Sessanta, che popolarizza le gesta di Cesare e degli antichi romani; infine gli anni delle grandi produzione hollywoodiane a Cinecittà, la via più breve per esportare oltre oceano il mito di cesare e di Roma antica.
Tra gli attori che hanno dato il loro volto a quello di Cesare, due hanno segnato nell’immaginario cinematografico i suoi tratti e il suo carattere: Louis Calhern nel “Giulio Cesare” di Joseph L. Mankiewicz, del 1953, e Rex Harrison, Cesare in “Cleopatra”, dello stesso regista, girato nel 1963.
La mostra riunisce per la prima volta documenti archeologici di grande importanza e bellezza, provenienti dai maggiori musei italiani e stranieri, insieme plastici appositamente realizzati, a ricostruire la Roma di Cesare. All’arte figurativa è affidata la documentazione del mito di Cesare e del cesarismo dall’età medievale al Rinascimento, da qui al Neoclassicismo e oltre; fino ai primissimi decenni del Novecento, quando il cinema, attraverso filmati d’epoca, costumi di scena e scenografie, racconta il mito più recente di Cesare.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - HIROSHIGE. IL MAESTRO DELLA NATURA

Prorogata fino al 13 settembre la mostra al Museo Fondazione Roma (già Museo del Corso), la mostra su Utagawa Hiroshige (1797-1858).
Per la prima volta in Italia 200 opere di uno dei più grandi artisti giapponesi di ogni tempo che ebbe una notevole influenza sulla pittura europea.
Utagawa Hiroshige, Kanbara. Neve di sera -stazione 16- (1833-1834)
Promossa dalla Fondazione Roma e prodotta in collaborazione con Arthemisia, la mostra è curata da Gian Carlo Calza, con il coordinamento scientifico di The International Hokusai Research Centre. E rappresenta un’occasione unica per conoscere un artista che, per la straordinaria capacità di contemplare ed esprimere la natura nel suo lato più armonico, anche nel bel mezzo di tempeste di neve o gorghi di mare, ancora oggi veicola il messaggio di una intensa capacità di ascolto religioso che accomuna i sentimenti dell’uomo al respiro del cosmo, avvicinando l’infinitamente piccolo allo sconfinatamente grande.
La produzione di Hiroshige è essenzialmente di stampe policrome, il principale veicolo di diffusione dell’arte del Mondo Fluttuante con fogli singoli e libri di illustrazioni di cui si stima ne abbia prodotte oltre 4000, oltre alle immagini per 120 libri. Si tratta di un’arte per fruizione diretta, privata, non per esposizione monumentale: nella quiete della visione domestica, infatti, la sua qualità e creatività potevano arrivare a trasmettere il senso della grandiosità delle gole e fiumi fra vertiginose montagne, di gorghi e correnti negli stretti del mare, intere penisole estese sotto la luna. Come nei tre celebri trittici, presenti in mostra, realizzati alla vigilia della scomparsa di Hiroshige a Edo nel 1858 durante un’epidemia di colera.
Divisa in cinque sezioni, la mostra presenta opere provenienti dall’Honolulu Academy of Arts che possiede forse la più grande raccolta di stampe di Hiroshige in Occidente con oltre 3.000 fogli derivanti per la massima parte dal lascito di James Michener, il celebre romanziere di Sayonara e Hawaii oltre a foto della fondazione JCII di Tokyo il più importante museo giapponese di strumenti fotografici e uno dei più grandi di fotografia.
La prima sezione, ”Il mondo della natura” raggruppa stampe che sono dei capolavori di rappresentazione di elementi della natura: uno stormo di oche selvatiche che in volo attraversano uno scorcio di luna piena o un piccolo branco di salmonidi, ayu, che risale la corrente striata di bianco e d’azzurro o l’improvviso scroscio di una cascata che aggetta da una roccia su un abisso con un rosso acero d’autunno. La seconda, “Cartoline dalle province” è dedicata a opere in cui Hiroshige interpreta località del Sol Levante divenute famose per una caratteristica naturale (una cascata suggestiva, rocce di forma singolare, un albero contorto sulla scogliera), per una veduta spettacolare (gorghi profondi in uno stretto di mare, un lieve ponte sospeso su un precipizio) o per i loro valori mitologici, letterari o come frequentati punti d’incontro. La terza “La via per Kyoto” è dedicata alle due grandi vie che collegavano la capitale imperiale di Kyoto a quella amministrativa di (Tokyo) Edo, rispettivamente lungo la costa (Tkaid ) e nell’interno (Kisokaid ). In questa sezione è contenuta l’opera Cinquantatré stazioni di posta del Tkaid , universalmente considerato il capolavoro di Hiroshige realizzato tra il 1833 e il 1834, poco dopo il viaggio fattovi dal grande maestro. Nella quarta “Nel cuore di Tokyo” è rappresentato il vedutismo di Edo, la “capitale orientale”, l’attuale Tokyo dove risiedeva lo shogun, il capo militare e politico del Giappone. Un centinaio e più di luoghi che gli abitanti e i visitatori frequentavano costantemente come “la città senza notte” di Yoshiwara coi suoi eleganti postriboli, Saruwach la via dei teatri, Nihonbashi punto di riferimento per ogni viaggio e di misura di ogni distanza del paese.
Una sezione a parte “Il vedutismo di Hiroshige nella prima fotografia giapponese”, a cura di Rossella Menegazzo, testimonia con foto e cartoline di paesaggio e di luoghi celebri, a qualche decennio di distanza, l’influsso che il maestro ebbe sul nuovo mezzo visivo, e sull’immaginario dei primi fotografi: il taglio visivo delle inquadrature, la scelta dei luoghi già da lui resi famosi nelle stampe, il suo “modo di vedere” la realtà della natura perdurarono anche nelle nuove immagini. Tanto da far percepire una continuità quasi naturale dalla tradizione pittorica dell’ukiyoe alla modernità del mezzo fotografico.
Infine, per un confronto ravvicinato Hiroshige - van Gogh, in mostra sono presenti anche tre riproduzioni di quadi di Vincent van Gogh (Ponte sotto la pioggia: dopo Hiroshige, Il giardino dei susini a Kameido: dopo Hiroshige e Piccolo pero in fiore, conservate al Van Gogh Museum di Amsterdam e impossibili da trasportare a causa delle delicate condizioni conservative) ispirati direttamente ai quadri di Hiroshige (i primi due presenti in rassegna) riprodotte al vero in alta risoluzione dalla Rai.

Vita e opere
Nato a Edo (Tokyo) nella famiglia di un samurai funzionario dei vigili del fuoco nel 1797 a tredici anni, dopo la scomparsa di entrambi i genitori, ne ereditò la carica. Questo fatto, e la rendita che ne derivava, lo resero relativamente indipendente dalle fortune della sua passione di artista, ma anche ne ritardarono la crescita. Divenuto allievo di Utagawa Toyohiro (1763?-1828) ne assorbì l’interesse per il paesaggio, ma la sua fioritura lo portò a uno stile totalmente diverso e al successo solo dopo la morte del maestro.
La produzione artistica di Hiroshige annovera diversi generi, tra cui stampe di attori, guerrieri e cortigiane ma soprattutto immagini della natura: stampe di fiori, uccelli e pesci e, dagli anni trenta, il paesaggio, in cui introdusse un nuovo stile che lo portò alla fama immediata e a misurarsi con Hokusai. Con le Cinquantatré stazioni di posta del Tkaid ebbe un successo strepitoso e stimolò la produzione di moltissime altre serie paesistiche. Nel 1837 iniziò a collaborare alla realizzazione delle Sessantanove [vedute] del Kisokaid , già iniziata da Eisen e a cui finì per subentrare del tutto creando 47 delle 71 tavole. Così negli anni trenta divenne il paesaggista più in voga e lavorò a molte altre serie, dalle Vedute celebri di Kyoto del 1834 alle Cento vedute celebri di Edo, dal 1856 al 1858. Agli anni tra il 1856 e il 1858 risalgono anche i tre trittici sul tema tradizionale dei tre bianchi, di neve, luna, fiori: Monti e fiumi lungo il Kisokaid , Veduta notturna degli otto luoghi celebri di Kanazawa e Paesaggio dei gorghi di Awa.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - MEMORIE DELL''ANTICO NELL''ARTE DEL NOVECENTO

Fino al 12 luglio al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti una mostra indaga il riflesso dell''arte antica nel ventesimo secolo. In esposizione pitture e sculture dagli Etruschi al Rinascimento a confronto con le opere di Picasso, Dalì, Modigliani, De Chirico, Soffici, Severini e molti altri.
In mostra le opere di Arturo Martini ‘colloquiano’ costantemente con la scultura etrusca, manifestando comunque una genuina identificazione con quelle opere dai tratti essenziali e dalle superfici scabre e "La Nascita dei desideri liquidi" di Salvador Dalì, prestata alla mostra dal Museo Guggenheim di Venezia, in un atmosfera surreale cita letteralmente la celebre Corniola con Apollo, Marsia e Olimpo appartenuta a Lorenzo il Magnifico.
Arturo Martini, La lupa ferita
L’arte dell’antichità riflessa nell’arte del Novecento e dei nostri giorni. Pitture e sculture che hanno attraversato i secoli (dagli etruschi all’età classica, dal Medioevo al Rinascimento) a confronto con Picasso e Dalì, Modigliani e De Chirico, Soffici e Severini, Morandi e Carrà, Marino Marini e Vangi, Mitoraj e Theimer, Guadagnucci e Franco Angeli.
In totale oltre 130 opere, tra cui una serie di accostamenti molto significativi di arti applicate: i vetri di Ercole Barovier e Carlo Scarpa con gli straordinari reperti del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, le ceramiche di Giò Ponti con quelle dei Musei Archeologici Nazionali di Firenze e Roma, i gioielli del Novecento con alcune meraviglie dell’antichità e con le collezioni Medicee di Palazzo Pitti.
La mostra "Memorie dell''antico nell''arte del Novecento" vuole così dimostrare visivamente, e far comprendere, la forza innovativa, la carica rivoluzionaria e l’alta capacità espressiva dell’arte del XX° secolo, contrapposta a un Neoclassicismo storico ormai vuoto di contenuti. E’ un ritorno alle origini della nostra storia alla scoperta di testimonianze estetiche universali, di significati che non hanno mai perduto il valore dell’immanenza nella nostra vita e che concedono quindi la possibilità di un recupero fatto di canoni e di misure, di moduli, di lezioni capaci di dominare anche oggi il nostro esistere quotidiano.
Già presente nelle opere di Picasso di inizio Novecento (la mostra presenta le Repas frugal proveniente dal Victoria and Albert Museum di Londra), il ritorno alle origini diventò la spinta creativa anche per una generazione di artisti italiani. Dopo le esperienze dirompenti dei primi anni del secolo Carrà, Severini, Soffici, De Chirico, Morandi, Modigliani scelsero infatti questa strada per ricollegarsi alle radici e alle tradizioni (di Modigliani, per inciso, l’esposizione esibirà Testa di donna, una pietra calcarea del 1912 proveniente dal Metropolitan Museum of Art di New York).
In mostra le opere di Arturo Martini ‘colloquiano’ costantemente con la scultura etrusca, manifestando comunque una genuina identificazione con quelle opere dai tratti essenziali e dalle superfici scabre, nell’esempio della Chimera della Collezione Alberto della Ragione; mentre Marino Marini, con una grande Pomona in bronzo degli Uffizi, esprimerà forme compatte solide, a tratti arcaiche.
Anche gli artisti stranieri hanno avvertito il fascino del nostro passato: ricordiamo Salvador Dalì, che in opere quali la Nascita dei desideri liquidi del 1931-32, prestata alla mostra dal Museo Guggenheim di Venezia, in un atmosfera surreale cita letteralmente la celebre Corniola con Apollo, Marsia e Olimpo appartenuta a Lorenzo il Magnifico.
POTENZA (PZ)

Mostre ed Esposizioni » POTENZA - PRINCIPI ED EROI DELLA BASILICATA ANTICA

Fino all''11 aprile 2010, al Museo Archeologico Nazionale Dinu Adamesteanu di Potenza è di scena una mostra che pone l''attenzione sulle manifestazioni del potere delle aristocrazie italiche della Basilicata. L''esposizione prende le mosse dalla recente scoperta di una residenza monumentale del VI secolo a.C.
Coppa attica a figure nere con scena di combattimenti tra Greci ed Amazzoni (VI secolo a.C.) da Baragiano
Organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata, dalla Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università della Basilicata e dalla Fondazione Zetema di Matera, la mostra “Principi ed Eroi della Basilicata Antica. Immagini e segni del potere tra VII e V secolo a.C.” è in programma fino al prossimo 15 gennaio al Museo Archeologico Nazionale Dinu Adamesteanu di Potenza.
L''esposizione scaturisce da alcuni recentissimi rinvenimenti archeologici di eccezionale importanza effettuati a Torre di Satriano (PZ).
L’esposizione, prendendo spunto dalla straordinaria scoperta di una residenza monumentale del VI secolo a.C., rarissima nel panorama della Magna Grecia, vuole portare l’attenzione sulle manifestazioni del potere e i rituali che caratterizzano le élites locali in un’epoca di grandi trasformazioni nell’entroterra indigeno dell’Italia meridionale, segnata dalla fondazione di colonie greche e dal complesso sistema di relazioni, anche culturali,
con le comunità indigene.
Di particolare rilievo è la complessa decorazione architettonica, contraddistinta da un fregio figurato che sintetizza in modo emblematico il mondo ideale delle élites insediate nell’Appennino lucano. Seguendo il
percorso espositivo emerge con assoluta chiarezza il ruolo di queste aristocrazie guerriere che, nell’ambito di un articolato sistema di contatti con le colonie greche della costa ionica (Metaponto, Taranto) e con i Greci e gli Etruschi sul Tirreno, si rifanno ai valori etici degli eroi omerici.
Gli straordinari corredi funerari, pressoché coevi, rinvenuti nei centri dello stesso comparto territoriale (in particolare Serra di Vaglio, Baragiano e Ruvo del Monte) e caratterizzati da armature da parata tipiche degli opliti greci, definiscono un quadro d’insieme unitario sotto il profilo ideologico.

Aristocrazie indigene e simboli del potere

Tema centrale dell’esposizione è l’ideologia del potere delle aristocrazie italiche della Basilicata antica tra VII e VI secolo a.C. In particolare, per la prima volta sono in mostra preziosi oggetti di straordinaria valenza
evocativa provenienti dalle antiche “metropoli” delle genti nord-lucane (Vaglio, Baragiano, Torre di Satriano). Si tratta di simboli che rimandano alla forza e alle virtù guerriere e all’importanza della competizione tra guerrieri armati alla maniera degli eroi celebrati nei poemi omerici: una spada con l’immanicatura in avorio, un elmo con alto cimiero, un emblema di scudo con la Chimera (essere mostruoso a tre teste, di leone, capro e serpente), per spaventare il nemico in battaglia. Eroi del mito greco quali Eracle e Teseo sono rappresentati anche su splendidi vasi a figure nere da Baragiano, ad evocare un mondo leggendario che diventa un riferimento ideale.
Al tema della guerra eroica rimandano anche le placchette in terracotta con sfilata di carri, opliti e cavalieri, dal santuario di Saturo nel territorio della colonia spartana di Taranto, la statuetta in bronzo di oplita e i rilievi in terracotta raffiguranti un cavaliere e gli eroi omerici, Achille e Patroclo, provenienti dal santuario di Atena di Francavilla Marittima, nel territorio controllato dalla colonia achea di Sibari. Lo scudo, oggetto simbolo del combattimento oplitico, viene riprodotto in formato miniaturistico e donato alla divinità come documentato dell’esemplare proveniente dalla stipe votiva di Medma, colonia della potente città di Locri.
Infine, emblematica, la sfinge in bronzo dal santuario di Hera Lacinia, dalla colonia achea di Crotone, dea armata, tutrice dell’ordine, della città e del suo spazio agrario.
Segni del cerimoniale e del lusso femminile sono un eccezionale fuso in ambra, vari pendenti in ambra raffiguranti figure del corteggio dionisiaco (satiro e menade), una parure in ambra e oro e uno splendido diadema in oro: elementi di vesti cerimoniali, indossate per accompagnare rituali, come il matrimonio, che scandiscono il ciclo esistenziale della donna. Pesi da telaio con decorazioni rituali rimandano all’attività femminile per eccellenza, la tessitura, cui si dedicava Penelope in attesa del ritorno di Ulisse.
Su, torna alle tue stanze e pensa alle opere tue, telaio e fuso; e alle ancelle comanda di badare al lavoro
Odissea I, 356-358

Il territorio e le genti dell’area nord-lucana

Le sezioni successive approfondiscono il tema del processo di strutturazione degli insediamenti e delle élites italiche, con l’elaborazione di tratti culturali ben riconoscibili che identificano l’area nord-lucana. I centri
più importanti, nel corso del VI secolo a.C., sono Serra di Vaglio, Torre di
Satriano, Baragiano, Ruvo del Monte, Ripacandida in Basilicata, Buccino ed Atena Lucana in territorio campano posti su alture a controllo delle vallate fluviali.
Le genti che abitano questo ampio territorio sono anonime anche se alcuni
studiosi hanno ritenuto di poterle identificare con i Peuketiantes, menzionati da Ecateo di Mileto (fine VI-V secolo a.C.).
Accanto al rito funebre, caratterizzato dal rannichiamento, un tratto culturale che definisce queste popolazioni è la produzione di ceramica a decorazione geometrica di VII-VI secolo a.C., definita Ruvo-Satriano Class dai due maggiori centri produttori. Si tratta della serie di ceramica fine da mensa caratterizzata da un ricco apparato ornamentale, che utilizza quasi esclusivamente motivi geometrici, riprodotto con leggere varianti in tutti i siti dell’area.

Le grandi dimore di VII secolo a.C.

Gli insediamenti dell’area nord-lucana sono organizzati per nuclei sparsi di capanne, affiancati dalle relative sepolture e da spazi coltivati. Un altro importante rinvenimento effettuato sempre a Torre di Satriano è rappresentato da una grande dimora absidata di VII secolo a.C. che non doveva essere molto diversa dalle regiae degli eroi omerici. L’ingresso principale era caratterizzato da un cortile che immetteva in un’ampia sala ove si svolgevano le attività quotidiane. In prossimità di un ingresso laterale era collocato un soppalco ligneo destinato alle attività femminili della filatura e la tessitura della lana. In posizione centrale era il grande focolare, ove dovevano svolgersi banchetti con l’uso di bevande, tra cui senza dubbio il vino greco. Lo spazio più remoto della casa fungeva da magazzino per le derrate alimentari e per la conservazione di beni preziosi quali le eleganti ceramiche, sia greche che locali a decorazione geometrica utilizzate durante i banchetti.

Un palazzo monumentale

Il nucleo principale dell’esposizione è dedicato al “palazzo” di Torre di
Satriano costruito intorno alla metà del VI secolo a.C. da artigiani greci
provenienti dalla costa ionica, che hanno lasciato sulle terracotte
architettoniche la traccia della loro attività artigianale, apponendo
iscrizioni in dialetto laconico, funzionali alla messa in opera del tetto.
La straordinaria decorazione architettonica che ornava la
monumentale dimora doveva renderla simile ad un tempio greco: sime, gocciolatoi a tubo (sostituiti in una seconda fase da gocciolatoi a protome leonina), una rarissima statua acroteriale rappresentante una sfinge e soprattutto una serie di lastre figurate in terracotta originariamente
dipinta dovevano impressionare chiunque si avvicinasse alla residenza, segnalando la potenza della famiglia che lì risiedeva. Il prestigio dei “principi” italici era sottolineato proprio dalla possibilità di impegnare esperti artigiani greci nella messa in opera di architetture complesse, assai diverse dalle modeste capanne occupate dalla restante popolazione.
Per la complessità della documentazione il palazzo di Torre di Satriano e uno del tutto analogo, ma parzialmente scavato, rinvenuto in un altro centro indigeno della Basilicata interna (Braida di Vaglio) sono confrontabili nell’Italia anellenica solo con alcuni rinvenimenti effettuati in area etrusca e in particolare con le regiae di Murlo e Acquarossa.
In maniera emblematica illustrano le relazioni culturali con le colonie greche della costa ionica; relazioni tali da condizionare non solo le forme di architettura domestica, ma anche il mondo ideale di questo gruppo aristocratico, a partire dalle immagini di combattimenti eroici di tradizione omerica, che diventano modello paradigmatico di espressione del potere.

Queste schiere di eroi il duro assalto dei Troiani e di Ettore ferme attendevano, come siepe serrando ed appoggiando scudo a scudo, lancia a lancia, elmo ad elmo e guerriero a guerriero; sì che gli alti cimieri sugli elmi rilucenti insieme si mescolavano tra le criniere ondeggianti dei cavalli.
Iliade XIII, 127-133

Simili agli dei
La scena raffigurata sulle lastre in terracotta del fregio che correva lungo almeno uno dei due lati lunghi del palazzo mostra due guerrieri contrapposti in duello alle cui spalle sono una coppia di cavalli, uno dei quali montato dallo scudiero. Caratterizzano la scena la presenza di un volatile dalle alte zampe, un airone, frapposto tra il guerriero ed il cavallo nella lastra di destra, la rappresentazione dello scudo di profilo e obliquo, nonché i cavalli lanciati al galoppo, sotto i quali è un cane in corsa, nella lastra di sinistra. Stile e composizione della scena richiamano modelli presenti a Corinto nel VI secolo a.C., mentre il motivo del cavaliere al galoppo con il cane sottostante deriva da prototipi della Grecia orientale, dove il cane veniva addestrato per accompagnare il guerriero in battaglia.
I fregi rappresentano un vero e proprio “manifesto" dello stile di vita e dei valori sui quali si fonda il privilegio di queste aristocrazie guerriere e allevatrici di cavalli. Per quanto concerne il significato della scena di duello, la presenza dell’airone alle spalle del guerriero sembra evocare il mito di Diomede, eroe culturale, guerriero domatore di cavalli, ma soprattutto eroe di frontiera, spesso assunto come antenato mitico dalle aristocrazie italiche.

…E contro Enea si lanciò Diomede dal grido possente; sapeva che sull''eroe vegliava Apollo in persona, ma non temeva la potenza del dio, voleva con tutte le forze uccidere Enea e strappargli le armi gloriose…
Il V, 431-439

…Pallade Atena inviò, da destra, un airone; non lo videro, nell''oscurità della notte, ma ne udirono il grido…
Il V, 280-282

Manifestazioni del potere nell’Oltretomba

Sono presentati, per la prima volta al pubblico, alcuni corredi funerari di straordinario interesse databili sempre tra VI e V secolo a.C., che richiamano gli stessi simboli del potere: le virtù guerriere, il banchetto aristocratico e l’ostentazione della ricchezza nell’abbigliamento femminile.
Questi corredi sono caratterizzati da elmi e scudi in bronzo, vasi in bronzo greci ed etruschi, ornamenti in metalli preziosi, accanto alle tradizionali ceramiche a decorazione geometrica, che illustrano l’ideologia funeraria di questi gruppi élitari.
Il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” di Potenza, in stretta correlazione con il tema dell’esposizione, d’altra parte, già ospita tra le sue collezioni permanenti altri corredi funerari di assoluto rilievo (per la presenza di armature da parata, di bardature per
cavalli, di monumentali vasi in bronzo greci ed etruschi, di parures in argento, ambra e oro) che consentono ulteriormente di delineare la cultura aristocratica attestata nella Basilicata interna, nel periodo che precede l’occupazione da parte dei Lucani.

Info e Orari
costo del biglietto: € 2,50, con agevolazioni previste per i musei statali
Contatti e informazioni: Tel. 0971/21719 Fax 0971/323261 E-mail archeopz@gmail.com
MARTINA FRANCA (TA) (TA)

Mostre ed Esposizioni » MARTINA FRANCA (TA) - ORFEO IN CONTEMPORANEA

Fino al 18 agosto, nelle sale del Palazzo Ducale di Martina Franca (TA) una mostra presenta le opere di Carlo Bernardini, Bianco-Valente, Nicola Bolla, Adriano Persiani, Marialuisa Tadei e Giuseppe Teofilo.
Carlo Bernardini
Fino al prossimo 18 agosto, le sale del primo piano del Palazzo Ducale di Martina Franca (TA) ospitano la mostra "Orfeo. In contemporanea". Promossa dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia e dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici della Puglia, con un finanziamento erogato dalla Regione Puglia - Assessorato al Mediterraneo, alla Pace e alle Attività culturali nell’ambito del PO FESR 2007/2013 Asse IV. 3., la manifestazione è realizzata in collaborazione con il Comune di Martina Franca (TA) e il Centro artistico musicale Paolo Grassi di Martina Franca (TA), Banca Popolare di Bari, Casillo di Corato e Barsanti per l’arte.
L''esposizione, nata da un’idea di Fabrizio Vona e curata da Lia De Venere, riunisce le opere di sei artisti italiani – Carlo Bernardini, Bianco-Valente, Nicola Bolla, Adriano Persiani, Marialuisa Tadei, Giuseppe Teofilo – che traggono spunto in maniera più o meno diretta dalla favola mitologica di Orfeo Euridice, cui è dedicato il melodramma omonimo del compositore tedesco Cristoph Wilibald Gluck (1714-1787), che apre la 35° edizione del Festival della Valle d’Itria, prestigiosa manifestazione musicale nota in tutto il mondo.
La mostra è allestita nelle sale del primo piano del palazzo, ornate da dipinti a tempera realizzati dal pittore locale Domenico Carella nel 1776 e oggi in corso di restauro. Nella prima sala, sulle cui pareti sono i ritratti dei duchi, si potrà ammirare un’elegante portantina di legno ricoperta di carta chirurgica, in cui il tema della bellezza è posto in dialettica relazione con il dolore (Adriano Persiani), nella sala seguente il video di Bianco-Valente traspone la vicenda del mitico poeta e musico nel mondo contemporaneo in una sorta di sogno contrappuntato da una rivisitazione della musica di Gluck; nella cappella Carlo Bernardini ha costruito con fili luminosi di fibre ottiche la costellazione della Lira, nata quando Zeus scagliò nel cielo la testa di Orfeo, ucciso dalle Menadi. Nella cosiddetta Sala del Mito Marialuisa Tadei ha raccolto le lacrime di Orfeo in coppe di vetro soffiato imprigionate in piramidi di tondino di ferro , mentre nella Sala dell’Arcadia trovano posto i preziosi microfoni di cristalli Swaroski di Nicola Bolla, che alludono ai tanti Orfei moderni, uomini di spettacolo dal grande potere mediatico, e la grande tromba di un fonografo di Giuseppe Teofilo, il cui suono si interrompe appena ci si avvicina, poetico rimando alla drammatica conclusione della vicenda di Orfeo e dell’amata Euridice, cui invece il libretto di Ranieri de’ Calzabigi, musicato da Gluck, diede un finale positivo.
Interverranno all’inaugurazione l’Assessore al Mediterraneo, alla Pace e alle Attività culturali della Regione Puglia Silvia Godelli, il Direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia Ruggero Martines, il Soprintendente per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici della Puglia Fabrizio Vona, la curatrice della mostra Lia De Venere e tutti gli artisti.
La mostra è visitabile tutti i giorni a ingresso libero dalle 16 alle 21 mentre nei giorni 16,18,19,21,26 luglio e 1°, 3 agosto, la mostra sarà aperta dalle 16 alle 19, per non interferire con gli spettacoli del Festival.

Info
Tel. 080/5285209 (feriali, orario d’ufficio) - 080/4800790 - 333/2700781
www.festivaldellavalleditria.it
www.spsae-ba.beniculturali.it
VETULONIA (GR) (GR)

Mostre ed Esposizioni » VETULONIA (GR) - SOVRANI ETRUSCHI DEI DUE MARI

Fino al prossimo 2 novembre, il museo "Isidoro Falchi" di Vetulonia ospita una mostra che illustra le manifestazioni del potere delle elites aristocratiche etrusche nel periodo del loro apogeo. In esposizione i parallelismi culturali e i sontuosi gioielli in oro e ambra di Vetulonia e Verucchio.
Reperti in mostra
Nel quadro delle "Notti dell''archeologia" (la manifestazione promossa dalla Regione Toscana e dall''Amat) che quest''anno sono dedicate a "Potere politico e Potere religioso nella Toscana antica", la mostra "Sovrani etruschi dei due mari" allestita nel museo civico "Isidoro Falchi" di Vetulonia illustra le manifestazioni del potere delle elités aristocratiche etrusche nel momento che segna la fase del loro apogeo, il periodo cosiddetto "Orientalizzante".
L''esposizione enfatizza in particolare quei "segni" di rango che accompagnavano il loro stile di vita. Vengono così individuati due centri campione, Vetulonia e Verucchio, rispettivamente affacciati sul Mare Tirreno e sul Mare Adriatico. La mostra evidenzia, nel''arco di un periodo cronologico comune, legami commerciali e parallelismi culturali che caratterizzano la storia delle due città. Due "eccellenze" nel panorama dell''Italia antica, che si segnalano in particolare per la produzione di beni di lusso al servizio delle locali aristocrazie: l''artigianato artistico opera con materiali preziosi quali l''oro e l''ambra e crea veri e propri capolavori che costellano i vari momenti nei quali si articola l''esposizione.
Sontuosi gioielli realizzati dai maestri orafi di Vetulonia, nei quali l''estrema perizia artigianale si coniuga mirabilmente al gusto e alla fantasia, costituiscono degli "unica" nelle favolose parures che dovevano adornare i Principi nei loro palazzi e nelle loro tombe.
A Verucchio è l''ambra a rivestire una funzione preminente, intagliata da abilissimi artigiani locali che seppero estrarre dalla massa di questa preziosa resina fossile forme straordinarie e raffinatissime ed altrettanto "uniche" nella inconsueta capacità di creare figure ispirate in larga parte al mondo animale.
PRATO (PO)

Mostre ed Esposizioni » PRATO - LO STILE DELLO ZAR

Fino al 10 gennaio 2010 al Museo del Tessuto di Prato una grande mostra si concentra sugli affascinanti intrecci tra arte tessile, moda e pittura e nell''incontro tra l''occidente e la Russia. In mostra oltre 130 opere tra sete preziose e dipinti dei grandi maestri del tempo.
L''allestimento della mostra
Prato, capitale europea del tessile d’eccellenza, guarda al futuro e rilancia il suo ruolo - manifatturiero e insieme culturale e turistico - con una mostra-evento in programma al Museo del Tessuto dal 19 settembre 2009 al 10 gennaio 2010. L''esposizione, dal titolo "Lo stile dello Zar" è dedicata agli affascinanti intrecci tra l’arte tessile, la moda e la grande pittura, nelle relazioni e nell’incontro tra due mondi e due culture: quella Occidentale e nello specifico italiana e toscana con le sue eccelse manifatture, i suoi costumi e la sua arte, e quella del Vicino Oriente - della Moscovia - con i suoi riti sfarzosi, le sue mode, i beni pregiati. In mostra oltre 130 opere per un percorso unico tra sete e dipinti dei grandi Maestri (Tiziano Vecellio, Domenico Parodi, Justus Suttermans, Paris Bordon) tra tesori tessili del Cremlino e paramenti italiani, realizzati spesso su disegno di sommi artisti, tra oreficerie e abiti della corte degli Zar, mai esposti prima in Italia e un tempo simbolo di prestigio e di gloria. I commerci, le relazioni, gli aneddoti messi in luce grazie a questo progetto espositivo internazionale, elaborato insieme dalla Fondazione Museo del Tessuto di Prato e dal Museo Statale Ermitage con la coproduzione - per la parte scientifica - della Fondazione Ermitage Italia, del Polo Museale Fiorentino e dell’Opificio delle Pietre Dure e la collaborazione del Museo del Cremlino e del Museo Statale Russo, si traducono in un affresco carico di suggestioni.
Attraverso un corpus espositivo eccezionale, l’arte tessile e la moda nelle relazioni tra Italia e Russia, dal XIV al XVIII secolo e i loro legami con le arti figurative saranno ripercorsi negli spazi dell’Ex Cimatoria Campolmi, affascinante complesso industriale ottocentesco all’interno delle mura cittadine, simbolo della vicenda produttiva tessile di Prato e ora sede del Museo del Tessuto, di cui verrà inaugurata con la mostra una nuova ala. Alle circa ottanta opere che arrivano dai principali musei russi (Museo Statale Ermitage, Museo del Cremlino e Museo Statale Russo) si affiancano i prestiti di prestigiose istituzioni italiane (Galleria Palatina, Museo degli Uffizi, Museo Stibbert, Museo del Bargello, il Palazzo del Principe di Genova, i Musei Civici di Venezia). Importanti dipinti, esposti accanto a preziosi tessuti del tempo e a capi d’abbigliamento, mostrano le reciproche influenze stilistiche e culturali: l’uso in Italia di fogge in voga nei paesi del Centro Europa o l’adozione, da parte delle manifatture italiane, di diversi “orientalismi” allo scopo di evidenziare le connessioni esistenti tra settori apparentemente distinti ma, in realtà, espressione del medesimo ambito culturale. In questo modo si identifica la funzione, il contesto sociale, lo sviluppo dell’arte tessile italiana dalla fine del Trecento al Settecento, in un allestimento che mira a rievocare le atmosfere della corte russa e i bagliori delle preziose manifatture italiane. Se l’Italia vantava, in quei secoli, centri di eccellenza per la produzione di tessuti di ricami e di arazzi di altissimo pregio (Lucca, Venezia e poi Firenze), le maggiori corti, compresa quella degli Zar, facevano a gara per assicurarsi tali beni: segno distintivo di ricchezza, di status sociale e di potere.
Prima le città di Caffa e Tana - l’una sul Mar Nero, la seconda sulle sponde del Mar d’Azov - e poi la Moscovia divengono interessanti terreni di scambi commerciali tra Italia e Russia; i tessuti italiani da una parte e le pellicce russe dall’altra sono al centro di compravendite o di donativi ufficiali tra capi di stato e ambasciatori.
In mostra sono tanti gli esempi eclatanti delle manifatture italiane del tempo: dal monumentale paliotto della Galleria dell’Accademia di Firenze eseguito nel 1336 in filato d’oro e d’argento dal ricamatore fiorentino Jacopo Cambi, per l’altare maggiore di Santa Maria Novella, a quello spettacolare di Sisto IV proveniente dal Tesoro della Basilica di San Francesco ad Assisi (alto quasi quattro metri); dall’eccezionale dalmatica del Museo del Duomo di Orvieto, con ricami in oro e fili di seta realizzati su disegno di Botticelli, alla Pianeta Medici della Chiesa della SS. Annunziata a Firenze, del XVI sec., in damasco broccato a fondo raso, caratterizzata dallo stemma mediceo, con i tre anelli intrecciati a punta di diamante. Produzioni che trovano riscontro nelle pitture del tempo, nelle tavole di Sano di Pietro, nei mantelli di velluto broccato dei Giovani Martiti dipinti da Girolamo da Santa Croce, nell’abito che Antiveduto Gramatica dipinge per Santa Maria Maddalena - un drappo simile ad un lampasso con sotto un damasco - in un bellissimo dipinto prestato dal grande museo sulla Neva.
Allo stesso tempo sono molte anche le testimonianze della presenza e dell’uso presso la corte russa di sete, velluti, lampassi veneziani e fiorentini che qui avevano un valore superiore a quello dei gioielli e servivano sia per gli abiti di corte, sia per la Chiesa ortodossa. Accanto a inediti reperti prestati dall’Ermitage, giungono eccezionalmente a Prato dal Museo del Cremlino phelon, saccos e dalmatiche spettacolari (metà del Seicento) realizzati con moltissimi fili d’oro e d’argento e impreziositi da perle di fiume e pietre preziose. Veri capolavori d’oreficeria.
Le testimonianze documentarie – lettere diplomatiche, resoconti di viaggi e ambascerie, carte geografiche dell’epoca ritrovate negli Archivi di Firenze, Venezia e Mosca – e alcuni significativi ritratti potranno ricostruire il progredire delle relazioni e delle conoscenze tra l’Europa e la Russia ma anche farci incontrare, spesso recuperati dalla nebbie del passato, personaggi e protagonisti di questo avvincente percorso: da Sigismund Herbsteinm, ambasciatore di Massimiliano II alla corte russa che redasse la prima relazione su quelle terre, all’attivo e intelligente Zar Boris Gudonov che avviò un’intensa corrispondenza diplomatica con il duca di Toscana Ferdinando I de Medici; dall’Ambasciatore Ivan Chemodanov, inviato a Venezia ma ospitato per un mese a Livorno e a Firenze con una delegazione di trenta persone - che ovviamente attirarono curiosità e interesse per le vesti, i comportamenti e per il loro paese lontano e ancora misterioso - a Ivan il Terribile la cui corte sontuosa quanto cupa viene ricordata in mostra grazie anche ad alcuni frame dello straordinario film degli anni Quaranta del regista russo Ejzenštejn, girato interamente al Cremlino.
L’apertura allo stile e alla cultura europea avviene tardi in Russia e solo grazie alla passione di Pietro il Grande, che vediamo, in un bellissimo ritratto di van der Werff, in abiti da viaggiatore, alla scoperta del mondo. Alcuni vestiti provenienti proprio dall’inedito guardaroba dello Zar prestati per l’occasione come anche i ritratti del conte Strogonov e della sua consorte, con tanto di cuffia a la frontale, mostrano, del resto, il valore attribuito dalla corte e dalla nobiltà russa, sul finire del XVII secolo, alla moda europea e italiana.
Ma le commistioni e le influenze appaiono ormai reciproche: zimarre d’ispirazione turca e moscovita vengono usate come vesti da camera e abiti dégagé dalle dame dipinte da Tiziano (splendido il quadro con Giovane donna prestato dall’Ermitage) o dalle sensuali Venere e Flora, nell’Allegoria di Paris Bordon, ma anche da Anna Maria Orsetti Spada ritratta con una suntuosa vestaglia a motivi floreali da Filippo Gherardi; mentre zibellini, linci, sopravvesti foderate di lupo cerviero abbondano negli abiti di rappresentanza delle corti italiane e in quelle di nobili e borghesi, come nel Ritratto dell’ambasciatore Lorenzo Soranzo, opera della bottega di Tintoretto dagli Uffizi, nella bellissima dama che il Parodi immortala nell’olio proveniente dalle collezioni genovesi o nel Ritratto d’uomo con pelliccia anch’esso opera del veneziano Bordon.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - GIOVANNI BELLINI

Fino all''11 gennaio, alle Scuderie del Quirinale è di scena la mostra monografica di Giovanni Bellini che presenta circa i tre quarti della produzione certa dell''artista veneziano. L''esposizione, oltre alle famose Madonne e le tante rappresentazioni sacre e profane propone anche due importanti pale d''altare.
Giovanni Bellini, Venere allo specchio
"Il miglior pittore di tutti", secondo Albrecht Dürer, ammirato dalla figura di questo grande vecchio che nella Venezia della seconda metà del Quattrocento costituiva un punto di riferimento per tutti gli artisti che vi circolavano: parlava di Giovanni Bellini, all''epoca già molto anziano ma ancora capace di incarnare appieno la gloriosa vicenda dell''umanesimo veneto dal suo sbocciare alla sua piena affermazione. Ed è a Giovanni Bellini che le Scuderie del Quirinale dedicano una mostra monografica - la prima dopo quella di Venezia del 1949 - presentando più di sessanta dipinti a rappresentare circa i tre quarti della sua produzione certa, tra opere sacre e opere profane.
Giovanni Bellini (Venezia 1435-1448 circa - 1516) figlio del celebre Jacopo, fratello di Gentile (che famoso sarebbe diventato), cognato di Andrea Mantegna: al centro, dunque, di una famiglia di artisti e di un''operosissima bottega, oltre che di una città come Venezia, nella quale circolavano Antonello da Messina, Giorgione, Tiziano, brevemente Leonardo e tutti gli artisti più grandi del momento, ha sempre goduto di un giudizio molto favorevole della critica. A lui, infatti, a "Messer Zuan Bellin" (il "Giambellino" come veniva chiamato), il "maestro di tutti", dobbiamo capolavori in grado ancora oggi di colpirci profondamente per aver colto lo spirito del tempo e le profonde rivoluzioni culturali allora in atto, attraverso la commovente poesia delle figure e del paesaggio, oltre che una sempre rinnovata freschezza d''invenzione.
Artigiano quieto e immerso in profonda religiosità, Giovanni Bellini ha dipinto senza posa durante tutta la sua vita, rappresentando figure compiutamente legate allo spazio circostante. Uno spazio molto intimamente "veneziano" per la morbidezza della luce, per il realismo sobrio dei personaggi, per il gusto minuzioso per i particolari, compresi quelli botanici, con cui arriva a descrivere ogni singolo filo d''erba riconoscibile nella sua specifica identità. L''artista veneziano muove i primi passi usando la tempera per poi arrivare, nel corso degli anni, ad un utilizzo così sapiente dell''olio da "impastare" direttamente le forme delle figure con architetture e sfondi,offrendo il primo esempio italiano di un uso moderno della tecnica allora importata dalle Fiandre. Alla fine della carriera giungerà addirittura a lavorare la superficie pittorica con le dita, per creare quelle inusitate morbidezze cromatiche che apriranno la via a Giorgione e Tiziano.
Alle Scuderie del Quirinale sono esposte non solo le famose Madonne, le tante rappresentazioni sacre e profane, tutte scelte secondo un criterio di esemplarità, genere per genere, ma, per la prima volta, alcune straordinarie pale d''altare, come quella con il Battesimo di Cristo eseguita per la chiesa della Santa Corona a Vicenza e la stupefacente Pala di Pesaro, riunita alla sua cimasa, oggi conservata ai Musei Vaticani. Tutti i prestiti sono stati possibili grazie al concorso dei più importanti musei del mondo, delle Soprintendenze italiane, delle curie ecclesiali coinvolte e alla grande collaborazione della città di Venezia.
Ad accompagnare la mostra, a cura di Mauro Lucco e Giovanni Carlo Federico Villa, un''attenta campagna d''indagini scientifiche svela tutto il lavoro preparatorio delle opere di Giovanni Bellini.
CHIANCIANO (SI) (SI)

Mostre ed Esposizioni » CHIANCIANO (SI) - TUTTE LE ANIME DELLA MUMMIA

E'' stata prorogata fino al 5 aprile 2010, al Museo Archeologico delle Acque di Chianciano Terme (SI), la mostra che espone un centinaio di oggetti provenienti dalle maggiori collezioni egiziane d’Italia e la ricostruzione parziale di una delle sepolture faraoniche più grandi della Valle dei Re.
“Tutte le anime della mummia. La vita oltre la morte ai tempi di Sety I” intende illustrare il rituale funerario egiziano in età ramesside, mettendo a confronto lo straordinario contesto sepolcrale del faraone Sety I (Nuovo Regno: XIX dinastia, 1290-1279 a.C.), dal quale provengono una quarantina di statuette e un rilievo riuniti per la prima volta a Chianciano.
Ushabti di Sety I, XIX dinastia, regno di Sety I (1290-1279 a.C.)
A seguito del grande successo di pubblico e per soddisfare le richieste di molte scuole del territorio, la mostra "Tutte le anime della Mummia - la vita oltre la morte al tempo di Sety I", in corso presso il Museo Civico Archeologico di Chianciano Terme, è stata prorogata fino al 5 aprile 2010.
La mostra espone un centinaio di oggetti provenienti dalle maggiori collezioni egiziane d’Italia e la ricostruzione parziale di una delle sepolture faraoniche più grandi della Valle dei Re.
L''esposizione, a cura di Daniela Picchi, è promossa dal Museo Civico Archeologico di Chianciano Terme e dal Museo Civico Archeologico di Bologna in collaborazione con il Museo Egizio di Firenze e i Musei Vaticani grazie al contributo di Fondazione Monte dei Paschi di Siena attraverso Vernice Progetti Culturali.
La mostra intende illustrare il rituale funerario egiziano in età ramesside, mettendo a confronto lo straordinario contesto sepolcrale del faraone Sety I (Nuovo Regno: XIX dinastia, 1290-1279 a.C.), dal quale provengono una quarantina di statuette e un rilievo riuniti per la prima volta a Chianciano, con un ideale corredo funerario di privato della stessa epoca. Oltre al corpo e alla mummia, i raffinati oggetti esposti raccontano quali “elementi incorporei” costituiscono la persona, e cioè quante sono le “anime” di un egiziano, da proteggere con cura nella tomba perché il defunto abbia una vita eterna dopo la morte.
La mostra si arricchisce di alcuni eventi collaterali destinati a pubblici differenziati per età e interessi. A partire dal 4 luglio, sempre a Chianciano, si terrà un ciclo di conferenze divulgative con noti esperti di settore. Il primo appuntamento è con lo scenografo Mauro Tinti che interverrà su “Giovan Battista Belzoni. Un Indiana Jones alla riscoperta della tomba di Sety I”. Domenica 19 luglio sarà Daniela Picchi, Conservatore della Collezione egiziana del Museo Civico Archeologico di Bologna e curatrice della mostra, ad intervenire su “Sety I e dintorni. La collezione egiziana del Museo Civico Archeologico di Bologna”. Sabato 1 agosto avrà luogo l’incontro con Francesco Tiradritti, Direttore della missione di scavo Harwa che interverrà su “Tutti i colori di Tebe Ovest. Pittura e pittori al tempo dei faraoni conquistatori”.
Domenica 22 agosto sarà Daniela Picchi, Conservatore della Collezione egiziana del Museo Civico Archeologico di Bologna e curatrice della mostra ad introdurci al tema “Ogni cosa buona, pura e ... cibi e delizie sulle sponde del Nilo”, a cui seguirà un buffet a base di birra e pietanze alla maniera egiziana a cura di Claudio Cavallotti, esperto della cucina antica. Sabato 5 settembre sarà Maria Cristina Guidotti, Direttrice Museo Egizio di Firenze ad intervenire sul tema “Dalla Valle dei Re al Museo Egizio di Firenze: storie di viaggiatori, studiosi e archeologi”, mentre sabato 3 ottobre sarà Alessia Amenta, Responsabile del Reparto di Antichità Orientali dei Musei Vaticani a illustrare “L’Egitto alla corte dei papi: nascita della collezione vaticana”.
Si conclude con sabato 17 ottobre, il giornalista e scrittore Marco Zatterin interverrà sul tema “Il gigante del Nilo: Giovanni Battista Belzoni”. Per i più piccini è indetto un concorso a premi dal titolo “Tutte le anime della Mummia. La vita oltre la morte ai tempi dei faraoni” che prevede la premiazione del disegno o del modellino più creativo ispirato al rituale funerario antico egiziano con un week-end soggiorno a Bologna per la famiglia e visita alla collezione egiziana del Museo Civico Archeologico in compagnia della curatrice mostra. Un convegno scientifico dal titolo “L’Egitto in Età Ramesside”, che si terrà a Chianciano nel prossimo dicembre, prevede la partecipazione dei principali studiosi italiani di Egittologia.

Info

Orario: dal 7 gennaio al 5 aprile 2010 sabato domenica e giorni festivi 10-13 e 16-19 (altri giorni su prenotazione per gruppi).
Biglietti intero: € 5,00, ridotto per minori di 18 anni e sopra i 65 anni: € 4,00, gruppi (minino 20 persone): € 2,50.
Accessibile ai disabili
Per info e prenotazioni visite gruppi Tel. 0578/30471
CASTIGLION FIORENTINO (AR) (AR)

Mostre ed Esposizioni » CASTIGLION FIORENTINO (AR) - IL CINGHIALE NELL''ANTICHITA''

Fino al 18 ottobre, nella chiesa di San Filippo, sono in mostra le rappresentazioni del cinghiale nell''antichità. Un animale che per gli antichi aveva un forte significato simbolico. Per i Celti era sacro, nelle culture mediterranee era identificato con la morte, nel mondo greco era simbolo del coraggio virile.
Anfora attica a figure nere con Eracle ed il cinghiale di Erimanto, della cerchia del Pittore di Antimenes (515 a.C. circa). (Firenze, Museo Archeologico Nazionale)
In programma, fino al 18 ottobre 2009, negli spazi espositivi Chiesa di San Filippo a Castiglion Fiorentino (AR), una mostra inedita dal titolo: Il cinghiale nell''antichità. Archeologia e mito".
Nelle civiltà del mondo antico il cinghiale aveva un forte significato simbolico. Per i celti era un animale sacro, rappresentazione della forza divina allo stato selvaggio; in India la manifestazione della forza creatrice che pone fine al caos originale. Nelle culture mediterranee il cinghiale era identificato con la Morte, per il colore scuro e le abitudini notturne: ucciderlo significava sconfiggere l''Oltretomba. Nel mondo greco, fin da Omero, era il simbolo del coraggio virile, dell''indomabile ferocia e dell''audacia propria del guerriero. Per questo i Greci, come spiega lo storico Senofonte, consideravano la caccia al cinghiale un allenamento fondamentale per educare i giovani alla guerra. Gli Etruschi lo ritenevano a diretto contatto con le divinità infernali: lo cacciavano di notte o all''alba, con cani feroci e sembra con pantere, al suono dei flauti. Per le fonti latine è tuscus aper, mentre rimane ancora un mistero il nome con cui veniva chiamato il cinghiale dagli Etruschi.
La mostra presenta al pubblico cinquanta pezzi, molti dei quali inediti, che vanno dal VII sec. a. C. al III sec. d. C., provenienti dai maggiori musei archeologici della Toscana: MAEC di Cortona, Museo Archeologico delle Acque di Chianciano Terme, Museo Guarnacci di Volterra, Museo Archeologico Nazionale G. C. Mecenate di Arezzo, Museo Archeologico Nazionale di Firenze, oltre che da Museo Casa Siviero, Museo Archeologico Nazionale dell''Umbria e collezione Cassa di Risparmio di Firenze, sede di Arezzo.
L''idea di questa originale esposizione nasce dalla scoperta di un''area sacra etrusca nella parte più antica della cittadina toscana, nel piazzale del Cassero, dove sono stati rinvenuti centinaia di ossa di animali, in gran parte selvatici tra cui molte zanne di cinghiale, legati sicuramente a riti sacrificali, forse in onore di una divinità protettrice della caccia. Ma non bisogna mai scordare che la caccia al cinghiale, nelle civiltà antiche, era sempre e comunque un''attività propedeutica alla formazione del guerriero, una prova di passaggio, un rito iniziatico.
Simbolo della mostra una stupenda scena di caccia, rappresentata in una matrice di una coppa in terra sigillata, ovvero la produzione ceramica dal tipico colore rosso, che rese Arezzo, in epoca romana, famosa in tutto il mondo. Nella straordinaria scena dal forte senso naturalistico, un cinghiale esce da un canneto, affrontato da un guerriero con una lunga lancia (uno spiedo) ed un feroce cane; da dietro una bellissima figura maschile nuda - che sembra uscita dalla mano di Michelangelo - con un leggero mantello mosso dal vento - si torce per raccogliere la forza e colpire l''animale con una scure. Una scena fortemente evocativa, ma non lontana da quella che doveva essere la realtà. La caccia avveniva con gruppi di uomini armati con cani, alcuni di loro suonavano i flauti per stanare gli animali. Sappiamo che gli Etruschi usavano cani particolarmente feroci, discendenti dei mastini assiri, impiegati anche nella caccia all''orso, al cervo e al lupo.
Queste le 5 sezioni della mostra: Il cinghiale nei riti e nelle offerte votive; Il cinghiale nell''iconografia; Il cinghiale nel mito; Il tema delle armi e dei cani; il Cinghiale nell''alimentazione

Info
Tel. 0575 659457
www.icec-cf.it
MONFALCONE (GO) (GO)

Mostre ed Esposizioni » MONFALCONE (GO) - FABIO MAURI

Dal 10 ottobre al 1 novembre 2009 è in programma, alla Galleria Comunale d''Arte Contemporanea di Monfalcone (Gorizia), una mostra dedicata a un protagonista dell’arte contemporanea recentemente scomparso, Fabio Mauri, uno dei maestri dell''avanguardia italiana del secondo dopoguerra.
Forse l’arte non è autonoma, 2009 Taglio su zerbino cm. 200x420
Sabato 10 ottobre, presso la Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone verrà inaugurata una personale dedicata ad un protagonista dell’arte contemporanea recentemente scomparso, Fabio Mauri.
La rassegna, in parte concepita dall’artista stesso prima della sua morte per la Galleria Michela Rizzo di Venezia, trova il suo naturale proseguimento qui a Monfalcone; arricchita di altri lavori, diventa un doveroso omaggio ad un artista eminente che ci ha lasciati all’età di 83 anni questo 19 maggio.
Fabio Mauri è uno dei maestri dell''avanguardia italiana del secondo dopoguerra. Vive a Bologna e a Milano fino al ''57, poi si trasferisce a Roma. Nel 1942 fonda con Pier Paolo Pasolini la rivista Il Setaccio. Ha insegnato per 20 anni Estetica della sperimentazione all''Accademia di Belle Arti dell''Aquila. È stato invitato alla Biennale di Venezia nel 1954, 1974, 1978, 1993 e 2003.
È stato un grande sperimentatore, un grande innovatore, sempre in anticipo sui tempi.
La prima personale di Mauri nel ''55 alla Galleria Aureliana di Roma è presentata proprio dall''amico Pasolini. Alla fine del ''57 realizza i primi “schermi”, la sua versione del monocromo: la ricerca dell''azzeramento impegna tutti gli artisti più avanzati in quel momento. Ma il monocromo di Mauri contiene già il discorso sul cinema. Lo schermo è la nuova vera “forma simbolica” del mondo e Mauri coglie questo fatto tempestivamente, immediatamente. La forma mentale dello schermo attraverserà tutta l''opera di Mauri.
Nel 1964 sbarca alla Biennale di Venezia la Pop Art americana, arte simbolo di una società che non può essere quella italiana e europea, Mauri allora inizia a riflettere sulla specificità della cultura europea e la individua nell’ideologia. “Ho ripensato la mia biografia e ho pensato che avevo conosciuto una realtà storica forte, la guerra. Avevo rimosso come un grande incidente tutto questo dolore, l’ho riaffrontato”, dice l’artista. Nascono qui le perfomance degli anni ‘70 Che cosa è il fascismo, Ebrea, Gran Serata Futurista 1909 – 1939.
Per l’artista il Futurismo diventa un grande, inesplorato deposito, un rimosso rinascimento italiano contemporaneo. La finzione è un ulteriore mezzo di complicità con gli spettatori nell’intento di ricreare una rete di sensazioni tra palcoscenico e pubblico. Come afferma l’artista stesso il suo “è un teatro che non è teatro”.
Mauri diventa anche attore nella Medea di Pasolini, dove interpreta il Re Pelia. È l''unico film dell''amico a cui Mauri accetta di partecipare, in cambio ottiene la promessa dello scrittore e regista di prendere parte a una sua opera: alla Galleria d''Arte Moderna di Bologna, il 31 maggio 1975, pochi mesi prima della morte di Pierpaolo, Mauri gli proietta addosso Il Vangelo secondo Matteo in una storica performance. Come afferma Andrea Bruciati: “Fabio Mauri è stato forse l''unico artista italiano operante dalla seconda metà del novecento ad avere nel suo lavoro una dimensione antropologica, sociologica e politica oltre che estetica, che ha cioè espresso in forma e contenuto nuovi lo spirito del tempo del secolo passato”.
Installazioni, video, documenti, fotografie degli ultimi trent’anni si dispiegano nell’aula grande della Galleria di Monfalcone per un ri-allestimento suggestivo degli spazi dedicato ad un artista oramai considerato maestro per le giovani generazioni. Un autore pienamente eversivo e contemporaneo, che ha sperimentato molteplici linguaggi espressivi: dai disegni, ai dipinti a tempera e ad olio di matrice espressionista, ai collage, agli sconfinamenti extrapittorici e concettuali degli anni Sessanta e Settanta fino ad oggi, quali la performance ed il ready-made, il teatro, l''installazione, l''ambiente, gli scritti teorici.
La rassegna è stata possibile grazie alla collaborazione dell’Associazione Studio Fabio Mauri di Roma e al prezioso supporto della Galleria Michela Rizzo di Venezia.

Info
GC. AC - Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone
piazza Cavour 44
Curatela Andrea Bruciati
Inaugurazione sabato 10 ottobre 2009, ore 18
Apertura 10 ottobre > 1° novembre 2009,
Orario da mercoledì a domenica 16.00 > 19.00
Ingresso libero
Tel. 0481 494 360 / 46262
E-mail galleria@comune.monfalcone.go.it
MILANO (MI)

Mostre ed Esposizioni » MILANO - EDWARD HOPPER

Fino al 31 gennaio 2010, al Palazzo Reale di Milano è di scena una importante retrospettiva su Edward Hopper.
In mostra oltre 160 opere per raccontare il percorso del più popolare e noto artista americano del XX secolo.
Studies of Hands, (Studi di mani), s.d.  Carboncino su carta, foglio 30,6 x 47,9 cm  Whitney Museum of American Art, New York
Per la prima volta in Italia, Milano e Roma rendono omaggio all’intera carriera di Edward Hopper (1882-1967) il più popolare e noto artista americano del XX secolo, con una grande rassegna antologica senza precedenti in Italia.
La mostra presenta oltre 160 opere, tra cui celebri capolavori come Summer Interior (1909), Pennsylvania Coal Town (1947), Morning Sun (1952), Second Story Sunlight (1960), A Woman in the Sun (1961) e diversi quadri mai esposti, come la bellissima Girlie Show (1941). Un percorso che attraversa tutta la produzione di Hopper e tutte le tecniche di un artista considerato oggi un grande classico della pittura del Novecento.
L’evento è promosso dal Comune di Milano - Cultura e dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York e la Fondation de l’Hermitage di Losanna.
Dal 14 ottobre 2009 al 31 gennaio 2010 la mostra è è allestita al Palazzo Reale di Milano, l''esposizione si sposterà poi a Roma, al Museo della Fondazione Roma, dal 16 febbraio al 13 giugno 2010, e poi alla Fondation de l’Hermitage di Losanna, dal 25 giugno al 17 ottobre 2010.

L’artista
Nato e cresciuto a Nyack una piccola cittadina nello Stato di New York, Hopper studia per un breve periodo illustrazione e poi pittura alla New York School of Art con i leggendari maestri William Merritt Chase e Robert Henri. Si reca in Europa tre volte (dal 1906 al 1907, nel 1909 e nel 1910) e soprattutto le esperienze parigine lasciano in lui un segno indelebile, alimentando in lui un sentimento francofilo che non lo avrebbe mai abbandonato, anche dopo essersi stabilito definitivamente a New York, dal 1913.
Alto un metro e novanta, nonostante la forte presenza fisica, era famoso per la sua reticenza, scriveva o parlava pochissimo del suo lavoro. Scomparso all’età di ottantaquattro anni, la sua arte ha goduto della di critica e di pubblico nel corso di tutta la carriera, nonostante il successo dei nuovi movimenti d’avanguardia, dal Surrealismo all’Espressionismo astratto, alla Pop art.
Nel 1948 la rivista “Look” lo nomina uno dei migliori pittori americani; nel 1950 il Whitney Museum organizza un’importante retrospettiva su di lui e nel 1956 il “Time” gli dedica la copertina. Nel 1967, l’anno della sua morte, rappresenta gli Stati Uniti alla prestigiosa Bienal di São Paulo.
Da allora, l’opera di Hopper è stata celebrata in diverse mostre e ha ispirato innumerevoli pittori, poeti e registi. Eloquente il tributo del grande John Updike che in un saggio del 1995, definisce i suoi quadri “calmi, silenti, stoici, luminosi, classici”.

La mostra
La storia di Edward Hopper è indissolubilmente legata al Whitney Museum of American Art che ospitò varie mostre dell’artista, dalla prima nel 1920 al Whitney Studio Club a quelle memorabili nel museo, del 1960, 1964 e 1980. Dal 1968, grazie al lascito della vedova Josephine, il Whitney ospita
tutta l’eredità dell’artista: oltre 3000 opere tra dipinti, disegni e incisioni.
Carter Foster, conservatore del Whitney Museum ha concesso per l’occasione il nucleo più consistente di opere, la rassegna vanta tuttavia altri importanti prestiti dal Brooklyn Museum of Art di New York, dal Terra
Foundation for American Art di Chicago e dal Columbus Museum of Art.
Suddivisa in 7 sezioni secondo un ordine tematico e cronologico, la mostra ripercorre tutta la produzione di Hopper, dalla formazione accademica agli anni in cui studiava a Parigi, fino al periodo “classico” e più noto degli anni ‘30, ‘40 e ’50, per concludere con le grandi e intense immagini degli ultimi anni. Il percorso prende in esame tutte le tecniche predilette dall’artista: l’olio, l’acquerello e l’incisione, con particolare attenzione all’affascinante rapporto che lega i disegni preparatori ai dipinti: un aspetto fondamentale della sua produzione fino ad ora ancora poco considerato nelle rassegne a lui dedicate. Le prime sezioni della mostra "Autoritratti”, “Formazione e prime opere. Hopper illustratore” e “Hopper a Parigi” illustrano un gruppo di promettenti autoritratti, le opere del periodo accademico e quindi gli
schizzi inondati di luce e le opere del periodo parigino. La sala
dedicata a “La definizione dell’immagine: Hopper incisore” mette in evidenza la sua tecnica elegante e quel “senso di incredibile potenzialità dell’esperienza quotidiana” che riscuote grande successo e che segna l’inizio di una felice carriera.
Nella sezione titolata “L’elaborazione di Hopper: dal disegno alla tela”, che celebra la straordinaria mano di Hopper disegnatore e il suo metodo di lavoro, viene presentato un gruppo significativo di disegni preparatori per esempio per Morning Sun (1952) e per il precedente New York Movie (1939), nei cui bozzetti si può vedere chiaramente come prenda forma la figura femminile: all’inizio è quasi un ritratto della moglie Jo (sua unica modella) per poi giungere alla “maschera” del cinema - uno dei temi prediletti dall’artista - assorta nei suoi pensieri e bella come una diva. Questa sezione svela quanto il “realismo hopperiano” sia spesso il frutto di una sintesi di più immagini e situazioni colte in tempi e luoghi diversi e non una semplice riproduzione dal vero. In mostra eccezionalmente anche uno dei suoi i famosi taccuini, l’Artist’s Ledger Book III, che riempiva insieme alla moglie, dove si vedono abbozzati molti dei suoi dipinti a olio.
Nelle sale dedicate a “L’erotismo di Hopper” la mostra riunisce invece alcune delle più significative immagini di donne in stati contemplativi, perlopiù nude o semi svestite, da sole e in interni, che insieme alle opere della sezione "L’essenza dell’artista. Tempo, luogo e memoria" illustrano al
meglio la poetica dell’artista, il suo discreto realismo e soprattutto l’abilità nel rivelare la bellezza nei soggetti più comuni, usando spesso un taglio cinematografico, molto apprezzato dalla critica.
Hopper è stato per lungo tempo associato a suggestive immagini di edifici urbani e alle persone che vi abitavano, ma più che i grattacieli – emblemi delle aspirazioni dell’età del jazz – egli preferiva le fatiscenti facciate rosse di negozi anonimi e i ponti meno conosciuti. Tra i suoi soggetti favoriti vi sono scorci di vita nei tranquilli appartamenti della middle class, spesso intravisti dietro le finestre da un treno in corsa, immagini di tavole calde, sale di cinema, divenute delle vere e proprie icone.
Hopper realizza anche notevoli acquerelli, durante le estati trascorse a
Gloucester (Massachusetts), nel Maine, e a partire dal 1930, a Truro (Cape Cod). Difficile vedere il mare in quelle opere che raffigurano piuttosto dune di sabbia arse dal sole, fari e modesti cottage, animati da sensuosi contrasti di luce e ombra. Dipinti che evocano sempre delle storie pur lasciando irrisolte le motivazioni dei personaggi.
La mostra è arricchita di un importante apparato fotografico, biografico e storico, in cui viene ripercorsa la storia americana dagli anni ’20 agli anni ’60 del XX secolo: la grande crisi, il sogno dei Kennedy, il boom economico. Un’occasione dunque per capire meglio anche la nuova crisi di oggi e l’America di Barack Obama.
La mostra ospita infine un’installazione interattiva e multimediale di Gustav Deutsch, noto film-maker e video artista austriaco (Vienna 1952), autore di innumerevoli film, video e performance in tutto il mondo. L''installazione dal titolo "Friday, 29 August 1952, 6 a.m., New York" farà entrare fisicamente i visitatori nel mondo di Hopper grazie alla ricostruzione della scenografia raffigurata nel dipinto Morning sun (1952). Tutti potranno diventare i protagonisti del dipinto, entrando sul “set” e muovendosi a piacimento come attori di brevi rappresentazioni, filmate da una telecamera e proiettate su uno schermo.

Percorsi didattici
Un interessante percorso didattico è rivolto a tutti i bambini e i ragazzi (5-14 anni) in visita alla mostra. Per chi vorrà seguire le tappe del processo creativo di Hopper, sarà a disposizione all’ingresso un bellissimo taccuino che riproduce in scala quello utilizzato dall’artista, con tutte le indicazioni per avventurarsi nel suo mondo. I più piccoli (2-5 anni) accompagnati dai genitori potranno invece cimentarsi in una divertente caccia al tesoro seguendo le indicazioni su alcune speciali cartoline.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - LA PITTURA DI UN IMPERO

Fino al 17 gennaio, alle scuderie del Quirinale, una mostra presenta un quadro complessivo del livello artistico raggiunto dalla pittura romana tra il II sec. a.C. e il IV secolo d.C., dalla formazione dell''Impero fino al suo tramonto
Tre Grazie, frammento di decorazione parietale
La mostra "Roma. La Pittura di un Impero", fino al 17 gennaio 2010 alle Scuderie del Quirinale, presenta al pubblico un quadro complessivo del livello artistico raggiunto dalla pittura romana in un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il IV secolo d.C., dalla formazione dell''Impero con le conquiste dei regni greco-ellenistici d''Oriente, dominati dai successori di Alessandro Magno, fino al suo tramonto. Sono esibiti in mostra affreschi, a volte intere pareti per offrire un''idea dei sistemi compositivi, dipinti a tempera e ad encausto (cera fusa), su tavola, su lino o su vetro.
La perdita della grande pittura greca nel suo complesso non deve essere d''impedimento per conoscere ed apprezzare quanto di meglio è stato prodotto in età romana; è anzi l''occasione per esaminare più compiutamente le opere pittoriche superstiti cercando di riflettere sulle continuità formali. Era la pittura la forma artistica prediletta dai greci, ancora più della scultura: eppure, di essa si è preservato pochissimo. Del tutto perdute sono le opere della grande pittura dei maestri greci (Polignoto, Parrasio, Zeusi, Apelle), di un livello così alto da essere apprezzate anche a Roma e pagate autentiche fortune. Anche dei più famosi pittori romani si sono salvate solo labili tracce. Di pochi di essi conosciamo i nomi: Studius (o Ludius) esperto nella pittura di paesaggi, e Fabullus (o Famulus), autore della decorazione pittorica della Domus Aurea di Nerone.
Malgrado ciò, la ricca documentazione romana superstite, per lo più a carattere decorativo, ma non priva di altissimi picchi, ci permette di avere un quadro abbastanza preciso sull''evoluzione dell''arte pittorica dalla Grecia a Roma. Colori in tutte le loro sfumature, ombre e luci, rapporto tra figura umana e paesaggio, tecniche pittoriche che passano da una resa grafica e precisa di tutti i dettagli ad una tecnica più veloce, a "macchia" (detta anche "compendiaria"), capace di raggiungere con poche e rapide pennellate un effetto quasi "impressionistico" : sono i risultati finali - i soli meglio conosciuti grazie alle scoperte di Pompei, di Ercolano, di Stabia, di Roma stessa, e dell''Egitto con i magnifici ritratti detti del Fayyum - di una cultura artistica che si evolve nel tempo senza soluzione di continuità, e senza perdere il contatto con i grandi maestri del passato.
Gli sfondi delle pareti delle lussuose case romane erano spesso monocromatici, con una predilezione per il bianco, il giallo, l''azzurro, il nero ed il rosso. Il mondo antico era un mondo a colori. Colori brillanti e accesi, che risplendevano sulle pareti delle case, sulle facciate delle tombe, all''interno dei templi e degli edifici pubblici, persino sulle statue in marmo o bronzo. Il mondo in calcare e marmi bianchi e lucenti che noi immaginiamo pensando all''antichità non è mai esistito realmente.
Prevale nella decorazione delle case romane la rappresentazione di un mondo di sogno. E'' come se ogni romano, a seconda delle sue ricchezze, tentasse di riprodurre entro le sue residenze il lusso dei palazzi dei principi d''Oriente, o meglio, delle dimore degli dei. Paesaggi fantastici, costruiti utilizzando "schemi tipo", cioè temi di repertorio mutuati dalla tradizione greca e inseriti di volta in volta entro nuovi contesti con un felice senso per originali contaminazioni; nature morte che riproducono le vivande preferite durante i banchetti dell''aristocrazia; scene mitologiche tra le quali prevalgono figure aeree e prive di peso, librate nell''aria e realizzate quasi nella stessa serena essenza dell''aria: è questo ambiente fantastico e irreale che finisce con il creare uno stile autenticamente "romano", in quanto romane sono la committenza e l''ideologia di fondo.
Le opere esposte, provenienti da musei e collezioni italiani ed europei, sono state suddivise in sezioni in base a criteri tematici e cronologici.
Al primo piano, è prevalente un''ottica che privilegia i contesti decorativi: si vedranno così intere grandi pareti, con le loro decorazioni scandite da colonne, pilastri, cariatidi. I singoli "quadri" tematici sono qui visibili nel più ampio campo delle pareti entro le quali erano inserite. Per la prima volta, sarà possibile ammirare, fianco a fianco, le decorazioni di due grandi ville databili alla prima età imperiale: la Villa della Farnesina a Roma e la Villa di Boscotrecase, presso Pompei, per la cui decorazione, non ingiustamente, è stato avanzato il nome di Studius (o Ludius), il grande pittore di paesaggi fantastici noto attraverso il trattato di storia naturale di Plinio il Vecchio.
Al secondo piano, prevale invece una ottica strettamente tematica, in cui i soggetti sono del tutto estrapolati dai loro sistemi decorativi. Sarà possibile esaminare con maggiore precisione scene mitologiche, paesaggi, nature morte, scene di vita quotidiana, senza che l''occhio sia condizionato dal sistema parietale entro cui in origine tali frammenti erano inseriti. Chiude l''esposizione la sezione interamente dedicata al repertorio ritrattistico: sarà qui possibile ammirare l''altissimo livello raggiunto in pittura dal ritratto romano, e in alcuni casi, forse, ancora più che in scultura: dai magnifici esemplari pompeiani, ai malinconici ed espressivi volti su legno o lino del Fayyum, fino ai superbi ritratti dorati su vetro di età tardo antica, tra i più alti raggiungimenti dell''arte di età romana.
Circa 100 opere di eccezionale eleganza e raffinatezza organizzate in cinque diverse sezioni, per ricostruire, dunque, la complessità di una scuola figurativa da cui deriva lo sviluppo dei generi pittorici moderni a partire da Raffaello, solo per citare un esempio. Tutti prestiti provenienti dai più importanti siti archeologici e musei del mondo, tra cui il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, i musei archeologici di Monaco, Francoforte, Zurigo ma anche il Museo Archeologico di Napoli, gli Scavi di Pompei, il Museo Nazionale Romano, i Musei Vaticani e i Musei Capitolini di Roma, musei famosi e molto frequentati in cui a volte, però, le singole opere possono perdersi. Il valore della mostra è infatti anche nel ''rivelare'' pezzi magnifici e famosi, mettendoli sotto una luce di interpretazione del tutto nuova e allestite in una scenografia ideata dal grande regista Luca Ronconi che torna, ancora una volta, a curare l''allestimento di una grande mostra.
TORINO (TO)

Mostre ed Esposizioni » TORINO - LOS DESASTRES DE LA GUERRA

Fino al 28 febbraio 2009 alla Biblioteca Nazionale di Torino sono in mostra "Los Destastres de la Guerra" di Goya. In esposizione l''intera opera impressa dai rami originali nella splendida quarta tiratura.
Los disastres de la guerra
Fino al 28 febbraio la Biblioteca Nazionale di Torino ospita le incisioni "I disastri della Guerra" di Francisco Goya. In esposizione l''intera opera impressa dai rami originali incisi da Goya nella splendida quarta tiratura: Los Desastres de la Guerra. L''evento, curato da Franca Porticelli e Gianni Vurchio, è promosso da IREL - Istituto per la Tutela la Conservazione ed il Restauro dei Beni Librari e Cartacei finanziato dall''Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, dalla Fondazione CRT e realizzato in collaborazione con la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali e il patrocinio della Città di Torino. La mostra sarà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2009 ed è il secondo appuntamento con il Maestro spagnolo dopo lo straordinario consenso di pubblico e critica della mostra “Los Caprichos”. Goya Illuminista fra Settecento ed Europa napoleonica, tenutasi lo scorso anno presso la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.
In mostra sarà esposta l’intera opera impressa dai rami originali incisi da Goya nella splendida quinta tiratura: Los Desastres de la Guerra. L’insieme, composto da ottanta tavole originali, nasce in un momento in cui le armate francesi, nel delicato passaggio tra rivoluzione e trasformazioni del governo napoleonico, estendono all''Europa una sconvolgente modificazione degli assetti istituzionali, politici, filosofici, culturali ed economici. della Spagna (1807-1813) e le sue conseguenze catastrofiche per il popolo occupato spingono Goya, allora sessantaduenne, a recuperare quante più lastre di rame possibili, anche usate o rovinate, per incidere Los Desastres de la Guerra. Le intenzioni di Goya non sono in alcun modo politiche. Mentre procede nelle incisioni - di gran lunga le più complesse in termini di revisioni e perfezionamenti - egli si rende conto che il tema non è la sanguinaria ribellione della nativa Saragozza nel 1808 o la carestia a Madrid del 1810-11, quanto piuttosto come la guerra sveli l’impotenza e l’afflizione dei deboli e dei miseri, oggetti più che attori di un devastante scenario. La cronologia dei Desastres non è del tutto nota: sembra che Goya abbia iniziato a preparare i disegni durante il suo viaggio di ritorno da Saragozza a Madrid nell''inverno del 1808-09: l''unica data che appare su una lastra è infatti 1810. Dopo il 1820 Goya ritorna alla serie, incidendo la seconda parte, i caprichos enfáticos. In questo periodo rimette in ordine e numera nuovamente la serie che, finalmente, si compone di ottantadue lastre. Dopo la morte di Goya, i rami, ereditati dal figlio Javier e ancora inediti, furono conservati a Madrid fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1854. La prima edizione fu pubblicata nel 1863 dall''Academia de San Fernando. Le uniche stampe dei Desastres realizzate quando Goya era in vita, per quanto sia possibile conoscere, sono 493 prove, oggi conservate in vari musei del mondo. Alcune di queste, insieme con 62 disegni preparatori che sono conosciuti, si trovano al Museo del Prado.
AREZZO (AR)

Mostre ed Esposizioni » AREZZO - I DELLA ROBBIA

Fino al 7 giugno il Museo Statale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo ospita "I Della Robbia, il dialogo tra le Arti nel Rinascimento". L''esposizione ricostruisce il “dialogo” tra l’arte della terracotta invetriata e le “tre arti sorelle” (scultura, pittura e architettura). Accanto all''esposizione sono previsti cinque itinerari.
Il logo della mostra
L’operosa attività della famiglia dei Della Robbia copre un lungo arco di tempo, dai primi decenni del Quattrocento fin ben oltre la seconda metà del Cinquecento: oltre cento anni che segnano in modo indelebile tutta la moderna cultura occidentale.
Capostipite della famiglia Della Robbia è Luca, celebrato da Leon Battista Alberti tra i padri della Rinascita, artista colto e curioso che arriva a “inventarsi” una nuova tecnica e a produrre con questa “sculture e pitture invetriate”, l’unico artista che è riuscito a portare l’arte della ceramica, da arte cosiddetta minore, ad una forma espressiva dai risultati artistici al pari della migliore pittura e scultura. Grazie al nipote Andrea, gli invetriati si diffondono capillarmente sul territorio trovando sempre maggiori estimatori e acquirenti; la bottega specializzata, sita in via Guelfa a Firenze, si afferma come potere assoluto in Toscana. Il figlio di Andrea, Giovanni, porta avanti con successo l’attività della bottega mentre i suoi fratelli procedono nella creazione continua di oggetti di altissima qualità sfruttando la tecnica del prozio. Luca, Andrea, Giovanni e ancora Francesco, Marco, Girolamo e Luca il Giovane: tre generazioni di una famiglia di artisti che hanno scritto un secolo di storia dell’arte toscana e italiana.
Allestita nelle sale del Museo Statale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo e curata da Giancarlo Gentilini e Liletta Fornasari, la mostra I Della Robbia, il dialogo tra le Arti nel Rinascimento, si propone di illustrare il poliedrico e affascinante sviluppo della terracotta invetriata "robbiana" nel Rinascimento – dalle misteriose motivazioni della geniale “invenzione” di Luca della Robbia, alla diffusione di quest’arte “nuova, utile e bellissima” nella attività della famiglia Della Robbia e della bottega concorrenziale dei Buglioni – ma soprattutto intende affrontare, per la prima volta, il serrato e fecondo dialogo tra le arti.
Scultura, pittura, architettura, arti decorative si confrontano in un percorso affascinante che permetterà di ammirare, oltre ai capolavori dei Della Robbia, opere dei più importanti esponenti del Rinascimento - Donatello, Ghiberti, Andrea del Verrocchio, Rossellino, Pisanello, Filippo Lippi, Pollaiolo, Ghirlandaio, Perugino, Lorenzo di Credi, Leonardo, Fra’ Bartolomeo, Domenico Veneziano, Fra’ Carnevale, Sansovino – ripercorrendo un secolo di storia dell’arte italiana e il fervido clima della Toscana rinascimentale.
Un’esposizione dunque ambiziosa ed assolutamente nuova che consentirà di rileggere e di comprendere a fondo il significato e il valore di un’arte straordinaria di cui restano importanti testimonianze anche nella provincia di Arezzo. La mostra diventa così il cuore di un percorso che si sviluppa sul territorio. A fianco del nucleo espositivo della mostra sono stati infatti strutturati alcuni itinerari nel territorio aretino, in città e nelle quattro vallate, tali da mettere in luce il ricchissimo patrimonio robbiano, in gran parte ancora poco noto, che orna chiese, pievi e palazzi della stessa Arezzo e dei borghi della Valdichiana, Valtiberina, Valdarno e del Casentino. Non per caso l''idea della mostra ha avuto origine da un censimento capillare che, fatto nell''intero territorio provinciale aretino, ha dimostrato come questo sia uno tra i più ricchi di terrecotte invetriate, tra grandi pale d''altare, tabernacoli, fonti battesimali, statue, tempietti, fregi, cibori e stemmi.
Tappe eloquenti dell’itinerario in Casentino sono i capolavori della Verna, di Camaldoli e di luoghi assai meno conosciuti, come Memmenano, passando per Porrena e Montemignaio. Oltre alla Verna e a Bibbiena, punto centrale del percorso rimane Stia con il Santuario di Santa Maria delle Grazie. Cinquantadue sono le robbiane sparse in Casentino, concentrate soprattutto nei grandi luoghi della fede. La rilevante concentrazione è legata agli stretti rapporti politici e culturali che univano la vallata a Firenze.
Luoghi di interesse nell’itinerario robbiano sono anche i centri del Valdarno. Tra questi Montevarchi con il Tempietto della Reliquia del Sacro Latte ricondotto ad Andrea e alla sua bottega. Non meno importanti sono gli arredi sacri commissionati a Giovanni della Robbia dal vescovo Bonafede per la Pieve di Galatrona, presso Bucine, tra il 1510 e il 1521.
Ruolo dominante nell’arte robbiana spetta ad Andrea, nipote del grande inventore, Luca della Robbia, probabile ideatore della bella “Madonna con il Bambino” nella chiesa di Santa Maria della Fraternita, detta anche di Sant''Eufemia, a Foiano, per quanto eseguita dall''erede.
Novità assoluta dell’itinerario robbiano è infatti Foiano con le sue grandi pale d''altare e la ricomposizione di un intero gruppo con la “Crocifissione tra i dolenti e santi”, smembrato nei primi decenni del Settecento e ricomposto per l''occasione nella locale chiesa di San Francesco, sua sede originaria.
Sia in Valdichiana, che in Casentino, Andrea è il grande interprete, divulgatore, nonché effervescente elaboratore dell''arte dello zio.
Interessante è anche la presenza sul territorio della bottega concorrente, quella dei Buglioni, particolarmente attiva anche in Valtiberina. Badia Tedalda e Pieve Santo Stefano sono tappe molto significative per la presenza di grandi pale, come la “Samaritana al pozzo”, ricondotta a Girolamo della Robbia e oggi nel Palazzo Pretorio di Pieve Santo Stefano.
Tutti i cinque percorsi sono messi in rapporto con le varie sezioni della mostra aretina, oltre che con le altre “arti sorelle”.
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » BOLOGNA - FEDERICO ZERI, DIETRO L''IMMAGINE. OPERE D''ARTE E FOTOGRAFIA

Fino al 10 gennaio 2009, al Museo Archeologico di Bologna è di scena una mostra sulla figura del grande storico dell’arte e connoisseur Federico Zeri. In mostra un percorso espositivo articolato in tre sezioni che condurrà il pubblico all’interno della sua infaticabile officina di studio e ricerca.
Il manifesto della mostra
E'' in programma fino al prossimo 10 gennaio, al Museo Archeologico di Bologna, la mostra "Federico Zeri, dietro l''immagine. Opere d''arte e fotografia".
La figura del grande storico dell’arte e connoisseur viene rievocata attraverso un percorso espositivo di tre sezioni che condurrà il pubblico all’interno della sua infaticabile officina di studio e ricerca.
Una selezione di dipinti e sculture provenienti da musei e collezioni private illustra alcuni casi esemplari da lui magistralmente indagati. In mostra opere di Pietro Lorenzetti, Sassetta, Donato de’ Bardi, Scipione Pulzone, Pietro e Gianlorenzo Bernini.
Viene inoltre presentata per la prima volta al pubblico la straordinaria Fototeca Zeri - per volontà dello studioso ora patrimonio dell’Università di Bologna - ritenuta l’archivio fotografico privato sulla pittura italiana più grande del mondo, insostituibile strumento di ricerca e testimonianza della varietà di interessi di Zeri che spaziano dalla pittura all’archeologia, dalla scultura alle arti decorative e all’architettura. Tra i materiali più preziosi esposti, una collezione di fotografie della fine del XIX secolo che riproducono celebri dipinti del Rinascimento.
Non meno significativo è l’interesse rivolto dallo studioso alla storia dei ‘luoghi’ intesi come patrimonio artistico. In particolare, monumenti di Roma e del Lazio saranno documentati in mostra da immagini di grande suggestione. L’impegno per la tutela del patrimonio e del territorio italiano costituisce un capitolo importantissimo nell’attività di Zeri, che ne fu un instancabile difensore.
La mostra è arricchita da una sezione multimediale che prevede la proiezione di filmati con interviste a Federico Zeri, sue conferenze e lezioni.
CATANIA (CT)

Mostre ed Esposizioni » CATANIA - PULCHERRIMA RES. PREZIOSI ORNAMENTI DAL PASSATO

Fino al prossimo 15 marzo, nella Chiesa di San Francesco Borgia a Catania è di scena una mostra che straordinari gioielli e ornamenti femminili che ripercorrono otto millenni, dal mesolitico all''età bizantina.
I reperti in mostra provengono dalle collezioni del Medagliere del Museo Archeologico di Palermo.
Pulcherrima Res
E’ stata prorogata di altri due mesi, ovvero fino al 15 marzo, “Pulcherrima Res. Preziosi ornamenti del passato”, mostra aperta in dicembre nella chiesa di San Francesco Borgia, in via dei Crociferi, e che propone nelle sue vetrine straordinari gioielli e ornamenti femminili realizzati in otto millenni, dal mesolitico all’età bizantina. Un video, proiettato in un’apposita sala della chiesa, documenta l’abilità con lime e bulino degli ultimi nobilissimi artigiani orafi siciliani alcuni dei quali, conosciuti e apprezzati a livello internazionale, realizzano oggetti sacri in oro per la comunità ebraica degli Stati Unici.
La mostra – alla sua terza tappa dopo Palermo (2005) e  Siena (2007), città in cui ha riscosso un notevolissimo successo - è stata ideata e curata da Lucina Gandolfo, direttrice dell’Antonio Salinas, selezionando i pezzi proprio delle straordinarie raccolte del Medagliere del Museo Archeologico palermitano. L’allestimento catanese è curato da Maria Grazia Branciforti, Francesco Privitera, Maria Turco e Michela Ursino, archeologi della  Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Catania, che ha organizzato la mostra.
Pulcherrima Res espone 460 preziosi reperti in oro, argento, bronzo, vetro e gemme intagliate di varie epoche, di fattura anche siciliana. Oggetti di rara bellezza per un’eccezionale indagine sulla storia di antichissimi ornamenti del corpo e sul significato che uomini e donne di ogni tempo vi hanno attribuito. La narrazione di Pulcherrima Res comincia con i primi, semplici, monili preistorici realizzati con conchiglie e ciottoli, per giungere - attraverso i manufatti delle culture egizia, fenicio-punica, greca e romana - ai sontuosi gioielli di età bizantina, sofisticate opere d’arte in cui si esprime tutta l’abilità creativa degli orafi di quel periodo.
Numeroso, in questo primo mese di esposizione, è stato particolarmente il pubblico femminile, sensibile alle “cose più belle” di ogni epoca. Ma la mostra ha rappresentato soprattutto un importante momento di conoscenza, ricerca e confronto per gli artigiani orafi del Terzo Millennio.
VICENZA (VI)

Mostre ed Esposizioni » VICENZA - LE ORE DELLA DONNA

In mostra alle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, le ceramiche attiche e magnogreche di Intesa San Paolo. L''esposizione, fino al 9 maggio, propone il tema di come gli uomini vedono (anzi vedevano) le donne. Il matrimonio, la sensualità del thalamos nuziale, le etére, colte "cortigiane", le donne del mito, Amazzoni e Menadi.
Le ore della donna
E Il mistero di una donna artigiano nel vaso più prezioso della collezione, la kalpis con ceramisti al lavoro, del "Pittore di Leningrado". E’ un viaggio nel tempo quello che le Gallerie di Palazzo Leoni Montanari avviano con questa mostra. Un viaggio che avviene attraverso le immagini dipinte sulle splendide ceramiche greche e della Magna Grecia patrimonio di Intesa Sanpaolo. Una collezione tra le più importanti al mondo, ricca di ben 522 ceramiche che il progetto "Il tempo dell’antico. Pagine di archeologia in Palazzo Leoni Montanari" gradualmente svelerà attraverso percorsi tematici di cui questa mostra è il primo appuntamento.
A quello sulla donna seguiranno approfondimenti sulla figura maschile, l’amore, il lavoro, il sacro, la morte e il mito nella Grecia classica e nei centri della Magna Grecia, attraverso gli spazi e i tempi che scandivano la vita quotidiana.
"Le ore della donna. Storie e immagini nella collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo", aperta a Vicenza alle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari dal 12 dicembre 2009 all’11 aprile 2010, propone una selezione di immagini tutta al femminile, un ritratto della donna greca filtrato dallo sguardo dell’uomo, committente e decoratore.
Questa prima esposizione presenta una attenta selezione di opere dell’intera raccolta, proveniente da Ruvo di Puglia, importante centro dell’antica Apulia,e racconta lo spazio e i tempi che scandivano la vita femminile ad Atene e nei territori della Magna Grecia: la donna regina, o prigioniera, dell’oikos, la casa, da cui si allontana solamente in occasioni particolari come le feste religiose; la donna al
lavoro tra le mura domestiche, imprenditrice nell’organizzare in casa l’intera filiera nella produzione dei tessuti; la donna che vive in appartamenti separati dal marito, e si ricongiunge a lui nel thalamos, la camera nuziale.
Due i momenti della vita in cui la donna acquista, anche nella rappresentazione delle immagini vascolari, la stessa dignità dell’uomo: il matrimonio, status sociale degno di rispetto cui la donna greca tende, e la morte.
Di grande efficacia rappresentativa risulta la raffigurazione dell’abbraccio degli sposi nel thalamos nuziale, corredato da particolari che rappresentano la bellezza femminile. La donna è ritratta abbigliata con sfarzose vesti decorate da preziosi accessori e circondate da raffinati oggetti, specchi, ghirlande, ventagli.
Nei vasi in mostra ammiriamo anche le donne "altre", libere di uscire: sono le etére, colte "cortigiane" chiamate a dar piacere col corpo e con le arti, rappresentate nude, intente a lavarsi nel leuterion, la vasca delle abluzioni. Sono figure dai tratti androgini, riconoscibili nella loro femminilità dai gesti e dal laccio stretto sulla gamba, forse amuleto contraccettivo della ragazza intenta a pettinarsi.
L’esposizione si chiude con una sezione dedicata alle donne del mito: le Amazzoni, donne guerriere, e le Menadi, seguaci di Dioniso, dio del vino.
Fondamentale è la consapevolezza che quello che noi vediamo dipinto è lo sguardo dell’uomo sulla donna: è l’uomo a commissionare i vasi, a forgiarli, a decorarli rappresentandovi la sua visione della donna.
Misteriosa è la presenza di una figura femminile al lavoro all’interno di uno degli esemplari più preziosi dell’intera collezione, la kalpis attica del Pittore di Leningrado. La decorazione rappresenta il laboratorio di un vasaio. La scena mostra in un angolo una piccola donna intenta a decorare un vaso: una figura di donna artigiano che rimane qualcosa di unico, dall’ interpretazione tuttora non univoca.
Il progetto espositivo "Il tempo dell’antico – Le ore della donna" è curato da Federica Giacobello con la supervisione della professoressa Gemma Sena Chiesa dell’Università degli Studi di Milano, già curatrice del Catalogo sistematico della collezione vascolare edito da Electa nel 2006. Ideatrice del percorso di conoscenza e valorizzazione della collezione vascolare è stata Fatima Terzo, responsabile dei Beni Culturali di Intesa Sanpaolo, scomparsa nel maggio del 2009, a cui viene dedicata oggi la rassegna espositiva.
Saranno previste inoltre attività legate all’esposizione, quali la lettura di brani classici nel salone di Apollo di Palazzo Leoni Montanari, ambientazione ideale con scene di miti legati alla figura del dio delle arti.
Saranno attivati laboratori didattici rivolti alle scuole, aperti alle famiglie.
AREZZO (AR)

Mostre ed Esposizioni » AREZZO - LA MINERVA

E'' stata prorogata fino al prossimo 19 aprile la mostra che Arezzo dedica al restauro del celeberrimo bronzo etrusco della Minerva. La statua, che si ritiene risalente al III secolo a.C., fu rinvenuta nel 1541 e acquistata dal granduca Cosimo I de'' Medici.
La statua della Minerva da due punti di vista
Ospitata nella Sala Vasari della ex Corte di Assise in piazza del Praticino ad Arezzo, la mostra è dedicata al restauro della statua di bronzo etrusca nota come la Minerva di Arezzo.
L’evento espositivo trae origine da un lungo ed articolato intervento di restauro, durato otto anni, che ha interessato uno dei bronzi più celebri conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la cosiddetta Minerva di Arezzo. Uno dei grandi bronzi antichi che si pensa risalga al III sec.a.C., raffigurante Minerva, rinvenuto nel 1541 nell''area della chiesa di San Lorenzo in Arezzo, fu successivamente acquistato dal granduca Cosimo I, che lo espose a partire dal 1558 nel suo scrittoio di Palazzo Vecchio.I dati emersi dalle approfondite ricerche e analisi hanno evidenziato la stretta relazione della Minerva, eseguita con l''utilizzo della tecnica della fusione diretta e pertanto ricondotta a fabbrica italica, con un modello risalente al IV sec. a.C. riferibile allo scultore greco Prassitele.
La mostra si articola in tre sezioni principali: nella prima è illustrata la Minerva di Arezzo, a cui sono affiancate numerose repliche del tipo dell’Atena Vescovali; nella seconda viene illustrato il contesto di rinvenimento della Minerva e sono esposti mosaici, affreschi e bronzetti dell’area di San Lorenzo, in antico interessata da una lussuosa domus e, nella terza, viene infine presentato il complesso intervento di restauro che ha permesso l’affascinante rilettura del bronzo antico. Una sezione a parte è destinata, infine, alla ricostruzione evocativa dello scrittoio di Calliope a Palazzo Vecchio, dove la Minerva fu collocata da Cosimo I.
L’iniziativa è di Comune di Arezzo e Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, di Provincia di Arezzo, Camera di Commercio e Banca Etruria. Hanno collaborato Università di Siena, Fraternita dei Laici, Fiera Antiquaria, Coingas e Bucci. Il coordinamento generale della mostra è del Centro Promozioni e Servizi.
Info
Ingresso mostra: Intero euro 6,00; Ridotto euro 4,00 (under 18/over 65 e dipendenti Ministero per i Beni e le Attività Culturali).
Orari: tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20.00 fino a ottobre 2008; Tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 19.00 da novembre a gennaio 2009
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - GERHARD RICHTER

Al centro di cultura contemporanea "strozzina" a Palazzo Strozzi un''esposizione indaga il tema della dissolvenza dell''immagine nell''arte contemporanea.
Fino al prossimo 25 aprile sono in mostra i lavori di Gerhard Richter e di altri sette autori contemporanei.
Gerhard Richter, Eule, 1982, Olio su tela (part.)
Organizzata in collaborazione con la Kunsthalle di Amburgo, l’esposizione Gerhard Richter e la dissolvenza dell''immagine nell''arte contemporanea sito mette a confronto il lavoro dell''artista tedesco, uno dei più importanti della seconda metà del Novecento, con quello di sette artisti contemporanei, legati da una profonda sfiducia nei confronti dell’immagine come veicolo di verità.
Il tema della dissoluzione dell’immagine si pone come ideale continuazione della mostra del CCCS “Realtà Manipolate”, che ha esplorato la relazione esistente tra la realtà e la sua rappresentazione mediante la fotografia e il video.
Gerhard Richter è stato uno dei pionieri nel portare all’estremo la dissoluzione sia della figura che della tecnica pittorica stessa dipingendo sopra fotografie originali o usando una particolare tecnica di pittura sfocata. Ben consapevole del potere delle immagini, Richter si sforza di rompere o piuttosto di mettere in dubbio la loro chiarezza, facendo emergere o scomparire le immagini stesse. Giocando con la realtà e la sua apparenza, l''artista converte le immagini figurative in astratte, focalizzando la sua attenzione su dettagli minori o su soggetti comuni e casuali. Il lavoro di Gerhard Richter, partendo da immagini esistenti mira da un lato a trasferire le caratteristiche da un medium a un altro e dall''altro a utilizzare differenti generi su uno stesso piano.
Nella mostra in corso fino al prossimo 25 aprile, il CCCS (Centro di Cultura Contemporanea Strozzina) ha invitato sette artisti contemporanei, che nella loro carriera si sono concentrati sul tema della dissoluzione dell’immagine, a entrare in dialogo con il lavoro di Richter.
Il lavoro di ogni autore è presentato in uno spazio proprio, permettendo così, pur all’interno del contesto unitario della mostra, di mantenere le specificità delle rispettive ricerche.
Xie Nanxing (Cina, 1970) unisce insieme video, fotografia e pittura per creare immagini che riflettono sulla condizione umana del nostro presente, così dominato dall’estetica dei media. Lorenzo Banci (Italia, 1974) studia i confini tra la rappresentazione e l’astrazione, dipingendo forme in dissolvenza tratte da fotografie di luoghi apparentemente marginali in cui la luce è la principale protagonista. Il lavoro concettuale di Scott Short (USA, 1964) si basa sul fotocopiare centinaia di volte lo stesso foglio bianco, fino a quando si generano, in maniera casuale, dei segni che creano un’immagine accidentale poi tradotta in un dipinto. Roger Hiorns (Gran Bretagna, 1975) crea installazioni di carattere scultoreo in cui componenti chimiche innescano processi di trasformazione che generano nuove forme evanescenti, sorprendenti e autonome dall’intervento diretto dell’artista. Marc Breslin (USA, 1983) usa la superficie pittorica come un palinsesto, in cui segni, graffi e tracce su diversi strati di pittura creano una metafora della mente umana e della sovrapposizione o annullamento di ricordi ed eventi. Il lavoro di Antony Gormley (Gran Bretagna, 1950) si pone come un’arte sociale che si muove tra figurazione e astrazione, creando installazioni che evocano il tratto del disegno astratto ma che sono il risultato di un processo di dissolvenza della figura umana. Wolfgang Tillmans (Germania, 1968) sperimenta le possibilità e i limiti della fotografia, lavorando su vari generi e spingendosi fino all’astrazione con immagini create direttamente sul negativo.
Mentre Richter rimane fedele al medium della pittura, portando all’estremo le sue possibilità e arrivando quasi a metterle in dubbio, gli artisti contemporanei in dialogo con le sue opere assumono invece come loro cifra espressiva la difficoltà (e a volte, l’impossibilità) di arrivare, oggi, a una chiara definizione del mondo attraverso l’immagine.
PONTEDERA (PI) (PI)

Mostre ed Esposizioni » PONTEDERA (PI) - L''ACTE PHOTOGRAPHIQUE - LE DIALOGUE

In mostra al Centrum Sete Sóis Sete Luas di Pontedera le opere di Kostantinos Ignatiadis. L''artista greco che è stato per anni il fotografo ufficiale del Centre Pompidou di Parigi, ha incontrato e fotografato personaggi del calibro di Marina Abramovic, Francis Bacon, Miquel Barcelò, Christo, Allen Ginsberg e molti altri.
Autoportrait à Nicopolis
Fino al prossimo 2 aprile, negli spazi del Centrum Sete Sóis Sete Luas di Pontedera è di scena la mostra "L''acte photographique - Le dialogue" del fotografo greco Kostantinos Ignatiadis.
L''esposizione presenta una selezione di ritratti realizzati da Ignatiadis negli anni della sua permanenza a Parigi come fotografo ufficiale del Centre Georges Pompidou.
Le opere in mostra indagano il dialogo che intercorre tra il fotografo e il soggetto ritratto nell''attimo dell''atto fotografico.
Opere di grande formato, in bianco e nero che ritraggono personaggi del calibro di Marina Abramovic, Francis Bacon, Miquel Barcelò, Richard Serra, Christo, Allen Ginsberg e molti altri.
Nato ad Ioannina, in Epiro (Grecia Settentrionale), la città sede della sezione greca del Festival Sete Sóis Sete Luas, Kostantinos Ignatiadis è stato per molti anni il fotografo ufficiale del Centro Georges Pompidou (Museo Nazionale d''Arte Moderna di Parigi), del Museo Nazionale “Jeu de Paume” e del Museo Louvre di Parigi. A partire dal 1993 ha iniziato una originale ricerca dedicata al tema del ritratto e sette dei suoi lavori sono stati acquisiti dallo Stato Francese per il “Fond National d’Art Contemporain” di Parigi.
Durante l''inaugurazione della mostra, lo scorso 12 marzo, Kostantinos Ignatiadis ha spiegato il senso della sua ricerca: "Vengo da un paese in cui c''era il teatro di Dodoni e la Pizia, il primo oracolo del mondo antico che ascoltando il rumore del vento tra le foglie degli alberi era capace di predire il futuro. Credo che oggi il lavoro dell''artista sia paragonabile a quello dell''oracolo: comprende il passato, vive il presente e può predire il futuro".

Info
Centrum Sete Sóis Sete Luas
Viale Rinaldo Piaggio, 82 - Pontedera
www.7Sois.eu
Tel. 0587/476013
L''orario della mostra è tutti i giorni (escluso domenica e festivi) dalle 16,00 alle 20,00. Ingresso libero
RAGUSA (RG)

Mostre ed Esposizioni » RAGUSA - ELMI PER GLI UOMINI, ELMI PER GLI DEI

Fino al 28 giugno a Palazzo Garofalo, sono in mostra quattordici elmi: nove in prestito dal Pergamon Museum di Berlino e cinque dai musei di Ragusa, Camarina e Gela. Saranno anche esposti vasi e ceramiche dei musei siciliani che riguardano il tema della guerra e dei rituali che accompagnavano la vestizione dei guerrieri.
Elmo Apulo Corinzio del IV sec. a.C. Pergamon Berlino
E'' visitabile fino al prossimo 28 giugno "Elmi per gli uomini, elmi per gli Dei".
L''esposizione presenta nove antichissimi elmi provenienti dal Pergamon Museum di Berlino affiancati ad altri cinque cimieri in bronzo di età arcaica rinvenuti nelle acque siciliane del Mediterraneo.
La mostra, ospitata a Ragusa nelle sale del restaurato Palazzo Garofalo, nel Museo della Cattedrale, è promossa dalla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Ragusa e dal Pergamon Museum di Berlino con il sostegno dell’Assessorato Regionale per i Beni Culturali e all’Identità Siciliana in sinergia con il Museo della Cattedrale di Ragusa, la Provincia Regionale e il Comune di Ragusa e con il contributo di Emergency. L’associazione italiana impegnata nei grandi conflitti mondiali per portare assistenza medico-chirurgica alle vittime ha allestito infatti una mostra parallela di fotografie che documentano gli orrori delle guerre civili e internazionali.
Dei dieci elmi provenienti dal Museo di Berlino, alcuni provengono dal santuario di Olimpia in Grecia e sono stati esposti esclusivamente nella città tedesca; gli altri cinque, di provenienza siciliana, appartengono alle collezioni dei Musei Archeologici Regionali di Ragusa, Camarina (Agrigento) e Gela (Caltanissetta).
La mostra è considerata l’evento dell’anno della provincia di Ragusa ed è stata presentata alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum e al Salone internazionale del turismo di Milano e a marzo, dal 10 al 14, a Berlino in occasione del Salone Internazionale del Turismo.
Il legame tra le due città di Ragusa e Berlino risale al 2002, quando cominciò uno scambio culturale di opere tra un paese e l’altro. Così il Guerriero di Castiglione venne ospitato nella capitale tedesca mentre i bellissimi Bronzi di Boscoreale vennero esposti a Ragusa e a Giardini Naxos. Questa relazione oltre ad aumentare l’afflusso turistico nella città iblea, ha portato anche all’esterno un’immagine della Sicilia come di una regione aperta agli scambi internazionali. E questo accreditamento ha anche permesso di trovare sponsor come la compagnia aerea siciliana Wind Jet e la società catanese Spes Engineering che, in collaborazione con Enel, opera nel settore delle energie rinnovabili.

IL CONCEPT MUSEALE
Il concept museale elaborato dal Soprintendente ai Beni Culturali di Ragusa, arch. Vera Greco, prevede un progetto di mostra multimediale declinato su più temi. Evidenziato l’aspetto scientifico e documentale derivato alla presenza degli antichi elmi e di vasi e maioliche provenienti dai musei siciliani, ecco comparire sulla scena espositiva i temi della solidarietà e della condanna della guerra insieme a quello, assolutamente inedito e mai esplorato in Sicilia, della didattica museale dedicata ai bambini. “L’obiettivo – spiega la Greco – è quello di sviluppare nuove strategie per comunicare l’arte anche ai più piccoli insieme all’impegno di trasmettere e tramandare l’attenzione e la cura per i tesori del nostro passato, patrimonio della comunità internazionale.

CONTENUTI SCIENTIFICI
Quella di Ragusa sarà la prima “uscita ufficiale” dalla Germania per alcuni elmi in prestito da Berlino cui gli archeologi della Soprintendenza iblea accosteranno gli elmi ritrovati nel Mediterraneo, al largo delle coste siciliane. Degli elmi del Pergamon, appena restaurati, i più antichi provengono dal Santuario di Olimpia (VII sec. a.C) in Grecia dove venivano consacrati alle divinità come ex voto dai reduci di guerra. Di qui il titolo “elmi per gli dei”.
Gli altri cinque, in bronzo e d’età arcaica, sono invece quelli recuperati nelle acque siciliane ed esposti nei Musei Archeologici Regionali di Ragusa, Camarina (Rg) e Gela (Cl): “Sono questi gli ‘elmi per gli uomini’ – ipotizza l’archeologo Giovanni Di Stefano, dirigente dell’omonimo servizio nella Soprintendenza di Ragusa – che immaginiamo venissero scambiati nell’antichità dai ricchi commercianti che solcavano il Mediterraneo come cimeli di guerra, mute testimonianze di epiche battaglie”.

LA SOLIDARIETA’
Partner di “Elmi per gli uomini, per gli dei” è Emergency, l’associazione italiana indipendente e neutrale impegnata nei conflitti internazionali per offrire assistenza medica alle vittime civili delle guerre. Al piano terra di Palazzo Garofalo, con accesso diretto dalla strada, Emergency proporrà una inedita e drammatica mostra fotografica “L’Afghanistan, la guerra” e realizzata dal fotoreporter Francesco Cocco in collaborazione con Contrasto. La gestione degli spazi di Emergency è affidata a gruppi di volontari siciliani che, nei tre mesi della mostra, si alterneranno a Palazzo Garofalo per accogliere i visitatori e far conoscere l’attività dell’associazione. In programma nelle prossime settimane un incontro-dibattito organizzato dal gruppo Emergency di Vittoria (Rg) con un medico-donna, Carla Pessina, anestesista e “storico” inviato sui fronti di guerra. In campo anche i giovani di Pax Christi.
Paola Marchetti, portavoce di Emergency per la mostra degli elmi a Ragusa, ha dichiarato: “La guerra per noi, oggi, pare proprio essere un fenomeno passato e remoto. Non se ne parla più, non se ne vede più nulla; non se ne sente più il suono, non se ne respira più l’odore. Le foto di Francesco Cocco ci mostrano invece che così non è. Che la guerra è purtroppo ancora presente e vicina. Abita solo terre diverse, devasta orizzonti un poco oltre il nostro, trascina via con sé nuove vite, altre ne segna irrimediabilmente per sempre. Grazie a chi ha voluto questa mostra. Grazie a chi ha voluto così ricordare l’attualità della guerra, la necessità di raccontarla, per conoscerla, per fermarla, per farne di questo presente il passato di un futuro a noi prossimo.

LA DIDATTICA
Al percorso scientifico allestito dagli archeologi è stato affiancato un itinerario parallelo e alternativo a “misura di bimbo” e dall’alto valore pedagogico. Il contributo creativo è quello della poetessa e scrittrice Lina Maria Ugolini e dell’illustratore Alfredo Guglielmino. Sono loro gli autori di “Un elmo per cappello”, la poesia-guida che parlerà direttamente ai bambini per farli diventare portavoce di pensieri di pace. “L’idea - ha spiegato il Soprintendente Greco – è quella di portare al museo anche le famiglie, perché l’arte sia un’occasione di dialogo e di scambio di saperi, ricordi ed emozioni fra grandi e piccini”. Una sala-morbida a fine mostra, con un totem-favola da leggere girandogli attorno sarà l’approdo del percorso: completa di lavagne, tavoli, sedie, libri, fogli e matite sarà un implicito invito alla conoscenza tramite la lettura e al racconto delle proprie emozioni tramite matite e gessetti. Un grande tazebao raccoglierà i contributi dei piccoli visitatori mentre la piccola biblioteca offrirà una selezione di cataloghi e guide per ragazzi dedicati ad alcuni monumenti storici siciliani e realizzati, con il contributo dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali, nell’ambito dell’annuale progetto “Scuola-Museo” dalle Soprintendenze della regione.

I LABORATORI
In programma da aprile a giugno a Palazzo Garofalo una serie di laboratori didattici sul tema degli elmi dedicati alle scuole e alle famiglie e coordinati dalla Libreria Saltatempo di Ragusa in collaborazione con esperti di didattica dell’arte: Monia Berti e Carmela Saturnino, autrici del libro “Cioccolose fiabe” dedicato alla storia “solidale” del cioccolato di Modica, la poetessa e contafiabe Lilli Ugolini e l’illustratrice Nadia Ruju. Per partecipare, famiglie e scolaresche (anche liceali, un laboratorio più complesso e ragionato è dedicato ai più grandi) dovranno prenotarsi in libreria, tel. 0932.62.59.59, info@saltatempo.it

LA MULTIMEDIALITA’
Una “sala video” introduce al percorso espositivo e scientifico: un drappello di guerrieri armati di elmo e corazza conducono a un grande pannello dove un video ripropone le scene salienti di famosi film di guerra. Il clangore delle spade, il cigolio delle armature in ferro, il luccichio degli elmi anticipano i temi del viaggio nella storia e nell’arte della guerra. Conclude il doppio percorso espositivo la sala morbida destinata ai bambini dove la fantasia prenderà il sopravvento per fermare sulla carta o sulla lavagna le proprie emozioni, mentre al pian terreno, l’atmosfera rarefatta del passato e della leggenda lascia spazio alla muta testimonianza delle foto di Francesco Cocco, reporter di guerra dallo sguardo lucido e obliquo capace di raccontare con uno scatto il dramma di un’esistenza assurda sullo sfondo della guerra civile.
“Abbiamo scelto di comunicare su più piani e con più mezzi – spiega il Soprintendente Vera Greco - per rendere accessibile a un pubblico più vasto il valore e il senso della mostra: adulti e bambini, studiosi e gente comune, intellettuali e adolescenti. Volevamo colpire al cuore con il bello dell’arte, ma anche con il dramma della guerra. Con l’augurio che una visita a questa mostra sia lo spunto per tornare a incontrarsi, a parlare e a confrontarsi sui temi di sempre: la guerra, la pace”.


INFO
Museo della Cattedrale di Palazzo Garofalo, Corso Italia 87, Ragusa
Soprintendenza BBCCAA di Ragusa Tel. 0932 – 249457

ORARI
Da martedì a domenica, compresi festivi, 10-19. Lunedì chiuso
Ingresso libero

FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - ABU SIMBEL, IL SALVATAGGIO DEI TEMPLI

Dopo il successo ottenuto ad Alessandria e al Cairo la mostra sul salvataggio dei templi di Abu Simbel fa tappa in Toscana.
Fino al 9 maggio al Museo Egizio di Firenze l''esposizione documenterà gli sforzi delle 119 nazioni (tra cui l''Italia) che negli anni ''60 riuscirono a salvare il monumento.
Oltre 40 milioni di ore di lavoro, più di 5 anni di lavoro, oltre 4.000 blocchi di svariate tonnellate tagliati e riposizionati 65 metri più in alto ed oltre 200 metri verso l''interno, 2000 operai, quasi tutti locali, 150 tecnici provenienti da tutto il mondo, 50 famiglie, 20 bambini, neanche un incidente mortale.
Lo smontaggio dei templi di Abu Simbel
Si intitola "Abu Simbel – Il salvataggio dei Templi, l’uomo e la tecnologia", la mostra documentaria allestita al Museo Egizio di Firenze fino al prossimo 9 maggio.
Secondo in Italia solo al famoso Museo Egizio di Torino, quello di Firenze conta oltre quattordicimila reperti, distribuiti in nove sale, in gran parte rinnovate, e due depositi.
Un primo nucleo di antichità egiziane era presente a Firenze già nel settecento, nelle collezioni medicee, ma nel corso dell''ottocento fu ampiamente incrementato. Grande merito in proposito ebbe il Granduca di Toscana Leopoldo II che, oltre ad acquistare alcune collezioni, finanziò, insieme a Carlo X re di Francia, una spedizione scientifica in Egitto negli anni 1828 e 1829. La spedizione era diretta da Jean François Champollion, il decifratore dei geroglifici, e dal pisano Ippolito Rosellini, colui che sarebbe divenuto il padre dell''egittologia italiana, amico e discepolo di Champollion. Solo nel 1880 il Museo Egizio fiorentino ebbe la sua sede definitiva all''interno del Museo Archeologico, e con il direttore Ernesto Schiaparelli ebbe anche un nuovo importante incremento.
E proprio il Museo Egizio ospiterà, dopo i notevoli successi ottenuti ad Alessandria d''Egitto ed al Cairo, la mostra documentaria sul salvataggio dei Templi di Abu Simbel, compiuto negli anni ''60 da una cooperazione internazionale di 119 Nazioni, tra cui l''Italia, che rivestì un ruolo fondamentale con l''apporto di numerosi studiosi e tecnici altamente qualificati.
Oltre 40 milioni di ore di lavoro, più di 5 anni di lavoro, oltre 4.000 blocchi di svariate tonnellate tagliati e riposizionati 65 metri più in alto ed oltre 200 metri verso l''interno, 2000 operai, quasi tutti locali, 150 tecnici provenienti da tutto il mondo, 50 famiglie, 20 bambini, neanche un incidente mortale. Questi alcuni numeri di una grande vittoria dell''uomo che, dal 1964 al 1968, riuscì a salvare i Templi di Abu Simbel, in Egitto, destinati alla definitiva scomparsa in seguito alla costruzione della grande diga di Aswan. La mostra evidenzierà, infatti, le forze umane che hanno realizzato questo grandioso progetto, il loro ingegno nel risolvere grandi problemi quotidiani in un''epoca che non aveva ancora visto nascere l''elettronica e la tecnologia avanzata, la manodopera e le esecuzioni manuali, con il loro umile ma indispensabile contributo. Promotore di questo progetto per salvare gran parte dei monumenti della Nubia fu l''U.N.E.S.C.O., che nel 1979 riconobbe i Templi di Abu Simbel come Patrimonio Mondiale dell''Umanità.
Due gli obiettivi dell''evento: il primo è quello di raggiungere un pubblico globale e sensibilizzarlo alla storia dell''uomo, alle sue imprese ed alle sue idee, e il secondo quello di una occasione unica per valorizzare il tessuto imprenditoriale tra le realtà culturali, sociali ed economiche della Toscana, dell''Italia e dell''Egitto.
Promossa e realizzata dall''Associazione Culturale World Wide Artists Gallery e da Promoroma, Azienda Speciale della Camera di Commercio di Roma, la mostra, in programma dal 9 aprile al 9 maggio 2010, sarà ospite del Museo Egizio di Firenze, presso il Museo Archeologico, e sarà occasione di contatti e scambi dai quali ci si aspetta una maggiore interazione tra i paesi del Mediterraneo, custodi e responsabili del più ampio bacino archeologico, culturale ed imprenditoriale del mondo.
GENOVA (GE)

Mostre ed Esposizioni » GENOVA - ARCHEOLOGIA METROPOLITANA

Fino al 31 maggio, al Museo di Archeologia Ligure di Genova, la città riscopre le proprie origini.
Nella mostra "Archeologia Metropolitana" le interessanti scoperte degli scavi archeologici di Piazza Brignole e Acquasola effettuati nel cantiere della metropolitana.
Il manifesto della mostra
Al museo di Archeologia Ligure, fino al prossimo 31 maggio è di scena la mostra "Archeologia Metropolitana. Piazza Brignole e Acquasola".
L''esposizione presenta le più recenti, interessantissime scoperte provenienti dagli scavi per il cantiere della Metropolitana effettuati a Brignole, nel pieno centro della città moderna, a pochi passi dalla stazione ferroviaria, tra il 2007 e il 2008.
Lo scavo ha restituito una considerevole mole di informazioni e testimonianze di estremo interesse, permettendo di ricostruire la fisionomia di una porzione della città nel corso dei millenni e gettando inoltre nuova luce sulle fasi più antiche di vita del territorio che ora è Genova.
Nell´area dove è stato posizionato il pozzo della Metropolitana sorgeva nel Seicento il Monastero di N.S del Rifugio di Monte Calvario, fondato da Virginia Centurione Bracelli, detto “delle Brignoline” dal nome del patrizio genovese Emanuele Brignole che l´aveva fatto costruire.
Lo scavo ha messo in luce limitate porzioni di edifici post medievali in pietra riferibili al complesso e una preesistente sistemazione urbanistica con un tracciato stradale rinnovato due volte, preliminarmente databile a due momenti successivi del XVI secolo.
Gli strati inferiori erano relativi ad una frequentazione di età romana per scopi agricoli, segnalata da frammenti di ceramiche, prevalentemente anforacei.
Di particolare rilievo la scoperta effettuata alla base della sequenza stratigrafica, a diversi metri di profondità rispetto al piano in cui scorre il traffico cittadino, dove sono state riconosciute tracce di vita ed occupazione umana risalenti all´Età del Bronzo Antico: si tratta di un robusto muro a secco, con funzione di argine, che delimitava un´area di frequentazione. Nei livelli sottostanti sono state messe in luce tracce di focolari con ceramica e industria litica attribuibile al Neolitico superiore.
Nel corso dello scavo, durato diversi mesi, è stato effettuato lo smontaggio integrale del muro dell´età del Bronzo, che sarà rimontato in un apposito spazio espositivo nella stazione della Metropolitana di Brignole, in corso di realizzazione.
Nell´apparato espositivo della mostra sarà possibile esporre il calco di una parte del prospetto del muro, realizzato nel corso delle indagini archeologiche.
La mostra è stata curata da Angelo Del Lucchese e Piera Melli, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, in collaborazione col Settore Musei – Museo di Archeologia Ligure del Comune di Genova e con il patrocinio della Regione Liguria e della Provincia di Genova.
L´evento è stato realizzato con il contributo della Banca Passatore e di Ansaldo Trasporti
La Mostra rimarrà aperta, con gli stessi orari del Museo, sino al prossimo mese di febbraio.
Ingresso con biglietto del Museo.

A latere dell''esposizione è in programma anche una ciclo di conferenze.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - AS SOON AS POSSIBILE

Fino al prossimo 18 luglio, al Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Palazzo Strozzi, una nuova mostra indaga il tema dell''accelerazione del tempo nella società contemporanea. In mostra le opere di dieci artisti (italiani e stranieri) che interpretano l''argomento ciascuno in maniera diversa.
Standard Time - Mark Formanek
La nuova esposizione del CCCS (Centro di Cultura Contemporanea Strozzina) di Firenze affronta la tematica del tempo all’interno della cosiddetta “high speed society”, il modello di vita caratterizzato dalla rapidità di comunicazione e produzione dettata dalle possibilità delle nuove tecnologie.
La mostra si articola attraverso il lavoro di dieci artisti internazionali: Tamy Ben-Tor (Israele, 1975), Marnix de Nijs (Olanda, 1970), Mark Formanek (Germania, 1967), Marzia Migliora (Italia, 1972), Julius Popp (Germania, 1973), Reynold Reynolds (USA, 1966), Jens Risch (Germania, 1973), Michael Sailstorfer (Germania, 1979), Arcangelo Sassolino (Italia, 1967), Fiete Stolte (Germania, 1979).
Il tempo è il paradigma di riferimento della società contemporanea caratterizzata dalla pretesa di una costante crescita di produttività e orari di lavoro sempre più lunghi. L’ambizione di rendere ogni cosa più efficiente e la continua iper-attività influenzano tutti i settori della vita e non si fermano neanche davanti alla sfera privata. Si sviluppano fenomeni come lo speed dating (per la sfera emotiva), il power nap (per la rigenerazione fisica), il quality time (da dedicare alla famiglia) o il fast food (come forma di nutrizione).
La volontà di controllare e ottimizzare ogni attività della propria vita si scontra con la sensazione di una ricorrente "mancanza di tempo", il quale diviene quindi bene primario di ciascuno. Una iper-velocità dettata dagli sviluppi della tecnologia, che ha portato alla straordinaria mobilità delle persone a livello globale, all’ininterrotto flusso di comunicazione, al concetto di un’economia globalizzata e in perenne espansione, all’idea di una produttività sempre in crescita.
Da qualche decennio a questa parte si sta però arrivando al limite di questa crescita accelerata: col collasso degli ecosistemi naturali (per la mancanza dei necessari tempi di rigenerazione) e, per quanto riguarda l’uomo, con l''ansia e depressione che rivelano il disagio di chi vive al limite delle proprie possibilità in un mondo così accelerato.
Quello che caratterizza la società di oggi è ciò che il filosofo Paul Virilio definisce come “dromocrazia”, una dittatura della velocità governata dal principio per cui “se il tempo è denaro, la velocità è potere”, evidenziando tuttavia il paradossale effetto di reale immobilità che alla fine l’uomo subisce, sommerso da nuovi e sempre più veloci mezzi tecnici, arrivando a una sclerosi culturale e di idee.
Sistematizzando posizioni di questo tipo, il sociologo tedesco Hartmut Rosa parla di “accelerazione sociale” come fenomeno tipico del mondo occidentale, in cui la velocizzazione tecnica ha prodotto la sempre maggiore rapidità in ogni fenomeno della vita sociale. La vita privata, il lavoro, ma anche le relazioni sociali o amorose sono classificate sulla base della loro connotazione temporale e non più sulla base della loro effettiva qualità.
Ciò che emerge è il costante stato di pressione e ansia che questa condizione comporta. Insicurezza e relativismo sono i pericoli evidenziati dal filosofo Zygmunt Bauman, che ha coniato il termine ‘modernità liquida’ per indicare come ogni certezza o verità del mondo sono destinate a cadere sotto i colpi della velocità corrosiva di una società consumistica che mira solo al godimento momentaneo.
Le opere degli artisti (Tamy Ben-Tor / Marnix de Nijs / Mark Formanek / Marzia Migliora / Julius Popp / Reynold Reynolds / Jens Risch / Michael Sailstorfer / Arcangelo Sassolino / Fiete Stolte) sono espressioni di questa condizione del presente. Ciascuno è stato scelto per la propria diversa modalità di affrontare le tematiche del tempo, della velocità, dell’accelerazione o di una controreazione a tutto ciò.
L''esposizione si articola in un percorso capace di coinvolgere gli spettatori in esperienze spazio-temporali che mettono in evidenza le contraddizioni della nostra società ‘iper-veloce’.
Tra le opere in mostra: il video "Standard Time" di Mark Formanek che presenta settanta operai, divisi in tre turni, che costruiscono ininterrottamente un orologio digitale composto da assi di legno, nell''arco di 24 ore i numeri cambiano 1611 volte in corrispondenza del passaggio di ogni singolo minuto; l''installazione "bit.fall"di Julius Popp, un dispositivo formato da una serie di valvole che fanno cadere goccie d''acqua sincronizzate che formano parole leggibili per un istante (metafora del flusso inarrestabile di dati nella società della comunicazione); Jens Risch che con la serie "Seidenstück" crea sculture annodando un unico filo di seta lungo circa un chilometro. Per ogni opera impiega circa un anno e mezzo lavorando quattro ore al giorno.

Valerio Giovannini
NAPOLI (NA)

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI - RIAPERTA AL PUBBLICO LA SEZIONE DELLE PITTURE POMPEIANE

Nuovo allestimento per la collezione di pitture antiche del Museo Archeologico della città partenopea. Un eccezionale patrimonio che documenta la pittura di età romana, nella sua evoluzione e varietà, dal II al IV stile. Grazie ai lavori di restauro si possono ammirare colori e dettagli mai visti e soprattutto la ricostruzione dei contesti da cui provengono i dipinti.
Marte e Venere, Pompei, casa di Marte e Venere
E'' stata riaperta lo scorso 29 aprile, al termine dei lavori di restauro e di riallestimento delle sale, la collezione delle pitture del Museo Archeologico Nazionale di Napoli che raccoglie un repertorio di affreschi unico al mondo. La collezione degli affreschi, restituiti dalle città vesuviane distrutte dall’eruzione del 79 d.C., raccoglie circa 400 opere su cui si è basata, vista la rarità delle testimonianze pittoriche rinvenute altrove, la suddivisione degli stili della decorazione parietale antica. Il recupero degli affreschi da Pompei è avvenuto dalla metà del XVIII fino a tutto il XIX secolo e, in casi eccezionali, anche nel corso del Novecento. Questo eccezionale patrimonio documenta la pittura di età romana, nella sua evoluzione e varietà, dal II al IV stile: dalle più sobrie pitture a incrostazione alle megalografie di Boscoreale in cui principi, filosofi e personificazioni si stagliano su un rosso pompeiano, indubbia eco della grande arte ellenistica, dalle architetture illusionistiche per incantare l’élite, fino ai più raffinati arabeschi dall’accattivante leggerezza e popolati di eroti, satiri, ballerine sospese nell’aria. Colori antichi e dettagli mai visti, svelati grazie all’attività di pulitura e revisione dei recenti restauri, hanno consentito ai maggiori specialisti del settore di compiere nuove scoperte: confermare o rivedere le correnti interpretazioni iconografiche, ricostruire i contesti di provenienza all’interno di programmi figurativi più ampi, approfondire generi peculiari come la pittura popolare o il ritratto e, inoltre, indagare tutti gli aspetti della tecnica pittorica e dell’organizzazione dei cantieri. L’esposizione, a cura di Mariarosaria Borriello e Valeria Sampaolo, consente anche di compiere un viaggio per immagini attraverso il mondo greco-romano: dagli dèi ed eroi del mito ai rituali del sacro, dalle scene di vita quotidiana fino all’erotismo, dai ritratti agli incunaboli della natura morta e del paesaggio. Il linguaggio delle immagini permette di considerare queste pitture non solo dal punto di vista stilistico e formale, ma anche e soprattutto in ragione del loro essere espressione di un immaginario collettivo forse non troppo lontano.Il criterio seguito per il nuovo allestimento ha privilegiato la ricomposizione dei contesti e la sequenza cronologica. Il percorso espositivo si apre con una sala dedicata alla tecnica, nella quale sono presentati esempi di graffiti preparatori, sinopie, pitture su marmo, ciotole di colori e strumenti di misurazione. Segue la sala dedicata alla scoperta delle pitture, all’influenza che esse ebbero sulla moda e sul gusto neoclassico: in essa è presentato al pubblico il primo affresco staccato a Pompei. Si continua, in ordine cronologico, con le pitture di II stile distribuite secondo i contesti di riferimento, come la villa di Boscoreale e la Casa di Giasone, i cui affreschi sono collocati a parete secondo la successione che avevano prima del distacco; la sala dedicata al III stile comprende una serie di elementi decorativi e di grandi quadri nei quali il paesaggio predomina sulla figura umana; la sala successiva presenta due case di prestigio, quella di Meleagro e quella dei Dioscuri, esemplificative della pittura di IV stile (I secolo d.C.) che comprende opere di grande fama, quali Le nozze di Hera e Zeus, Achille e Briseide, Il Sacrificio di Ifigenia, Piritoo e il Centauro, Enea ferito, Marte e Venere, Arianna abbandonata; a seguire le sale delle nature morte e dei paesaggi, quella della pittura popolare e dei ritratti.
PINEROLO (TO) (TO)

Mostre ed Esposizioni » PINEROLO (TO) - MITI E RITI DELL''ORSO NEL GRANDE NORD

Al Museo Civico di Archeologia e Antropologia di Pinerolo (TO), una mostra accompagna in un suggestivo viaggio tra sciamani e animali sacri dell''Eurasia. L’orso è considerato sacro da alcuni popoli del Nord e perfino pronunciarne il nome è proibito, perché l’orso fornito di udito
soprannaturale si potrebbe offendere. Si usano allora nomi particolari o locuzioni quali: Re dorato del bosco, Il più grande, Unghie, Zampa di miele, Fratello mio…
Miti e riti dell''orso
L’idea della mostra è nata dall’unione delle missioni di studi realizzate in Siberia dal prof. Dario Seglie, direttore del Centro Studi e Museo di Arte Preistorica di Pinerolo (TO) e dal prof. Enrico Comba, docente di Antropologia Culturale all’Università di Torino, con le missioni effettuate nel Grande Nord dal prof. Juha Pentikäinen, docente di Religioni Comparate all’Università di Helsinki.
Ad aprire l''esposizione è un esemplare di orso proveniente da Museo
di Scienze Naturali di Torino, grazie alla disponibilità del Dr. Daniele Ormezzano, Conservatore del Museo. La mostra, attraverso i miti dell’Orso e i riti sciamanici accompagna il visitatore in un suggestivo viaggio nel Grande Nord.
L’orso è considerato sacro da alcuni popoli che vivono in queste terre e
perfino pronunciarne il nome è proibito, perché l’orso fornito di udito
soprannaturale si potrebbe offendere. Si usano allora nomi particolari o locuzioni quali: Re dorato del bosco, Il più grande, Unghie, Zampa di miele, Fratello mio…
I pannelli della mostra descrivono: la sistematica dell’orso; le tracce della sacralità dell’0rso fin dalla preistoria con foto di incisioni rupestri e massi sacri, l’orso nelle costellazioni; l’orso nel poema epico “Kalevala” scritto da E. Lönrhot e nel testo “Historia de gentibus septentrionalibus” di Olao Magno e i popoli della Siberia (Khanti, Mansi e Nanai) con le loro tradizioni e i loro riti sciamanici e infine i popoli Sami che organizzavano la caccia all’orso seguendo una serie meticolosa di riti, effettuati per assicurarsi che l’orso stesso potesse resuscitare e raccontare agli altri orsi quale trattamento d’onore avesse ricevuto da parte degli uomini.
Nelle vetrine è esposta un’eccezionale collezione di oggetti e costumi
utilizzati durante i riti sciamanici. I pezzi, tutti originali, sono stati donati da vari sciamani al Prof. Pentikäinen, che è riuscito ad entrare in questo mondo accessibile a pochi e a stringere con gli sciamani stessi rapporti particolari, tanto da poter partecipare anche ai loro riti.
Questi alcuni tra gli oggetti esposti: tamburi, strumenti essenziali che vengono percossi con un martelletto e aiutano a raggiungere lo stato di “trance”; statuette ADO, i creatori del Mondo statuette degli spiriti ausiliari,
rappresentano coppie di spiriti animali che aiutano lo sciamano durante i rituali; costume sciamanico e accessori rituali; statuette Mudgen scolpite in legno, rappresentano le anime dei morti e furono usate durante un rito kasa taori del 1991; maschera di legno di betulla, lavorata apposta per il prof. Pentikäinen, affinché la indossasse come protezione durante i riti sciamanici.
Sono previste visite guidate per scuole e gruppi: tutti i giorni con prenotazione allo 0121/794382.
CATANIA (CT)

Mostre ed Esposizioni » CATANIA - IN MOSTRA LA COLLEZIONE FINOCCHIARO

Fino al prossimo 21 marzo al Castello Ursino di Catania, sono esposti, per la prima volta, tutti i quadri della collezione Finocchiaro.
La mostra propone 52 dipinti metà dei quali inediti.
Fra i dipinti esposti anche l’unica copia esistente (realizzata da un pittore contemporaneo di Michelandelo Merisi, Paolo Geraci) del quadro di Caravaggio rubato dalla mafia nel 1969 nell''Oratorio di San Lorenzo di Palermo.
Si tratta del dipinto “Natività fra i Santi Lorenzo e Francesco” che le recenti rivelazioni del pentito Spatuzza danno per "mangiata dai topi e poi bruciata".
Rebecca al pozzo, autore di ambito meridionale
Al Castello Ursino di Catania, la mostra dedicata alla Collezione Finocchiaro riunirà per la prima volta, fino al 21 marzo prossimo, una cinquantina di dipinti appartenuti al giureconsulto catanese Giovan Battista Finocchiaro e da lui assegnati con lascito testamentario alla città di Catania nel 1826. Si tratta del “gioiello” più prezioso fra i tesori d’arte custoditi all’interno del Castello e resi finalmente fruibili alla cittadinanza e ai visitatori forestieri grazie a questa mostra organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Catania con il sostegno dell’Assessorato Regionale ai Beni Culturali in collaborazione con il Comune di Catania che ha messo a disposizione le opere e le sale del Castello Ursino.
Curatore scientifico de “La Collezione Finocchiaro del Museo Civico di Castello Ursino” è Luisa Paladino che ha spiegato come, “pur dimezzata da una lunga storia di dispersioni, oblìo e incuria l’esposizione riunita della quadreria Finocchiaro (originariamente costituita da 123 pezzi ridottisi a 74) è il primo frutto di quest’opera di indagine sui tesori semi-sconosciuti del Castello Ursino. “Dei 52 dipinti in mostra – aggiunge la Paladino – metà sono inediti, dunque fonte di grande interesse per gli studiosi e gli appassionati. Riunire questa preziosa raccolta, la cui identificazione è stata un’operazione impegnativa e importante, vuol essere un’occasione per svelare alla città lo spessore culturale della sua storia passata e, auspichiamo, anche di quella futura”.
Tre storiche dell’arte della Soprintendenza hanno collaborato alla realizzazione della mostra - Roberta Carchiolo, Stefania Maugeri e Maria Busacca - mentre l’allestimento è stato curato dall’architetto Giovanni Patti. Documento-chiave per l’identificazione delle opere di Finocchiaro è stato per gli storici della Soprintendenza l’elenco contenuto nel verbale che nel 1826 accompagnò il viaggio di questi dipinti sbarcati a Catania da Palermo su un veliero chiamato La Fortuna, e consegnati al principe cadetto Manganelli.
Fra le 52 opere superstiti esposte nel Museo Civico – testimoni delle predilezioni pittoriche dei collezionisti palermitani fra il Sette e l’Ottocento - figurano veri gioielli delle collezioni civiche: soggetti religiosi con incursioni nei generi mitologico, allegorico, del paesaggio, del ritratto, della battaglia e d’historia antica. In mostra opere di Polidoro da Caravaggio, Simone de Wobreck, Matthias Stomer, Pietro Novelli, Giacomo Lo Verde, Mattia Preti, Gaspare Serenarlo e Giuseppe Patania, pittore contemporaneo del proprietario-mecenate Giovanbattista Finocchiaro, che a Palermo fu Primo Presidente della Gran Corte di Giustizia del Regno di Sicilia.
Fra le curiosità in mostra anche l’unica copia esistente del quadro di Caravaggio rubato nel 1969 nell''Oratorio di San Lorenzo di Palermo dalla mafia: quella “Natività fra i Santi Lorenzo e Francesco” realizzata da un pittore contemporaneo di Michelandelo Merisi, Paolo Geraci. Dell’originale “Natività”, com’è noto, non si sa nulla dal 1969 anche se che le recenti rivelazioni del pentito Spatuzza danno per "mangiata dai topi e poi bruciata".

La mostra può essere visitata secondo i seguenti orari:
Da lunedì a sabato 9-13 e 15-19; domenica 8.30-13.30.
Ingresso libero
SIENA (SI)

Mostre ed Esposizioni » SIENA - DA JACOPO DELLA QUERCIA A DONATELLO

Le arti a Siena nel primo Rinascimento. Questo il tema della grande mostra allestita fino al 10 luglio. L''esposizione presenta oltre trecento opere, una ventina di polittici ricostruiti per l''occasione, 25 nuovi restauri e prestiti dai più prestigiosi musei del mondo in uno straordinario percorso espositivo che si articola negli ambienti più suggestivi della città: Santa Maria della Scala, Duomo, Cripta, Battistero, Museo dell''Opera della Metropolitana, Museo Diocesano e Pinacoteca Nazionale.
Jacopo della Quercia, Vergine Annunciata
La grande esposizione avrà come sede principale il Complesso di Santa Maria della Scala ma offrirà al visitatore la possibilità di scoprire spazi inediti e opere ricomposte per l’occasione. Questi i numeri dell''evento: 306 opere in mostra, una ventina di polittici ricostruiti per l’occasione, 25 restauri effettuati, prestiti dalle più prestigiose istituzioni museali del mondo e da collezionisti privati, nuovi spazi che aprono al pubblico per la prima volta, 10 saggi scritti dai massimi studiosi internazionali della materia, uno straordinario percorso espositivo che porterà il visitatore in 3 diversi ambienti tra i più suggestivi e inediti della città.
Siena prepara così la più imponente mostra finora dedicata alle arti del primo rinascimento. Curata da Max Seidel l''esposizione “Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le arti a Siena nel primo Rinascimento” porterà il pubblico alla scoperta di una Siena che nei primi decenni del Quattrocento visse, parallelamente a Firenze, una straordinaria stagione artistica, che vide il trascorrere dal Gotico al Rinascimento.
La mostra si apre con una sezione monografica dedicata a Jacopo della Quercia (Siena, 1371 ca. – 1438), il grande scultore che seppe essere il più rilevante artista della città nel primo Quattrocento e esponente di spicco del Gotico “internazionale” europeo. La carriera di Jacopo è ripercorsa fin dagli inizi, con la monumentale Madonna della melagrana destinata alla Cattedrale di Ferrara (1403-1408), per passare ad alcuni dei marmi scolpiti per la Fonte Gaia a Siena (1414-1419), fino alle sculture in legno policromo, come l’Annunciazione della Collegiata di San Gimignano (1421-1426) e la Madonna col Bambino del Louvre. Accanto a Jacopo si fanno apprezzare anche gli altri primi attori della scultura senese di quel tempo: dal leggiadro Francesco di Valdambrino al severo Domenico di Niccolò “dei cori”.
Il percorso prosegue con due sezioni tematiche, che introducono il visitatore alla pittura. Una dedicata alla fortuna della quale continuarono a godere presso i pittori senesi del Quattrocento certi prototipi messi a punto nel secolo precedente dai fratelli Lorenzetti e da Simone Martini: un fenomeno che ha il suo manifesto nella pala di San Pietro a Ovile in cui Matteo di Giovanni, ormai nel terzo quarto del secolo, ricopia fedelmente la celeberrima Annunciazione di Simone del 1333. L’altra che presenta i maestri forestieri che, lavorando in città nel corso degli anni venti, giocarono un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’arte senese verso il Rinascimento. Tra questi Lorenzo Ghiberti e Donatello, coinvolti insieme con Jacopo e altri, nel cantiere del nuovo Fonte battesimale, al quale apparteneva il bellissimo Spiritello tamburino del Bode Museum di Berlino del 1429 e che torna per la prima volta a Siena dopo qualche secolo.
La Madonna dell’umiltà (Pisa, Museo Nazionale di San Matteo) racconta del passaggio senese di Gentile da Fabriano, autore nel 1425 di una perduta immagine mariana in Piazza del Campo, che fu determinante per la nuova generazione che si stava imponendo sulla ribalta pittorica cittadina. Era la generazione del “Rinascimento umbratile”, che ha i suoi campioni in Giovanni di Paolo (del quale si è ricostruito, per quanto possibile, il giovanile polittico destinato nel 1426 all’altare Malavolti della chiesa di San Domenico), in Stefano di Giovanni detto il Sassetta (di cui si sono raccolti per la prima volta tutti i frammenti della pala dipinta nel 1423-1424 per l’Arte della Lana, insieme con altri capolavori) e nei suoi stretti seguaci: da Pietro di Giovanni d’Ambrogio, al Maestro dell’Osservanza (ben rappresentato dalla pala eponima e quasi dall’intera serie delle famose Storie di Sant’Antonio Abate) e Sano di Pietro (del quale si mostra il restaurato polittico dei Gesuati del 1444). Chiude il gruppo Domenico di Bartolo: un senese atipico che, come dimostra la Madonna dell’umiltà firmata e datata 1433, seppe essere più fiorentino degli stessi fiorentini, tanto da poter confrontare le sue opere con quelle di Filippo Lippi e Luca della Robbia.
La successiva sezione illustra il peso avuto da Donatello, nei decenni a cavallo della metà del secolo, su nuovi protagonisti dell’arte senese come Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta e Matteo di Giovanni. Questo fil-rouge donatelliano, iniziato negli anni venti con il lavoro al Fonte battesimale e proseguito all’aprirsi degli anni cinquanta con la lastra tombale del vescovo
Pecci per la Cattedrale, sarebbe culminato con l’ultimo soggiorno del maestro fiorentino a Siena (1457-1461), che coincise con l’ascesa al soglio pontificio del senese Pio II (1458). Lo spettacolare accostamento tra il bronzeo San Giovanni Battista lasciato alla Cattedrale da Donatello, i Santi Pietro e Vittore scolpiti dal Vecchietta e dal Federighi per la Loggia della Mercanzia e la luminosa pala di Spedaletto, dipinta dallo stesso Vecchietta per una grancia prossima a Pienza, testimoniano i formidabili esiti di questa combinazione di eventi.
Dopo l’esperienza del percorso cronologico, la mostra offre la conoscenza dell’universo artistico del primo Rinascimento senese attraverso alcuni altaroli e dipinti per devozione privata, cofani, cassoni e un significativo nucleo di codici miniati, oltre che una serie di preziosi e rari manufatti tessili quattrocenteschi.
Nel procedere verso l’uscita si transita attraverso il colorato ambiente della sagrestia vecchia dell’ospedale, affrescato dal Vecchietta tra il 1446 e il 1449 con un ciclo di Articoli del Credo per poi giungere alla sala del Pellegrinaio (istoriato tra il 1440 e il 1444 dal Vecchietta, Domenico di Bartolo e Priamo della Quercia) con una serie di Episodi della storia e della vita dell’ospedale che rappresentano il maggiore ciclo di affreschi della Siena quattrocentesca.
Una catena di articolate appendici prolunga la mostra a pochi passi di distanza dal Santa Maria della Scala. L’accesso al Duomo permette di conoscere il tempio cui furono destinate diverse testimonianze artistiche ammirate nel percorso espositivo, mentre nel vicino Museo dell’Opera è allestita una sezione dedicata alla sopravvivenza del Gotico nella Siena dei
primi decenni del Quattrocento (protagonisti Gregorio di Cecco, Domenico di Niccolò “dei Cori” e altri).
Scendendo nella così detta “cripta”, al di là dell’atrio decorato con emozionanti pitture murali duecentesche, si scopre il mondo dell’oreficeria senese del Quattrocento: intorno alla paradigmatica Lupa di Giovanni di Turino ruotano calici, croci e reliquiari luccicanti d’oro, d’argento e di smalti.
Infine si raggiunge il Battistero e qui, al di sotto della volta affrescata dal Vecchietta ancora una volta con un ciclo di Articoli del Credo (1450-1453), si innalza il grandioso Fonte battesimale: monumento per eccellenza della scultura toscana del primo Quattrocento.

I RESTAURI

Come nel passato, anche in occasione della mostra dedicata al primo Quattrocento senese una parte rilevante degli interventi preliminari all’organizzazione dell’evento ha riguardato i restauri delle opere previste per l’esposizione. Oltre una trentina i restauri effettuati sulle opere, venticinque finanziati da Vernice Progetti Culturali, gli altri condotti direttamente dai restauratori della Soprintendenza BSAE di Siena e Grosseto, mirati ad una azione attenta di recupero sia conservativo che estetico di opere disseminate nei musei e nelle raccolte italiani ed esteri.
Una parte consistente, come ovvio, ha riguardato il variegato patrimonio senese, dalle tavole, ai manoscritti miniati, alle sculture alle oreficerie. Oltre quindici i pezzi recuperati ad una splendida leggibilità e ad una piena restituzione alla migliore condizione conservativa che ne ha consentito lo spostamento alla sede temporanea abbattendo quel margine di rischio che avrebbe reso problematico il loro temporaneo trasferimento in sede di mostra; tre tavole, una scultura, otto manoscritti, cinque manufatti liturgici; restauri di notevole rilevanza hanno preso l’avvio per i musei italiani, due per i musei esteri.
Si tratta di un indubbio valore aggiunto che accompagna la progettazione della mostra, con l’impiego di una parte delle risorse finalizzate all’innalzamento del livello conservativo delle opere, in un’azione destinata a produrre i suoi effetti positivi nel lungo periodo, dato che le opere, una volta ritornate nella sede originale, spiccheranno per il loro ritrovato appeal materiale ed estetico. Uno degli interventi più eclatanti è senza dubbio il restauro del grande polittico dei Gesuati della Pinacoteca Nazionale di Siena (restauro eseguito da Nadia Presenti e Mario Verdelli sotto la direzione di Anna Maria Guiducci ed accompagnato dalle indagini non distruttive dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze). Intervento eseguito con il criterio della minima invasività con i metodi acquosi, utilizzando materiali gelificanti con la rifinitura a bisturi per la rimozione dello sporco più tenace sotto il controllo costante del microscopio. Un intervento esemplare che ha restituito alla stupefacente macchina devozionale di Sano di Pietro una imponenza visiva in precedenza attutita dalla sporcizia superficiale e idonea a testimoniare dell’eccellenza dell’operare dell’artista nell’utilizzo pressoché perfetto della pittura a tempera su fondo oro.
Un ulteriore motivo di rilievo è stata la realizzazione dell’intervento in parallelo a quello sul trittico del Maestro dell’Osservanza, sulla tavola cioè che dà il nome allo sconosciuto artista con cui parte rilevante della critica individua l’attività giovanile di Sano di Pietro. L’intervento, condotto da Elena Pinzauti, si è rivelato un ulteriore momento per confrontare, anche dal punto di vista tecnico, due testimonianze fondamentali della pittura senese del primo Quattrocento, vale a dire il primo dipinto di Sano di Pietro, firmato e datato 1444 e la coeva tavola proveniente dal Convento di San Bernardino all’Osservanza a Siena.
Anche per il settore delle oreficerie liturgiche è stata realizzata una vasta campagna di revisione e manutenzione dei preziosi oggetti, realizzata da Simona Pozzi, restauratrice della Soprintendenza, che saranno esposti nella sezione della mostra ospitata nelle sale del Museo dell’Opera del Duomo: dal Reliquiario di San Marco Papa di Abbadia San Salvatore al turibolo del Museo dell’Opera del Duomo di Siena.

NUOVE TECNOLOGIE

Attraverso le avveniristiche postazioni multimediali il museo diviene il punto di partenza privilegiato per la scoperta del territorio.
Durante il periodo dell’esposizione senese, ben sette musei della provincia che fanno capo alla Fondazione Musei Senesi, a loro volta si “metteranno in mostra” offrendo approfondimenti tematici.
È questa l’offerta che la Fondazione Musei Senesi, in collaborazione con Microsoft Italia e Nemes srl e grazie alla fattiva collaborazione tra Vernice Progetti Culturali, il Comune di Siena, l’APT di Siena e l’APT Chianciano Terme - Val di Chiana, la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici e Etno-Antropologici di Siena e Grosseto, al sostegno della Fondazione Monte dei Paschi e della Provincia di Siena. propone al grande pubblico.
Da San Gimignano, a Buonconvento, da Pienza a Montalcino, da Asciano a Castiglione d''Orcia fino a Montepulciano, il visitatore potrà ammirare sette sezioni ubicate direttamente nel territorio dal quale provengono una parte consistente dei capolavori presentati in mostra, così da comprendere il profondo legame fra le opere d’arte e la cultura che le ha prodotte, e scoprire le sorprendenti testimonianze del Quattrocento in viaggio per le terre di Siena.
In ciascuno dei sette musei infatti postazioni multimediali touchscreen di grande formato (ben 46 pollici) permetteranno di comprendere al meglio le connessioni tra le opere esposte in mostra e i loro luoghi di provenienza e costituiranno un punto di partenza privilegiato alla scoperta del territorio. Dalle postazioni interattive non solo sarà possibile rivedere una consistente selezione della mostra di Siena, ma anche associare le opere ai contesti di provenienza così come proporre confronti virtuali con quanto è conservato nei musei. Il sistema, tramite semplici operazioni gestuali condotte direttamente dall’utente sfiorando il monitor, consentirà di accedere ad informazioni specifiche sui musei in mostra, sugli artisti, le singole opere da essi realizzate e le loro tipologie (dipinti, sculture, oreficerie, tessili, miniature). In questo modo, il visitatore potrà ottenere informazioni secondo diversi gradi di approfondimento e scegliere un percorso preferenziale sulla base dei propri interessi e necessità: sarà possibile ‘sfogliare’ alcune ‘cartoline virtuali’ e quindi, con un semplice tocco delle dita, accedere a ulteriori contenuti, sia in italiano che in inglese, visualizzare e ingrandire le immagini dei capolavori esposti, ottenere notizie pratiche. La cartolina sarà contrassegnata anche da un tag QR Code (i codici a barre bidimensionali che cominciano ad essere diffusi anche in Italia) che permetterà al visitatore, se provvisto dell’apposito lettore ottico sul cellulare, di memorizzare in automatico i dati di contatto del Museo (indirizzo, telefono) o di collegarsi alle pagine specifiche del sito della mostra, della Fondazione Musei Senesi e delle APT.
VENEZIA (VE)

Mostre ed Esposizioni » VENEZIA - DISEGNI FIAMMINGHI

Fino al 20 giugno è in mostra un nucleo di disegni di scuola fiamminga e olandese che appartiene dal 1822 al fondo originario della raccolta di grafica del Gabinettodei Disegni e Stampe delle Gallerie dell’Accademia e che proviene dalla collezione milanese di Giuseppe Bossi (1777-1815).
Pieter-Bodding-van-de-Laer-detto-Bambaccio
Fino al 20 giugno, alle Gallerie Giorgio Franchetti alla ca’ d’Oro, a Venezia è in mostra il nucleo di disegni di scuola fiamminga e olandese che appartiene dal 1822 al fondo originario della raccolta di grafica del Gabinettodei Disegni e Stampe delle Gallerie dell’Accademiae che proviene dalla collezione milanese di Giuseppe Bossi (1777-1815).
L’esposizione comprende un fondo numericamente ristretto ma prestigioso di ventiquattro disegni dal XVI al XVII secolo, alcuni dei quali di grande qualità e mai esposti al pubblico, realizzati da maestri quali Jan Gossaert o Rembrandt.
La catalogazione dei disegni, scientificamente selezionati da Maria Pietrogiovanna dell’Università di Padova, ha portato a nuove proposte attributive per diversi fogli inediti e poco conosciuti.
Il percorso espositivo si apre con una famosa prova di Jan Gossaert detto Mabuse, uno dei soli quattro disegni dell’artista sopravvissuti a testimonianza della sua attività durante il viaggio a Roma tra 1508 e 1509. Tra i disegni cinquecenteschi anche un raro foglio di un maestro dei Paesi Bassi settentrionali attribuito a Jacob Cornelisz Van Oostsanen e un disegno riferito al più tardo manierista olandese Jan Harmensz Muller. Lo scorcio del secolo è rappresentato da Paulus van Vianen. Al Seicento si riferiscono altri fogli che illustrano la scuola anversese: una derivazione da Rubens realizzata da Jacob Jordaens, un disegno di mano di Frans Snyders, illustre maestro specializzato in scene di caccia e di una primizia di Vincent Adriaenssen, noto per la sua più matura attività in Italia e Francia, ma esordiente nell’orbita del celebre maestro anversese.
Il côté olandese si distingue per la presenza di disegni realizzati dai pittori italianizzanti, ossia artisti che compivano l’irrinunciabile viaggio in Italia, come fece Bartolomeus Breenbergh, oppure erano colpiti dagli aspetti popolari e vernacoli delle vie della capitale come accadde a Pieter van de Laer detto Bamboccio.
La mostra, allestita nella sala centrale delle tre dedicate alla pittura d’oltralpe, offre l’occasione per riproporre temporaneamente alla visione sette piccoli dipinti del museo con scene di genere olandesi del XVII secolo, ricoverati nei depositi in attesa di una completa revisione dell’assetto espositivo dell’ambiente.
Le opere esposte alle pareti, recentemente riordinate secondo un percorso cronologico e tipologico, dispiegano una campionatura significativa dei due nuovi generi pittorici – quello del paesaggio e quello della scena con interni domestici - che si andarono affermando nel Seicento all’interno del collezionismo aristocratico e borghese, in concorrenza crescente con la tradizione italiana incentrata sulla pittura di storia e sulla tematica sacra.
Esposta in appendice alla mostra dei disegni è una piccola tavola fiamminga del primo Cinquecento con il Riposo durante la fuga in Egitto, il cui restauro (Erika Bianchini 2008; direzione lavori Claudia Cremonini) ha consentito di recuperare alla lettura una ricchezza straordinaria di dettagli naturalistici che fa da sfondo all’intima e delicata intonazione devozionale della scena.
VENEZIA (VE)

Mostre ed Esposizioni » BERLINO - FARTHAN. DIE ETRUSKER SIND HIER

Fino al prossimo 10 luglio, nella più grande libreria di Berlino, "Farthan. Gli Etruschi sono qui" un''innovativa “riflessione speculare” tra archeologia e arte contemporanea.
Farthan. Gli Etruschi sono qui
Alla Dussmann das KulturKaufhaus, la più grande libreria di Berlino, dal 10 giugno al 10 luglio 2010, un''innovativa “riflessione speculare” tra archeologia e arte contemporanea.
La mostra, dal titolo Farthan. Die Etrusker sind hier presenta importanti reperti archeologici, testimonianza dell''originalità della cultura etrusca assieme a opere d''arte che declinano al presente il “Farthan” (parola etrusca che significa Genio, forza vitale e creativa).
La selezione dei materiali (gentilmente concessi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana), presenta gli aspetti salienti della civiltà etrusca, sviluppatasi in Toscana fra l’VIII e il II secolo a.C. I reperti illuminano la “diversità Etrusca”: una grande civiltà che, a differenza delle altre del mondo antico, è passata nella storia lasciando tanti segni suggestivi e un''affascinante cultura materiale ma quasi “senza parole proprie”. Come se gli Etruschi avessero scelto di immergersi totalmente nella vita senza curarsi dei posteri. Questa “passione per la vita” si specchia fortemente negli antichissimi reperti Etruschi, tanto che a vederli, essi muovono in noi contemporanei una grande libertà di immaginazione. I reperti suggeriscono attenzione e amore per la vita anche dopo la morte: in particolare quelli direttamente connessi alla dimensione plutonica come la sfinge da Chiusi, erede della millenaria tradizione mediterranea che ha radici in Egitto e Mesopotamia. Ma introducono anche ad altri ambiti: l’urna villanoviana da Vetulonia fornisce un''indicazione della primitiva abitazione etrusca; le urnette di età ellenistica sono lo spunto per introdurre il tema del banchetto. E le figure recumbenti femminili presentano vesti riccamente adorne di gioielli, testimonianza di quella “emancipazione” della donna in Etruria, documentata dalle fonti letterarie greche. Produzioni artistiche etrusche che sono lo specchio di una grande forza vitale e creativa e di un artigianato di alta qualità, che lavora materiali diversi: dall’alabastro volterrano, al travertino di Chiusi, alla terracotta, all’oro, al bronzo, all''argento. Le epigrafi sulle urne ci ricordano infine un popolo che conobbe la scrittura, ebbe una letteratura e fu noto per aver scritto su libri i precetti di una religione “rivelata”.
In dialogo diretto coi reperti archeologici sono esposti i lavori di Valerio Giovannini, il giovane artista toscano che, dal 2006, ha sviluppato un importante lavoro di studio e ricerca semiotica e pittorica sull''arte e sulla cultura etrusca. Opere realizzate con varie tecniche e materiali (plexiglass, rame, terracotta, oro, e dipinti su tela di lino) che tessono un filo diretto coi codici figurativi e gli elementi culturali dei Rasenna riflettendo sul rapporto tra presente, passato e futuro e fornendo suggestioni, letture e narrazioni nuove. Così com''è sintetizzato anche dall''opera in plexiglass che dà il titolo all''evento “Farthan”, che riproduce la “Tabula Capuana”, l''antico calendario rituale etrusco conservato nei Musei Statali di Berlino, legandolo ai temi dello scorrere del tempo e della scrittura etrusca (alla base della diffusione in Germania dell''alfabeto runico). Lavori artistici di alto profilo concettuale e comunicativo, che intrecciano con sensibilità e ironia le dimensioni del tempo e dello spazio e che mostrano volti, pensieri, e vicende di persone (parola che nasce dall''idea etrusca di individuo come “maschera”: phersu/persona) e archetipi di epoca etrusca che divengono narrazione specchiante e citazione quotidiana dell''oggi. Tecniche di realizzazione e dimensioni delle opere rimandano alle proporzioni della “Tabula Cortonensis” (la sezione aurea) e ai materiali tipici dell''arte etrusca.
Attraverso questo dialogo tra antico e contemporaneo l''esposizione sottolinea l''attualità del “Farthan” etrusco e i temi dell''Etrusca Disciplina e della cultura etrusca, rispetto alle nozioni di spazio (limite fisico, confine, spazio delimitato, osservazione dei fenomeni celesti), tempo (nel senso di scrittura che preserva il ricordo e di misura degli anni), materia (arte, artigianato artistico) traendo suggestivi collegamenti con eventi attuali, anche in relazione alla storia antica e recente della Germania e al “genius loci” di Berlino, un luogo che, nelle parole di Ernst Bloch, “è puro movimento, una città che non è mai e diventa sempre”.
Per sottolineare questi elementi, sulla grande parete d''acqua della libreria Dussmann si specchierà un video con le immagini di siti archeologici e di musei etruschi della Toscana, e, nel cortile interno della Kulturkaufhaus, saranno allestite istallazioni aeree come metafora dell''eterno divenire degli archetipi.
Accompagna l''esposizione un “catalogo a specchio” che da un lato presenta i reperti archeologici e dall''altro i lavori d''arte contemporanea.
L''iniziativa è promossa da Amat (Associazione dei Musei Archeologici della Toscana) e Dussmann KulturKaufhaus, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Dussmann Group, Dussmann Italia, AICS e Present Art, e con il patrocinio di Regione Toscana, Musei Statali di Berlino e Istituto Italiano di Cultura a Berlino.
REGGIO CALABRIA (RC)

Mostre ed Esposizioni » REGGIO CALABRIA - EGITTO MAI VISTO

Prorogata fino al prossimo 18 luglio la mostra a Villa Genoese Zerbi a Reggio Calabria. L''esposizione presenta circa 400 reperti provenienti dal Museo Egizio di Torino e ruota intorno a un nucleo di dodici sarcofagi a cassa in legno stuccato.
Il logo della mostra
E'' visitabile fino al prossimo 18 luglio, a Villa Genoese Zerbi di Reggio Calabria la mostra "Egitto mai visto. Le dimore eterne di Assiut e Gebelein". L''esposizione, che presenta circa 400 reperti, tutti provenienti dai depositi del Museo Egizio di Torino e per lo più mai esposti al pubblico, ruota intorno ad uno straordinario nucleo di dodici sarcofagi a cassa in legno stuccato e dipinto con iscrizioni che tramandano formule d’offerta e rituali funerari magico-religiosi. In molti casi grazie alla lettura dei geroglifici è possibile svelare i nomi di questi uomini e donne appartenuti alla classe media, amministratori e piccoli proprietari terrieri, vissuti nel Medio Egitto intorno al 2.000 a.C.
I sarcofagi, alcuni dei quali contengono ancora la mummia, sono arricchiti da tutti gli elementi del corredo funerario che accompagnavano il defunto e attraverso i quali oggi possiamo ricostruire le loro storie e quelle delle loro famiglie: vasi, poggiatesta, specchi, sandali, bastoni, archi e frecce, cassette in legno, modellini di animali, barche con equipaggi, modelli di attività agricole e artigianali. Dall’osservazione di tutti questi materiali emerge la sorprendente capacità degli artigiani egiziani nella lavorazione del legno, che fece di Assiut uno dei centri dove fu raggiunto il massimo livello di espressione artistica alla fine del Primo Periodo Intermedio.
Per la prima volta sono esposte circa 40 pareti di sarcofago con geroglifici incisi e dipinti e 10 stele recentemente restaurate, che svelano i segreti della scrittura geroglifica e permettono di conoscere le credenze funerarie e le principali divinità del pantheon egiziano. Di straordinaria fattura sono le statue in legno, alcune delle quali di notevoli dimensioni benché frammentarie, che erano destinate a riprodurre il corpo del proprietario nella vita eterna e mostrano i signori della città in posa elegante e composta, con un lungo bastone di appoggio e uno scettro come insegne del loro prestigio. Potenti “signori della guerra” di un’epoca di lotte feudali, come ci ricorda l’iscrizione del principe Khety I, incisa sulle pareti della sua tomba: “Ero uno forte con l’arco, potente con il braccio, molto temuto dai vicini”.
Le dimore eterne di Assiut e Gebelein ci restituiscono in ultima istanza le testimonianze di due siti della provincia egiziana in un’epoca in cui l’indebolimento del potere faraonico centrale lasciò spazio ad una sorta di democratizzazione dell’aldilà (la sepoltura non è più una prerogativa esclusiva del faraone e della sua ristretta cerchia) e a espressioni artistiche di straordinaria originalità.
Il progetto scientifico e la curatela della mostra è dovuta a Elvira D’Amicone e Massimiliana Pozzi Battaglia, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie e della Società Cooperativa Archeologica.
L’allestimento della mostra, progettato da Costantin Charalabopoulos e arricchito da una suggestiva ricostruzione della necropoli e da un interessante documentario etnografico sui siti, si sviluppa sui due piani della Villa Genoese Zerbi con una successione di ambienti di grande qualità espositiva.
La visita in mostra può avvalersi di un articolato progetto didattico, curato da Giovanna Gotti e Federica Scatena, che comprende un ampio apparato di testi in mostra, la possibilità di visite guidate e laboratori per le scuole e un servizio di audioguide per singoli visitatori.
La mostra, dopo la prima sede a Trento nel Castello del Buonconsiglio, giunge a Reggio Calabria, per volontà dell’Amministrazione Comunale, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Soprintendenza Archeologica del Piemonte e delle Antichità Egizie, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri. L’organizzazione è affidata a Civita con la collaborazione di STart.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - L''ETA'' DELLA CONQUISTA

Il fascino dell''arte greca a Roma. E'' questo il titolo della mostra, visitabile fino al prossimo 5 settembre a Palazzo Caffarelli a Roma. L''esposizione presenta una serie di capolavori databili al periodo successivo alle campagne di conquista in Grecia (dalla fine del III secolo alla seconda metà del I secolo a.C.).
Testa Bronzea
Il progetto quinquennale “I Giorni di Roma” si apre con una grande mostra di capolavori dell’arte antica provenienti dai maggiori Musei europei, databili nel periodo successivo alle campagne di conquista in Grecia (dalla fine del III secolo alla seconda metà del I secolo a.C.), uno dei momenti fondamentali per la futura identità culturale e artistica romana, non solo dell’età repubblicana.
L’Età della conquista parte dal momento di formazione dell’Impero romano, quando Roma espande progressivamente il proprio controllo su tutto il bacino del Mediterraneo, dalla Spagna alle coste dell’Asia Minore. In questo periodo si assiste alla formazione di un linguaggio figurativo squisitamente romano, che fa tesoro di tutta la cultura artistica greca, che nel tempo viene recepita, assorbita e modificata. E’ questo il periodo in cui l’élite al potere avverte, con sempre maggior consapevolezza, il consolidarsi del proprio prestigio e lo esprime attraverso l’arte.
Roma tra il III e il I secolo a.C. diventa l’unica potenza egemone sull’intero bacino del Mediterraneo. A conclusione delle vittoriose campagne militari in Grecia e Magna Grecia, le ingenti quantità di denaro e i ricchi bottini di guerra determinarono un mutamento di gusti che si trasformò in rivoluzione culturale. Le opere d’arte greche esibite nel corso della processione trionfale dei generali Marcello, Flaminino, Emilio Paolo, Lucio Mummio e Pompeo erano di una qualità mai ammirata prima, talvolta persino in materiali preziosi fino ad allora sconosciuti in città, come perle o pietre preziose. Al seguito dei condottieri, arrivarono a Roma un gran numero di artigiani greci, architetti, precettori, medici e artisti. Così, nonostante la resistenza della fazione conservatrice di Catone, una rapida ellenizzazione mutò per sempre l’Urbe anche attraverso la commistione di modelli greci e romani, come nel caso di uno dei templi di largo Argentina: un edificio circolare, tipicamente greco, costruito tuttavia su un alto podio come consuetudine italica. Un discorso analogo vale per i monumenti onorari: sul basamento delle statue onorarie dei generali romani compaiono iscrizioni in greco, come per la statua bronzea di Flaminio al Circo Massimo. Spesso gli stessi abiti dei personaggi raffigurati sono di fattura greca, come la statua di Scipione Asiageno sul Campidoglio.
Le sezioni
Nella prima sezione della mostra, dal titolo Dei e santuari, si presentano fregi e frontoni in terracotta provenienti da alcuni templi: dal consesso di divinità, come il Frontone di san Gregorio dei Musei Capitolini, alle concitate sequenze di battaglia come la Galatomachia dal fregio di Civitalba, provenienti dal Museo di Ancona. Per la prima volta, all’interno del medesimo percorso espositivo, si potranno confrontare opere di artisti greci eseguite in Grecia accanto a opere di grandi artisti eseguite a Roma, come statue di culto dei templi eretti per le grandi vittorie su commissione dei generali: ad esempio nel caso dell’Ercole di Polykles, dei Musei Capitolini, o della Diana da Nemi, conservata al Museo di Copenhagen. Chiude la sezione una sequenza dedicata alle statue di Muse: splendidi esemplari in terracotta dal British Museum di Londra.
La seconda sezione è dedicata ai Monumenti onorari, dove veniva dato grande risalto alla figura del generale vincitore, generalmente in abiti militari, corazza, mantello e lungo scettro. Dal II sec. a.C. si diffondono nel mondo italico soluzioni figurative nuove: i corpi sono nudi, in posa autorevole, capaci da soli di esprimere le qualità e il carisma della persona onorata. E’ il caso delle statue, splendide, dei due generali da Formia, da Cassino (al Museo di Napoli) o da Foruli (al Museo di Chieti). Oggi soltanto di pochi tra i più noti condottieri di età repubblicana (Pompeo, Cesare, Ottaviano), esistono ritratti accertati grazie alle riproduzioni sulle monete. In molti casi, le statue onorarie hanno volti la cui precisa identificazione è ancora oggetto di discussione, come i diversi ritratti di Emilio Paolo, esposti qui insieme: un esemplare da Tirana affiancato ad uno esposto a Palazzo Massimo a Roma.
La terza sezione, Vivere alla Greca offre un approfondimento sull’affermazione del gusto greco in ogni ambito del vivere, persino nel settore degli arredi domestici come candelieri, tavoli, crateri, vasellame prezioso e statue provenienti dal Museo di Palestrina e dalla casa di Giulio Polibio a Pompei, al Museo di Napoli. Mescolando elementi greci di vari periodi, gli artisti svilupparono in quel periodo un nuovo linguaggio figurativo, grazie al quale crearono pitture e sculture del tutto nuove.
Infine, una quarta sezione è riservata ai Costumi funerari, in cui i romani appaiono meno influenzati dal fascino ellenico rispetto a tutti gli altri aspetti della vita pubblica e privata. Sembrano rimanere infatti legati alla propria tradizione continuando a mostrarsi ancora orgogliosamente avvinti nelle pieghe delle loro toghe, simbolo stesso della cittadinanza romana, e solo raramente sono rappresentati nei mantelli di tradizione greca o in costume eroico, come nel rilievo funerario dalla via Appia a Roma. E i loro volti, sono rugosi e scavati, sono quelli dei vecchi della Repubblica Romana.
Sono disponibili audioguide gratuite della mostra sul primo pianerottolo dello scalone del Palazzo dei Conservatori.
NAPOLI (NA)

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI - LA CITTA'' E IL MARE

Piazza Bovio tra Romani e Bizantini. Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fino al prossimo 20 settembre, è di scena una mostra che ricostruisce la storia degli scavi di piazza Bovio dove è venuta alla luce una torre bizantina.
La locandina della mostra
Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fino al prossimo 20 settembre è di scena una mostra che ricostruisce gli scavi di Piazza Bovio.
Un ritrovamento eccezionale la torre bizantina scoperta in piazza Bovio durante la costruzione della stazione della Metropolitana. Un frammento della città di VII secolo, che riutilizza al suo intermo le decorazioni marmoree di un arco onorario dell''età dei Severi, presentate al pubblico. Accanto ad esse sono esposti altri materiali architettonici recuperati alla fine dell''Ottocento nella vicina area di Corso Umberto, nel fondaco di Marramarra. La mostra, realizzata dalal Soprintendenza in collaborazione con la Regione Campania e con il Comune di Napoli, attraverso il racconto degli scavi, ripercorre la storia del paesaggio costiero napoletano da epoca romana ad età bizantina.



Info
Costo del biglietto: Euro 6,50 / 10.00 (in occasione di mostre eccezionali)
Riduzioni: Euro 3,25 / 5,00 sino dai 18 ai 25 anni; gratuito sino ai 18 e oltre i 65 anni, insegnanti e studenti dei Paesi della UE e convenzionati con il Ministero.
Tel. 081/4422111 Fax 081/440013
CATANZARO (CZ)

Mostre ed Esposizioni » CATANZARO - INTERSEZIONI: PISTOLETTO, IL DNA DEL III PARADISO

Fino al prossimo 3 ottobre, nel Parco Archeologico di Scolacium e nel Museo "MARCA" di Catanzaro è di scena la V° edizione di "Intersezioni". Due mostre si concentrano sul lavoro di Michelangelo Pistoletto. Un excursus tra i lavori dell''artista che attraverso oltre quarant''anni, che coinvolge alcune problematiche fondamentali della ricerca di Pistoletto in grado di cogliere i profondi mutamenti della società.
Michelangelo Pistoletto, Venere degli Stracci 1967
Michelangelo Pistoletto è il protagonista della quinta edizione di Intersezioni, ormai consolidato luogo di contaminazione tra arte contemporanea e archeologia.
L''attesa rassegna, diventata uno degli appuntamenti culturali italiani più importanti della stagione estiva, anche quest''anno si sdoppia. Com''è già avvenuto nel 2009 in occasione della personale dedicata a Dennis Oppenheim, il progetto dal titolo Il DNA del Terzo Paradiso prevede la realizzazione di due mostre organizzate al Parco Archeologico di Scolacium e al museo MARCA di Catanzaro. Entrambi gli appuntamenti sono curati da Alberto Fiz, Direttore Artistico del MARCA.
Si tratta di un''importante occasione per confrontarsi con il lavoro di uno dei maggiori protagonisti della scena internazionale che ha ideato e progettato tre nuove installazioni per gli straordinari spazi del Parco di Scolacium in particolare I temp(l)i cambiano-Terzo Paradiso, Love Difference-Le sponde del Mediterrano e Il DNA del Terzo Paradiso che dà il titolo all''intero progetto.
L''evento espositivo, accompagnato da un esauriente catalogo monografico in italiano e inglese rimarrà aperto sino al 3 ottobre 2010.
Se il MARCA ospita una serie di lavori emblematici della ricerca linguistica di Pistoletto, tra cui la celebre Venere degli stracci e i quadri specchianti, il Parco di Scolacium, uno dei siti archeologici più importanti dell''Italia meridionale, propone un grande progetto dove le installazioni creano un rinnovato dialogo con il territorio.
Ciascuna opera contiene in sé la propria storia, la propria memoria in un continuum spazio-temporale che non consente scissioni o fratture improvvise. In questo senso il DNA del Terzo Paradiso non è solo il titolo delle due mostre, ma è anche l''opera che occupa il Foro romano, ovvero l''antica piazza di Minervia Scolacium. La grande installazione in alluminio, che ha uno sviluppo lineare di oltre 100 metri, appare come la trascrizione genetica del Terzo Paradiso, uno dei segni più noti di Pistoletto, dove il mondo naturale convive con il mondo artificiale e tecnologico creando una rinnovata armonia. Il Terzo Paradiso è il nuovo segno dell''infinito con la differenza che si formano tre cerchi. Come spiega Pistoletto, "quello centrale descrive un ventre gravido prodotto dall''accoppiamento dei due cerchi che costituivano il vecchio simbolo. Il Terzo Paradiso è l''accoppiamento fertile tra il primo e il secondo Paradiso". Questa caratteristica viene sottolineata dal canto arcaico e primordiale di Gianna Nannini (con lei Pistoletto ha collaborato per diversi progetti proposti, tra l''altro, al National Centre for Contemporary Arts di Mosca) che crea una "scultura vocale" ripetendo, come un mantra, la parola "mamma".
Recuperare la presenza della memoria è un concetto che delinea anche le altre installazioni espressamente concepite per il Parco di Scolacium tra cui I temp(l)i cambiano - Terzo Paradiso, un''opera di cinque metri d''altezza collocata all''interno della celebre basilica normanna di Santa Maria della Roccella, il monumento antico più imponente del Parco. La specificità del tempio è quella di essere realizzato con materiali riciclati: cestelli di lavatrici diventano colonne, serpentine di frigoriferi come basamento e timpano. Gli scarti, insomma, si trasformano, con il contributo dell''artista, in oggetti di contaminata bellezza.
L''opera, nata da una collaborazione con ECODOM - Consorzio per il riciclo degli elettrodomestici, è un tempio che poggia su una base instabile come simbolo precario dell''evoluzione. Esso appare come la risultante dei tempi che cambiano in base ad una società costretta a modificare le proprie abitudini e dove il riciclo diventa una preziosa fonte di ricchezza. "In questo caso il nuovo tempio s''inserisce nell''antico tempio creando un''imprevedibile relazione segnica tra differenti forme di stratificazioni.", afferma Alberto Fiz. Sul timpano del tempio compare il simbolo del Terzo Paradiso a testimoniare l''armonia ritrovata tra consumo e riciclo, tra tecnologia, etica ed estetica. Come spiega Pistoletto "oggi sinonimo di Progresso è la conservazione delle risorse: il nuovo Mito è il Riciclo".
Viene inserita, invece, tra gli ulivi Love Difference - Le sponde del Mediterraneo un''altra installazione realizzata per l''occasione, con 68 grandi pietre incise di colore blu che riproduce il bacino del Mediterraneo con i paesi che si affacciano su questo mare. "Il Mar Mediterraneo", dichiara Pistoletto, "è un''opera fortemente emblematica, intesa come punto di partenza per una riflessione planetaria sulle differenze, il luogo da cui iniziare a comprendere a amare le differenze. Il suo significato viene potenziato in questo luogo magico e misterioso a poca distanza dal punto in cui i due mari, lo Ionio e il Tirreno, s''incontrano."
Ma le differenze costituiscono anche il soggetto di un''altra grande installazione inserita all''interno del Parco di Scolacium, l''Etrusco dove compaiono quattro copie dell''antica statua in bronzo dell''Arringatore con il braccio teso in avanti nell''atto di toccare gli alberi ricreando un rapporto osmotico con la natura. Le immagini in bronzo dell''Etrusco (il lavoro è stato proposto per la prima volta nel 1976) sono di colore rosso, giallo, bianco e nero in una rappresentazione simbolica delle differenti razze umane. Di particolare rilievo per ampliare la riflessione sulla classicità, filo conduttore di Intersezioni, è la grande installazione di tre opere studiata appositamente per il Teatro romano. In questa circostanza viene collocata al centro Il Gigante (1981-83) di sei metri d''altezza dal peso di 15 tonnellate che nasce attraverso la sovrapposizione di elementi diversi realizzando un''elaborazione e un''accumulazione di frammenti appartenenti alla tradizione della scultura. Accanto a quest''opera, dove la classicità viene riproposta attraverso un nuovo immaginario non più prevedibile, compaiono due opere del medesimo periodo, Doppia Figura dove un''immagine in orizzontale viene sovrastata da un''altra disposta verticalmente e La Caduta dove la figura sembra accettare la propria decapitazione in un lucido presagio dei rivolgimenti che avrebbero caratterizzato gli anni ottanta, culminati nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino, un evento che Pistoletto ha descritto quello stesso anno con un grande lavoro fotografico.
A completare il progetto di Scolacium un altro lavoro di particolare significato, C''è Dio? Sì ci sono! che ripercorre l''azione compiuta nel 1978 L''arte assume la religione dove lo scopo era "estendere alla gente la capacità di esercitare autonomamente le funzioni del pensiero".
Nel lavoro esposto al Parco di Scolacium la scritta compare incisa sul Segno Arte, ovvero su un elemento formato dall''interazione di due triangoli che inscrive idealmente un corpo umano con le braccia alzate e le gambe divaricate.
Ebbene, nella sinergia creata tra il Parco di Scolacium e il MARCA, il Segno Arte, nelle sue diverse applicazioni, (sia essa una porta, un letto a baldacchino o i lavandini) rappresenta uno degli elementi su cui si focalizza la mostra al museo catanzarese. Anche la dimensione trascendente assume al MARCA un aspetto di notevole rilievo dal momento che viene presentato Luogo di raccoglimento e preghiera, uno spazio suddiviso in cinque sezioni, quattro riferibili ai simboli delle religioni (ebraismo, cristianesimo, islamismo e induismo) e un quinto dedicato ai laici e agli agnostici. Al centro viene posto Metro cubo d''infinito, un''opera realizzata da Pistoletto nel 1966 costituita da un cubo formata da sei specchi con la superficie riflettente rivolta verso l''interno. In tal modo si crea un''estensione pressoché infinita dello spazio moltiplicato e pluridirezionale anche se racchiuso all''interno di un metro cubo.
Un infinito, tuttavia, che non è ascrivibile ad alcuna religione ma fa riferimento alla dimensione trascendente della creatività umana e, dunque, all''arte. Ancora una volta il lavoro di Pistoletto richiede una responsabilità individuale in base a quello che l''artista ha definito come "omniteismo".
La visione di un''arte fortemente implicata nella società passa anche attraverso Mar Mediterraneo-Love Difference (è in stretta relazione con il Love Difference-Le sponde del Mediterraneo esposto a Scolacium), così come attraverso Woollen-La mela reintegrata, perfettamente coerente con il Terzo Paradiso. Quest''opera, in lana e acciaio, realizzata nel 2007, è il simbolo del ricongiungimento tra natura e artificio. Se nella tradizione il morso della mela rappresenta il distacco dell''uomo dalla natura, in questo caso si attua la riconciliazione tra due universi in apparenza distanti. Simbolico anche l''uso della lana, elemento naturale rinnovabile che rappresenta lo spogliarsi dell''animale per vestire l''uomo con vantaggi per entrambi.
Nello spazio del MARCA dedicato all''arte antica si crea una felice contaminazione con l''inserimento di una delle opere più note di Pistoletto, la Venere degli stracci del 1967-68 dove la copia della Venere con mela dello scultore neoclassico Bernd Thorvaldsen realizzata all''inizio dell''800, viene posta di schiena di fronte ad un ammasso di cenci e di stracci. Quest''opera, particolarmente rappresentativa del percorso dell''Arte Povera, ha un effetto totalmente straniante in quanto vengono poste in relazione due forme tra loro agli antipodi. Ma, come re Mida, la Venere assorbe gli stracci che diventano parte della sua natura. Paradossalmente, si potrebbe dire che gli stracci sono riciclati dalla Venere in base ad un meccanismo che rende quest''opera storica perfettamente in sintonia con I temp(l)i cambiano collocata a Scolacium. Come afferma Pistoletto, "la Dea del riciclo entra nel tempio del riciclo".
Al MARCA non potevano mancare, naturalmente, i quadri specchianti e viene presentata una serie di Autoritratti recenti, punto d''arrivo di una riflessione sull''identità che si sviluppa sin dal 1961. "L''autoritratto dell''artista", afferma Pistoletto, "diventa l''autoritratto del mondo. E'' arte, in quanto quadro, ma è anche spazio e tempo".
Un excursus, insomma, di oltre quarant''anni, che coinvolge alcune problematiche fondamentali della ricerca di Pistoletto in grado di cogliere i profondi mutamenti della società.
La mostra è accompagnata da un catalogo, in italiano e inglese, edito da Electa di oltre 200 pagine che presenta, tra l''altro, le installazioni al Parco di Scolacium e al MARCA. Accanto al saggio del curatore Alberto Fiz, viene proposta un''ampia intervista a Pistoletto di Chiara Bertola, un intervento su Cittadellarte di Paolo Naldini, oltre ad un testo sul Parco di Scolacium e sulle nuove scoperte archeologiche di Maria Grazia Aisa.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - CARAVAGGIO

Alle scuderie del Quirinale, fino al 13 giugno, una mostra che riunirà le opere "capitali" (cioè solo quelle storicamente accertate) di Michelangelo Merisi. La scelta di privilegiare l''autografia sicura dei dipinti punta a creare un percorso coerente che getta nuova luce sul sofferto iter evolutivo del linguaggio dell''artista.
Cesto di frutta (la fiscella), Milano Pinacoteca Ambrosiana
Fino al 13 giugno, alle Scuderie del Quirinale, una mostra dedicata al celeberrimo, e celebratissimo, "genio lombardo" in un''ottica radicalmente innovativa e aggiornata.
In anni recenti, il gran numero di ricerche, studi, esposizioni e interventi sulle vicende biografiche e artistiche di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio ha confermato l''universale e crescente interesse intorno alle vicende artistiche del pittore e al suo ruolo cardine all''interno della storia dell''arte degli ultimi quattrocento anni. E'' questo lo sfondo e il clima in cui è nata l''idea di una nuova e ambiziosa - pur nella sua "semplicità" - iniziativa espositiva. Una mostra lineare ed emozionante, immaginata secondo un criterio assolutamente rigoroso, presentata al pubblico in un percorso sintetico, non antologico, incentrato sulle sole opere "capitali", vale a dire sulle sole opere di Caravaggio storicamente accertate.
La scelta di privilegiare l''autografia sicura dei dipinti ha portato a escludere la produzione variamente riferita alla sua "bottega", così come sono state poste a margine, quasi lasciate momentaneamente in sospeso, le "ulteriori versioni" e tutte le questioni sulle quali la critica del Novecento si è più volte confrontata, e continua a farlo, con pareri non sempre concordi. Il risultato finale è un percorso coerente e rigoroso che getta una nuova luce sui diversi momenti del sofferto iter evolutivo del linguaggio di Caravaggio: un percorso emozionante e cristallino che depura ed esalta l''eccezionalità e unicità della sua opera.
In mostra opere tra le più rappresentative dell''artista lombardo come il Bacco dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, Davide con la testa di Golia dalla Galleria Borghese di Roma, I musici dal Metropolitan Museum di New York, il Suonatore di liuto del Museo dell''Ermitage di San Pietroburgo, l''Amor vincit omnia dallo Staatliche Museum di Berlino e altri capolavori dai più importanti musei d''Italia e del mondo; una sorta di omaggio all''unicità dell''opera di Caravaggio proprio nell''anno dedicato alle celebrazioni per i quattrocento anni dalla morte del maestro lombardo.
La mostra delle Scuderie del Quirinale si pone, quindi, come un nuovo e appassionato momento di riflessione, un''occasione unica per penetrare l''essenza dell''arte del pittore "terribilmente naturale", il suo rivoluzionario e sbalorditivo criterio di naturalismo, la sua ostinata, seppure dialettica, deferenza al vero, irriducibile a schemi e a scuola, solitaria nella sua grandezza e poesia.
Il progetto, ideato per celebrare il IV centenario della morte del grande artista e posto sotto l''Alto Patronato del Presidente della Repubblica, nasce sotto l''egida e per volere della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma.
CHIANCIANO TERME (SI) (SI)

Mostre ed Esposizioni » CHIANCIANO TERME (SI) - ARTE ARCHEOLOGIA E MUSICA

Fino al prossimo 31 dicembre, il Museo Civico Archeologico di Chianciano Terme ospita una mostra che ha per tema la musica nell''antichità. In programma anche una serie di eventi collaterali.
Arte, archeologia e musica
Fino al 31 dicembre, al Museo Civico Archeologico di Chianciano Terme è di scena "Arte, archeologia e musica: un percorso sonoro dall''antichità ai nostri giorni".
L''esposizione è promossa dalla Fondazione e dal Museo Civico Archeologico di Chianciano Terme in collaborazione con la Fondazione Musei Senesi, la Soprintendenza per i Beni Archeologici per la Toscana e l’Istituto Musicale Bonaventura Somma.
In mostra circa cinquanta reperti dal Museo Civico Archeologico di Chianciano Terme, dal Comune di Cetona, dal Museo Nazionale Etrusco di Chiusi, dal Museo Nazioanle Archoelogico di Firenze, dal Museo Egizio di Firenze, dall’Accademia Etrusca di Cortona.
Tra gli oggetti esposti spiccano i “cippi”, note raffigurazioni con scene di musica su manufatti archeologici, le riproduzioni di pitture etrusche con scene tematiche legate alla musica e alcuni esempi di strumenti musicali scelti per raccontare la musica nel mondo egizio, greco, etrusco e romano. Completano il percorso espositivo quadri, spartiti e oggetti collocati nel periodo storico che va dall''età Barocca ai nostri giorni. Un nucleo speciale dell’esposizione sarà inoltre dedicato alla figura di Bonaventura Somma, già direttore dell''Accademia romana di S. Cecilia, a cui è intitolata la Scuola di Musica di Chianciano Terme, nel 50° anniversario della morte.
Alla mostra “Arte, archeologia e musica: un percorso sonoro dall''antichità ai nostri giorni”, si lega inoltre un ricco calendario di eventi: concerti, incontri e conferenze sotto la guida di archeomusicologi che aiuteranno i visitaori a conoscere i principali strumenti antichi e la musica dall''antichità ai nostri giorni.Il Museo Civico Archeologico di Chianciano Terme è aperto tutti i giorni tranne il lunedì (orario mattina 10-13; pomeriggio16-19) Info: 0578 30471. L’ingresso alla mostra è compreso nel biglietto d’ingresso del museo.
SIENA (SI)

Mostre ed Esposizioni » SIENA - CAPOLAVORI E RESTAURI

Fino al 19 gennaio 2011, nel complesso museale di Santa Maria della Scala, è di scena una mostra che riunisce due affascinanti collezioni: quella del Comune di Siena e quella della Fondazione Monte dei Paschi.
Il manifesto della mostra
Siena, città di patrimoni immensi; patrimoni storici, conservati con attenta sensibilità, patrimoni recenti, frutto di un’oculata ricerca di riacquisire opere d’arte che vicende alterne hanno trasportato fuori del contesto d’origine.
Questo il senso della mostra che il Comune di Siena e la Fondazione Monte dei Paschi intendono offrire al pubblico senese e ai visitatori che sempre numerosi affollano la città, presentando insieme due affascinanti collezioni: le numerose opere d’arte del Comune di Siena, conservate nel complesso museale di Santa Maria della Scala, appositamente restaurate, e le importantissime testimonianze artistiche acquisite negli ultimi anni dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena.
I due nuclei, in un colloquio suggestivo, dialogano illustrando l’ampio dipanarsi dell’arte senese nei suoi molteplici aspetti.
Il nucleo dello Spedale è costituito da dipinti su tavola e su tela, sculture, apparati liturgici, materiali archeologici presentati per la prima volta in questa occasione e frutto, per la maggior parte, della committenza del millenario ospedale senese che divenne, nel tempo, il terzo polo artistico della città unitamente al Palazzo Pubblico e alla Cattedrale: dai rari reperti del VI e del IV secolo a.C. (Anfora, Hydria, antefisse, Oinochoe), ai due capocroce trecenteschi di Bartolomeo Bulgarini, dal Crocifisso della fine del Cinquecento, alle tele del XVII secolo di Francesco Vanni, Sebastiano Folli, Astolfo Petrazzi, Johannes Wyckeasbert, Bernardino Mei, dal raffinato paliotto d’altare seicentesco ricamato in seta e oro, a due dipinti di Antonio Nasini fino ad arrivare a Pietro Aldi, a testimonianza della grande stagione ottocentesca senese.
Nella Collezione della Fondazione Monte dei Paschi compaiono i principali interpreti dell’arte senese dal XIV agli inizi del XX secolo. Dalla trecentesca Maestà di Segna di Bonaventura al prezioso altarolo reliquiario di Francesco di Vannuccio; dalla Santa Lucia del Maestro dell’Osservanza alla Adorazione dei pastori di Pietro di Francesco Orioli. Singolarmente ricca la presenza dei pittori manieristi, dalla opulenta Venere di Domenico Beccafumi (immagine simbolo della mostra), alle aristocratiche Madonne del Brescianino, ai dipinti di Marco Pino oscillanti tra temi devozionali e soggetti di velato erotismo.
Quasi un palinsesto della cultura figurativa senese tra tardomanierismo e naturalismo caravaggesco è la sezione dedicata a Vincenzo Rustici, Rutilio Manetti, Ventura Salimbeni, Francesco Vanni. Per arrivare, senza soluzione di continuità (tramite la presenza di Giuseppe Nicola Nasini, Giuseppe Mazzuoli, Alessandro Maffei), alla grande stagione del purismo senese con la cospicua presenza di Luigi Mussini.

Info
Orari
Tutti i giorni compresi i festivi dalle 10.30-19.30
Complesso museale Santa Maria della Scala
Tel. 0577 534511 / 534501
Fax 0577 534510
E-mail infoscala@sms.comune.siena.it
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - SPIGOLANDO TRA GLI ARCHIVI

Dal 20 ottobre al 17 novembre, alla Facoltà di Lettere dell''Università di Firenze un breve percorso espositivo conduce il visitatore attraverso i vari passaggi che trasformano i risultati di un’indagine archeologica in ricostruzione storica.
Spigolando tra gli archivi
È mia opinione che gli oggetti antichi non siano altro che
libri, le cui pagine di pietra e di marmo sono state scritte
con il ferro e lo scalpello.

J. Spon

Nel cuore dell’archivio della terra, prezioso e fragile serbatoio di memorie, l’archeologo esercita il suo faticoso, minuzioso e paziente ‘spigolare’: una complessa rete di operazioni gli consente di decifrare e ricomporre gli infiniti frammenti di un passato ricco anche di quotidianità e di eventi apparentemente secondari che solo poche tracce materiali rendono ricostruibili.

Dall’archivio della terra a quello cartaceo

E'' in programma dal 20 ottobre al 17 novembre, nella Sala Comparetti della Facoltà di Lettere dell''Università di Firenze (piazza Brunelleschi, 4 Firenze) la mostra "Spigolando tra gli archivi". L''esposizione presenta alcuni oggetti archeologici provenienti dalle campagne di scavo che l’Università di Firenze conduce nel sito dell’antica Caulonia; l’esposizione è corredata da libri antichi e pubblicazioni moderne, patrimonio della Biblioteca Umanistica, inerenti tematiche archeologiche. Il breve percorso espositivo è stato concepito per guidare il visitatore attraverso i vari passaggi che trasformano i risultati di un’indagine archeologica in ricostruzione storica: apparati grafici, fotografici e multimediali illustrano le tappe del viaggio dei reperti presentati “dall’archivio della terra a quello cartaceo”, dallo scavo alla pubblicazione.
Lo scavo in località S. Marco nord-est a Monasterace Marina L’antica colonia achea di Caulonia è stata identificata nell’odierna località di Monasterace Marina, situata sulla costa ionica della Calabria al confine tra le province di Reggio e Catanzaro. Il sito, individuato da Paolo Orsi durante i primi decenni del ‘900, negli anni ha restituito importanti dati sull’estensione della cinta muraria e sull’ubicazione delle aree sacre, delle necropoli e di alcuni quartieri destinati all’edilizia privata.
L’équipe fiorentina, diretta dalla Prof. Lucia Lepore del Dipartimento di Scienze dell’Antichità “Giorgio Pasquali”, lavora da otto anni all’esplorazione di un settore collocato in un punto nevralgico dell’antico tessuto urbano. Affacciato sul mare, a metà strada tra la fiumara Assi (antico approdo per la navigazione di piccolo cabotaggio) e il santuario di Punta Stilo, l’abitato in località S. Marco nord-est ha restituito cospicui resti di strutture appartenenti a più periodi: ad una delle fasi più recenti è stato attribuito un portico-magazzino per lo stoccaggio delle merci; al periodo classico (V-IV secolo a.C. circa) risale un’abitazione denominata “Casa del Personaggio Grottesco”, costituita da due ampi vani aperti su un grande cortile. Le indagini più recenti hanno, inoltre, permesso di individuare tracce considerevoli di fasi abitative ancora più antiche, con costruzioni databili al VII-VI secolo a.C. e una frequentazione alquanto consistente nella seconda metà dell’VIII.
I reperti archeologici attestano, dunque, in questo sito la presenza di una occupazione che, senza soluzione di continuità, va dal periodo mediogeometrico tardo (metà dell’VIII secolo a.C.) fino ad epoca tardoantica (VI-VII
secolo d.C.).
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - DA PETRA A SHAWBAK. ARCHEOLOGIA DI UNA FRONTIERA

Fino al prossimo 11 ottobre, nella Limonaia del Giardino di Boboli a Palazzo Pitti a Firenze, una mostra presenta per la prima volta i risultati delle più recenti indagini archeologiche internazionali e delle ricerche che la missione archeologica dell''Università di Firenze conduce da venti anni in Giordania, nei siti di Petra e Shawbak.
Da Petra a Shawbak
E'' in programma fino al prossimo 11 ottobre, nella Limonaia del Giardino di Boboli a Palazzo Pitti a Firenze, la mostra "Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera". L''esposizione presenta per la prima volta i risultati delle più recenti indagini archeologiche internazionali e delle ricerche che la missione archeologica dell''Università di Firenze conduce da venti anni in Giordania, nei siti di Petra e Shawbak, una delle aree storiche più importanti del mondo, teatro negli ultimi tre lustri di scoperte straordinarie. Come noto, Petra fu capitale dell’impero commerciale dei Nabatei a controllo della via dell’incenso; fu poi conquistata dai Romani, dai persiani e dagli arabi, fin quando tra il 1100 e il 1118, in epoca crociata, re Baldovino I di Gerusalemme vi edificò i due castelli di Al-Wu’Ayra e Al-Habis. Il secolo ‘crociato’ (tra 1100 e 1189) riattivò nella Giordania meridionale la sua antica funzione di frontiera tra Mediterraneo e Arabia, ma anche tra Siria ed Egitto.
Il castello di Shawbak, anch’esso fondato da Baldovino I, è uno degli insediamenti medievali più spettacolari del Mediterraneo orientale. Localizzato a 25 km a nord di Petra, la sostituì nel XII secolo come capitale della Transgiordania. Le ricerche della missione archeologica italiana hanno riconsegnato questo sito alla grande storia mediterranea insieme ai suoi straordinari monumenti: la cattedrale di Santa Maria, il palazzo del nipote di Saladino, i bastioni monumentali della fine del Duecento.
Dal 2006 il sito di Shawbak è oggetto di un innovativo accordo internazionale italo-giordano di cooperazione scientifica e culturale tra il Dipartimento di Antichità della Giordania e l’Università di Firenze, che integra ricerca archeologica, restauro conservativo e valorizzazione.
La progettazione della mostra ha offerto l’occasione di sperimentare, rielaborandole, le più aggiornate pratiche della comunicazione espositiva definite in ambito anglosassone e inedite nel quadro delle mostre archeologiche italiane. Progettazione museologica, definizione dell’approccio alla comunicazione in mostra e ideazione di una strategia per l’apprendimento dei visitatori sono tuttavia innovative in assoluto.
Il percorso espositivo è stato pensato in tre sezioni: 1) la scoperta di un’autentica capitale che reinterpreta la presenza crociata della Signoria di Transgiordania e avvia una vicenda che, attraverso la dinastia di Saladino, giunge a noi; 2) la documentazione del diverso ruolo esercitato dalla frontiera, come chiave di lettura storica: dall’età antica (nabatea, romana, bizantina), arabo-islamica (ommayade, abaside, fatimida) sino a quella crociato-ayyubide e mamelucca, esplorate attraverso l’osservatorio archeologico della regione e dei siti di Petra e Shawbak; 3) la raccolta e ‘pubblicazione’ dei commenti dei visitatori. Una rassegna di film (da Indiana Jones ad Aleksandr Nevskij) contribuirà ad avvicinare il pubblico ai temi della mostra.
PALERMO (PA)

Mostre ed Esposizioni » PALERMO - UN TESORO RIAPRE IL SALINAS

Fino al 5 agosto, nella sala dell''Atrio Minore del Museo Archeologico di Palermo, è in mostra il "Tesoro di Morgantina": 16 reperti in argento dorato risalenti al III sec. a.C. L''esposizione riapre parzialmente il Museo.
Argenti di Morgantina (part.)
Il celeberrimo “Tesoro di Morgantina” risalente al III secolo a.C., ritorna in Sicilia dagli Stati Uniti d’America dopo una serie di rocambolesche avventure. Sulla base di un accordo tra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Siciliana ed il Metropolitan Museum of Art di New York, vengono così restituiti alla Sicilia gli splendidi argenti di Morgantina. Questi capolavori d’arte sono da considerare uno dei rari tesori di epoca ellenistica, citati dagli autori antichi per la loro bellezza. Trafugati agli inizi degli anni ’80 dalla città siculo-greca di Morgantina, gli argenti furono venduti nel 1984 dal trafficante d’arte Robert Hecht al Metropolitan Museum of Art di New York per la cifra di 2.700.000 dollari. Sulla base delle segnalazioni alle autorità italiane da parte di due archeologi, Pier Giovanni Guzzo e Malcolm Bell III, che credevano in una loro possibile provenienza da Morgantina, il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri iniziò le indagini in Sicilia. Negli stessi anni nel paese di Aidone, in provincia di Enna, circolava la voce di un favoloso “servizio di argenteria” trafugato da scavatori clandestini nella zona occidentale dell’abitato di Morgantina. La Soprintendenza di Enna intraprese allora una campagna di scavi archeologici nella zona dell’abitato di Morgantina maggiormente saccheggiata dagli scavi clandestini. Fu così che l’archeologo Malcom Bell III, direttore della Missione Archeologica Americana di Morgantina, riuscì ad identificare in una lussuosa casa ellenistica il luogo in cui erano stati nascosti i preziosi argenti prima della conquista romana della città nel 211 a .C. Nella fossa dove era stato occultato il tesoro fu trovata infatti una moneta in bronzo datata tra il 216 ed il 212 a.C., contemporanea quindi agli argenti, ma si rinvenne anche una moneta di 100 lire del 1978, che indica invece l’anno post quem i clandestini avevano effettuato gli scavi illeciti. Il “tesoro” di Morgantina è costituito da 16 oggetti di argento dorato, che hanno fattura e cronologia differenti probabilmente perché comprati e tesaurizzati dai proprietari della casa in epoche diverse. Di eccezionale valore artistico è un medaglione con la figura di Scilla, mostro marino dal busto di donna e gambe a forma di teste di cane, che scaglia un masso. E’ probabile che il medaglione fosse pertinente ad una coppa o ad un piatto. Alcuni vasi erano destinati al simposio, il momento culminante del banchetto che i Greci dedicavano al consumo del vino. Due grandi coppe (mastoi) con i piedi a forme di maschere teatrali erano utilizzate per miscelare il vino con l’acqua e le spezie aromatiche. La brocchetta (olpe) e l’attingitoio (kyathos) servivano per prelevare il vino dal contenitore, le coppe con un medaglione dorato e la tazza a due anse (skyphos) erano usate invece per bere il vino. Altre vasi erano impiegati nei riti sacri. Il piatto ombelicato (phiale mesomphalos) serviva per versare liquidi durante i sacrifici, il piccolo altare ( bomiskos) decorato con ghirlande e bucrani si usava per bruciare i profumi ed infine le pissidi, di cui una con coperchio decorato con Erote e l’altra con figura femminile e cornucopia, contenevano essenze ed unguenti. Probabilmente pertinente ad un elmo “da parata” è una coppia di corna bovine. Iscrizioni in lingua greca sono presenti in alcuni argenti, tra le quali il nome Eupolemos, probabilmente l’ultimo proprietario del tesoro e che le fonti citano come proprietario terriero di Morgantina. Altri oggetti presentano anche le notazioni del peso con lettere e segni secondo un sistema ponderale tipico della Sicilia ed in particolare di Morgantina. La tecnica di lavorazione degli argenti è particolarmente raffinata : erano infatti lavorati a sbalzo, cesellati ed infine sottoposti alla doratura. Probabilmente sono opera di artigiani che operavano nella opulenta Siracusa di Ierone II durante il III sec. a.C.
Con l’esposizione di questi pregevoli argenti al Museo Archeologico Regionale “A.Salinas” di Palermo, ancora una volta la straordinaria ricchezza archeologica della Sicilia, ed in particolare di Morgantina dopo il ritorno degli Acroliti, torna alla ribalta della cultura internazionale.
La mostra, dal 5 giugno al 5 Agosto, nella sala dell’Atrio Minore del Museo Salinas sarà visitabile la Mostra “Un Tesoro Riapre il Salinas” Gli Argenti Di Morgantina, 16 reperti in argento dorato del III sec. a.C. rinvenuti a seguito di scavi clandestini nell’antica città siculo-greca di Morgantina e venduti illecitamente al Metropolitan Museum of Art di New York. Sono rientrati in Italia grazie alle indagini del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri e ad un accordo tra il Ministero dei Beni Culturali ed il Museo statunitense. L’esposizione consentirà di ammirare i celebri capolavori al Salinas che, nell’occasione, riaprirà parzialmente per i lavori di restauro in corso.

Info
Biglietti: 1 € per tutti i cittadini residenti nella Provincia di Palermo; Intero: 4 €; Ridotto: 2 € Gratuito: minori anni 18 e maggiori anni 65, scolaresche, studenti delle Facoltà di Lettere, Architettura, Accademia Belle Arti ed altri corsi di Laurea attinenti ai Beni Culturali.

Orari:
Lunedì chiusura; da martedì a venerdì 8,30-13,30; 14,30-18,30; sabato, domenica e festivi: 8,30- 13,30. Ultimo ingresso in biglietteria mezz’ora prima della chiusura
Ingresso Mostra: max 10 persone x volta
Ingresso Sale: max 50 persone x volta
Percorso Espositivo: visitabile 50% dell’intera sezione
La Sezione Espositiva del Museo è ridotta a causa dei lavori di restauro in corso (non sono accessibili la sala delle Metope, la sala Imera e altre). Dal prossimo settembre la Collezione Casuccini ed altri materiali saranno esposti all’Albergo delle Povere.
CATANIA (CT)

Mostre ed Esposizioni » CATANIA - MODIGLIANI. RITRATTI DELL''ANIMA

L’universo artistico e umano del maestro di Livorno è in mostra, dall''11 dicembre 2010 all''11 febbraio 2011 a Catania.
Opere e documenti d’epoca ripercorrono la vita del ritrattista erede della tradizione rinascimentale toscana. Al Castello Ursino anche “Agatae”, inedito disegno dedicato alla santa patrona di Catania.
Amedeo Modigliani, Donna con gli occhi blu, olio su tela, 1917
17 maggio 1886
Comincio stasera a scrivere questo diario di famiglia ed ho intenzione di continuarlo il più a lungo possibile. Voglio così dare l’occasione ai miei figli, ed in generale a tutti i giovani di casa, di leggere la storia quotidiana della nostra attuale vita. Ho notato spesso che le cose più insignificanti raccontate da una persona anziana ci interessano e ci appassionano solo perché si riferiscono ad avvenimenti di famiglia ai quali non abbiamo assistito, e ciò mi incoraggia ad annotare qui i dettagli della nostra esistenza in comune. L’orizzonte che mi appariva così carico di nubi si è un po’ schiarito, o forse le fantasticherie viste da vicino mi sembrano meno oscure di quando me le figuravo attraverso il prisma dell’immaginazione. Adesso la nostra vita, se pur non allegra, è tuttavia abbastanza calma e serena…


Da “Il Diario della madre” di Eugènie Garsin-Modigliani, madre di Amedeo Modigliani

Un centinaio di opere d’arte fra disegni, oli, sculture e poi fotografie, taccuini, lettere, cartoline e persino le pagelle scolastiche di Amedeo Modigliani (Livorno 1884 – Parigi 1920) ricostruiranno a Catania, dall’11 dicembre all’11 febbraio 2011, per la mostra “Modigliani, ritratti dell’anima”, il percorso artistico e umano del grande genio toscano: un itinerario, quello della sfera affettiva e delle sue ripercussioni sull’opera, mai indagato sinora. A fare da viatico il “Diario della madre”, una sorta di giornale di famiglia che Eugénie Garsin-Modigliani cominciò a scrivere nel 1886.
La mostra, ospitata nel Museo Civico Castello Ursino – una fortezza d’epoca medievale realizzata da Federico II di Svevia – è organizzata dal “Modigliani Institut Archives Légales, Paris-Rome”, in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali, il Comune di Catania e il coordinatore delle collezioni dell’artista livornese, Giovanni Gibiino, su iniziativa del Sindaco, Raffaele Stancanelli, e dell’Assessore alla Cultura e ai Grandi Eventi del Comune di Catania, la stilista Marella Ferrera. In mostra – secondo un ordine cronologico che prende il via dalla nascita di Amedeo, definito dalla madre “un raggio di sole fatto bambino” - saranno 25 disegni, 4 oli su tela, 5 sculture oltre a 7 disegni selezionati da Gibiino fra quelli in possesso dei collezionisti siciliani e realizzati a Parigi tra il 1909 e il 1919 dove, nel quartiere di Montmartre, visse a contatto con artisti e intellettuali del tempo come Picasso, Cocteau, Max Jacob, Apollinaire e molti altri ancora.
“Sarà come raccontare per immagini – spiega Christian Parisot, Presidente del Modigliani Institut – e con il supporto delle singolari e affettuose testimonianze di familiari e amici, la vita e l’opera dell’artista che più di ogni altro, pur vivendo e lavorando a Parigi, ha mantenuto forte e visibile il suo legame con l’Italia”. Lo conferma Chiara Filippini, autrice di uno dei saggi in catalogo “Modigliani rimane per sempre un italiano: lo ricordano le sue modelle, dichiarando che mentre dipingeva parlava da solo in italiano, lo ricordano gli amici ed i suoi mercanti, raccontando di come amasse citare Dante e professare apertamente le sue origini, in una Parigi nella quale essere italiano non era certo una grande nota di merito”. Coordina il comitato scientifico Claudio Strinati, già Soprintendente del Polo Museale di Roma che di Modigliani dice: “E’ l’artista che si pone come trait-d’union tra tutte le correnti d’avanguardia, dall’Italia alla Francia, identificabile in quella sua particolare espressione pittorica, tra l’innovazione parigina e la continuazione della tradizione figurativa livornese. Il segno, la grafia e la pittura di Modigliani sono di una qualità estrema, introversa, introspettiva, votata al ritratto”. Alla fotografa Anna Marceddu, poi, si deve il delicatissimo lavoro di recupero delle immagini d’epoca che, riprodotte per il catalogo e ingrandite per l’allestimento al Castello Ursino, consentiranno una migliore fruizione al pubblico. La manifestazione catanese fa parte del progetto in fieri “Casa Modigliani”, iniziativa della figlia Jeanne Modigliani che con Christian Parisot ha creato a Parigi le basi per la nascita di un centro culturale votato alla ricerca e alla valorizzazione della vita e dell’opera dell’artista livornese.
L’Assessore Marella Ferrera non nasconde le difficoltà organizzative che hanno accompagnato la messa a punto della mostra: “Non mi sono tuttavia mai rassegnata – sottolinea - come tutti quelli che, con me e con il sindaco, condividono il senso civico e l’obbligo morale di pretendere che Catania viva di cultura, bellezza e creatività. Immaginate, dunque, quale segnale possa essere stato scoprire all’improvviso, tra le pieghe del progetto dell’Archivio Modigliani, il disegno raffigurante una Sant’Agata, a sua firma, ritrovato a Londra. Un caso o qualcosa di più?”. Il disegno in questione è un inedito. Rappresenta appunto Sant’Agata, la martire adolescente patrona della città di Catania dove viene celebrata il 5 febbraio con una festa antichissima seguita ogni anno da centinaia di migliaia di pellegrini e di turisti. “Sarà il contributo del Comune di Catania – aggiunge il Sindaco Stancanelli - per arricchire con i contenuti sublimi e senza tempo dell’arte, il senso di una festa che è insieme rito religioso e rituale d’appartenenza a una comunità”.
La “Agatae” di Modigliani fu realizzata nell’ambito di uno studio sull’iconografia dei santi cristiani: una dozzina le opere rimaste, le altre sono andate distrutte. Sarà presentata e illustrata dal critico d’arte, e attuale sindaco di Salemi (Tp), Vittorio Sgarbi. L’opera è pubblicata in catalogo e affiancata da un intervento di Salvo Russo, artista e docente di pittura all’Accademia di Belle Arti e all’Università di Catania, con un testo dedicato alla “virtuale” giornata catanese di Modigliani che, pur desiderandolo, non potè conoscere la città ai piedi dell’Etna dove si erano trasferiti per qualche tempo i fratelli Emanuele e Umberto. Fra le iniziative in programma visite guidate con storici dell’arte e seminari d’approfondimento sull’opera e la vita di Modigliani aperti al pubblico e organizzati in collaborazione con i docenti dell’Accademia e dell’Ateneo catanese.
SCANDICCI (FI) (FI)

Mostre ed Esposizioni » SCANDICCI (FI) - GHIRLANDAIO. UNA FAMIGLIA DI PITTORI

Fino al 1 maggio 2011 al Castello dell''Acciaiolo di Scandicci (FI) è in mostra una spettacolare raccolta di alcune delle più belle opere del clan Ghirlandaio: il capostipite Domenico, i fratelli David e Benedetto, il figlio Ridolfo, gli allievi e quanti si formarono nella loro bottega, che operò per circa un secolo, dalla seconda metà del XV alla prima del XVI secolo.
Ridolfo del Ghirlandaio, Madonna col figlio e santi
Da sempre declinato al singolare, Ghirlandaio è in realtà la "griffe" della dinastia di artisti-imprenditori che, dalla seconda metà del Quattrocento, dominò per un secolo la scena del Rinascimento fiorentino. Ghirlandaio è il capostipite Domenico (1449-1494) e Ghirlandaio sono i fratelli David (1452-1525) e Benedetto (1458-1497), il fratellastro Giovambattista, il cognato Bastiano, il figlio Ridolfo (1483-1561). Alla loro scuola si formarono decine di artisti (Michelangelo e Granacci i più celebri) che contribuirono a diffonderne in Italia e in Europa la fama di magistrali illustratori di Firenze e della sua civitas.
Quello dei Ghirlandaio fu soprattutto un clan di straordinari professionisti, molto produttivo, modernamente strutturato per capacità e ruoli: Domenico e Ridolfo i veri creativi maestri del colore, altri di più che ottimo pennello, altri ancora versati nella gestione dell’azienda.
Questo clan così quadrato, prolifico e longevo è ora al centro di una mostra di non comune importanza, la prima dedicata alla famiglia nel suo complesso, che per di più abbraccia l’intero territorio da Firenze a Scandicci e a varie località dell’hinterland. E’ la terra dove i Ghirlandaio vissero e operarono, staccandosene raramente, marchiandola di capolavori, tanto da farne un museo diffuso.
Da qui il titolo dell’evento: Ghirlandaio. Una famiglia di pittori del Rinascimento tra Firenze e Scandicci.
Come noto, il vero cognome di Domenico Ghirlandaio era Bigordi e insieme ai fratelli finì per esser identificato con il nomignolo del padre, un ottimo orafo noto per la particolare abilità nel realizzare ghirlande. Da Scandicci, terra d’origine, la famiglia si trasferì a Firenze nella prima metà del Quattrocento e nell’allora capitale mondiale dell’arte la bottega si affermò nella successiva metà del secolo.
Il percorso inizia da Scandicci. Curata dalla storica dell’arte Annamaria Bernacchioni, la mostra al Castello dell’Acciaiolo presenta un celebre dipinto di Domenico (I Santi Jacopo Stefano e Pietro), la bella Madonna di Ridolfo (dal Cenacolo di Fuligno) e altre 14 opere prestate dai musei fiorentini.
Da qui si sviluppano due diversi itinerari Ghirlandaio. Quello di Firenze comprende gli affreschi nella Sala dei Gigli in Palazzo Vecchio, la Cappella Sassetti e la Cappella Tornabuoni (rispettivamente nelle chiese di S. Trinita e S. Maria Novella), l’Adorazione dei Magi al Museo degli Innocenti. Molti altri capolavori si trovano agli Uffizi, Accademia, Galleria Palatina e nei cenacoli di Ognissanti e S. Marco: sono visite da non perdere anche se non previste in questo specifico programma.
L’altro itinerario procede invece alla scoperta delle tante testimonianze artistiche lasciate dai Ghirlandaio nel nord-ovest di Firenze, a cavallo dell’Arno: nelle case di loro proprietà a San Martino e Colleramole, nella millenaria Badia di Settimo, nella Chiesa di S. Andrea a Campi Bisenzio, nel Museo d’arte sacra di S. Donnino e S. Martino a Gangalandi. E poi Mosciano, Giogoli, S. Martino alla Palma, S. Colombano.
E’ un viaggio affascinante nel Rinascimento fiorentino, tra visite guidate, incontri per famiglie, concorsi per le scuole, laboratori didattici, un premio per studenti e artigiani. In più, shopping di prodotti tipici in ristoranti, negozi e aziende convenzionate.
FRATTA POLESINE (RO) (RO)

Mostre ed Esposizioni » FRATTA POLESINE (RO) - VITA E MORTE NELL''ETA'' DEL BRONZO

Fino al prossimo 20 febbraio 2011, al Museo Archeologico Nazionale di Fratta Polesine (RO) è di scena una mostra sulle sepolture di Olmo di Nogara.
Il sito archeologico comprende una vastissima necropoli con tombe a inumazione e a incinerazione databili tra il XV e il XIII sec. a.C. Si tratta di una delle necropoli più importanti per la protostoria italiana soprattutto perché ha restituito una delle più spettacolari collezioni di spade in bronzo.
Una delle sepolture in mostra
I risultati dello studio osteologico integrato dalle informazioni archeologiche delle sepolture dalla necropoli di Olmo di Nogara (VR) sono al centro di una mostra organizzata dalla Soprintendenza dei Beni Archeologici per il Veneto con la collaborazione del Dipartimento di Archeologia dell''Università di Padova presso villa Badoer a Fratta Polesine, sede che ospita il museo Archeologico Nazionale.
Il sito di Olmo di Nogara, situato nella pianura veronese lungo le sponde del fiume Tartaro, a pochi chilometri da Legnago (VR), è stato scavato negli anni ''80 e ''90 dalla Soprintendenza archeologica del Veneto sotto la direzione di Luciano Salzani. Gli scavi hanno messo in luce una vastissima necropoli, caratterizzata da biritualismo, di ben 456 tombe ad inumazione e di 61 ad incinerazione databili tra l''età del Bronzo media e recente (XV - XIII sec.a.C.).
Si tratta di una delle necropoli più importanti risalenti all''età del Bronzo di tutta la protostoria italiana, soprattutto per aver restituito dalle sepolture maschili una delle più spettacolari collezioni di spade in bronzo perfettamente preservate ad oggi ritrovate in Europa, oltre a numerosi corredi provenienti dalle tombe femminili, rappresentati da spilloni, fibule in bronzo e perle d''ambra. Tuttavia l''aspetto che forse più di altri rende unica la necropoli di Olmo di Nogara è l''eccellente stato di conservazione e la completezza anatomica dei resti scheletrici degli inumati rinvenuti. Si tratta di un evento molto raro nella pratica archeologica, che ha permesso di intraprendere uno studio paleobiologico sistematico su tutto il materiale scheletrico permettendo così di ricostruire lo stato di salute e l''attività occupazionale, ma soprattutto di riconoscere una fra le più antiche testimonianze di conflitto armato documentate per il nostro paese.
In esposizione saranno visibili alcune sepolture originali, oltre a numerosi materiali archeologici ritrovati nelle tombe e a una rassegna dei resti osteologici più significativi per narrare la storia di una popolazione che viveva e moriva nel Veneto nella lontana età del Bronzo

Indirizzo
via Tasso, 1 - Fratta Polesine (RO)
Orario
8.30-19.00 tutti i giorni
E-mail sba-ven.museofratta@beniculturali.it
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - ORI ANTICHI DALLA ROMANIA

Fino al prossimo 3 aprile, ai Mercati di Traiano sono in mostra gli "Ori antichi della Romania. Prima e dopo Traiano".
L''esposizione presenta 140 preziosi provenienti da tesori, corredi tombali e arredi liturgici dal XVII secolo a.C. al VI d.C.
Ori antichi dalla Romania
Grazie alla presenza di ricche miniere d’oro, già nel XVII secolo a.C. l’antica Romania fu caratterizzata da una produzione artistica di altissimo livello legata al prezioso metallo. Ora una mostra eccezionale porta per la prima volta in Italia un nucleo consistente degli antichi tesori romeni. Tra di essi risaltano gli oggetti prodotti dai Daci, la popolazione resa celebre dalla conquista dei Romani guidati dall’imperatore Traiano, all’inizio del II secolo d.C. La scelta dei reperti è quindi prestigiosa ed insieme con un forte valore simbolico, vista la presenza della Colonna di Traiano, innalzata a Roma proprio dopo la conquista della Dacia ed emblema di unione tra le due culture.
La mostra “Ori antichi della Romania. Prima e dopo Traiano”, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana e Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Romania, è promossa dal Ministero degli Affari Esteri, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, da Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione – Sovraintendenza ai Beni Culturali, dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Romania, dall’Ambasciata di Romania a Roma, dal Ministero della Difesa Nazionale della Romania, dal Museo Nazionale di Storia della Romania di Bucarest e dall’Accademia di Romania in Roma con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, ed è a cura di Ernest Oberländer-Târnoveanu, Direttore del Museo Nazionale di Storia della Romania di Bucarest e di Lucrezia Ungaro, Responsabile del Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano. Il catalogo è edito da Silvana Editoriale.
L’esposizione, fino al 3 aprile prossimo ai Mercati di Traiano, espone 140 oggetti provenienti in gran parte dal Tesoro Nazionale conservato nella Sala degli Ori del Museo Nazionale di Storia di Bucarest. I reperti coprono un arco cronologico molto ampio, che va dall’Età del Bronzo (XVII secolo a.C.) al periodo bizantino (V-VI secolo d.C.) così come varie sono le loro destinazioni d’uso. Da segnalare la preziosissima collana di Hinova del XII secolo a.C. proveniente dal più ricco tesoro protostorico della Romania ma dalla fattura incredibilmente moderna; i famosi bracciali spiraliformi di Sarmizegetusa (la capitale della Dacia conquistata da Traiano), realizzati nel II-I secolo a.C. e recuperati di recente dopo il loro trafugamento, che vengono prestati per la prima volta ad un museo estero dal governo romeno; l’elmo di Poiana-Coţofeneşti, splendido prodotto dell’arte traco-getica del IV secolo a.C.; il rhyton d’argento dorato, un contenitore per liquidi che veniva utilizzato principalmente durante le cerimonie religiose, proveniente da Poroina Mare, del III-II secolo a.C.; la raffinata patera, piatto ampio usato nei riti religiosi, e la coppia di fibule (spille) del tesoro di Pietroasa del V secolo d.C., attribuito alla casa reale ostrogota o visigota e noto come “Gallina con i pulcini d’oro” per la presenza di fibule a forma di aquila.
Va inoltre evidenziata la presenza di 20 dei numerosi stateri d’oro rinvenuti nella capitale della Dacia, con il nome del re Koson scritto in lettere greche. Queste monete, datate alla metà del I secolo a.C., rappresentano l’unico caso in tutta la produzione numismatica dacica nel quale compare il nome dell’autorità emittente.
Negli anni Settanta Roma ospitò due importanti mostre sul patrimonio culturale dell’antica Dacia, territorio che il processo di romanizzazione trasformò in una vera e propria isola “romana” tra le popolazioni “barbare”. Da allora la capitale non ha più promosso grandi eventi espositivi e culturali dedicati alla Romania, malgrado con la più recente immigrazione moltissimi romeni si siano stabilizzati in Italia, formando la maggiore comunità straniera. Un vuoto che la mostra “Gli ori antichi della Romania” intende colmare, anche per consentire agli italiani di conoscere le prestigiose origini del popolo romeno e per far riscoprire le proprie tradizioni alle generazioni di romeni nati in Italia.
Dal mese di febbraio sono in programma cinque incontri di approfondimento sui principali aspetti delle opere in mostra in collaborazione con l''Accademia di Romania in Roma e con il sostegno finanziario dell''Istituto Culturale Romeno di Bucarest. Sono inoltre previsti laboratori e visite guidate per le scuole e per il pubblico.

Info
Orario
Martedì - domenica ore 9.00-19.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Chiuso lunedì, 25 dicembre e 1 gennaio
Aperto 24 e 31 dicembre ore 9.00-14.00
Biglietto d''ingresso
Intero € 11,00
Ridotto € 9,00 (cittadini della comunità Europea di età compresa tra i 6 e i 25 anni e superiore ai 65 anni; categorie previste dalla tariffazione vigente)
Gratuito: sotto i 6 anni di età; per le categorie previste dalla tariffazione vigente.
Per i cittadini residenti nel Comune di Roma (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza)
Intero € 10,00
Ridotto € 8,00
Informazioni
Tel. 06/0608 (tutti i giorni ore 9.00-21.00)
CORTONA (AR) (AR)

Mostre ed Esposizioni » CORTONA (AR) - GLI ETRUSCHI DALL''ARNO AL TEVERE

E'' stata prorogata fino al prossimo 31 luglio la mostra al MAEC di Cortona con le collezioni etruschi del Louvre.
La mostra presenterà quaranta opere di grandissimo interesse tra cui l''Arianna da Faleri, il grande busto in terracotta risalente al III secolo a.C. scelto come immagine simbolo dell''esposizione.
Arianna da Falerii
Fino al prossimo 31 luglio, il MAEC (Museo dell''Accademia Etrusca e della Città di Cortona) ospita l’eccezionale mostra "Le collezioni del Louvre a Cortona. Gli Etruschi dall''Arno al Tevere".
Quaranta oggetti, tra cui alcuni veri e propri capolavori, di una delle collezioni d’arte etrusca più importanti d’Europa saranno esposti in Italia, nel cuore dell’Etruria.
E’ l’Arianna da Falerii, pervenuta al Museo del Louvre nel 1863 insieme a una consistente parte della celebre collezione Campana, l’opera “simbolo” dell''esposizione.
L''evento è stato possibile grazie all’eccezionale collaborazione avviata con il Museo del Louvre, che nei mesi scorsi ha sottoscritto un accordo triennale con Cortona, antica lucumonia etrusca, a conferma – dopo la mostra realizzata due anni fa con il Museo Ermitage di San Pietroburgo - della rilevanza assunta a livello internazionale dalla città toscana sul tema degli Etruschi.
Il primo risultato di questa convenzione è il progetto espositivo, condiviso tra studiosi francesi e italiani, che darà modo di apprezzare la ricchezza e la varietà della collezione del Louvre - tra le più significative in Europa - capace di testimoniare, con opere esemplari, la complessità della cultura etrusca e soprattutto le peculiarità delle diverse regioni e località dell’Etruria.
La mostra “Le collezioni del Louvre a Cortona. Gli Etruschi dall’Arno al Tevere” propone infatti una selezione accurata di reperti di grande fascino, incluse anche opere poco note al grande pubblico ed esposte per la prima volta in Italia, per offrire importanti e nuovi elementi di riflessione sulla società etrusca in relazione alle diverse località di quest’area, anche grazie a studi, indagini e restauri recenti o effettuati per l’occasione.
Così è per il grande busto in terracotta di Arianna risalente al III secolo a.C., frammento di una statua monumentale appartenente forse a un gruppo culturale, che fino a una decina d’anni fa era conservato, privo ancora d’identità, nei depositi del Dipartimento delle Antichità greche, etrusche e romane del grande museo francese.
Oggi, questa scultura femminile ornata da gioielli e con una corona di foglie di vite e pampini sui capelli, che era raffigurata nell’atto di scoprirsi il capo dal velo - gesto tipico delle rappresentazioni dei matrimoni sacri - viene considerata uno dei più significativi esempi di coroplastica etrusca di età ellenistica.
L''allestimento dell''esposizione propone un percorso affascinante che porta anche a rievocare le singolari figure di collezionisti, amatori e mercanti attraverso i quali sono transitate le opere etrusche pervenute al Louvre: pensiamo a Edme-Antoine Durand - ricco collezionista che al momento della sua morte, nel 1835, si trovava proprio a Firenze per acquistare pezzi antichi sul mercato italiano - o a Giovanni Pietro Campana direttore del Monte di Pietà a Roma, la cui straordinaria collezione, messa in vendita dopo il tracollo finanziario e la condanna per peculato, venne acquistata nel 1861 in parte dall’Inghilterra, in parte dallo Zar Alessandro II e per la maggior parte da Napoleone III; oppure pensiamo ad Alessandro Castellani, esponente dell’importante famiglia romana di orafi e antiquari che, introdotto nella società francese dall’amico Gioacchino Rossini, ebbe contatti diretti con lo stesso imperatore Napoleone III.
Un percorso che è soprattutto una sorta di grande fotografia dell’Etruria interna - e del ruolo che ebbero le valli dell’Arno e del Tevere negli scambi - attraverso vasi e statue in bronzo, urne e monumenti sepolcrali, gioielli, preziose terrecotte. Saranno in mostra a Cortona opere famose, come la Testa da Fiesole - un bronzo del III secolo a.C., acquistato dal Louvre nel 1864, parte di una statua onorifica raffigurante un giovane aristocratico etrusco - e quattro importantissimi bronzi del Falterona: statuette appartenenti a un eccezionale deposito votivo rinvenuto nel 1838 e oggi diviso tra i maggiori musei europei, entrate a far parte delle collezioni del Louvre, attraverso acquisizioni successive.
Sarà possibile ammirare pezzi d’artigianato artistico, come la pisside in avorio proveniente della collezione Castellani scoperta nella necropoli di Fonte Rotella presso Chiusi - lavorata da un’unica porzione di zanna d’elefante, in stile orientalizzante, con raffinate decorazioni d’animali reali e fantastici e delicati elementi fitomorfi; nonché contemplare preziosi pezzi d’oreficeria, comprati a Roma nel 1861 dagli emissari del Governo francese venuti a negoziare l’acquisto della collezione Campana, come gli orecchini in oro con pendenti ornati da motivi raffiguranti il carro del Sole e la Vittoria.
Ancora il mirabile Vaso conformato a testa femminile, recipiente bronzeo databile tra la fine del III e l’inizio del II secolo a. C., forse prodotto da un atelier orvietano. Caratterizzato dalla bella acconciatura - originariamente impreziosita da un diadema ora perduto - e dall’iscrizione Suthina incisa sulla fronte (che indica l’appartenenza alla sepoltura), il recipiente senza fondo doveva servire come simulacro di un unguentario.
Di grande interesse l’elegante statuetta di Menerva in bronzo, proveniente dalle vicinanze di Perugia e connessa al culto di Menerva combattente - diffuso nell’Etruria centro settentrionale - ma anche le lamine bronzee di Bomarzo decorate a sbalzo con straordinaria raffinatezza e con attenzione per i particolari, e - sempre da Bomarzo - il pregevole Lebete-situla falisco a figure rosse, tra le opere di età tarda di questa produzione meglio conservate, raro esemplare ad avere mantenuto integri il coperchio e la decorazione, sia plastica che pittorica.
A rappresentare Chiusi, alcuni pezzi eccezionali: dal canopo antropomorfo databile alla seconda metà del VI secolo a.C., a una bella urna cineraria in terracotta; dalla collana con catena a fili d’oro intrecciati e pendente raffigurante una testa di Acheloo – ulteriore straordinario esempio di oreficeria etrusca – a un gruppo funerario con una storia complessa: tra i principali esempi di monumento funebre a tutto tondo della produzione chiusina, raffigurante un banchetto funebre con il defunto semidisteso su una kline e ai suoi piedi un demone femminile alato.
Cortona dunque - sede fin dal XVIII secolo della prestigiosa Accademia Etrusca, apprezzata in tutta Europa e alla quale hanno aderito anche grandi personalità francesi come Voltaire e Montesquieu – continua a confrontarsi coi maggiori musei internazionali e a sviluppare occasioni di studio e ricerca.
La grande tradizione di erudizione e collezionismo, le campagne di scavo condotte in questi venti anni che ancora consentono risultati e ritrovamenti sorprendenti, il restauro dei reperti direttamente in loco - avviato grazie all’apertura di un apposito laboratorio presso il Tumulo I del Sodo e ai corsi realizzati con la Soprintendenza - la conservazione e l’esposizione delle opere nelle sale del MAEC, affascinante museo ispirato ai più innovativi criteri allestitivi e museografici e, infine, la valorizzazione e fruizione di questo enorme patrimonio (comprendente anche il parco archeologico diffuso in città e nel territorio) hanno dato vita a Cortona a un ciclo archeologico “completo”, in cui la collaborazione internazionale con le grandi istituzioni museali e di ricerca diviene ulteriore tassello fondamentale.

Info
Sede
Palazzo Casali, piazza Signorelli, 52044 Cortona
Periodo
dal 5 marzo al 3 luglio 2011
Informazioni e prenotazioni
Tel. 0575 637235
E-mail info@cortonamaec.org
www.cortonamaec.org

Orari
Aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00
Biglietto Mostra + MAEC
Intero € 10,00
Ridotto € 7,00 (Gruppi con più di 15 persone, famiglie di almeno 4 persone, possessori di
EduMuseicard, bambini da 6 a 12 anni)
Scolaresche € 3,00 (gratuito scuole del comune di Cortona)
Biglietto Mostra e MAEC + Museo Diocesano
Intero € 13,00
Con il biglietto della mostra nel periodo 1 aprile-3 luglio 2011 è gratuito l’accesso alla
Fortezza di Girifalco.
Visite guidate Mostra, Parco archelogico, Museo e laboratori al MAEC
Le prenotazioni di visite guidate e laboratori didattici si possono effettuare, in orario di
apertura del Museo, telefonando allo 0575 637235 con anticipo di almeno quattro giorni,
o all’indirizzo mail prenotazioni@cortonamaec.org
Visite al Tumulo II del Sodo
Aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 13,30 (escluso il lunedì)
Tel. 0575 612565
SAN GIOVANNI IN PERSICETO (BO) (BO)

Mostre ed Esposizioni » SAN GIOVANNI IN PERSICETO (BO) - SUI SENTIERI DELLE OMBRE

A seguito di numerose richieste è stata prorogata fino al prossimo 31 ottobre la mostra "Sui sentieri delle ombre". L''esposizione, nella Chiesa di Sant''Apollinare, presenta i reperti e i risultati degli studi effettuati su tre sepolture villanoviane individuate nel 2004.
Piccolo elemento zoomorfo in bronzo dalla tomba 1A
Dopo il restauro e lo studio preliminare dei materiali recuperati nelle tre sepolture rinvenute nel 2004, dopo le analisi dei resti osteologici, faunistici ed archeobotanici, i reperti e i risultati degli studi effettuati sul contesto sepolcrale villanoviano di via Imbiani confluiscono ora nella mostra archeologica "Sui sentieri delle ombre. Antichi frammenti di vite ritrovate. Le tombe villanoviane di San Giovanni in Persiceto" in attesa di concludere l’iter che porterà alla loro musealizzazione nell’apposito spazio espositivo all’interno del percorso di visita del Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto.
Protagonisti sono i materiali delle sepolture di epoca villanoviana recuperati nel territorio persicetano (clicca per andare alla pagina dello scavo). Nel suggestivo percorso di visita è possibile rivivere l’emozione di camminare fra gli antichi sentieri di una necropoli villanoviana ed ammirare i materiali archeologici appartenenti ai corredi funerari delle tre tombe, fra cui morsi di cavallo in ottimo stato di conservazione, fibule, tazze e scodelle in ceramica, perline di vetro, ecc.
Per una migliore contestualizzazione dei materiali rinvenuti, gli studi e le interpretazioni archeologiche sono state integrate con i risultati di altre discipline scientifiche specialistiche quali l’archeobotanica, l’antropologia e l’archeozoologia che hanno permesso di ricostruire ambiente e paesaggio vegetale circostante le tombe e ripercorrere le fasi dei riti funebri e la tipologia delle offerte votive.
La mostra resterà aperta fino al 31 ottobre 2009 nella Chiesa di Sant’Apollinare in via Sant’Apollinare, 4 a San Giovanni in Persiceto (Bologna) con il seguente orario: sabato 17-19.30 e domenica 10-12.30/17-19.30. Ingresso gratuito; possibilità di visite guidate su prenotazione.



Info e prenotazioni
Segreteria Museo Archeologico Ambientale
Tel. 051/6871757 Fax 051/823305 E-mail maa@caa.it
Sito internet: Museo Archeologico Ambientale


ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - CARAVAGGIO BACON

Alla Galleria Borghese, fino al 24 gennaio, una mostra mette in relazione le opere di Caravaggio e i dipinti di Francis Bacon. Due personalità estreme, entrate nell''immaginario collettivo come "artisti maledetti". L''esposizione offre un accostamento inedito proponendo allo spettatore di aderire a un eccezionale esperienza estetica.
Caravaggio, Maddalena penitente 1595-1597
E'' in programma fino al prossimo 24 gennaio 2010 alla Galleria Borghese di Roma, la mostra "Caravaggio Bacon".
L''esposizione celebra Michelangelo Merisi, in occasione del IV centenario dalla morte, affiancando ai suoi capolavori venti dipinti di uno dei grandi artisti della seconda metà del XX secolo, Francis Bacon, di cui ricorre, invece, il centenario dalla nascita. Due personalità estreme, entrate nell’immaginario collettivo come artisti “maledetti”, che hanno espresso nella pittura il tormento dell’esistenza con pari intensità e genialità inventiva.
A distanza di quattrocento anni queste personalità sconvolgenti si incontrano per la prima volta alla Galleria Borghese, arricchita da trenta capolavori dei due maestri, provenienti dai maggiori musei del mondo.
Quarto appuntamento del programma "Dieci grandi mostre", l''esposizione punta ad offrire al visitatore un accostamento tra i dipinti di Caravaggio e quelli di Bacon, proponendo allo spettatore di aderire all’eccezionale esperienza estetica che ne consegue, piuttosto che seguire una consueta ricostruzione storico critica. A distanza di quattrocento anni queste personalità sconvolgenti si incontrano per la prima volta alla Galleria Borghese, arricchita da trenta capolavori dei due maestri, provenienti dai maggiori musei del mondo.
Caravaggio Bacon costituisce una proposta inedita, che affianca per la prima volta i due artisti.
Il loro accostamento non muove da un’ipotesi storico-critica di filiazione, non presuppone un esercizio filologico che derivi l’ispirazione di Bacon da Caravaggio o suggerisca la ricezione formale, nelle tormentate figure del primo, del realismo drammatico del secondo.
Questa non è una mostra sulla storia dell’arte, ma l’invito a compiere un’esperienza estetica.
Bacon conosceva e amava i maestri del passato. Fu ossessionato dal Ritratto di papa Innocenzo X di Velàzquez, eccitato dai disegni di Michelangelo, nei suoi dipinti lacerti di Degas o Ingres sono tracce di un processo metabolico subconscio, irrazionale. Osservatore geniale, l’arte del passato non influisce necessariamente e direttamente sulla sua pittura, si insinua piuttosto nella sua coscienza critica, nella sua personalità. Si è ipotizzato che il Narciso conservato presso la Galleria di Palazzo Barberini di Roma, da molti ritenuto autografo caravaggesco, abbia fornito la traccia mnemonica per il trittico Studies of the Human Body (1970) di Bacon. Tuttavia il Narciso non è qui, perché l’asse concettuale della mostra non corre lungo il rettilineo delle influenze dimostrabili o dei riscontri figurativi.
Lionello Venturi, in un saggio del 1925 su Caravaggio, affermava che “il solo modo per comprendere l’arte antica è quello di farla partecipare alla vita artistica nostra”.
Accogliere Bacon e Caravaggio fianco a fianco significa costruire un tessuto di potenziali rimandi estetici, di relative suggestioni, significa allestire uno spettacolo espositivo profondamente vitale, che può sfuggire al controllo della scienza storico-artistica e avviarsi lungo percorsi imprevedibili e sorprendenti, attivarsi diversamente davanti a ciascuno spettatore. Dall’intrecciarsi delle due poetiche emergono straordinarie vicinanze. Il realismo di Caravaggio, il suo sforzo di afferrare il vero dell’uomo e della natura traducendolo in pura visibilità, equivale allo sforzo che Bacon compie di carpire il reale, la sua crudezza metafisica. Le strutture spaziali dei dipinti caravaggeschi, quel sistema di concentrazione del dramma, ancora, lascia intuire quanto Bacon riversi, nei suoi quadri, lo spazio della historia classica, che è campo dell’azione tragica. E’ forse questo il più intimo aggancio fra i due altissimi pittori, la tragedia dell’esistere come tragedia universale, come destino dell’umanità. A distanza di quattro secoli si sono immersi nello stesso dolore dell’essere uomini, raccogliendo la sfida estrema di tradurlo in pittura e indirizzandovi sguardi intensi, infinitamente pietosi come quello del David caravaggesco sulla testa di Golia, raccapricciati e storditi come quello di Bacon che osserva la vita colare fuori dal suo George Dyer nel Triptych – August 1972.
CORTONA (AR)

Mostre ed Esposizioni » CORTONA - mi ziCu. SCRIVERE CON GLI ETRUSCHI

Fino al prossimo 5 aprile, al Museo dell''Accademia Etrusca e della Città di Cortona è di scena un interessante mostra didattica sulla scrittura degli Etruschi.
L''esposizione, che propone anche laboratori didattici sperimentali vuol''essere un occasione per avvicinare il pubblico al mondo degli Etruschi e alla loro scrittura ritenuta a lungo un mistero,
Il manifesto della mostra
Fino al prossimo 5 aprile la mostra "Mi zixu. Scrivere con gli Etruschi", organizzata nello splendido Museo dell''Accademia Etrusca e della Città di Cortona - MAEC presenta calchi di manufatti etruschi di gran pregio provenienti dalle collezione museali e quindi dal territorio cortonese, come la famosissima tabula cortonensis, insieme a riproduzioni, pannelli esplicativi, mappe cognitive e proiezioni.
La mostra vuole essere l’occasione per avvicinare al mondo degli Etruschi e della loro scrittura, ritenuta a lungo un mistero, un pubblico di curiosi ed appassionati oltre che di esperti; perciò essa viene supportata anche dall’allestimento di un laboratorio didattico sperimentale appositamente predisposto per permettere a gruppi sia scolastici che informali di diventare protagonisti e cimentarsi nel lavoro dello scriba etrusco.
Per le scolaresche è possibile effettuare la visita didattica e le attività di archeologia sperimentale collegate.
NARNI

Mostre ed Esposizioni » L''acciar de cavalieri in mostra a Narni

La mostra si intitola "L''acciar de'' cavalieri, dall''armamento all''armatura nell''Italia dal XII al XV secolo nell''opera di Eduardo T. Coelho". Ospitata nella chiesa di San Domenico di Narni (TN) propone, fino al 14 maggio le tavole con i risultati della ricerca del disegnatore Eduardo Teixeira Coelho sullo sviluppo dell''armatura in Italia.
Nel basso medioevo l''armatura italiana era composta da una "camicia" in maglia di ferro ad anelli - l''usbergo - lunga fino alle ginocchia e aperta sia davanti che dietro per facilitare i movimenti. L''usbergo era dotato di un cappuccio e di maniche a tre quarti fino a coprire le mani.
Solo alla fine del XII secolo viene introdotta una visiera che all''inizio del XIII secolo viene arricchita dall''elmo. Durante il XIII secolo le armature subiscono molte trasformazioni e abbiamo informazioni abbastanza dettagliate su corazze, guanti e per la prima volta cosciali e ginocchiere. I materiali utilizzati nella realizzazione di un''armatura erano il cuoio, vari tipi di tessuti, il bronzo ma soprattutto il ferro e l''acciaio.
Alla fine del Quattrocento, l''armatura italiana è un''opera perfetta ma destinata a sparire perché in grado di resistere solo alle armi tradizionali del tempo che si stanno nel frattempo trasformando in armi da fuoco. Con il Cinquecento le armature saranno preziosamente decorate ma indossate solo da ricchi e potenti per celebrazioni ed eventi straordinari.
La mostra è patrocinata, tra gli altri, dalla Regione Umbria, dalla Provincia di Terni, dal Comune di Narni, dall''Unione Europea.
NARNI

Mostre ed Esposizioni » ROMA: "DA GIOTTO A MALEVIC. LA RECIPROCA MERAVIGLIA"

In mostra, alle Scuderie del Quirinale fino al 9 gennaio 2005, centonovanta opere italiane e russe per testimoniare la storia delle due civiltà figurative. L’imponente mostra s’inserisce in un novero d’iniziative e di eventi dedicati alle relazioni culturali e diplomatiche ’Italia e Russia. Seguendo un progetto scientifico d’ampio respiro, vengono messi a confronto i percorsi artistici delle due nazioni.
Il manifesto della mostra
Nell''ambito del progetto "Italia-Russia attraverso i secoli", promosso dai governi dei due Stati, nasce la mostra-evento "Da Giotto a Malevic. La reciproca meraviglia".
Presso le Scuderie del Quirinale saranno riunite per l''occasione circa centonovanta opere capitali dell''arte dei due Paesi: dipinti, modelli architettonici, disegni e sculture.
Il principio ispiratore del progetto e'' il confronto sistematico tra la storia delle due diverse civiltà figurative attraverso i secoli. Percorsi diversificati e ricchi di suggestioni, caratterizzati da punti di contatto ma anche da separazioni profonde.
Il percorso espositivo riunisce ottantanove opere provenienti dalla Russia: dalle icone di Andrei Rublev e Dionisij, al Novecento di Chagall, Kandinskij e Malevic. L''Italia sarà rappresentata da capolavori che spaziano da Giotto, Donatello ed i maestri del Rinascimento, fino ai grandi del XX secolo come Modigliani, De Chirico, Morandi e Carrà.
NARNI

Mostre ed Esposizioni » A FIRENZE "LA GLORIA DEL TUO VOLTO"

Fino all''8 maggio sono in mostra, nella Basilica di San Lorenzo, le antiche Icone Russe della Collezione Orler. Circa 200 pezzi dal XVI al XIX secolo in mostra nel complesso che conserva la "Bolla dell''Unione" che riunificò, nel 1439 la chiesa d''Oriente con quella romana.
Dio Padre
L''icona come massima espressione della spiritualità e del genio artistico del popolo russo. E'' queso il tema della mostra “La Gloria del Tuo Volto, Icone dalle Terre russe” (a ingresso gratuito nella Basilica di San Lorenzo fino al prossimo 8 maggio. Cristianità e ortodossia dialogheranno così, proprio nel complesso in cui - alla Biblioteca Medicea Laurenziana - è conservata la "Bolla dell''Unione" che nel 1439 sancì la riunificazione della Chiesa d''Oriente greca e russa con quella latina dell''Occidente.
L''arte della icona conobbe il suo sviluppo a partire dal 988 d.C. (anno di cristianizzazione del paese) ma rimase un''arte poco conosciuta fino al 1917, quando, con la Rivoluzione d''Ottobre molte famiglie nobili russe emigrarono all''estero portando con se le icone. In mostra la collezione della famiglia Orler che fu costituita (oltre trent''anni fa) con le icone acquistate in Germania e in altri paesi europei in cui vivevano russi in esilio.
La scelta di Firenze come sede della mostra è data da due ragioni: la prima che il capoluogo toscano fu sede nel 1439 del famoso Concilio di Firenze che riunì (per un breve periodo) la Chiesa Orientale a quella di Roma, la seconda è che proprio Firenze fu eletta nell''Ottocento a propria dimora da importanti famiglie russe, come i Demidov, e qui fu innalzata ed inaugurata agli inizi del Novecento l''importante chiesa ortodossa della Natività e di San Nicola, progettata dall''architetto russo Michail Preobrashenskij.
Tra le opere in mostra si segnalano in particolare l''immagine cinquecentesca della Scuola di Mosca che raffigura l''Arcangelo Michele; un magnifico San Giorgio e il drago con scene di vita del Seicento, proveniente dalla Russia del Nord; la Madonna del miracolo delle tre mani, in cui appare tra la Madonna e il Bambino una mano appartenente ad un martire del periodo iconoclasta; una rarissima immagine di San Basilio il Grande, arcivescovo di Cesarea. Sono presenti anche smalti della Corte dello Zar.
NARNI

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI: "CARAVAGGIO, L''ULTIMO TEMPO 1606 - 1610"

La mostra, fino al 6 febbraio 2005, ricostruirsce il percorso artistico degli ultimi anni di vita dell''artista. Venticinque capolavori dei suoi ultimi anni di attività. Oltre ai celebri autografi del pittore, il pubblico potrà ammirare anche un nucleo di dipinti attribuitigli negli ultimi anni dalla critica.
Davide con la testa di Golia
Fuggito da Roma perché accusato di omicidio, Michelangelo Merisi da Caravaggio arriva a Napoli nell''autunno 1606. Furono gli anni più difficili della sua pur breve esistenza, ma anche quelli in cui maturò una più dolorosa esperienza di vita e una più amara coscienza della condizione dell''uomo, con conseguenze che ne segnarono a fondo tutta la produzione finale. Costretto a fuggire da Roma, per aver ucciso un compagno di gioco, Caravaggio giunse a Napoli nell''autunno del 1606. Nell''antica, prestigiosa e popolosa capitale del viceregno meridionale, un po'' greca, un po'' latina e un po'' spagnola, ma soprattutto cosmopolita e mediterranea il pittore lombardo seppe cogliere e toccare con mano, con una verità e immediatezza uniche a quali vertici di esasperante emarginazione, di desolante solitudine, di irreversibile dolore potesse giungere la condizione dell''uomo e dell''esistere quotidiano. Ma anche come, da questa stessa condizione potessero derivare esempi straordinari di umanità vera e solidale, di altissima dignità, di forte rigore morale. Inizia così una nuova fase della sua breve carriera: quattro anni di intenso lavoro e incessante sperimentazione, passati nella disperata ricerca di incarichi e commissioni che lo portarono a spostarsi freneticamente fra Malta, Siracusa, Messina e Palermo, per fare poi nuovamente ritorno a Napoli, prima di concludere tragicamente la sua vita sulla spiaggia di Porto Ercole nell''estate 1610. La mostra, visitabile fino al 6 febbraio 2005 è allestita nel museo di Capodimonte.
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » BOLOGNA: "DA LEONARDO ALL''ILLUMINISMO"

In mostra, al Museo di Palazzo Poggi fino al 3 aprile, oltre duecento opere per testimoniare lo sviluppo della rappresentazione del corpo umano tra arte e anatomia.
Annibale Carracci (attribuito), Il Cristo morto, Olio su tela
Un viaggio affascinante nelle rappresentazioni del corpo e nel lento disvelamento dei misteri del suo funzionamento. Oltre duecento reperti, tra dipinti, disegni, sculture, incisioni, libri e codici, illustreranno il rapporto di collaborazione che si instaurò tra arte e scienza nell’acquisizione, nella rappresentazione e nella divulgazione delle conoscenze anatomiche, dall’età di Mondino alla fine del Settecento. L''esposizione di Palazzo Poggi è un racconto appassionante delle tappe che hanno consentito la descrizione sempre più dettagliata e precisa di ciò che si cela all’interno del corpo prima che la fotografia e le successive tecniche radioscopiche riuscissero a fornire una precisa e “obiettiva” visualizzazione.
La grande tradizione della scuola anatomica bolognese sarà il filo conduttore di un percorso espositivo che, tuttavia, non resterà chiuso entro i confini cittadini e italiani, ma confronterà ambiti geografici e culturali diversi; sottolineerà i momenti di passaggio significativi per la storia della scienza, dell’arte e della cultura.
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: "MUNCH 1863 - 1944"

A Roma, dal 10 marzo al 19 giugno, l''esibizione ripercorre il cammino creativo ed umano del grande artista norvegese. In mostra un centinaio di capolavori di Edward Munch tra cui circa sessanta olii e una cinquantina di opere grafiche (acquaforti, litografie, xilografie).
Madonna
Fino al 19 giugno 2005, nella cornice del Complesso del Vittoriano, la mostra "Munch 1863 - 1944" proporrà oltre cento capolavori per ripercorrere il cammino dell''artista che anticipò i temi dell''espressionismo.
Prestiti dai più noti musei internazionali e dalle più importanti sedi espositive norvegesi testimoniano l''angoscia esistenziale moderna che pervade l''opera di Munch e che caratterizza la poetica espressionista.
Fortemente influenzato dalla cultura nordica di quegli anni, soprattutto letteraria e filosofica, dai drammi di Ibsen e Strindberg alla filosofia esistenzialista di Kierkegaard e alla psicanalisi di Sigmund Freud, Munch oppone alle figure della realtà esterna ed oggettiva, le immagini della sua tormentata visione interiore, sostituendo gli aspetti concreti del mondo con gli ossessionanti fantasmi che costellano la sua complessa intimità.
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » RIMINI: "NEL SEGNO DI COSTANTINO"

In mostra a Rimini fino al 4 settembre "Costantino il Grande. La civiltà antica al bivio tra occidente e oriente", l''esposizione archeologica dedicata al primo imperatore cristiano e al cruciale momento storico di cui fu protagonista.
Testa di Costantino, bronzo
In hoc signo vinces, in questo segno vincerai è la frase che sarebbe apparsa a Costantino il 27 ottobre del 312, convincendolo ad affidarsi al dio dei Cristiani e al segno della croce. Era la vigilia della battaglia di ponte Milvio, lo scontro che gli avrebbe aperto le porte di Roma eliminando il rivale Massenzio.
La mostra "Costantino il Grande. La civiltà antica al bivio tra occidente e oriente", fino al 4 settembre presso la rocca malatestiana di Castel Sismondo a Rimini, mira a dare un''idea dei grandi mutamenti che si verificarono sotto Costantino e i suoi più immediati successori. Un momento storico in cui si assiste alla comparsa di schemi iconografici e moduli stilistici nuovi.
Imperatore dei romani, Costantino si allontanò dall’Urbe per fondare una città che da lui prese nome, Costantinopoli, destinata ad essere capitale dell’impero romano d’Oriente che sopravvisse di un millennio a quello d''occidente. Venerato dalla chiesa ortodossa come santo, grande condottiero e riunificatore dell’impero, visse contraddizioni profonde e impresse alla storia un''accelerazione incisiva.
L’attenta analisi del comitato scientifico si è concentrata sulla figura dell’imperatore Costantino e sulle implicazioni del momento storico di cui fu protagonista. Con 250 testimonianze di rilievo assoluto, concesse da musei di tutta Europa (sculture, mosaici, cammei, oreficerie, monete, vetri e dipinti) l''esposizione di Rimini racconta l''inizio della nuova era sotto le insegne del cristianesimo.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » IL VETRO DELL''ANTICA ROMA A FIRENZE

Fino al 31 ottobre 2003 presso il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti. La mostra racconta di un fenomeno che cambio'' le abitudini degli abitanti delle citta'' romane ed il cui impatto e'' paragonabile all''introduzione della plastica nel secolo scorso.
Il manifesto della mostra
La leggerezza, la trasparenza e l''eleganza delle forme sono le protagoniste assolute di "Vitrum. Il vetro fra arte e scienza nel mondo romano", un''esposizione che presenta attraverso reperti originali, affreschi, mosaici e sculture, alcuni aspetti rivoluzionari della comparsa del vetro nelle citta'' sepolte dall''eruzione del Vesuvio del 79 d.C., visitabile sino al 31 ottobre presso la prestigiosa sede del Museo degli Argenti in Palazzo Pitti.



MONTERENZIO (BO): "BERE E MANGIARE TRA ETRUSCHI, CELTI E ROMANI" (BO: "BERE E MANGIARE TRA ETRUSCHI, CELTI E ROMANI")

Mostre ed Esposizioni » MONTERENZIO (BO): "BERE E MANGIARE TRA ETRUSCHI, CELTI E ROMANI"

La mostra, fino al 31 dicembre presso il Museo Archeologico “Luigi Fantini” di Monterenzio (BO), è dedicata all’alimentazione delle comunità umane succedutesi nella Valle dell’Idice tra il V e il I secolo a.C.
La tomba 16 della necropoli di Monterenzio Vecchio
L’esposizione s’inserisce nel quadro delle iniziative che il Ministero dei Beni Culturali ha organizzato sul tema “Cibi e sapori dell’Italia antica”.
All’interno del percorso museale esistente verrà inserita la mostra con materiali archeologici e pannelli esplicativi che intendono illustrare e approfondire gli aspetti dell’alimentazione delle comunità umane succedutesi nella Valle dell’Idice tra il V e il I secolo a.C. Un rilievo particolare sarà dato alle testimonianze vegetali che nell’abitato di Monte Bibele si sono conservate grazie a un incendio generalizzato che ne ha mantenuto la conservazione allo stato di carboni. Gli studi specialistici sono stati condotti da docenti e ricercatori del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna. Grazie all’esposizione dei resti archeologici pressoché unici(attrezzi agricoli, ingenti quantità di cereali, legumi e frutti, resti faunistici, vasellame destinato alla conservazione, alla cottura e al consumo degli alimenti), il visitatore sarà guidato alla scoperta degli usi e costumi alimentari degli Etruschi e dei Celti che abitarono le pendici di Monte Bibele tra il 400 e il 200 a.C. La conquista romana della Pianura Padana e la conseguente occupazione della valle dell’Idice –dove viene tracciata una via consolare da Arezzo a Bologna, la Flaminia “minore”- portano innovazioni nelle usanze alimentari delle fattorie rustiche della vallata: un vaso per l’allevamento di ghiri e le impronte di animali da cortile su mattoni crudi illustrano gli elementi di novità.
PECCIOLI (PI) (PI)

Mostre ed Esposizioni » PECCIOLI (PI) - "LA SCRITTURA ETRUSCA, UN MISTERO SVELATO"

In mostra fino al prossimo 15 giugno presso il nuovo museo archeologico di Peccioli reperti originali e copie per riscoprire le antiche pratiche scrittorie degli etruschi. Esposti per la prima volta anche . L''interessante esposizione propone tra l''altro in una sezione epigrafica i materiali provenienti dagli scavi di Ortaglia e punta a delineare un quadro sintetico delle conoscenze sulla scrittura in Etruria.
Urna cineraria in alabastro
In mostra presso il Museo Archeologico di Peccioli "La scrittura etrusca, un mistero svelato. Le iscrizioni di Volterra e del territorio". L’impegnativo tema sarà trattato dalla D.ssa Giuseppina Carlotta Cianferoni, Soprintendente ai Beni Archeologici della Toscana, e dal Prof. Giovannangelo Camporeale, Presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici.
Il museo di Peccioli è stato inaugurato lo scorso anno per offrire al pubblico gli eccezionali risultati degli scavi che dal 2000 stanno riportando in luce in località Ortaglia i resti di un complesso santuariale che dall''età arcaica arriva fino alla piena età ellenistica. Il museo di Peccioli ha caratterizzato la propria attività per una particolare attenzione rivolta alla divulgazione e alla didattica tesa ad allargare il più possibile le conoscenze sul mondo etrusco ad un pubblico sempre piú numeroso. A poco meno di un anno dalla sua apertura, grazie alla disponibilità della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana, il Museo propone adesso una interessante esposizione che è un viaggio alla scopera delle pratiche scrittorie etrusche. In mostra reperti originali provenienti dal Museo Etrusco Guarnacci di Volterra e una serie di copie di importanti monumenti iscritti che sono state realizzate per l''occasione. Nella sezione epigrafica si segnala la ricca serie di testimonianze epigrafiche restituite dagli scavi di Ortaglia, presentate al pubblico per la prima volta.
CATANZARO (CZ)

Mostre ed Esposizioni » CATANZARO - "MAGNA GRECIA: ARCHEOLOGIA DI UN SAPERE"

Fino al 31 ottobre, in mostra a Catanzaro, un viaggio nella storia della civiltà greca d’Occidente e nel passato prossimo della sua riscoperta dall’età illuminista in poi: un itinerario per ricostruire le origini del sapere di oggi.
La laminetta orfica di Hipponion
A Catanzaro, presso il complesso monumentale di San Giovanni è in mostra, fino al 31 ottobre, "Magna Graecia. Archeologia di un sapere". L''eposizione, promossa dall’Università Magna Graecia di Catanzaro con il sostegno della Regione Calabria è curata da Salvatore Settis con il coordinamento scientifico di Maria Cecilia Parra ed è realizzata secondo il progetto scientifico della Scuola Normale Superiore di Pisa, in collaborazione con Electa. Attraverso un percorso tra materiali di straordinario valore storico-artistico e documentario, l''esposizione propone un viaggio nella storia della civiltà greca d’Occidente e nel passato prossimo della sua riscoperta, dall’età illuminista in poi.
“Magna Graecia. Archeologia di un sapere” è un evento di richiamo nazionale e internazionale, che, supportato dal contributo di tutte le Soprintendenze archeologiche dell’Italia meridionale, nella terra dove sono nate alcune tra le scuole artistiche più importanti del mondo greco e dove la scuola di Pitagora ha concepito il numero e ha individuato le relazioni aritmetico-geometriche insite nella natura, contribuisce a individuare le ragioni profonde della cultura e del pensiero scientifico contemporaneo.
Più di 800 reperti esposti, tra i quali vasi, statuette in terracotta, rare sculture in marmo, utensili, oreficeria, corredi funerari, iscrizioni, libri antichi, incisioni e quadri provenienti dai principali musei archeologici dell''Italia meridionale e d’Europa, testimoniano le tappe fondamentali nei ritrovamenti e negli studi che ci hanno permesso di conoscere la civiltà della Magna Grecia, dal rinvenimento delle tavole bronzee di Eraclea fino ad oggi. Proprio la ricostruzione della storia della ricerca archeologica costituisce una caratteristica nuovo dell’esposizione, che pur si sviluppa lungo un ordine cronologico. In mostra anche scoperte inedite come il materiale miceneo di Rocavecchia in Puglia e i corredi arcaici provenienti dalla Necropoli di San Montano (Ischia). Per l''occasione torna per la prima volta in Calabria, dove forse è stato realizzato nel 470 a.C. circa, il meraviglioso Trono Ludovisi conservato a Roma a Palazzo Altemps. Tra gli altri prestiti di grande fascino va citata la grande e conturbante Testa marmorea di Apollo Aleo, ritrovata a Cirò e oggi conservata nel museo di Reggio, e, sempre dalla Calabria, la laminetta orfica di Hipponion, la moderna Vibo Valentia, materiali dal santuario di Hera Lacinia a Crotone e dagli scavi di Caulonia. Dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli provengono, tra l’altro, le tavole bronzee di Eraclea e il corredo dal famoso Ipogeo del Vaso di Dario a Canosa.
Dal Museo di Paestum, una metopa dell''Heraion del Sele, grandi decorazioni in arenaria del fregio del tempio dedicato a Hera; dal Museo Nazionale di Reggio Calabria cinque pinakes locresi dal santuario di Persefone alla Mannella, tavolette in terracotta, ex-voto poveri che venivano appesi alle pareti del tempio e rappresentavano riti e cerimonie sacre con la dea come protagonista.
CATANZARO (CZ)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: ARRIVANO I CAPOLAVORI DEL GUGGENHEIM

Dal 3 marzo al 5 giugno, presso le scuderie del Quirinale saranno in mostra 82 opere della collezione Guggenheim. Picasso, Renoir, Kandinsky, Monet, Pollok, Cezanne, Mondrian, Leger, Ernst e Warhol in un percorso espositivo strutturato su due livelli.
Roy Lichtenstein, Ragazza con una lacrima I, 1977
La mostra, "Capolavori del Guggenheim. Il grande collezionismo da Renoir a Warhol", si pone come un appuntamento imperdibile per chi ama l''arte del ''900. Picasso, Renoir, Kandinsky, Monet, Pollok, Cezanne, Mondrian, Leger, Ernst e Warhol. Lungo un percorso espositivo strutturato su due livelli, saranno visibili 82 opere tra tele, sculture e luminose installazioni di questi e di altri quaranta artisti i cui lavori furono cercati, acquistati e amati da Solomon e Peggy Guggenheim. Un iter di ricerca e acquisizione che la Solomon R. Guggenheim Foundation, ha ulteriormente completato con successivi e preziosi acquisti. "Ci sono tre diversi modi - spiega Enzo Siciliano, presidente della Commissione Scientifica delle Scuderie del Quirinale - per visitare la mostra. Il primo è ammirarla dal punto di vista degli esemplari che espone, quegli eccezionali esempi di pittura che danno un''idea della modernità. Il secondo è guardare ad essa come un''avventura straordinaria, voluta da privati, che nel tempo hanno collezionato straordinari esempi di pittura europea.Terzo punto di vista con cui si può interpretare l''esposizione è quello che induce a capire cosa sia accaduto alla coscienza della modernità, nel corso di un secolo in cui l''Occidente si è espresso attraverso l''arte". Organizzata e realizzata dalla Solomon R. Guggenheim Foundation di New York in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo, la mostra si avvale del sostegno di sponsor come Fastweb, Ras e Sisal.
BIELLA (BI)

Mostre ed Esposizioni » BIELLA - "SUL FILO DELLA LANA"

Fino al 24 luglio, oltre cento opere dalla preistoria a oggi legate tra loro da un filo di lana. A confronto, nelle sale del Museo del Territorio di Biella, l''ariete bronzeo greco del Museo Archeologico di Palermo e le pecore del XIX secolo dinanzi alla benedizione di un prete cattolico nel dipinto di Segantini, la famosissima Arianna, una scultura marmorea archeologica della Collezione Medici, accanto alle opere di Giorgio De Chirico che in essa hanno trovato fonte d''ispirazione. L''esposizione, curata da Philippe Daverio intende svelare l''anima della città, quell''eccellenza nella lavorazione della lana che costituisce la corporate identity di Biella e del suo territorio.
Il manifesto della mostra
Si tratta di un grande evento espositivo, una mostra-show, un viaggio multisensoriale che segue quel filo di lana che s''intreccia così strettamente alla storia dell''umanità da sconfinare nel mito e divenire uno degli elementi simbolici più ricorrenti fin dai tempi più antichi. L''esposizione propone una raccolta di opere d''arte, storiche e contemporanee, per affrontare alcuni temi fondativi della storia dell''umanità. Attraverso una serie di accostamenti poetici posti trasversalmente nelle epoche la mostra suscita la fantasia del visitatore accostando importanti reperti archeologici, lavori maggiori della pittura classica e opere di arte contemporanea. Si trovano così a confronto una delle più note sculture dell''antichità, l''ariete bronzeo greco che proviene dal Museo Archeologico di Palermo e le pecore del XIX secolo dinanzi alla benedizione di un prete cattolico nel dipinto di Segantini. La famosissima Arianna, una scultura marmorea archeologica della Collezione Medici, accanto alle opere di Giorgio De Chirico che in essa hanno trovato fonte d''ispirazione, il filo rosso di lana nelle immagini di Teseo su un vaso attico, il medesimo filo rosso nelle mani di una Madonna russa del XVI secolo, e ancora lo stesso filo rosso come motivazione dei romanzi di Arthur Miller.
L''archetipo della lana, dal filo primordiale, al fuso e alla pezza è in mostra con uno spirito nuovo, derivante dalla volontà di utilizzare l''infinita eredità culturale italiana come strumento per definire un brand produttivo che intende affrontare la competizione mondiale. Dal filo di Arianna al gomitolo di Andy Warhol, una storia di millenni è in mostra a Biella fino al 24 luglio 2005. Curata dal noto critico d''arte Philippe Daverio è la prima esposizione mai realizzata al mondo sul mito della lana e raccoglie più di 100 opere provenienti dai principali musei internazionali, che coprono un arco temporale dalla preistoria ai giorni nostri. Il percorso è articolato in tre sezioni distinte: Il Mito, La Fantasia e La Fabbrica.
Rivoluzionaria la concezione espositiva: si inizia con gli inediti accostamenti di capolavori artistici, per continuare con un l''allestimento, di forte impatto innovativo (ogni sezione ha uno schermo dal quale il curatore commenta le opere e fornisce dei flash storici). Rivoluzionario è anche lo scopo dell''evento, che intende svelare l''anima della città, quell''eccellenza nella lavorazione della lana che costituisce la corporate identity di Biella e del suo territorio.
BIELLA (BI)

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI: "EUREKA!"

Fino al 9 gennaio 2006 in mostra, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, le meravigliose macchine di Archimede, con prodigi d''acqua e turbine a vapore, per illustrare la rivoluzione scientifica in età ellenistica.
Eolipila
Uccelli che cinguettano, giochi d''acqua, clessidre e meridiane portatili per misurare il tempo. Ventiquattro secoli fa, in Grecia, lo studio di scienze fisiche quali la Meccanica la Pneumatica e l''Idraulica aveva raggiunto livelli d''eccellenza e venivano prodotti meccanismi capaci di strabiliare i comuni mortali. Duecentodiciotto di questi oggetti sono esposti nella mostra "Eureka! Il genio degli antichi" aperta dall''11 luglio al 9 gennaio nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La rassegna, promossa dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Napoli e Caserta è stata possibile grazie al contributo della Regione Campania. Molti gli oggetti ricostruiti e esposti nella mostra come gli specchi ustori di Archimede. In dieci sezioni: gli automi antichi, la geometria dell''universo, Alessandro e la rivoluzione scientifica, prodigi d''acqua e vapore, Dioniso e i teatri automatici, acustica e nuovi strumenti, le scienze della vita, astronomia e geografia, il Faro di Alessandria. Quest''ultimo, insieme all''eolipila (una specie di turbina a vapore) è una delle meraviglie della mostra e getta fasci di luce dai suoi sei metri di altezza all''ingresso dell''esposizione.
BIELLA (BI)

Mostre ed Esposizioni » UDINE: "LOVE - HATE" DA CATTELAN A MAGRITTE

In mostra, fino al 7 novembre, i capolavori della collezione del Museo di Arte Contemporanea di Chicago.
Cinquanta opere saranno in mostra, per la prima volta in Italia, fino al 7 novembre presso Villa Manin, Passariano (UD). Nel centro d’arte contemporanea, opere tra pittura, scultura, fotografia e istallazioni. L’iniziativa è nata collaborazione tra la regione Friuli Venezia Giulia ed il museo d’arte contemporanea di Chicago.


BIELLA (BI)

Mostre ed Esposizioni » RAVENNA, PROROGATA LA "DOMUS DEL TRICLINIO"

Fino al 7 gennaio 2005. Al centro dello spazio espositivo una riproduzione in scala reale della "Domus del Triclinio" cosi'' come si presento'' agli archeologi al momento della sua scoperta.
Ricostruzione della Domus del Triclinio
Rimarrà aperta fino al 7 gennaio del 2005, nella chiesa di S. Niccolò, la mostra che espone i reperti archeologici di età romana e propone un viaggio virtuale in una domus della fine del III secolo. La "Domus del Triclinio" è una mostra articolata, un percorso suggestivo che svela una Ravenna romana ricca di vita e sconosciuta al pubblico. Il nucleo principale dell''esposizione è costituito da una domus risalente al II-III secolo d.C rinvenuta nel cuore della città oltre vent''anni fa. L''esistenza nella domus di una sala da pranzo offre la possibilità di scoprire le abitudini dei romani a tavola, attraverso la tipologia delle sale da banchetto, il modo di allestirlo e le suppellettili da tavola e da cucina. A questo scopo è stato realizzato un ambiente in scala reale, al cui interno si colloca la ricostruzione di un triclinium. Il visitatore, esplorando il modo di abitare dei romani, viene guidato alle più significative testimonianze dell''evoluzione del mosaico romano a Ravenna: mosaici e opus sectile provenienti dal cosiddetto Palazzo di Teodorico, un mosaico policromo figurato detto "mosaico dei pugili" rinvenuto durante lo scavo di via D''Azeglio e i tappeti della domus del triclinio.


BIELLA (BI)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: I TESORI DELLA STEPPA DI ASTRAKHAN

In mostra a Palazzo Venezia fino al 29 maggio 2005 l''oro dei Sarmati. Si tratta della prima esposizione mondiale che illustra i ritrovamenti archeologici nella regione di Astrakhan. Circa duemila oggetti dal VII sec. a.C. al IV sec. d.C.
L''oro dei Sarmati
La prima esposizione mondiale dedicata al ritrovamento archeologico avvenuto nella regione di Astrakhan è visibile nelle sale di Palazzo Venezia a Roma.
Al centro della mostra "I tesori della steppa di Astrakhan" sono le gesta dei Principi della Steppa, i leggendari Sarmati, allevatori nomadi, amanti dell''oro e delle armi. Si tratta di una straordinaria collezione di lavori in oro, argento e bronzo portati alla luce nel corso degli scavi dei tumuli funerari (kurgan). Oltre duecento reperti di arredo funerario di meravigliosa foggia, quasi tutti in oro massiccio: foderi d''armi, gioielli e monili, bassorilievi, placche d''oro con decori d''animali, vasi con manici zoomorfi, ornamenti per vestiti e bardature per cavalli. La civiltà dei Sarmati nemica dell''impero romano non ha lasciato testimonianze scritte ma ha comunque segnato la storia europea. La rassegna consente quindi di rivedere parte della nostra storia, con gli occhi degli altri.
BIELLA (BI)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: MALEVIC OLTRE LA FIGURAZIONE E L''ASTRAZIONE

Al Museo del Corso fino al 17 luglio l''importante retrospettiva di Kazimir Malevic. Esposta una selezione di opere dal museo di stato di San Pietroburgo: dai primi quadri simbolisti alle opere cubofuturiste fino alle tele astratte del Suprematismo e agli ultimi quadri neo rinascimentali.
Kazimir Malevic, Quadrato Nero, 1913
In mostra al Museo del Corso fino al 17 luglio la mostra "Kazimir Malevic, oltre la figurazione, oltre l''astrazione".
L''esibizione propone l''opera del geniale pittore avanguardista russo. L’evento nato dalla collaborazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma con il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo è stato realizzato col contributo di un comitato scientifico internazionale, composto dai maggiori studiosi e filosofi dell’arte dell’avanguardia russa, tra cui Joyn Bowlt, Jean Claude Marcadé, Nicoletta Misler.
L''opera pittorica di Kazimir Malevic venne mitizzata dalle avanguardie europee del ‘900, al punto che i suoi adepti si facevano cucire sulla manica il celebre Quadrato nero (presente in mostra). La sua opera rimase però poco nota al grande pubblico fino alla fine degli anni ‘50 quando venne allestita la storica esposizione dello Stedelijk Museum di Amsterdam. La mostra olandese toccò anche Roma nel ‘59. L’attuale esposizione del Museo del Corso si ricollega a quell’evento, esponendo anche una ricca selezione delle opere russe del maestro, rimaste nell’ombra fino agli inizi degli anni ‘90. Si tratta in particolare delle opere russe di Malevic, provenienti dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, una retrospettiva completa, dai primi quadri simbolisti alle opere cubofuturiste influenzate dal futurista Marinetti, fino alle grandi tele astratte del Suprematismo. Il percorso espositivo mostra in che modo Malevic superi il problema della figurazione tradizionale per inventare una nuova, completa, totale, forma di astrazione. Negli anni successivi al suo rientro in Russia Malevic cominciò ad analizzare nuovamente il tema della figurazione attraverso quella che lui definirà "la nuova ottica suprematista" costruendo un itinerario nella storia della pittura, dal periodo impressionista, a quello fauve e riutilizzando vecchie opere o ridatando opere dipinte successivamente in una sorta di autobiografia pittorica rivista con gli occhi nuovi del "dopo l''astrazione". In mostra quindi anche i celeberrimi ritratti neo-rinascimentali, in cui Malevic raffigura se stesso, sua moglie e sua figlia. Per documentare anche l''attività di architetto e designer dell''artista sono infine presentati due dei suoi famosissimi Architekton e le uniche copie esistenti al mondo dei suoi oggetti di porcellana.
Il video dell''opera suprematista ''La vittoria sul sole'' realizzato dall''Università di Los Angeles, alcuni costumi disegnati per essa da Malevic e la maschera funeraria dell''artista concludono il percorso espositivo della mostra che si presenta come un evento internazionale dotato di tutti i caratteri dell'' eccezionalità.
MILANO (MI)

Mostre ed Esposizioni » I MITI GRECI IN MOSTRA A MILANO

Archeologia e pittura dalla Magna Grecia al collezionismo. Fino al 23 gennaio, nelle sale di Palazzo Reale, oltre 300 opere provenienti dai maggiori musei del mondo come il Louvre e il British per testimoniare l''attualità del mito.
Immagini raffigurate sugli oggetti d''arte e di uso quotidiano raccontano la forza e l''attualità dei miti greci e danno un''idea di quello che fu il fenomeno sette-ottocentesco del collezionismo e del gusto dell''antico.
Il manifesto della mostra
Più di 300 opere, tra affreschi, vasi dipinti antichi e moderni, sculture e reperti archeologici che narrano le storie di dei, eroi e mortali restituendoci la rappresentazione figurata dei racconti più noti della mitologia greca.
I reperti provengono dalle raccolte del Civico Museo Archeologico, da importanti collezioni private e da numerosi musei italiani e stranieri.
A Palazzo Reale, fino al 23 gennaio 2005 la mostra "Miti Greci" propone una rilettura del variegato mondo del mito classico, ancora oggi alla base della cultura e della civiltà europea.
La mostra di Milano si inserisce nel progetto "Il mito oltre il mito" che prevede altre manifestazioni in tutta la Lombardia
MILANO (MI)

Mostre ed Esposizioni » MILANO: "I FENICI, L''ORIENTE IN OCCIDENTE"

Fino al 17 aprile 2005, 150 reperti provenienti dai più importanti musei italiani, presentano il ruolo che i Fenici ebbero nella trasmissione della cultura orientale in Occidente attraverso il commercio e la fondazione di colonie.

Pendente in oro, da Birgi, VII sec. a.C.
In mostra presso la Biblioteca di via Senato, vasi lavorati a sbalzo, avori, faiences, vetri, monete, gioielli in oro, terrecotte, che testimoniano il contributo fondamentale dei Fenici nel trasferire in Occidente modelli ideologici ed iconografici egiziani, assiri ed egei.
Negli ultimi anni la conoscenza della civiltà fenicio-punica si è profondamente rinnovata. In particolare, è stato evidenziato l’importante apporto che ha fornito alla formazione della storia mediterranea. Intorno al 1000 a.C., le città fenicie furono protagoniste di un’ampia attività legata al commercio ed all’espansione coloniale in molte regioni del Mediterraneo occidentale, la prima delle quali finalizzata in particolare al reperimento di ricchi giacimenti minerari: questo processo le portò a porsi come interlocutrici, in alcuni casi in concomitanza con l’elemento greco, delle grandi civiltà protostoriche di tali aree.
Tema della mostra è la trasmissione della cultura orientale in Occidente attraverso la produzione artigianale fenicia di alto livello, che rappresenta, da un lato l’esito di sperimentazioni tecnologiche avvenute già durante l’età del Bronzo nel Vicino Oriente e, dall’altro, la formazione di un linguaggio artistico composito in cui la civiltà egiziana ebbe un prestigio particolare.

MILANO (MI)

Mostre ed Esposizioni » ALBERTO GIACOMETTI IN MOSTRA A RAVENNA

Oltre 100 opere dell''artista svizzero dall’adesione al surrealismo alla rinascita esistenzialista, presso il Museo d''Arte della città fino al 20 febbraio.

Alberto Giacometti, Portrait de la mere de l''artiste, 1947
Creature che materializzano l''uomo in bilico tra "l''essere e il nulla", per dirla con Jean-Paul Sartre che con l''artista instaurò, dalla fine degli anni Trenta, un intenso dialogo. Una poetica pietosa e patetica, commovente e immaginifica, quella dell''artista svizzero, che torna protagonista nella bellissima antologica "Alberto Giacometti" ospitata fino al 20 febbraio alla Loggetta Lombardesca, il Museo d''Arte della città di Ravenna. Una rassegna che, sotto la cura di Jean-Louis Prat e Claudio Spadoni, ha il pregio di ricostruire la complessa personalità di Giacometti (1901-1966), rintracciando gradualmente tutte le varie e diverse suggestioni che hanno influenzato la sua opera, focalizzando il tema dominante della sua produzione, quella spasmodica rappresentazione della figura umana forzata fino al limite estremo della sua riconoscibilità. In tutto, sfilano oltre cento lavori - il più vasto repertorio mai assemblato prima in una mostra italiana - tra sculture, dipinti e disegni, il cui nucleo principale proviene dalla Fondazione Maeght di Saint-Paul-de-Vence e dalla Kunsthaus di Zurigo.
MILANO (MI)

Mostre ed Esposizioni » TORINO: UN''AMPIA RETROSPETTIVA DEDICATA A MERZ

Fino al 27 marzo, due esposizioni rendono omaggio al maestro scomparso. Il Castello di Rivoli, la GAM e la Fondazione Merz dedicano una vasta retrospettiva a Mario Merz (Milano, 1925-2003), una delle più rilevanti personalità artistiche nel panorama dell''arte italiana e internazionale.
Un igloo di Mario Merz
Il Castello di Rivoli, la GAM e la Fondazione Merz dedicano una vasta retrospettiva a Mario Merz (Milano, 1925-2003), una delle più rilevanti personalità artistiche nel panorama dell''arte italiana e internazionale. Oltre che a rendere omaggio al grande artista recentemente scomparso, la rassegna è finalizzata a presentare la fondazione a lui dedicata e che verrà ufficialmente inaugurata nel 2005. La mostra sarà allestita in due diverse sedi espositive, alla Gam di Torino e al Castello di Rivoli - Museo d''Arte Contemporanea, dal 12 gennaio al 27 marzo 2005.
Mario Merz esordisce nel 1953 come autodidatta, con una pittura di segno astratto-espressionista, con un trattamento informale del dipinto per diventare, successivamente, protagonista dell''"arte povera". L''abbandono della pittura fa spazio all''uso dell''installazione e alla sperimentazione con materiali naturali o tecnologici come i celebri tubi di neon luminoso, che inserisce negli oggetti più comuni. Dal 1968 indaga su strutture archetipiche come gli igloo, che realizza attraverso la sperimentazione di materiali diversi. Usa e si rende interprete della progressione numerica di Fibonacci come simbolo dell''energia propria della materia, collocando le cifre realizzate al neon sia sulle proprie opere che negli spazi espositivi come il Guggenheim Museum di New York nel 1971, la Mole Antonelliana a Torino nel 1984 e sulla Manica Lunga del Castello di Rivoli nel 1990. Dal 1976 lavora a due ricorrenti figure simboliche: la spirale e il tavolo. Sulle superfici di questi due tipi di manufatti vengono adagiati diversi tipi di frutta che lasciata al proprio, naturale decorso introduce, nell''opera, la reale dimensione della categoria temporale. La fine degli anni Settanta decreta, per Merz, un ritorno all''arte figurativa con grandi immagini di animali ancestrali o, come l''artista stesso usava definirli: "preistorici". L''importanza che l''opera di Merz ha raggiunto nel corso degli anni è testimoniato dalle prestigiose rassegne a cui ha partecipato, come la Biennale di Venezia e Documenta a Kassel, e da esposizioni a lui dedicate dai più importanti musei del mondo.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE: LA TOMBA DELLA QUADRIGA INFERNALE

In mostra al Palazzo dei Congressi di Firenze, per il V incontro nazionale di "Archeologia Viva", le riproduzioni degli affreschi ed i reperti archeologici restaurati che provengono della Tomba della quadriga infernale di Sarteano (SI).
L''affresco di un demone
La mostra del Museo Regionale di Casa Siviero si sposta per un giorno (domenica 20 febbraio) al Palazzo dei Congressi. L''esibizione, resa possibile dalla collaborazione tra Assessorato alla Cultura della Regione Toscana, Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana, Comune di Sarteano ed Amici dei Musei Fiorentini, ha accolto una nuova mostra di immagini e reperti archeologici in quella che fu l’abitazione del Ministro per il recupero delle opere d’arte trafugate dall’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale (in via Lungarno Serristori 1/3).
L’eccezionale ritrovamento della Tomba della Quadriga Infernale avvenuto nell’ottobre 2003 nel corso delle annuali campagne di scavo nella monumentale necropoli delle Pianacce, a poca distanza dal centro di Sarteano nella provincia senese, ha costituito una delle scoperte più significative nel campo dell’Etruscologia degli ultimi decenni.
La tomba, scavata nel travertino ad una profondità di cinque metri e con un corridoio di accesso di venti metri di lunghezza, è decorata da un ciclo pittorico con colori vivaci e accesi che risaltano sopra l’intonaco bianco, e che sono conservati in maniera sorprendente. La sua eccezionalità è però costituita soprattutto dall’originalità dei temi iconografici trattati, e dalla presenza, sul lato del corridoio di accesso, di una quadriga - composta da due leoni e due grifi - che traina un carro condotto da un demone dall’aspetto inquietante. La tomba ha restituito anche parte del suo corredo originario, che ne indica la creazione negli ultimi decenni del IV sec.a.C., con un utilizzo per tutta la prima metà del III sec. a. C. Dal momento che motivi di conservazione rendono attualmente impossibile l’apertura della tomba al pubblico, la mostra offre, grazie a pannelli fotografici di grandi dimensioni e ad una parte del corredo già restaurata, una opportunità particolare di conoscenza di questo monumento unico.
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » BOLOGNA: ELISABETTA SIRANI "PITTRICE EROINA" 1638 -1665

La prima mostra dedicata a Elisabetta Sirani, pittrice del ''600. Fino al 27 febbraio al museo civico archeologico di Bologna oltre cento opere di un''artista che seppe trasformare la sua vita in una leggenda.
Porzia che si ferisce alla coscia, Olio su tela
Chi ha detto che di pittori-donna la storia dell’arte ci ha regalato solo Artemisia, Anguissola e Fontana? Ecco una mostra – la prima grande antologica - che vuole sfatare un mito misogino. Artista bolognese, Elisabetta Sirani, figlia e allieva del pittore Giovanni Andrea, debuttò giovanissima sulla scena nel 1655 a soli diciassette anni, e morì dieci anni dopo, lasciando quasi duecento dipinti che si distinguono per la varietà dei temi iconografici affrontati e per l’altissimo livello della qualità stilistica. La rassegna ripercorre tutta la produzione di Elisabetta attraverso oltre cento opere suddivise in diverse sezioni per focalizzare le sue doti e il suo talento nell’interpretare l’ideale classico con novità iconografiche e con una sensibilità pittorica femminile attenta alla specifica condizione della donna artista nella società seicentesca. Accanto alle sue opere, Guido Reni, Guercino, Cantarini, Cignani, a testimoniare la temperie pittorica bolognese dell’epoca.
La prima mostra dedicata a Elisabetta Sirani: la scoperta del Seicento bolognese attraverso gli occhi di una donna artista di respiro europeo. Una pittrice che seppe trasformare la sua vita in una leggenda e, in un ambito per tradizione maschile, rese grande la sua arte attraverso la sua femminilità. Dieci sezioni che illustrano il percorso di Elisabetta Sirani. Un''esposizione in cui le opere della Sirani dialogano con i dipinti dei protagonisti più significativi del classicismo barocco bolognese. La mostra, fino al 27 febbraio, è ospitata presso il Museo Civico Archeologico di Bologna.
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: "DE NITTIS, IMPRESSIONISTA ITALIANO"

Al Chiostro del Bramante fino al 27 febbraio, una mostra antologica dedicata al pittore di Barletta. Giuseppe De Nittisvisse a lungo a Parigi. Il percorso espositivo illustra la ricchezza di esperienze e di ispirazioni dell''artista.
Alle Corse a Longchamp
Nel saggio del 1914 “Giuseppe De Nittis, l’uomo e l’artista”, il critico d’arte Vittorio Pica sottolineava la poliedricità dell’artista, capace di essere “meridionale al sud, francese a Parigi, londinese a Londra”. Giuseppe De Nittis, di nascita pugliese, fu un artista tutt’altro che provinciale. Tra i pochi autori italiani entrati a far parte del novero degli impressionisti internazionali, seppe coniugare il suo passato regionale ed italiano con le istanze artistiche acquisite nei suoi soggiorni esteri.
La mostra romana è la più vasta organizzata sull’artista dal 1934. Il percorso si apre con un “Autoritratto” del 1883, quasi un invito ad entrare nella vita e nell’opera dell''artista. Segue la prima sezione, dedicata all’attività degli esordi (gli anni Sessanta dell’800, nei quali è alla guida della Scuola di Resina), le tele sono a soggetto paesaggistico, alcune delle quali appartenenti alla collezione Sommaruga. In queste ultime, è evidente l’evoluzione artistica verso connotazioni più sintetiche (Alberi con effetti di nubi, Paesaggio Rosa, Sole nascente). Accanto a queste, sono esposte opere realizzate in Francia e già conformi agli stilemi impressionisti. Chiude la sezione la serie delle vedute del Vesuvio, magnifici e palpitanti scorci del vulcano del 1872.
La seconda sezione pone l’accento sui viaggi che De Nittis è costretto ad affrontare sin da giovanissimo: verso Napoli, per studiare, verso Firenze, Roma e Torino, per cercare fortuna, verso Parigi, dove si stabilisce e ottiene fama e fortuna, senza mai dimenticare l’Italia, di cui ha nostalgia. Il tema del viaggio è spesso presente nelle sue opere, soprattutto sotto forma di luoghi quali la strada.
E’ Parigi la città dove De Nittis conclude, temporaneamente, il suo viaggio ed a questo magico luogo di bellezze femminili, di mondanità, cultura ed arte, egli dedica numerosi lavori. Con tele quali “Place de la Piramide” e “Lungo la Senna”, De Nittis coglie la città in divenire, nelle sue ricostruzioni moderne. Come moderne sono le manifestazioni quali le corse dei cavalli, nuovo passatempo della nobiltà, che egli ritrae con dovizia di particolari e gusto per le atmosfere impalpabili. Oltre a Parigi, anche Londra è presente nelle tele del pittore, recatosi nella capitale britannica in cerca di un nuovo mercato, con i ponti sul Tamigi, la repentina trasformazione urbanistica, l’insistente modernità. Una sezione particolare è dedicata a “Les femmes parisiennes”, ritratti femminili che hanno fatto meritare a De Nittis l’appellativo di “peintre des parisiennes”. La modella principale è la moglie Leontine, in barca, in vettura, a tavola, sull’amaca. Tra queste tele, sono presenti veri capolavori quali “Passeggiata invernale”, “Figura di Donna” e “Giornata d’inverno”. All’esposizione di tele si aggiungono molti interessanti disegni, i pezzi giapponesi (era di gran moda, nell’Ottocento francese, collezionare oggetti provenienti dal Giappone) posseduti dall’artista, ma soprattutto le tele d’ispirazione giapponese, che egli dipinge con successo.
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » "EROI ETRUSCHI E MITI GRECI" A VULCI

Gli affreschi della tomba "Francois" tornano a Vulci. La mostra propone i trentasette pannelli che componevano il ciclo di affreschi al momento della scoperta e che sono stati montati su una ricostruzione della tomba a grandezza naturale. Visto il crescente successo di pubblico è stata prorogata fino al 31 dicembre.
La ricostruzione della tomba Francois
Il Museo Archeologico del Castello della Badia espone, per la prima volta al pubblico, gli affreschi recentemente restaurati della Tomba François, scoperta a Vulci (VT), nel 1857. La mostra "Eroi etruschi e miti greci" presenta i trentasette pannelli che componevano il ciclo di affreschi al momento della scoperta e che sono stati montati su una ricostruzione della tomba a grandezza naturale.
Dopo quasi 150 anni dalla scoperta, gli affreschi sono presentati tutti insieme al pubblico. Le immagini riproducono alcune scene della mitologia greca, della guerra di Troia, e della storia etrusca. I grandi pannelli sono animati da figure realizzate con senso realistico ed occhi folgoranti. I personaggi sono impegnati in duelli con gran roteare di spade e zampilli di sangue.
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » "TUTANKHAMON, L''ORO DELL''ALDILA''" A BASILEA

Dal 7 aprile al 3 ottobre 2004, per la prima volta dopo 20 anni di assenza dall''Europa vengono presentati, al Museo delle antichità di Basilea e Colllezione Ludwig, i più importanti tesori funerari provenienti dalla Valle dei Re. La mostra è incentrata sulla composizione di un tesoro funerario regale del Nuovo Regno.
Gli stupendi tesori ritrovati nella Valle dei Re in mostra al Museo delle Antichità di Basilea.
Un evento unico in Europa, dove da oltre 20 anni non si erano più viste le suppellettili funerarie del mitico faraone che Basilea avrà l''onore di ospitare.
La tappa basilese è l’unica in Europa,la mostra proseguirà poi anche negli Stati Uniti e in Giappone.

www.pzi.ch/AEGprod/

www.swissinfo.org/sit/swissinfo.html?siteSect=105&sid=4848297

www.museionline.it/ita/news/

BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » "ADRIANO, LE MEMORIE AL FEMMINILE" A TIVOLI

Dal 01 aprile al 25 settembre 2004 a Villa Adriana. In mostra l''assidua presenza muliebre nell’iconografia ufficiale del tempo di Adriano. Plotina, Matidia e le nobildonne della casa Giulio-Claudia, i loro abiti e l’evoluzione delle acconciature.
La mostra "ADRIANO. LE MEMORIE AL FEMMINILE” che esporrà come pezzo scultoreo più importante la stupenda statua bicroma di Matidia Minore, rinvenuta durante gli scavi del Teatro Romano di Sessa Aurunca sarà visitabile fino al 25 settembre presso Villa Adriana a Tivoli.

www.beniculturali.it/eventi/schedaeventi.asp?Id=34202

www.culturalweb.it/dettaglioxstampa.asp?ID_Articolo=14089
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » VENEZIA: LA 51° BIENNALE

Dal 12 giugno al 6 novembre. Ippopotami di fango, pappagalli di metallo, dipinti di Bacon o della Dumas sfilano nelle due mostre allestite da Rosa Martinez e Maria de Corral.




Il logo della Biennale
Non dirmi cosa fare. Non dirmi dove andare. Non guardarmi così. Non farmi promesse.

Liberate le donne artiste di Venezia. I musei tengono il 91% delle donne nei depositi. Ditegli che volete più donne allo scoperto.



Sono questi due slogan di Barabara Kruger (Leone d''oro alla Carriera) ad accogliere il visitatore alla cinquantunesima Biennale di Venezia.
Per la prima volta nel corso dei suoi 110 anni di attività la direzione è stata affidata a due Direttori: María de Corral e Rosa Martínez (storiche dell''arte, critici e curatori indipendenti, di nazionalità spagnola).
La rassegna sarà costituita da due mostre specifiche e complementari per proporre una lettura articolata dell''arte contemporanea internazionale dagli anni Settanta a oggi e con lo sguardo rivolto al prossimo futuro. I due progetti espositivi "L''esperienza dell''arte" e "Sempre un po'' più lontano" sono firmati rispettivamente da María de Corral e da Rosa Martínez.
L''esperienza dell''arte, a cura di María de Corral allestita nel Padiglione Italia propone quarantadue artisti internazionali celebri e esordienti, attraverso un percorso costituito da un ampio numero di dipinti, da video e da installazioni, per la maggior parte realizzate appositamente per la mostra che rappresentano le tendenze dal 1970 a oggi.
Sempre un po'' più lontano, a cura di Rosa Martínez presenta invece nelle Corderie e nelle Artiglierie dell''Arsenale, quarantanove artisti internazionali accomunati dal lavoro di ricerca nella contemporaneità che, attraverso video, sculture e installazioni offrono un panorama variegato delle tendenze attuali. Il titolo dell''esposizione è ispirato ad uno dei libri di Corto Maltese, personaggio di avventure ideato dallo scrittore e disegnatore di fumetti veneziano Hugo Pratt, che diviene il tramite per affermare che l''arte è una costruzione dell''immaginario per capire meglio la realtà.
Da segnalare in particolare la serie di opere pittoriche, con Francis Bacon di cui spuntano due grandi e suggestivi trittici, targati anni ’79 e ’80, provenienti da collezioni private e la sudafricana ma olandese d’adozione Marlene Dumas che arriva in laguna con sette meravigliosi dipinti mai visti prima, alcuni realizzati per l’occasione e altri attinti dalla sua collezione privata.
Si segnala infine il debutto del Padiglione Cinese con Yungho Chang che ha costruito il monumentale scheletro di una struttura architettonica in canne di bambù, Liu Wei che ha allestito una galleria di flash sparati sui visitatori, e Xu Zhen che innesca una parata di videoinstallazioni dove passanti vengono spaventati da scorribande improvvise di ragazzi che urlano, la coppia Pengyu e Sunyuan hanno costruito due astronavi artigianali dalle ipotetiche possibilità di volo e Wang Qiheng dall’alto della sua saggezza ha elaborato il Fengshui della Biennale, applicando l’antica ideologica cinese che regola forme e disposizioni geografiche in funzione delle forze della natura alla realtà dei padiglioni dei Giardini per determinare la futura sede permanente per il padiglione cinese.
BOLOGNA (BO)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: TOM WESSELMANN

In mostra al Macro di Roma, fino al 18 settembre, la prima rassegna in Italia dedicata al maestro della Pop Art. Esposte trenta opere tra nudi, nature morte e balletti di forme e colori liberi.
Nudi monumentali di quasi due metri e mezzo, nature morte imbandite di toast e coca cola, sigarette baciate da labbra laccate di rosso, giochi di colori che s’inseguono in un balletto astratto. “Nudi”, “Nature morte”, “Fumo”, “Astratti”. Tutto il repertorio sgargiante, edulcorato e fumettistico di Tom Wesselmann va in scena al Macro nella prima grande mostra italiana dedicata ad uno dei massimi protagonisti della stagione “Pop” americana, insieme a Warhol, Lichtenstein, Oldenburg e Rauschenberg.
Il percorso espositivo - nelle quattro Sale MACRO - raccoglie circa 30 opere dal 1963 al 2004, privilegiando le tematiche più significative della ricerca storica di Wesselmann. I Nudes, con i dettagli stereotipati del sex appeal femminile molto cinematografico, come le grandi labbra rosse, le chiome bionde o nere, i seni stilizzati da pin-up e ancora, le Still Lives, la serie delle nature morte in cui Wesselmann lascia sfilare prodotti made in Usa figli dell’epoca del consumismo di massa e della pubblicità o i balletti di forme e colori liberi, come “Five spots” del 2004. L’artista americano scoprì la propria vocazione artistica durante il periodo di leva nell''esercito, quando passava le ore libere realizzando fumetti che mettevano in ridicolo le costrizioni della vita militare. La passione per il disegno, alimentata prima all’Art Academy di Cincinnati poi alla Cooper Union di New York, lo portò a codificare un realismo di gusto pop ma assolutamente personale, che fondeva in uno stile cartellonistico, sempre votato alla grande dimensione, un’immediatezza fumettistica con immagini prese in prestito dal repertorio della pubblicità e dei mass media insieme al prelievo diretto di oggetti reali (come i portasciugamani, assi da toilette e supporti per carta igienica che l’artista acquistava direttamente in negozio e inseriti nei suoi quadri, come i famosi Bathtub Collages del 1963).
SCOLACIUM (CZ): "INTERSEZIONI" IN MOSTRA (CZ: "INTERSEZIONI" IN MOSTRA)

Mostre ed Esposizioni » SCOLACIUM (CZ): "INTERSEZIONI" IN MOSTRA

Fino al 9 ottobre, nell''area archeologica di Minerva Scolacium, è di scena "Intersezioni". Tony Cragg, Jan Fabre e Mimmo Paladino espongono le loro opere nel parco archeologico della Roccelletta, a pochi chilometri da Catanzaro.
Il logo della mostra
La mostra propone una nuova fruibilità dell''arte sottolineando la relazione tra il patrimonio archeologico e l''esperienza di tre fra i più significativi scultori contemporanei: Tony Cragg (Liverpool, 1949), Jan Fabre (Anversa, 1958) e Mimmo Paladino (Paduli, 1948).
Il progetto espositivo, curato da Alberto Fiz è stato organizzato dall''Assessorato alla Cultura della Provincia di Catanzaro con la collaborazione della Regione Calabria e del Dipartimento Regionale ai Beni Artistici e Culturali.
La mostra "Intersezioni. Cragg Fabre Paladino al Parco Archeologico della Roccelletta" sviluppa un rapporto sinergico tra passato e presente attraverso l''intervento di artisti che caricano di nuovi significati metamorfici un luogo ricco di storia e di memoria.
Cragg, Fabre e Paladino hanno studiato specifici progetti all''interno del Parco Archeologico dell''antica Minervia Scolacium, la colonia romana che s''installò nel 123-122 a.C. sulla città greca di Skilletion.
Se le imponenti sculture di Cragg, cariche di una monumentalità al tempo stesso fantastica e organica, trovano la loro collocazione ideale nel Foro, ovvero la piazza principale della colonia Minervia Scolacium, le figure arcaiche e primordiali di Paladino dialogano alla perfezione con il Teatro romano realizzato nel I e nel II secolo d.C., mentre le opere misteriose e stranianti di Fabre entrano metaforicamente in armonia con la spiritualità della Basilica di Santa Maria della Roccelletta, uno dei più significativi monumenti medievali della Calabria.
Gli interventi degli artisti sono stati pensati in relazione alle caratteristiche di uno spazio particolarmente ricco di suggestione.
Cragg ha scelto di presentare una serie di opere realizzate tra il 1999 e il 2004 dove si evidenzia un tracciato caratterizzato da continui rimandi all''aspetto geometrico e organico della materia: si segnala in particolare Wirbelsaule del 1999 e Untitled (Red stone) del 2000 un lavoro di 16 tonnellate che evoca immagini arcaiche di una civilità lontana.
Per quanto concerne Fabre, la Basilica diventa il punto focale della sua elaborazione plastica caratterizzata da continue metamorfosi. In cima alla Basilica è stato collocato l''uomo che misura le nuvole, una grande scultura in bronzo che sembra entrare in relazione con l''ultraterreno.
Ad occupare il Teatro è Paladino che per l''occasione ha realizzato una specifica installazione dove lo spazio antico viene animato da presenze silenziose e inquietanti, fantasmi di un passato collettivo. Si tratta de I Dormienti collocati sui gradoni del teatro come spettatori muti. Le 15 opere in terracotta creano un universo autonomo e suggestivo in un contesto dove compaiono ancestrali carri in bronzo e strutture in terracotta appositamente realizzate.
SCOLACIUM (CZ): "INTERSEZIONI" IN MOSTRA (CZ: "INTERSEZIONI" IN MOSTRA)

Mostre ed Esposizioni » PESARO: IN MOSTRA LE MAIOLICHE RINASCIMENTALI

In mostra fino al 29 maggio una serie di opere inedite restaurate e studiate per l’occasione. L’evento, ospitato nei Musei Civici, prende in esame materiali provenienti da vari ambienti del Palazzo Ducale di Urbino.
Maiolica Rinascimentale
La mostra propone i risultati di una ricerca sulla storia della maiolica a Pesaro al tempo degli Sforza (1445-1515).
Ospitata nei Musei Civici di Pesaro è promossa dalla Soprintendenza per il Patrimonio, Storico, Artistico ed Etnoantropologico delle Marche e curata dal direttore scientifico dei musei pesaresi, Giancarlo Bojani. L''esposizione: “Maioliche rinascimentali da Palazzo Ducale di Urbino” è visitabile fino al prossimo 29 maggio e prende in esame i materiali provenienti da Urbino, più precisamente da vari ambienti del Palazzo Ducale. La mostra propone al pubblico una serie di maioliche recentemente restaurate tra cui si segnala in particolare un nucleo di 29 ceramiche assolutamente inedite - studiate da Massimiliano Cecconi e Laura Lippera - provenienti dal palazzo urbinate.
SCOLACIUM (CZ): "INTERSEZIONI" IN MOSTRA (CZ: "INTERSEZIONI" IN MOSTRA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: LEON BATTISTA ALBERTI

In occasione del VI centenario della nascita del grande architetto è in programma a Palazzo Caffarelli, fino al 16 ottobre, una mostra che intende dimostrare il tentativo degli artisti del Quattrocento di riprodurre la monumentalità dell''antico attraverso l''astrazione del disegno.
Anonimo, Il Colosseo, veduta, disegno
Roma rende omaggio a Leon Battista Alberti: grande architetto, teorico dell’arte e scrittore con una mostra dal titolo "La Roma di Leon Battista Alberti. Architetti, umanisti e artisti alla scoperta dell''antico nella città del Quattrocento”. La formazione artistica dell’Alberti si svolse soprattutto nella Capitale. Fondamentale fu il suo rapporto con la classicità: egli desunse dallo studio delle proporzioni degli edifici romani la base della progettazione architettonica e una ricca tipologia strutturale e decorativa. Diversamente dal Brunelleschi, però, non fu tanto inventore e costruttore, piuttosto attuò nell’architettura la sua concezione umanistica del mondo, incarnando l’ideale dell’uomo artista del Rinascimento. Archeologo, restauratore e urbanista, scrisse il De re aedificatoria “La prima trattazione organica sui problemi della città del Rinascimento”. La mostra, organizzata dal Comitato Nazionale VI Centenario della Nascita di Leon Battista Alberti (Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Direzione generale per i Beni librari e gli Istituti Culturali) e dall''Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma-Sovraintendenza ai Beni Culturali, intende dimostrare il tentativo degli artisti del Quattrocento di riprodurre la monumentalità dell''antico attraverso l''astrazione del disegno, e riunisce opere di grande pregio e delicatezza, provenienti da prestigiose istituzioni europee e americane. Codici rarissimi come il Codex Escurialensis da Madrid, e raffinate opere, tra cui una predella del Beato Angelico (Pinacoteca Vaticana) e uno degli affreschi di Andrea del Castagno staccati dalla medicea villa Carducci a Legnaia (Firenze, Uffizi) si affiancano al celebre bronzetto del Marc''Aurelio di Filerete, in suggestivo confronto con il modello equestre di piazza del Campidoglio e la monumentale testa bronzea del Cavallo Carafa (Napoli, Museo Archeologico). Per l''occasione sono esposti anche reperti campani provenienti dalle navi di Nemi, oggetto nel 1447 di un tentativo di recupero diretto dallo stesso Alberti. Pezzi architettonici antichi e disegni del Quattrocento illustrano le architetture antiche di Roma alle quali Alberti s''ispirò per il suo trattato e i suoi progetti (Mausoleo di Adriano, Pantheon, Colosseo, architetture del Foro Romano, di Augusto, di Traiano, archi trionfali, terme). In mostra anche alcuni disegni riferiti ai principali interventi sui monumenti antichi da parte dei Papi e in particolare da parte di Nicolò V, il papa umanista che inaugurò una nuova visione della Roma cristiana sulle basi dell''antico, e sotto l’egida del quale Alberti creò i suoi capolavori romani.
SCOLACIUM (CZ): "INTERSEZIONI" IN MOSTRA (CZ: "INTERSEZIONI" IN MOSTRA)

Mostre ed Esposizioni » TORINO: LA PITTURA CINESE CONTEMPORANEA

La mostra, fino al 28 agosto a Palazzo Bricherasio propone un’indagine sulla tendenza contemporanea definita “pittura fotografica cinese” attraverso la selezione di circa quaranta opere che racconteranno il lavoro e la poetica di tredici artisti compresi fra i trenta e i quarant’anni.
Il logo della mostra
La pittura fotografica cinese è una tecnica che evoca apparentemente un realismo descrittivo ma nelle cui pieghe si notano ispirazioni simboliche e fortemente concettuali. Il risultato è una miscela di rimandi continui tra Oriente e Occidente, di ironiche soluzioni miste ad un costante senso di disagio esistenziale. L''esposizione torinese presenta giovani artisti appartenenti a una nuova generazione dell’Avanguardia cinese che, sul finire degli anni Settanta, si è liberamente distaccata dal rigido realismo accademico guidato dal regime maoista per approdare a un realismo individuale che cristallizza momenti della vita quotidiana. I colori, quasi sempre molto vivaci, enfatizzano ulteriormente le opere spesso di grande dimensione. In taluni artisti si arriva, attraverso la citazione, ad ironizzare sulla storia della pittura occidentale, non per irriderla, ma per sottolineare come un altro punto vista possa costituire un osservatorio interessante di approfondimento culturale. In un alternarsi di stili e di sensibilità si segnala la creatività di Zhang Xiaogang, predecessore e maestro di pittura di altri più giovani artisti dell’Avanguardia cinese; i suoi lavori sono dense riproposizioni surrealiste dell’epoca totalitaria. In questo filone surrealista-simbolico vanno inseriti poi i lavori di Li Dafang e di Zhou Tiehai. Gli influssi della Pop Art si fanno invece sentire nei lavori di Feng Zhengje, che rivisita questa corrente cromatica presentando prevalentemente soggetti femminili in chiave sensuale-irreale e nelle opere di Wei Guangqing, che situandosi nel filone della “Cultural Pop” rivisita metaforicamente antiche poesie e racconti classici della cultura cinese. I quadri in mostra affrontano tematiche diverse: la sessualità dei lavori di Zhang Xiaotao, il mito di Wu Yiming, l’ironia di Shi Xinning e di Zeng Fanzhi, il genio e la libertà iconografica di Li Song Song e di Wang Xingwei. Un particolare e insolito allestimento è infine dedicato alla sezione fotografica che propone opere del fotografo cinese Zeng Yi che con i suoi scatti in bianco e nero ci conduce nella vita delle campagne cinesi. Scene rurali, gesti semplici, quotidiani, un lavoro di memoria storica a documentare tradizioni, mestieri e personaggi che stanno scomparendo sotto la spinta della forte evoluzione sociale ed economica di questo Paese.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE: VITTORIA COLONNA E MICHELANGELO

La mostra, aperta al pubblico fino al 12 settembre 2005 ha l''obiettivo di presentare al meglio la figura della marchesa Colonna, donna protagonista del suo tempo la cui fama è legata soprattutto al rapporto con Michelangelo, ma anche al proprio percorso esistenziale e intellettuale. In mostra splendide opere prestate da alcuni prestigiosissimi musei d’Italia e d’Europa (dagli Uffizi al British Museum, dal Louvre all’Ermitage, dal Kunsthistorisches Museum alla Galleria Borghese, per fare solo alcuni nomi) ad edizioni di opere letterarie, manoscritti e carteggi originali di alcuni dei protagonisti dell’umanesimo italiano ed europeo.
Cristoforo dell''Altissimo, Ritratto di Vittoria Colonna
Nella sua biografia di Michelangelo Buonarroti, Ascanio Condivisi descriveva così il rapporto tra l''anziano maestro e la nobildonna: «In particulare amò grandemente la Marchesana di Pescara, del cui divino spirito era inamorato, essendo all’incontro da lei amato svisceratamente; della quale ancor tiene molte lettere, d’onesto e dolcissimo amore ripiene, e quali di tal petto uscir solevano, avendo egli scritto a lei più e più sonetti, pieni d’ingegno e dolce desiderio. Ella più volte si mosse da Viterbo e d’altri luoghi, dove fusse andata per diporto e per passare la state, e a Roma se ne venne, non mossa da altra cagione se non di vedere Michelagnolo; e egli all’incontro tanto amor le portava, che mi ricorda di sentirlo dire che d’altro non si doleva, se non che, quando l’andò a vedere nel passare di questa vita, non così le basciò la fronte o la faccia, come basciò la mano. Per la costei morte più tempo se ne stette sbigottito e come insensato». La mostra fiorentina indaga aspetti e sviluppi della personalità di Vittoria Colonna nei diversi contesti di cultura artistica e letteraria in cui ella si trovò ad agire a partire dall''illustre ambiente umanistico napoletano e ad Ischia, dove la zia, Costanza D''Avalois, si circondava di una cerchia di letterati che iniziarono la giovane al gusto della poesia. Divenuta prematuramente vedova Vittoria non si limitò a subentrare a Costanza nel ruolo di animatrice della cerchia letteraria riunita nella corte ischitana, ma si propose in prima persona come poetessa capace di dialogare alla pari con umanisti come Pietro Bembo. L''ardore religioso di Vittoria trovò poi nuovo alimento nel circolo napoletano dello spagnolo Juan de Valdés che iniziò la gentildonna ad una visione spiritualistica della religione, lontana dalle rigidità dogmatiche dell''esteriorità del culto. Il camminio di interiorizzazione della fede porterà la Marchesa di Pesacara a incrociare la convergente ricerca spirituale di Michelangelo, maturata a stretto contatto con gli ambienti della Riforma cattolica che cercheranno a lungo, ma senza fortuna, un terreno d''intesa on la Riforma protestante. Come già Isabella d''Este, anche Vittoria Colonna era particolarmente devota alla Maddalena, trasparente criptoritratto di ogni donna colta e devota del Rinascimento, che nella prostituta convertita ed ammessa nella cerchia più eletta degli apostoli trovava un''identificazione connessa alla propria volontà di emanciparsi dalla subalternità e dal pregiudizio gravante sulla condizione femminile. In chiusura l''esposizione tocca le sue note più alte ed intense con i disegni ideati da Michelangelo appositamente per l''amica, in uno scambio di doni che includeva anche la reciproca dedica di rime a sfondo religioso.

Vittoria Colonna e Michelangelo
Casa Buonarroti, via Ghibellina 70, Firenze
Fino al 12 settembre 2005
Biglietti: intero € 6,50, ridotto € 4,00, scuole € 3,25
Orario: 9.30-16.00, chiuso martedì
Informazioni: tel. 055/241752, fax 055/241698
E-mail fond@casabuonarroti.it

FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: IL RITO SEGRETO NELL''ANTICHITA''

Al Colosseo fino all''8 gennaio 2006, un''esposizione documenta i fenomeni di religiosità estranei dall’orizzonte del culto ufficiale diffusi tra la Grecia e l’Italia antica. In mostra Riti orfici e dionisiaci, misteri eleusini e pratiche oracolari.
Sarcofago con corteo dionisiaco, da una tomba sulla Via Aurelia Antica, 160-190 d.C., Marmo lunense
Ideata dalla Soprintendenza archeologica di Roma e curata da Angelo Bottini, l’esposizione "Il Rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma" documenta i culti misterici nel mondo antico. E'' questo un tema mai approfondito nell’ambito di una esposizione archeologica e inedito anche nell’idea di allestimento. Sono in mostra oltre settanta opere provenienti dalle Soprintendenze dell’Italia centrale e meridionale, tra cui si segnalano grandi statue, busti, altari, affreschi, vasi greci, rilievi ed idoli che arricchiscono il II ordine del Colosseo con la loro "misteriosa" presenza. Da sottolineare poi l''allestimento di grande impatto emotivo, che gioca con la luce, il suono e le proiezioni creando un percorso narrativo di forte attrazione. L''itinerario espositivo si apre con diverse sculture in marmo che documentano il favore delle pratiche oracolari in Grecia e in Italia, fra le quali la celebre Fanciulla d’Anzio (da Palazzo Massimo), da alcuni identificata come Pizia, di cui viene tuttavia confermata una nuova interpretazione, sicuramente uno dei capolavori in mostra. Una selezione di immagini dalla Grecia classica alla Roma imperiale illustrano esaurientemente i riti dionisiaci (Menadi in altari, plutei – splendido quello della Centrale Montemartini – frammenti di crateri, affreschi) individuati nel patrimonio romano (Museo Nazionale Romano, Musei Capitolini) e campano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Soprintendenza archeologica di Pompei). Il percorso continua con la presentazione dei misteri eleusini, attraverso la celebre Urna Lovatelli del Museo Nazionale Romano, testimonianze vascolari e importanti rilievi. Le dee onorate in essi, Demetra e Kore, con i culti agrari della fertilità volti ad ottenere la protezione divina sui raccolti diffusissimi anche in Magna Grecia e in Sicilia, sono rappresentate da una nutrita serie di testimonianze dalla Calabria, e da Locri in particolare (specialmente pinakes, teste e statue fittili, ecc.). Il racconto continua, dall’Italia greca al Lazio, con le pregevoli testimonianze dal santuario di Aricia (i busti e le statue fittili delle Grandi Dee), conservate nel Museo delle Terme, e attraverso quelle del culto di Cerere a Roma. Un’ultima sezione è infine dedicata ai culti misterici di provenienza orientale diffusi in tutto il mondo romano, favoriti anche dagli imperatori in chiave politico-ideologica e strutturati a Roma in vere e proprie associazioni culturali capeggiate da sacerdoti: quelli di Cibele e Attis (dall’Asia Minore), di Iside (dall’Egitto). Chiude l''esposizione una zona relativa al culto di Mitra (dalla Persia), che contribuì allo sviluppo delle tendenze monoteistiche degli ultimi secoli dell’impero romano.

Il rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma
dal 22 luglio 2005 al 7 gennaio 2006
Colosseo. Roma
orario: tutti i giorni dalle 8.30-19.15 fino al 31 agosto; 8.30-19 dal 1 settembre al 30 settembre; 8.30–18.30 dal 1 ottobre all’ultimo sabato di ottobre; 8.30–16.30 dall’ultima domenica di ottobre. La biglietteria chiude un''ora prima. Chiuso 1 gennaio, 25 dicembre.
tariffe: intero euro 10, ridotto euro 6;
visite guidate: gruppi € 100, scuole € 70, singoli € 4,00 (sabato e domenica ore 10.40), famiglie € 3,00 (per bambini dai 6 ai 12 anni domenica 5, 12, 19, 26 ottobre ore 10.30).
informazioni: Pierreci - tel. +39.06.39967700 - www.pierreci.it
CARAGLIO (CN) (CN)

Mostre ed Esposizioni » CARAGLIO (CN) - CHRONOS DAL BAROCCO AL CONTEMPORANEO

In mostra al CeSAC, fino al 9 ottobre, "Il tempo nell''arte dall''epoca barocca all''età contemporanea". In mostra opere di Burri, De Chirico, Il Genovesino, Hayez, Kiefer, Rembrandt, Reni, Tiepolo, Warhol...
Chronos, la locandina della mostra
La mostra, fino al 9 ottobre 2005 al CeSAC (Centro Sperimentale per le Arti Contemporanee) di Caraglio (Cuneo), è suddivisa in sette sezioni e intende indagare il modo con cui gli artisti, dal passato ad oggi, abbiano interpretato la nozione di tempo. L''intenzione è quella di far percepire al visitatore alcuni nuclei tematici specifici che, come in una spirale, lo spingono a viaggiare all''interno di una macchina spazio/temporale. Le differenti sale funzionano come clessidre il cui contenuto, grano dopo grano, scandisce visioni e simbologie legate ai differenti soggetti trattati.
Le opere in mostra non sono installate in senso cronologico ma tematico, divise in sezioni in cui i riferimenti e le assonanze dei vari soggetti funzionano come specchi. La prima sezione della mostra intende esemplificare attraverso quattro opere (una scultura, una miniatura e due dipinti) le peculiarità iconografiche della rappresentazione del dio Chronos, un uomo vecchio e alato che brandisce una falce e impugna una clessidra: la falce smembra e divide le ore del giorno, la clessidra simboleggia l''inesorabilità dello scorrere del tempo. Tra le opere esposte, si segnalano un olio su tela di Bernardino Mei, "Vanitas" di Peter Boel e Jan van den Hoecke, Ritratto di Ludovico Settala, olio su tela di Fede Galizia, Andy Warhol (Autoritratto con teschio, 1978), la "suonatrice di liuto" del Genovesino, un olio di Hubert Robert dal titolo "Les Découvreurs d''Antiques", il celebre Autoritratto di Giorgio De Chirico, la "Morte di Cleopatra" di Guido Reni...

Orari di visita:

venerdì e sabato dalle 15 alle 19,30
domenica dalle 10 alle 19,30.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE: "CIBI E SAPORI NEL MONDO ANTICO"

In mostra al museo archeologico di Firenze, fino al 15 gennaio 2006, i cibi, i condimenti e le bevande degli antichi. In tre sezioni, la mostra documenta le abitudini alimentari nell''Egitto dei faraoni, in Etruria e a Roma.
L''allestimento della mostra
Da alcuni anni la Direzione Generale per i Beni Archeologici invita tutte le Soprintendenze ad organizzare una mostra intorno ad un tema comune. Quest''anno la scelta è caduta sull''Alimentazione. L’esposizione "Cibi e Sapori nel mondo antico", allestita nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze dal 18 marzo 2005 al 15 gennaio 2006, segue un percorso cronologico molto ampio, dall’Egitto faraonico alla Grecia, dal mondo etrusco a quello romano, un''occasione per proporre al pubblico una selezione di opere molto ampia, per la quasi totalità appartenenti alle Collezioni del museo fiorentino.
Nelle varie sezioni s''illustrano, oltre alle abitudini alimentari degli antichi - i cibi, i condimenti e le bevande, con particolare riguardo ai metodi usati per la loro conservazione e cottura – anche gli usi conviviali, con rappresentazioni e citazioni sul banchetto ed il simposio, ed infine le problematiche relative alla produzione, al commercio e alla distribuzione degli alimenti più diffusi. La Mostra si articola in tre grandi sezioni. Dopo una breve introduzione con l''età preistorica la prima sezione è dedicata all''Egitto, con figurazioni, statuette e resti alimentari, la seconda riguarda il mondo greco, l’Etruria e Roma, la terza infine i commerci e la distribuzione dei prodotti.
Il cuore dell''esposizione è naturalmente costituito dall’Etruria: in mostra raffigurazioni di banchetto, dalla più antica rappresentata sul coperchio del cinerario di Montescudaio, databile al VII sec. a.C, alle lastre in terracotta da Murlo, dall’urna del Bottarone ad una numerosa serie di urne ellenistiche volterrane e chiusine, materiali che illustrano la varietà e la ricchezza dei servizi da mensa, degli oggetti di arredo e degli utensili da fuoco impiegati dalle aristocrazie etrusche nei banchetti cerimoniali. Si segnalano: i materiali dal Circolo del Tritone di Vetulonia, il vasellame di bronzo dalla Tomba delle Olive di Cerveteri, i grandi contenitori per derrate alimentari ed i bracieri di impasto rosso di produzione ceretana, un servizio da banchetto da Orvieto, servizi da mensa di bucchero, di ceramica etrusco-corinzia ed infine di vernice nera. Un approfondimento è infine rivolto a due prodotti di grande importanza sulle mense degli antichi e tipici della Toscana di ieri e di oggi: il vino e l’olio. In particolare il vino e la viticoltura, intesi come produzione, tecnologia, costume, territorio, rappresentano una componente fondamentale della nostra storia e della nostra civiltà. .
L'' ultima sezione è dedicata ai commerci ed alla distribuzione: sono esposti un''importante selezione di materiali provenienti dagli scavi delle navi di Pisa (vetri, ceramiche, legno, vimini, frutta) compresa una serie di anfore che conservano residui di vino, di frutta, di olive. Le sale del Museo Archeologico ospiteranno inoltre “Segni fra passato e presente”, una rassegna di opere del Maestro Luca Alinari che, prendendo spunto dagli oggetti antichi e dai temi illustrati, è riuscito a creare uno scambio fra passato e presente.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » TRENTO: AL MART LA PHILIPS COLLECTION

La Phillips Collection è in mostra al Mart fino al 13 novembre: 60 opere dei maestri dell''impressionismo e delle avanguardie del ''900. Goya, Picasso, Manet, Van Gogh, Cézanne, El Greco, Matisse, Renoir, Gauguin, Degas, Klee, Sisley, Ingres, Bonnard, Rodin...
Renoir, Colazione dei canottieri
Fino al 13 novembre 2005, al Mart Museo d''arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto è in mostra una selezione dei capolavori dalla Phillips Collection di Washington D.C. Dopo essere stata ospitata in importanti sedi museali americane e internazionali, l''esibizione arriva a Rovereto.
Dalla prestigiosa collezione privata americana, fondata da Duncan Phillips agli inizi del ''900, sono al Mart sessanta opere di straordinario valore artistico e culturale. Figura esemplare del collezionismo moderno Philips naque a Pittsburgh nel 1886, da una famiglia di industriali dell''acciaio e immaginò per anni una collezione di capolavori. Per realizzarla lavorò per tutta la vita sul proprio gusto, affinandolo attraverso la riflessione teorica e la frequentazione dei geni artistici del proprio tempo. La folgorazione arrivò nel 1911 durante un viaggio in Europa il giovane e facoltoso americano scoprì i dipinti di Renoir, di Monet, e degli altri impressionisti: ne fu completamente sedotto, e concepì il progetto di creare un "Prado Americano". Phillips fondò la sua collezione nel 1918, a Washington D.C., e l''aprì al pubblico nel 1921. Negli anni seguenti il collezionista si avvicinò sempre di più ai linguaggi delle avanguardie, e cominciò ad acquistare le opere dei post-impressionisti e dei suoi contemporanei: Van Gogh, Cézanne, Gauguin, Matisse, Braque, Picasso, Klee, Kandinsky, Mondrian, Calder. Il suo impegno nella valorizzazione delle nuove correnti lo portò, negli anni Trenta e Quaranta, a tornare sul mercato comprando di nuovo artisti di fine Ottocento, con lo scopo esplicito di poter mostrare, nella sua collezione, gli artisti delle avanguardie accanto a quelli che Phillips considerava i loro precursori; ecco così ad esempio le opere di Ingres, Delacroix e Degas, entrate in collezione negli anni ''40 accanto alle tele di Klee e Kandinsky.
La selezione di opere prenderà le mosse dai maggiori protagonisti dell''arte francese tra romanticismo e realismo: Courbet, Daumier, Delacroix, Corot. A questi si affianca un prezioso quadro di Ingres, La piccola bagnante, tra le più celebri composizioni dell''artista francese. Tra i capolavori di fine Ottocento, la Colazione dei canottieri di Renoir, fondamentale "manifesto" della poetica impressionista; le tele di Degas dedicate al mondo del balletto (Malinconia, le Donne che si pettinano e Ballerine alla sbarra), la Donna seduta in blu di Paul Cézanne, gli Stradini, la Casa ad Auvers e l''Entrata ai giardini pubblici di Arles di Vincent Van Gogh. Non mancano testimonianze dei maestri del simbolismo, come Odilon Redon, dei pittori Nabis, e di Paul Gauguin. La generazione successiva, che dalla lezione di questi maestri raccolse un''eredità destinata a divenire il fondamento dell''arte contemporanea, sarà rappresentata da Interno con tenda egizia di Matisse, Corrida e Donna con cappello verde di Picasso, Autunno II (1912), e Schizzo I per dipinto con bordo bianco (Mosca) di Kandinsky, da tele di Braque, Gris e Klee. Accanto a questi capolavori, si troveranno in mostra alcuni esempi di quelli che Phillips considerava i "vecchi maestri che precorsero le idee moderne": artisti quali Goya ed El Greco, di cui sono esposti due dipinti di analogo soggetto, Il pentimento di San Pietro. La loro presenza sottolinea ulteriormente quella ricerca delle analogie, anche nascoste e inaspettate, che portava Phillips ad affermare di voler creare "una collezione di dipinti mettendo ogni mattone al suo posto secondo una visione d''insieme, proprio come l''artista costruisce il suo monumento o la sua decorazione".

Orari: dal lunedì al giovedì, sabato e domenica 10:00 - 18:00 / venerdì 10:00 - 21:00
Ingresso: Intero: 8 Euro Ridotto: 5 Euro
Ridotto scolaresche: 1 Euro a studente
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » TREVISO: LA VIA DELLA SETA E LA CIVILTA'' CINESE

La prima esposizione del ciclo "La Via della Seta e la Civiltà Cinese" è in mostra fino al 14 maggio 2006 presso la restaurata Casa dei Carraresi. "La nascita del Celeste Impero" propone oltre 200 reperti archeologici per la prima volta in Italia: giade e monili, ori e vetri, lacche e pregiatissime sete.
Corteo di guardie d''onore (particolare)
Un ciclo di quattro mostre biennali intitolato “La Via della Seta e la Civiltà Cinese”(2005, 2007, 2009, 2011) è stato inaugurato a Treviso lo scorso 22 ottobre 2005. Si tratta di un viaggio spazio-temporale, alla scoperta di tredici secoli di storia e arte cinesi. L’ambizioso progetto, sotto l''alto patronato del Presidente della Repubblica, è nato dalla collaborazione tra Fondazione Cassamarca di Treviso e l’Accademia Cinese di Cultura Internazionale di Pechino, curato da Adriano Màdaro, esperto sinologo di lungo corso, giornalista e scrittore. La prima mostra, “La nascita del Celeste Impero”, ospitata nella prestigiosa e recentemente rinnovata Casa dei Carraresi consentirà, fino al 14 maggio 2006, di scoprire le più importanti tappe storiche, geografiche e culturali di quel percorso carovaniero noto come “La via della Seta” che partendo dalle coste orientali del Mediterraneo, passando per Palmira, Baghdad e Samarcanda giungeva a Xi’an, l’antica capitale imperiale. Attraverso questa antica direttrice arrivavano in Europa le sete e le porcellane pregiate; la stessa direttrice che portò Marco Polo ad incontrare la millenaria civiltà narrata ne “Il Milione”.
Nello specifico, la mostra si articola lungo due percorsi paralleli: quello geografico-storico della leggendaria Via della Seta, ripercorso attraverso oltre 200 reperti, molti dei quali mai esibiti e gelosamente custoditi nei caveaux blindati di oltre 60 musei disseminati lungo la leggendaria Via, di cui fanno parte le province di Hebei, Shaanxi, Henan, Hunan, Gansu, Qinghai e le regioni autonome di Xinjiang, Mongolia Interna e Ningxia Hui. L’altro percorso, rigorosamente storico, descrive la civiltà cinese attraverso la successione delle Dinastie, dal primo imperatore Qin Shi Huangdi, costruttore della Grande Muraglia, fino al tramonto della dinastia Tang. L’esposizione inizia proprio dalla dinastia Qin, nell’anno 221 a.C., data della fondazione del Celeste Impero e inizio della Storia moderna della Cina. I reperti scelti risalenti a quest’epoca testimoniano l’alto valore artistico raggiunto dalla Cina di ventidue secoli fa. Ne sono un esempio i famosi guerrieri di terracotta di Xi’an - provenienti dalla favolosa tomba dell’imperatore Qin Shi Huangdi - alti più di un metro e ottanta, imponenti e di provocatoria bellezza. La successiva dinastia degli Han Occidentali ed Orientali per quattro secoli ha plasmato e arricchito in maniera straordinaria la Civiltà Cinese con reperti archeologici di straordinaria ricerca estetica: la spettacolare modernità delle sete, i modellini in terracotta delle abitazioni, la rappresentazione realistica della realtà domestica, la sapiente lavorazione del bronzo, delle lacche e delle giade, la raffinata visione di quel mondo e la sua accurata raffigurazione, costituiscono una pietra miliare nella storia dell’arte mondiale. L’apoteosi archeologica della mostra è rappresentata dai reperti appartenenti alla Dinastia Tang. Numerosi fra essi i tesori di Stato, prestati dal famoso Museo di Storia del Shaanxi di Xi’an, il primo museo della Cina. Si tratta di una folta schiera di preziosi reperti che testimoniano a ragione la definizione di “età d’oro della cultura cinese” che viene unanimemente attribuita dai critici alla Dinastia Tang. Ed è qui, al termine di questa autentica parata di gioielli della Civiltà Cinese, che si conclude la Mostra dedicata alla nascita del Celeste Impero. Siamo nell’anno 960 della nostra éra. La Dinastia Tang è cessata ufficialmente nel 908, ma i suoi riverberi influenzano tutto il secolo e in verità non si spegneranno mai del tutto. Le prossime mostre partiranno da qui. Intorno all’anno Mille, fino al 1368, la Mostra del 2007, intitolata “Il tesoro dei Mongoli”, dedicata alle Dinastie Liao, Jin e Yuan, con una sezione riservata alla Dinastia Song, travolta dagli eserciti di Kubilai Khan all’epoca di Marco Polo. Il viaggio continuerà nel 2009 con la terza Mostra, “Lo splendore dei Ming”, interamente dedicata alla Dinastia
che più di altre contribuì a far conoscere ed ammirare la Cina in Occidente, e che comprende il periodo 1368-1644. Il ciclo si concluderà nel 2011 con “Manciù, l’Ultimo Impero” (1644-1911), la Mostra dedicata alla Dinastia Qing, nel corso della quale la Cina ha vissuto il suo apogeo di Impero più ricco e potente del mondo, finchè nel 1839 l’aggressione britannica, con la Prima Guerra dell’Oppio, ne avviò la decadenza.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE: MYTHOLOGIA ET EROTICA

In mostra fino al 15 maggio 2006 al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti, "Mythologica et Erotica. Arte e cultura dall’antichità al XVIII secolo". L''esposizione propone la prestigiosa raccolta di cammei e intagli medicei raffiguranti temi che si riferiscono ai miti più diffusi fin dall’antichità.
Specchio in bronzo con scena erotica, fine I sec. d.C.
Promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, dal Museo degli Argenti e dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, Mythologia et Erotica propone duecentotredici opere provenienti da prestigiosi musei italiani e stranieri e da collezioni private. Tema dell''esposizione, l’eros nelle sue interpretazioni letterarie e figurative attinte dal ricchissimo repertorio della mitologia greca e romana, la cui rappresentazione fu, a partire dal Rinascimento, al centro degli interessi di un colto pubblico di facoltosi collezionisti. I miti più fantastici e misteriosi divennero parte di un codice culturalmente e stilisticamente elevato, ideale per la formulazione d’immagini sfuggenti e ambigue, a volte sessualmente esplicite. La fantasia erotica cinquecentesca trovò, infatti, nelle avventure di dei ed eroine un repertorio già pronto di temi e di forme, in cui al significato dichiarato spesso si affiancava, o si sovrapponeva, un complesso di simboli criptici che ne permettevano una diversa e più sottile lettura. La mostra indaga questo aspetto, presentando al pubblico un selezionato gruppo di opere di notevole qualità tecnica e stilistica, raffiguranti episodi mitologici carichi di una forte componente maliziosa e amorosa, ma anche edificante e dimostrativa. Attraverso il confronto con dipinti, pitture murali, sculture, stampe, avori, porcellane e gioielli appartenenti a un ampio arco cronologico, l’evento cerca di documentare ai visitatori i mutamenti iconografici dei temi e la trasformazione del loro significato. Sarà così possibile cogliere la densità simbolica insita in storie come quella di Europa, di Leda, di Proserpina o di altre fanciulle amate e possedute dagli Dei; vicende esemplificative di quanto le passioni, alimentate dalle potenti frecce di Cupido, possano celare delle insidie. Un ruolo privilegiato avranno poi le rappresentazioni legate al ciclo di Venere, all’iconografia androgina d’Ermafrodito, al rito dionisiaco, con il suo erotismo apertamente manifesto.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » PAVIA: GUSTAV KLIMT DISEGNI PROIBITI

In mostra al Castello Visconteo di Pavia, fino al 4 dicembre, cinquanta opere a carattere erotico di uno dei protagonisti della stagione della secessione viennese.
Nudo sdraiato, verso destra (Studio per La Sposa) 1917-1918, matita
Dopo il successo parigino, che ha registrato ben 125.000 visitatori al Museo Maillol, arriva in Italia una nuova selezione di opere di carattere erotico del grande maestro viennese Gustav Klimt.
Dal 24 settembre al 4 dicembre, il Castello Visconteo di Pavia ospita l''esposizione "GUSTAV KLIMT. Disegni proibiti" che raccoglie 50 disegni di uno dei protagonisti della stagione della Secessione viennese e figura di straordinaria importanza nella storia dell’arte moderna.
L’iniziativa, prodotta da Alef in collaborazione con il Comune di Pavia, è affidata alla cura scientifica di Annette Vogel che ha selezionato i 50 disegni sul tema del nudo e dell’erotismo che svelano l’universo più intimo di Klimt, provenienti dalla collezione Sabarsky di New York.
Il percorso individuato permette alle opere di rivelare un’immagine privata dell’artista poco conosciuta al grande pubblico, che consente di esplorare in profondità la sua personalità. Come era solito ricordare lo stesso Klimt: “Chiunque voglia conoscermi – come artista, perché non c’è altro che sia meritevole d’interesse – deve guardare con attenzione le mie opere e cercare di scoprire quello che sono e quello che voglio”.
Nei suoi disegni, Klimt rende un omaggio alla bellezza femminile attraverso nudi, ritratti in pose spesso estremamente erotiche. Tale rappresentazione del corpo femminile gli permetteva di esprimere e di raggiungere, con il più alto grado di verità, l''essenza delle idee.
Spesso momento preparatorio per le creazioni pittoriche e destinati a un pubblico privato di amici, estimatori e critici, i disegni sono liberati dai motivi decorativi, nei quali le figure scompaiono, come assorbite da una trama astratta. Come ha scritto il critico Werner Hofmann, “Klimt era capace di dipingere la donna nella sua distante dignità e di disegnarla nella sua totale disponibilità sessuale”.
La sua produzione, che inizialmente predilige grandi spazi e una dimensione pubblica (la grande sala dell’Università di Vienna), trova nel disegno un momento di più intimo confronto. Le sue opere su carta non sono realizzate per essere mostrate in pubblico, anche se i critici suoi contemporanei le consideravano le sue creazioni migliori.

24 settembre – 4 dicembre 2005
Orari: da lunedì a venerdì 10.00-19.00; sabato e domenica 10.00 – 20.00; giovedì fino alle 22.00
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » BERGAMO: WAR IS OVER

In mostra alla GAMeC di Bergamo, fino al 26 febbraio 2006, "WAR IS OVER 1945 – 2005 la Libertà dell’arte da Picasso a Warhol a Cattelan". Cento opere dei più grandi artisti moderni e contemporanei di tutto il mondo.
Il manifesto della mostra
La GAMeC - Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea e l’Assessorato alla Cultura del Comune di Bergamo presentano, dal 15 ottobre 2005 al 26 febbraio 2006, " WAR IS OVER 1945 – 2005. La Libertà dell’arte da Picasso a Warhol a Cattelan".
Nel 60° anno della Liberazione la mostra celebra il tema della libertà conquistata in Europa con la fine del secondo conflitto mondiale. In esposizione cento opere di artisti internazionali che nel Novecento si sono fatti portavoce delle diverse tematiche legate alla libertà confrontandosi con le problematiche sollevate dal conflitto. In ciascuna delle sale i curatori della mostra, Giacinto Di Pietrantonio e M. Cristina Rodeschini Galati, hanno accostato e fatto dialogare opere moderne e contemporanee con l''obiettivo di sottolineare come il contributo dell’arte alla comprensione dei fenomeni non sia limitato ad un periodo concluso ma continui sino ai giorni nostri. La scelta di confrontare artisti vissuti in epoche diverse sottolinea l’attualità del tema affrontato. L’accostamento è suggerito dalle assonanze tra i diversi linguaggi artistici, dalla capacità di cogliere componenti di crisi della propria epoca e dall’intenzione di affermare nuovi valori. Il ricco percorso espositivo è suddiviso in undici sezioni. Nella prima sala "Popoli di tutto il mondo unitevi", il motto marxista viene trasformato in uno slogan universale con opere che abbracciano tutte le nazioni e tutte le classi sociali, attraverso la rappresentazione di bandiere, simbolo delle nazioni e delle culture di tutto il mondo. Nella seconda sala, "Degenerare-Generare", il rapporto tra arte e ideologia è presentato attraverso artisti le cui opere furono considerate dal regime nazista “arte degenerata” e colpite dall’intolleranza di Hitler (in mostra anche due suoi acquarelli) in quanto icone della modernità, e artisti contemporanei che invitano a riflettere su quanto la violenza perpetrata dai regimi dittatoriali abbia condizionato anche la nostra società. L’orrore per le atrocità della guerra in "Ostaggi" è espresso da artisti che l’hanno vissuta e da contemporanei che riflettono sul dolore provocato da ogni perdita della libertà e sulle lacerazioni della dignità umana nella società attuale. "Attenti!" è il titolo della quarta sala in cui la tematica militare è affrontata di volta in volta come rappresentazione dell’ordine mondiale, oggetto da sottoporre a forte critica, motivo estetico ed anche come simulazione di un gioco bellico. "Trincea dell’esistenza" indaga le diverse percezioni della guerra e del suo impatto sull’animo umano che la vive ora come dramma personale ora come tragedia collettiva, denunciandone le atrocità. Gli artisti inclusi nella sala "La Rivoluzione Siamo Noi" affrontano il concetto della rivoluzione facendosi portavoce di nuovi valori democratici considerando l’arte come uno strumento di libertà (in mostra anche il manifesto War Is Over-if you want it realizzato da Yoko Ono e John Lennon nel 1969 contro la guerra del Vietnam). In "Protesta" la dichiarazione di partecipazione attiva di alcuni artisti alle trasformazioni politiche e sociali sottolinea l’inscindibilità dell’arte dalla vita quotidiana. Le opere della penultima sala "Nel nome del Padre", testimoniano come sia nel passato che nel presente la tematica religiosa sia spesso utilizzata per la sua grande efficacia simbolica come veicolo di atti di denuncia. La sala, "Il Bel Paese", diviene una lente di ingrandimento attraverso cui gli artisti invitano a riflettere sull’immagine dell’Italia tra luoghi comuni e realtà. Nella sezione, "Ossessione della Storia", sono presenti artisti internazionali contemporanei, ciascuno rappresentato attraverso un’opera video che ha per soggetto gruppi di persone o folle impegnate in dimostrazioni, manifestazioni o azioni comunitarie in grado di evocare l’idea di soggetto collettivo, sentimenti e umori della massa, nuove forme di esistenza comunitaria, traumi e desideri del sentire comune. La mostra si conclude con la sezione distaccata, "Orizzonte del futuro", presso il Palazzo della Ragione in Città Alta, che propone lavori dove il “tavolo” come oggetto diventa metafora della volontà di dialogo e negoziazione che supera confini, barriere e differenze. Integra il percorso espositivo una sala dedicata alla proiezione di un video che propone un''antologia di sequenze storiche e di attualità. Ogni mese un artista internazionale presente in mostra è stato invitato a confrontarsi con le tematiche legate alla guerra ed alla libertà attraverso la proposta del lay-out di un manifesto che, sin da gennaio 2005 fino al prossimo dicembre, è affisso sui muri della città di Bergamo. Finora sono stati realizzati manifesti di Fabio Mauri, Michelangelo Pistoletto, Vedovamazzei, Enzo Cucchi, Paola Pivi, Sislej Xhafa, Vanessa Beecroft, Irwin e nei prossimi mesi usciranno quelli concepiti da Gilberto Zorio, Costa Vece e Jan Fabre. Integra l’iniziativa l’uscita, in concomitanza con l’inaugurazione, del manifesto War Is Over-if you want it di Yoko Ono e John Lennon che sarà, inoltre, presente in mostra nella sala La Rivoluzione Siamo Noi.

Orario

martedì, mercoledì, domenica ore 10-19
giovedì, venerdì, sabato ore 10-22
lunedì chiuso
Palazzo della Ragione:
martedì – sabato ore 10 – 13; 15 – 19
domenica ore 10 – 19
lunedì chiuso
chiuso: 25 dicembre - 31 dicembre
aperto: 1° novembre - 8 dicembre - 26 dicembre - 1° gennaio - 6 gennaio
ERCOLANO (NA)

Mostre ed Esposizioni » ERCOLANO (NA): Restaurata la Casa dei Cervi

Riapertura della casa dei Cervi dopo il restauro degli affreschi e delle coperture.
Sono stati realizzati i lavori di restauro delle coperture e degli affreschi della Casa dei Cervi, con un finanziamento della Fondazione Packard.


PADOVA (PD)

Mostre ed Esposizioni » PADOVA - Restauro della Cappella degli Scrovegni

Completato il restauro restauro del ciclo di affreschi con le Storie di Maria e Gesù e Giudizio Universale della Cappella degli Scrovegni di Padova
Per maggiori informazioni vai al sito dedicato al restauro della Cappella a cura dell'Istituto Centrale per il Restauro, con documentazione, notizie e approfondimenti di un cantiere durato pochi mesi, ma preceduto da venti anni di studi e indagini scientifiche.
www.giottoagliscrovegni.it
PADOVA (PD)

Mostre ed Esposizioni » 2 Maggio 2002 - ROMA: Riapre Palazzo Braschi

Il Museo di Roma riapre al pubblico dal 4 maggio 2002
con l'esposizione "Il Museo racconta la città".
Palazzo Braschi ha riaperto 4 maggio dopo 15 anni di chiusura.
Il recupero architettonico della sede del Museo di Roma, di grande impegno anche economico (9 milioni di euro), ha riguardato la facciata, il cortile interno, lo scalone d'onore e i primi due piani. Entro l'anno sarà bandita la gara per il restauro conclusivo del terzo piano (8 milioni di euro).
Sono state effettuate nuove acquisizioni per la già ricchissima collezione (100mila opere), tanto che le opere saranno esposte a rotazione. Le opere sono state ricatalogate ed è stato realizzato il Centro di Documentazione Multimediale.
La riapertura avviene con la mostra 'Il Museo racconta la città', a cura di Elisa Tittoni, sull'evoluzione architettonico-urbanistica e dei costumi di Roma dal XVI al XIX secolo.
Per maggiori informazioni vai al sito dedicato a Palazzo Braschi e al Museo di Roma.
www.museodiroma.comune.roma.it/PalazzoBraschi
PADOVA (PD)

Mostre ed Esposizioni » 24 Aprile 2002 - AVEZZANO (AQ): Mostra su Alba Fucens

Alba Fucens diventa il centro dell'archeologia Marsa
Il 23 aprile è stata inaugurata nei Magazzini del Grano di Villa Torlonia, ad Avezzano, la mostra su Alba Fucens, la cosiddetta "Piccola Roma".
La mostra è aperta fino al 30 dicembre 2002.
AREZZO (AR)

Mostre ed Esposizioni » 23 Maggio 2002 - AREZZO: Museum Image

Dal 23 al 25 maggio torna la terza edizione di Museum Image e Museum Studio, salone dei prodotti dedicati all'arte.
Ad Arezzo, al Centro Affari in via Spallanzani 19 si apre il 23 maggio la terza edizione della fiera dedicata al merchandising museale, ai servizi e alle tecniche museali.
Oltre ai contatti commerciali offerti da Museum Image, Museum Studio prevede una serie di conferenze e di laboratori sul tema, in particolare seminari sull'applicazione regionale degli standard nei musei e workshop tecnici realizzati da produttori e progettisti all'avanguardia.
Verranno inoltre presentati i rapporti Nomisma sull'applicazione della legge Ronchey e sull'indagine del comportamento dei visitatori nei punti vendita dei musei in Italia.
http://www.museumimage.it/
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE: "ANTICHI SEGNI DELL''UOMO"

Al museo archeologico fino al 23 gennaio, una mostra per celebrare i 50 anni dell''Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. L''esposizione documenta gli esordi degli studi italiani sull''arte preistorica.
Volto femminile decorato con motivo a W
L''Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria compie mezzo secolo di vita: per festeggiare la ricorrenza, una mostra di calchi, reperti archeologici, documenti e immagini fotografiche ripercorre gli esordi degli studi italiani sull''arte preistorica. La mostra è strutturata in sei sezioni, la prima descrive l''opera di Paolo Graziosi, il grande studioso fondatore e presidente dell''Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, ricercatore in Europa e in Africa che partecipò tra l''altro alla spedizione italiana sul K2 negli anni 1954-1960. La seconda sezione illustra il riparo del Romito di Papasidero uno dei più importanti giacimenti italiani del Paleolitico (Cosenza) e si rifà all''indagine scientifica avviata da Paolo Graziosi nel 1963 e fino al 1968 che documenta la storia delle comunità di cacciatori-raccoglitori da circa 20.000 anni a 10.000 anni orsono. La terza sezione propone con gigantografie e postazione informatica i risultati delle spedizioni nel Sahara libico; l''arte rupestre sahariana, le vicende climatiche e culturali, le raffigurazioni della grande fauna selvaggia sono riferite all''arco cronologico compreso tra gli 11.000 a 4.000 anni fa. La terza e quarta sezione documentano i siti archeologici italiani: le ricerche nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco in Puglia e la scoperta del primo masso di Cemmo a Bergamo che segnò l''inizio delle indagini che portarono all''attuale patrimonio d''incisioni della Valcamonica riferibili all''età dei metalli nel millennio tra il 3.400 e il 2.200 a.C.. Infine la sesta sezione racconta la storia dell''Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » “L’ADORAZIONE DEL BAMBINO” DI FRA'' BARTOLOMEO TORNA AL PUBBLICO

Alla Galleria Borghese di Roma dal 30 Novembre ritorna il dipinto dopo un lungo e importante restauro che ha svelato i rapporti tra l''autore e Leonardo da Vinci.
L''adorazione del Bambino di Fra'' Bartolomeo
Il restauro scientifico del tondo attribuito nel 1926 a Fra'' Bartolomeo, consente di gettare nuova luce sulle tecniche di esecuzione dell''autore e sui suoi rapporti con Leonardo da Vinci.
Le indagini diagnostiche hanno infatti evidenziato analogie tra Fra'' Bartolomeo e Leonardo nella stesura liquida per le velature, analogie che l''analisi stilistica aveva riconosciuto anche per l’uso dello “sfumato” e di particolari formali e fisiognomici.
L''opera restaurata è visibile dal 30 Novembre presso la Galleria Borghese di Roma. Lo sponsor Federazione Italiana Tabaccai con il progetto “FIT per l’arte e la cultura” ha messo a disposizione due giornate a ingresso gratuito a numero chiuso il 20 e il 27 dicembre 2004 dalle ore 11.00 alle ore 19.00.
GENOVA (GE)

Mostre ed Esposizioni » GENOVA: "ARTI E ARCHITETTURA"

A Palazzo Ducale, fino al 13 febbraio, una mostra che documenta gli sconfinamenti operati dell''arte nell''architettura. Artisti che hanno immaginato e spesso realizzato case, grattacieli, complessi urbani ed aeroporti o hanno prodotto dipinti e sculture che richiamano direttamente o indirettamente il soggetto architettonico.
Arti e architettura
Un''avventura utopica, sfociante a volte nell''"archiscultura", che vede artisti e architetti - da Kasimir Malevich a Alexandr Rodchenko, da Antonio Sant''Elia a Fortunato Depero, da Ludwig Mies van der Rohe a Piet Mondrian, da Le Corbusier a Frederick Kiesler, da Constant a Jean Dubuffet, da Frank Gehry a Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen - impegnati a disegnare spazi, volumi e percorsi ideali, basati su colori e forme che non provengono dalla funzionalità, ma dalla creatività pura.
La mostra di Palazzo Ducale è articolata in tre parti: la prima dedicata agli architetti e agli artisti delle Avanguardie storiche, fino agli anni Sessanta compresi (1900-1970); la seconda, che abbraccia più specificatamente il periodo contemporaneo (1970-2000); la terza, che vede realizzate nelle piazze, nelle strade e nei cortili di alcuni palazzi storici di Genova strutture effimere a firma dei maggiori artisti e architetti del mondo.
GENOVA (GE)

Mostre ed Esposizioni » AL MART, "IL BELLO E LE BESTIE"

In mostra al Mart "Il Bello e le bestie. Metamorfosi artifici e ibridi dal mito all’immaginario scientifico". L''esibizione, visitabile fino all''8 maggio al Museo d''arte moderna e contemporanea di Rovereto propone un percorso dalla mitologia classica alle manipolazioni dell''età contemporanea.
Matthew Barney. The Loughton candidate, 1994
Centauri e sirene, fauni e meduse, sfingi e arpie, visioni di sogno e apparizioni da incubo nella cultura visiva occidentale tra passato, presente e futuro. Dalla mitologia classica alle manipolazioni dell''età contemporanea, l''ibrido come incrocio tra umano e animale, spirituale e carnale, come metafora della realtà e punto di vista sul mondo. Tutto questo è :"Il Bello e le bestie", la grande mostra del Mart per il 2005. Una mostra-evento che raccoglie una selezione di quasi centottanta opere per abbracciare, in uno sguardo sintetico, due secoli di arte visiva - dal Simbolismo all''estrema contemporaneità - in un affascinante percorso tematico che confronta epoche, stili e contributi concettuali diversi, nella mostra è stato infatti privilegiato un approccio tematico più che cronologico: il tema dell’ibridazione, dell’incontro tra umano e animale permette ad esempio di ammirare capolavori di Chagall, Magritte, Bacon, e – insieme – vasi greci del V sec. a.C e opere di artisti contemporanei appositamente prodotte per la mostra. .
Da Arnold Böcklin a Gustave Moreau; da Auguste Rodin a Franz Von Stuck, Matthew Barney, Max Klinger, Odilon Redon, Giorgio De Chirico, René Magritte, George Grosz, Pablo Picasso, Marc Chagall, Arturo Martini, Alberto Savinio, Paul Delvaux, Francis Bacon, Frida Kahlo, Francis Picabia, Ana Mendieta, Francesco Clemente, Sandro Chia, Mimmo Paladino, Maurizio Cattelan, Louise Bourgeois, Cindy Sherman, Kiki Smith fino ai recentissimi lavori di Aspassio Haronitaki, Giuseppe Maraniello, Luigi Ontani. Accanto a questo nucleo portante, un''emblematica selezione di opere più antiche chiamate ad evocare - lungo il percorso espositivo – i riferimenti culturali, gli "archetipi" della produzione artistica occidentale, sul tema del "divenire animale": ecco allora i vasi e i bronzetti greci e romani raffiguranti i protagonisti di miti e leggende, le visioni oniriche delle incisioni di Albrecht Dürer, il bellissimo "Giudizio di Re Mida" di Cima da Conegliano, "L''uccellatore" dell''Arcimboldo, ma anche il "Ritratto di Antonietta Gonzalvus" di Lavinia Fontana, l''"Arrigo Peloso, Pietro Matto e Amon Nano" di Annibale Carracci, le pungenti incisioni del grande Goya.
FERRARA

Mostre ed Esposizioni » FERRARA: "UNA SPINA NEL PIATTO"

Dal 18 febbraio al 29 maggio, al museo archeologico nazionale di Ferrara in mostra gli antichi miti e le ricette legate al pesce. Sul vasellame esposto, tutti i protagonisti della tavola ittica di 2500 anni fa, scorfani, cefali, orate, rane pescatrici, razze, seppie e calamari.
Il filo rosso che legava Atene e Spina correva sul mare ed è al mare, alla pesca e al pescato che il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara dedica la mostra "Una Spina nel Piatto". Un titolo che gioca tra la peculiarità del pesce e il nome dell''antico abitato etrusco-greco introducendo il tema principe di questa piccola ma curiosa esposizione, il pesce appunto, a cominciare dall''anguilla, la grande assente di questa mostra.
Sul vasellame esposto troviamo tutti i protagonisti della tavola ittica di 2500 anni fa, scorfani, cefali, orate, rane pescatrici, razze, seppie e calamari, tutti tranne l''anguilla. Eppure i greci impazzivano per la sua carne, delizia assoluta dei loro pasti, e non è escluso che se la procurassero anche qui, in quelle valli di Comacchio dove nell''acqua e di pesca si viveva. Lo testimoniano gli ami, i pesi da rete, lo scandaglio rinvenuti nell''abitato; lo confermano gli strepitosi piatti da pesce recuperati nelle tombe. La mostra attinge a piene mani dalla letteratura classica, dai testi di Aristofane, Archestrato, Difilo e tanti altri. Se le fonti greche (in particolare la letteratura e l''epigrafia) sono una miniera inesauribile di dati e informazioni (e altrettanto ricco sarebbe il quadro ricavabile dalle fonti di età romana, fonti tra le quali diviene determinante la stessa iconografia), gli Etruschi ci hanno lasciato un numero molto minore di documenti. Tuttavia è indubbio che gli abitanti etruschi di Spina abbiano tratto influenze e consuetudini dal mondo greco con cui commerciavano e convivevano, e che il loro stile di vita abbia recepito elementi derivanti dalla dinamicità di quella cultura. È dunque partendo dai trattati, dalle commedie, dai poemi greci che possiamo tentare di ricostruire il rapporto con la pesca e il mare della piccola comunità che abitò questi luoghi tra il V e il IV sec. a.C..
Le fonti elencano i pesci esposti sui banchi del mercato o in luoghi specifici (opsopolia), descrivono i menù e la preparazione delle ricette a base di pesce, spiegano le varie tecniche di pesca. Raccontano che il pesce era una merce pregiata, appannaggio di pochi, e che il suo prezzo era talmente proibitivo da fungere da redditometro: chi lo comprava doveva essere ricco. Una sezione della mostra è dedicata ai modi per cucinarlo, dai metodi classici, bollito oppure fritto - con Filosseno che sentenzia che bollito non è male ma fritto è meglio -, a quelli più elaborati, al forno, allo spiedo e al cartoccio, condito con pesto o spezie.
Un''altra tratta i miti e i tabù collegati ai pesci, talvolta ritenuti sacri e dunque immangiabili, in altri casi imparentati a divinità come la seppia e Teti, madre di Achille, o il calamaro e Iride, la messaggera alata. Il tutto ammirando le decine di piatti da pesce attici ritrovati nei corredi delle necropoli di Spina, segno palese di un utilizzo collegato all''alimentazione. Piatti di per sé originali, caratterizzati da una cavità centrale in cui veniva posto il condimento o salsa che avrebbe insaporito il pesce posato sulla tesa. La mostra, inserita nella rassegna nazionale "Cibi e sapori nell''Italia antica", indetta dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, sarà affiancata da un ciclo di conferenze che approfondiranno i temi della pesca e del mare dall''antichità alla metà del secolo scorso; nell''autunno prossimo, in occasione della Sagra dell''Anguilla, si trasferirà a Comacchio nel museo di Palazzo Bellini.
FERRARA

Mostre ed Esposizioni » MILANO: RENATO GUTTUSO

In mostra alla Fondazione Mazzotta, Foro Bonaparte, fino al 6 marzo 2005 le opere di Guttuso della Fondazione Francesco Pellin.
Renato Guttuso, Donna nuda nello studio (particolare)
La mostra milanese dedicata a Renato Guttuso espone l’intera collezione Francesco Pellin. Un novero di 77 dipinti e 47 disegni, realizzati tra il 1931 e il 1986 e messi insieme, negli anni, dall’industriale che fu estimatore ed amico di Guttuso.
E’ il 1973 quando Francesco Pellin incontra, fortuitamente, il pittore in vacanza ad Ischia. Tra i due nasce subito una profonda amicizia. Pellin, imprenditore lombardo, inizia a collezionarne le opere, creando un corpus che presto confluisce nella Fondazione intitolata a suo nome.
La Fondazione Pellin rappresenta la raccolta più prestigiosa di lavori di Guttuso, per qualità ed ampiezza d’arco cronologico paragonabile solo alla “Donazione Guttuso” creata dal figlio dell’artista, Fabio Carapezza Guttuso.
Le opere in mostra permettono di ricostruire il percorso dell’artista e la sua ricerca pittorica, dal primo periodo formativo sino alla piena maturità.
Tra le tele, si ricordano alcune celebri nature morte degli anni Quaranta, quando il Nostro oscilla tra il realismo organolettico ed il post-cubismo narrativo: si tratta di “Natura morta con drappo rosso” (1942) e “Grande natura morta con la scure” (1947). Agli anni Cinquanta, impregnati di “realismo sociale” e poi di quello “esistenziale”, appartengono le tele “Pescatori in riposo” (1950) e “Uomo che mangia gli spaghetti” (1956). Agli anni Sessanta risalgono “Armadio realista” ed “Autobiografia”, ambedue del 1966, ove Guttuso esprime un suo particolare “realismo memoriale”. Fanno parte della collezione Pellin, inoltre, due tele di grandi dimensioni: “Van Gogh porta l’orecchio tagliato al bordello di Arles” (1978) e “Spes contra spem” (1982).

Fonte: Italica
FERRARA

Mostre ed Esposizioni » RAVENNA: "CONVIVIUM, L''ARISTOCRAZIA ROMANA A TAVOLA"

Prorogata fino all''8 gennaio 2006 la mostra sull''arte del banchetto dei romani alla Domus del Triclinio. Mosaici e arredi dai più importanti musei archeologici italiani in un''esposizione che illustra il rito romano del Convivium. In mostra, per la prima volta, anche il mosaico denominato “asaroton oikos”, cioè “pavimento non spazzato”, proveniente da Aquileia e recentemente restaurato.
La locandina della mostra
A Ravenna il pranzo è servito e si mangia con gli occhi.
Da sempre il banchetto è un''occasione cruciale in cui esprimere il gusto di vivere, almeno per chi se lo può permettere. In epoca classica però il convivio rappresentava molto più che un semplice piacere: era un rito al tempo stesso pubblico e privato, che esprimeva distinzione sociale e potere. Proprio per questo lo stare a tavola era governato da regole precise e i padroni di casa curavano i loro banchetti nei minimi particolari, con arredi sontuosi e ricorrendo ai servigi di grandi cuochi.I ricchi ateniesi mettevano in scena il sumpósion, l''aristocrazia romana invece, in una cornice sempre più ricercata, celebrava i fasti del convivium.
È all’arte del banchetto e al piacere della vita fra le mura domestiche nell’antica Roma che la Fondazione RavennAntica - in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e il Comune di Ravenna - dedica il grande evento espositivo Convivium, ospitato nella Domus del Triclinio. Una mostra originale che espone al grande pubblico preziosi arredi giunti dai più prestigiosi musei d''Italia: Napoli, Pompei, Ercolano, Trento, Modena e Reggio Emilia. Letti tricliniari, tavole da mensa, braceri per il riscaldamento dell’ambiente, scaldavivande e scaldabevande, sostegni per lucerne oltre a stoviglie di particolare pregio, in metalli preziosi, vetro, ceramica e cristallo. Uno dei pezzi più pregiati è il grande pavimento musivo policromo, decorato con il particolare motivo denominato “asaroton oikos”, cioè “pavimento non spazzato”, proveniente da Aquileia.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE: "QUANDO DIO ABITAVA A IFE"

Fino al 3 luglio 2005, i capolavori dell''antica Nigeria sono in mostra a Palazzo Strozzi. L''esposizione, "Quando Dio abitava a Ife" testimonia dell’antichissima cultura di Nok, della raffinatezza decorativa della corte di Igbo-Ukwu, del classicismo degli artisti di Ife, la città sacra capitale della nazione Yoruba, dello splendore della ricchezza della corte di Benin, la città-stato più potente di tutta l’Africa.
Scultura
Le sale rinascimentali di Palazzo Strozzi, dal 5 marzo al 3 luglio 2005 accoglieranno i capolavori dei Musei Nazionali della Nigeria, testimoni di antichissime culture come quella di Nok (dal nome del villaggio nei pressi del quale furono rinvenute le prime sculture in terracotta alla fine degli anni ''40 del ''900), della raffinatezza decorativa della corte di Igbo-Ukwu, del classicismo degli artisti di Ife la città sacra capitale della nazione Yoruba, dello splendore della ricchezza della corte di Benin, la città-stato più potente di tutta l''Africa.
La mostra, Quando Dio abitava a Ife, propone, dopo vent''anni un''esposizione che rinnova la memoria di Carlo Ludovico Ragghianti e offre contemporaneamente nuove sorprese. Vent''anni fa, nel 1984, il grande storico dell''arte, ottenne infatti di ospitare a Firenze la prima mostra mai realizzata al mondo con questi capolavori, nel viaggio che portava le opere della National Gallery di Washington al Louvre, da dove poi sarebbero tornate a Lagos. Da allora nessuno ha avuto l''occasione di ammirare questi capolavori, da annoverare fra i massimi della storia delle arti dell''umanità che sono rimasti prigionieri nei caveau dei musei nigeriani per le turbolenze politiche, le lotte religiose, le guerre, protetti almeno loro, dal saccheggio degli scavi clandestini che hanno recato danni forse irreparabili agli studi archeologici. In uno spettacolare e raffinatissimo allestimento, le opere saranno accompagnate dalle splendide fotografie di uno dei maestri della fotografia del ''900, Herbert List, che alle arti africane dedicò un lungo e appassionato periodo di lavoro.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » A FERRARA PRIMA GRANDE ESPOSIZIONE DEDICATA AL CUBISMO

Fino 9 gennaio 2005, al Palazzo dei Diamanti, una grande mostra racconta lo sviluppo della più importante avanguardia del XX secolo.Nel 1908 Braque e Picasso inaugurarono un modo assolutamente nuovo di vedere e dipingere la realtà, che avrebbe segnato profondamente lo sviluppo dell’arte moderna.
Pablo Picasso, Chitarra 1912-13
“Il Cubismo. Rivoluzione e tradizione", la grande rassegna organizzata da Ferrara Arte in collaborazione col Kröller-Müller Museum di Otterlo e curata da Marilyn McCully presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara, dal 3 ottobre al 9 gennaio 2005, racconta lo sviluppo della piu'' celebre avanguardia moderna presentando le opere dei suoi principali protagonisti (Picasso, Braque, Leger e Gris), accanto a quelle di altri grandi maestri del Novecento che si affiancarono a questa rivoluzione artistica, come Mondrian, Gleizes, Metzinger, Dufy, Derain, Marcoussis, Soffici e Severini. Una mostra per raccontare a più grande rivoluzione artistica dai tempi del Rinascimento, attuata a partire dai soggetti della tradizione: il ritratto, il paesaggio, la natura morta e la figura reinterpretati secondo un’ottica nuova. Si tratta della prima grande esposizione dedicata al cubismo in Italia.


FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - Dal 27 febbraio al 1 marzo Le Città della Cultura

II Conferenza Nazionale degli Assessori alla Cultura e al Turismo
A Le Città della Cultura sono previste conferenze, dibattiti e interventi di esponenti del Governo, delle Regioni, delle Autonomia Locali, delle Imprese e del settore non profit. I temi discussi sono incentrati sulle politiche di valorizzazione del territorio e dello sviluppo economico nei settori della cultura e del turismo, con particolare attenzione al rapporto tra Istituzioni Pubbliche e Imprese.
Nella serata di gala, che si svolgerà il 28 febbraio a Palazzo Vecchio, sarà consegnato il Premio Cultura di Gestione.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » MILANO, ALLA TRIENNALE E'' IN MOSTRA WARHOL

La Triennale di Milano presenta la mostra "The Andy Warhol Show". La mostra, che resterà aperta fino al 9 gennaio 2005 negli spazi della Triennale espone il ruolo rivoluzionario svolto dall''artista non solo nell''arte, ma anche nell''ambito della grafica, della comunicazione e della moda.
Opera di Warhol
La Triennale di Milano presenta la mostra "The Andy Warhol Show”. Personaggio eclettico, sin dai suoi esordi Andy Warhol è considerato un emblema della cultura americana degli anni Sessanta e Settanta. Pittore, fotografo, cineasta, scrittore (filosofo e sociologo), promoter di gruppi musicali e teatrali, editore, animatore della vita mondana newyorkese, ma soprattutto grande comunicatore, Warhol creando la Factory inventò la corporation dell''artista, il sistema di lavoro della collaboration.
Ciò che emerge dalla rassegna è come dietro la facciata delle immagini e dietro la superficie della pittura, Warhol afferma un''estetica basata sulla comunicazione e sulla collaborazione tra lui e quanti gli sono stati vicino.
E'' considerevole il nucleo delle opere presentate: oltre 200 dipinti, ma anche foto, opere grafiche, disegni, tra cui quelli giovanili realizzati per le riviste di moda newyorkesi.
Quanta basta per comprendere che "The Andy Warhol Show" si qualifica come una delle mostre più originali e complete a lui dedicate in Europa, di certo la più vasta realizzata in Italia fino ad oggi.
La mostra è stata possibile grazie alla partecipazione d''importanti collezioni e istituzioni pubbliche e private internazionali, tra cui il Warhol Museum di Pittsburgh e la Fondazione Andy Warhol di New York.
GENOVA (GE)

Mostre ed Esposizioni » GENOVA CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2004

L''Unione Europea ha designato Genova “Capitale europea della Cultura”, insieme a Lille. E'' la terza volta che una città italiana ottiene questa nomina, dopo Firenze 1986 e Bologna 2000.
La candidatura di Genova fu presentata nel 1997 dall''allora ministro della Cultura, Walter Veltroni.
La nomina è arrivata nel 1998. Obbiettivo della manifestazione e'' quello di ''rendere accessibile al pubblico europeo aspetti particolari della cultura della citta'', della regione o del paese interessato''. La prima citta'' a essere nominata Capitale Europea della Cultura nel 1985 e'' stata Atene, cui sono seguite, tra le altre, Parigi, Glasgow, Praga e Copenhagen. Le uniche citta'' italiane che hanno ricoperto questa carica sono Firenze (1986) e Bologna (2000). La prossima volta che tocchera'' a una citta'' italiana sara'' nel 2019.

www.genova-2004.it

GENOVA (GE)

Mostre ed Esposizioni » PISA: LA PITTURA DEL DUECENTO DA GIUNTA A GIOTTO

La mostra "Cimabue a Pisa. La pittura pisana del Duecento da Giunta a Giotto" è la prima tappa di un progetto triennale dedicato alle origini della pittura cristiana in Occidente. Esposti per la prima volta dopo secoli, capolavori pisani che erano dispersi nei musei di mezzo mondo. Fino al 25 giugno.
Cimabue, Mosaico absidale con Giovanni evangelista, Pisa, Duomo (part.)
La mostra "Cimabue a Pisa. La pittura pisana del Duecento da Giunta a Giotto" riunisce una straordinaria serie di capolavori, provenienti dal territorio o nati per chiese pisane ma poi dispersi nel mondo e fatti rientrare per l’occasione.
L''esposizione, presso il Museo Nazionale di San Matteo di Pisa fino al 25 giugno 2005, procederà poi per Roma, nel Braccio di Carlomagno dove, ampliando l’arco cronologico all’XI secolo, si arricchirà della pittura romana.
Esempio di questa immensa “diaspora” è la Madonna in trono con Bambino e santi e la Flagellazione, opere di Cimabue, conservate rispettivamente alla National Gallery di Londra ed alla Frick Collection di New York, che torneranno per la prima volta dopo secoli in Italia.
In mostra opere per un arco cronologico di circa 100 anni, da Giunta Pisano - il più grande e innovativo pittore della prima metà del Duecento – fino all’arrivo dell’opera di Giotto, raffigurante San Francesco che riceve le stigmate (oggi conservata al Musée du Louvre), eseguita per l’omonima chiesa cittadina. Tra gli altri inediti, sono in mostra il Crocifisso del Cleveland Museum of Art con la firma frammentaria di un sinora ignoto Michele di Baldovino e il terminale di Croce dipinta che si trova al Museu de Belas Artes di Rio de Janeiro. Dalla Gemäldegalerie di Berlino giungeranno due tavolette di Deodato Orlandi, dal Lindenau-Museum di Altenburg un’altra tavola del pittore pisano-lucchese, mentre dai Musei Vaticani il dossale con San Francesco e storie di Giunta Pisano.
Una sezione della mostra è infine dedicata alle arti applicate e alla miniatura, ed a una copiosa serie di sigilli in bronzo.
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Mostre ed Esposizioni » TURNER IN MOSTRA A VENEZIA

Centoventi opere (dipinti, acquerelli, disegni e album di schizzi) dell''artista inglese William Turner sono esposti a Venezia presso il museo Correr fino al 23 gennaio 2005.
Il manifesto della mostra
La mostra, ospitata a Palazzo Correr fino al 23 gennaio 2005 è la prima esposizione sul periodo in cui il pittore londinese visito'' Venezia e raccoglie molte opere celebri in una straordinaria sequenza. Influenzato Poussin e Lorrain, Turner abbandonò il concetto di una visione lirica della natura del paesaggio creò capolavori dalle atmosfere rarefatte riuscendo a stravolgere i concetti classici e romantici dei vedutisti veneziani.
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Mostre ed Esposizioni » TRENTO GLI STATUS SYMBOL DELLA PREISTORIA

La mostra "Guerrieri, principi ed eroi", presso il Castello del Buoncosiglio espone, fino al 7 novembre, materiali dalla preistoria all''alto medioevo tra il Danubio ed il Pò.
“Guerrieri, principi e eroi": l''affascinante tema delle origini del potere e dell’autorità viene illustrato per la prima volta in una grande mostra archeologica internazionale.
Quali erano i segni distintivi dei capi a partire dalla Preistoria fino ai tempi delle invasioni barbariche? Di quali codici di comunicazione si servivano le aristocrazie per esibire il potere e sfoggiare il proprio prestigio?
Le più straordinarie testimonianze lasciate dalle antiche élite che hanno esercitato il potere nell''ampio territorio compreso fra il corso del Danubio e del Po, sono riunite in un evento espositivo senza precedenti.
In mostra sono esposti asce e pugnali, dapprima in pietra e poi in metallo, preziosi ornamenti in oro, ambra e pasta vitrea, corone in bronzo e in foglie d''oro. Si possono ammirare elaborati finimenti di cavallo, spade, un copricapo cerimoniale in oro da Schifferstadt (Germania) risalente al 1300-1100 avanti Cristo, elmi di tradizione etrusca e celtica e due spettacolari esemplari da parata in bronzo di epoca romana.
La mostra è stata possibile grazie alla collaborazione tra numerosi musei, soprintendenze, istituti di ricerca e università italiane ed estere che hanno generosamente messo a disposizione fra i maggiori tesori delle proprie raccolte.
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Mostre ed Esposizioni » ROMA: IN MOSTRA IL ''700

In mostra, fino al 26 febbraio 2006 al Museo Nazionale di Palazzo Venezia, circa 230 opere: dipinti, disegni, sculture, arredi, reperti archeologici volumi e abiti. Per illustrare il passaggio dal Barocco alla modernità.
La locandina della mostra
Tre anni di lavorazione, un prestigioso comitato scientifico internazionale e la passione delle due curatrici, Anna Lo Bianco e Angela Negro hanno concretizzato la mostra "Il ''700 a Roma", un esposizione che propone, attraverso circa 230 tra dipinti, disegni, sculture, arredi, reperti archeologici, volumi e abiti, un percorso attraverso il XVIII secolo che parte dal Barocco per arrivare alla modernità. La mostra, ospitata nelle sale di Palazzo Venezia fino al 26 febbraio 2006, riunisce opere di tutto il mondo. Molte ritornano a Roma per la prima volta, altre sono state restaurate per l''occasione. L''esposizione racconta il volto variegato della città eterna, in cui Antico e moderno convivono, come dimostrano i due famosi dipinti di Pannini che aprono la mostra: "Veduta di Roma Antica" e Veduta di Roma Moderna" eccezionalmente prestati dal Metropolitan Museum di New York. In un percorso cronologico si scandisce attraverso sezioni a soggetto lo svolgersi della cultura del secolo: dall''enfasi tardo barocca che si stempera nella grazia e ragionevolezza dell''Arcadia nelle tele "Apollo che incorona il marchese Pallavicini" di Carlo Maratti e "L''apostolo S. Tommaso" di Pierre le Gros fino ad approdare alla grande pittura di Giaquintocon le "Storie di Enea" del Quirinale. Si susseguono in mostra autori come Winckelmann, Mengs, Piranesi, Kauffman, il mondo classico e i temi eroici, l''antico nelle sue varie declinazioni, la moda del Grand Tour, la stagione di Pio VI e i grandi scavi archeologici, l''influenza di David e la Roma della Rivoluzione. Antico e moderno si confrontano poi in due solenni sculture in marmo: la "Polimnia" del Louvre, restaurata nel 700 da Agostino Penna, a fronte della famosa "Velata" di Palazzo Barberini, realizzata a metà secolo dal veneto Corradini. Tra i bellissimi pezzi archeologici si segnalano il "Giove di Otricoli" dai Musei Vaticani e il colossale "Fauno" in rosso antico dai Musei Capitolini. Chiudono la mostra le opere di Fussli e di Felice Giani, la figura di Sigismondo Chigi, la festa dei giacobini a piazza San Pietro e l''emblematica scultura di Vincenzo Pacetti con "Napoleone che solleva l''Italia".

Orario
Dal martedì alla domenica
dalle ore 10.00 alle ore 19.00
(la biglietteria chiude un’ora prima)
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Mostre ed Esposizioni » RAGUSA: GLI ARGENTI DI PATERNO''

In mostra a Ragusa "Gli argenti di Paternò dal Pergamonmuseum di Berlino". Coppe, pissidi decorate a sbalzo, un grande piatto portauovo e un bicchiere scanalato, per la maggior parte forniti di iscrizioni a punzone attestanti il nome del possessore sono in mostra, fino al 15 gennaio 2006, presso il Museo Nazionale Ibleo.
Il manifesto della mostra
Coppe, pissidi decorate a sbalzo, un grande piatto portauovo e un bicchiere scanalato, per la maggior parte forniti di iscrizioni a punzone attestanti il nome del possessore, questo il "Tesoro di Paternò", un nucleo di raffinati argenti del IV secolo a.C. La mostra, fino al 15 gennaio 2006 presso il Museo Nazionale Ibleo di Ragusa è stata possibile grazie alla collaborazione tra il Pergamonmuseum e la Soprintendenza ai Beni culturali di Ragusa. Il nucleo di argenti, prodotto dalle oreficerie di Taranto, era in origine composto da nove o dieci pezzi (cinque dei sette pezzi berlinesi sono in mostra) e fu rinvenuto casualmente nel 1909 da una contadina nei pressi del castello normanno di Paternò. Sottratto all’ingenua contadina per pochi soldi da astuti trafficanti e immesso sul mercato antiquario, il tesoro venne acquistato dall''Antiquarium di Berlino, nucleo dell''attuale Pergamonmuseum.
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Mostre ed Esposizioni » POTENZA: MAGIE D''AMBRA

In mostra a Potenza, fino al 15 marzo 2006, "Magie d''ambra. Amuleti e gioielli della Basilicata Antica". Oltre duecento oggetti, tra cui preziosi reperti in ambra, rinvenuti in Basilicata e risalenti all''VIII-IV secolo a.C. e ambre grezze provenienti da collezioni italiane.
Melfi, pendente in ambra raffigurante Arpia o Sirena, fine V sec. a.C.
Le sale del Museo Archeologico Nazionale della Basilicata "Dinu Adamesteanu" ospitano la mostra "Magie d''ambra. Amuleti e gioielli della Basilicata antica".
L''esposizione, organizzata d''intesa con la città di Potenza e in collaborazione con alcuni tra i più importanti musei italiani di storia e scienze naturali (Ferrara, Torino, Napoli, Palermo) e con "Ambra Greco", Brugherio (Milano), presenta preziosi reperti in ambra, rinvenuti in Basilicata in contesti di VIII-IV secolo a.C. e ambre grezze. L''iniziativa, resa possibile grazie al contributo della Regione Basilicata e dell''Unione Europea intende, tra l''altro, riaffermare la centralità della Basilicata antica in un complesso sistema di relazioni che comprendeva le popolazioni insediate nel bacino del Mediterraneo e nelle regioni dell''Europa centro-settentrionale.
Miti, misteri e leggende accompagnano da oltre duemila anni la storia dell''ambra, con cui si ricavavano preziosi gioielli e amuleti. Non esisteva nell''antichità una sostanza così degna di attenzione da parte dei poeti e dei creatori di miti.
Fin dalla preistoria l''ambra ha attirato la curiosità dell''Uomo per la singolare trasparenza, per l''energia elettrostatica che sprigiona dopo uno strofinio, per l''aroma resinoso quando brucia, per la leggerezza e per l''essere "calda" al tatto a differenza delle altre gemme minerali. Tutto ciò ha contribuito ad assegnare all''ambra virtù magiche, apotropaiche e anche terapeutiche. L''ambra è una resina fossile prodotta da piante (conifere e caducifoglie) per difendersi in caso di attacchi da muffe o funghi o come reazione ad una ferita. Le ambre possono assumere decine di colori, dal bianco al giallo al bruno rossastro al blu. A partire da 300 milioni di anni fa l''ambra è presente in tutte le ere geologiche, le ambre più antiche sono prive di inclusi vegetali o animali che diventano invece più frequenti a partire da 140 milioni di anni fa.
La tradizione greca sosteneva che l''ambra grezza provenisse dall''Esperia, nel lontano e leggendario Occidente, forse perchè giungeva in Grecia prevalentemente dall''Italia, attraverso l''Adriatico. Il mito più diffuso che narra l''origine dell''ambra è quello di Fetonte. Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta che l''eroe, mentre attraversava il cielo con il carro del Sole (suo padre), fu fulminato da Zeus, poichè rischiava di ardere la terra avvicinandosi troppo ad essa. Fetonte morì precipitando sulla terra come una stella cadente, con le chiome avvolte dalle fiamme. Il suo corpo fu accolto dal fiume Eridano (il Po). Le tre sorelle, le Eliadi, a furia di piangere, si trasformarono lentamente in alberi. Le loro lacrime, che continuavano a stillare dai tronchi, vennero consolidate in ambra dal Sole.
Da secoli l''ambra è stata usata come amuleto o come rimedio naturale contro malattie di ogni genere. Già nel I secolo a.C. lo stesso Plinio ricorda che "Le donne della zona della Gallia Transapadana (Lombardia) portano collane di ambra, come ornamento ma anche a scopo terapeutico, perchè infatti si crede che prevenga le malattie delle tonsille e della gola". Nell''antichità il luogo principale di estrazione dell''ambra erano le coste del Mar Baltico. In Basilicata, la diffusione di ornamenti in ambra ha inizio già nel secondo millennio a.C., seguendo un lungo itinerario che dall''Europa del Nord attraversava la foce del Po, le coste adriatiche per giungere in Italia meridionale. Per circa un millennio l''ambra ha avuto una particolare fortuna proprio in Basilicata, tanto da costituire uno dei principali fossili-guida utilizzati per ricostruire la storia archeologica della regione. Il momento di maggiore fortuna dell''ambra, presso le popolazioni indigene della Basilicata interna, si registra tra VII e IV secolo a.C., periodo in cui questi territori e, in particolare l''Enotria, sono inseriti in un complesso sistema di relazioni che comprende il Mediterraneo Orientale, le coste italiane e l''Europa centro-settentrionale. In particolare, le donne enotrie di rango sociale elevato, ma anche quelle daunie del Melfese vengono sepolte con sontuose parures caratterizzate da ornamenti in ambra, oltre che in argento, bronzo, ferro e pasta di vetro. Si tratta in alcuni casi di piccole sculture in ambra dalla fattura estremamente raffinata, realizzate da intagliatori delle città greche della costa ionica (Metaponto, Siris, Taranto, Sibari) e delle città etrusche della Campania (Capua, Pontecagnano) e forse anche di Canosa, importante centro della Daunia costiera. In Basilicata le valenze magico-protettive dell''ambra sono evidenziate dagli stessi soggetti raffigurati sui gioielli intagliati. Uno fra i motivi preferiti è sicuramente quello delle donne e, più in generale, delle figure alate: personaggi divini, in grado di condurre, anche nell''immaginario delle genti italiche, i mortali nell''Al di là verso la salvezza ultraterrena. L''immagine delle donna alata (o del guerriero alato, anch''esso in grado di collegare gli uomini con le divinità) caratterizza alcune delle più importanti sculture in ambra di VI-IV secolo a.C. della Basilicata centro-settentrionale.Oltre ad un pendente a forma di sfinge da Braida di Vaglio, si possono ricordare, dalle necropoli di Melfi, sculture in ambra, della fine del V secolo a.C., che raffigurano donne e guerrieri alati. Da Tricarico, infine, proviene un pendente in ambra, del IV secolo a.C, che raffigura il mito per eccellenza del rapimento dell''anima: Eos, la dea dell''Aurora, dalle splendide ali, dalle dita di rosa e dal vestito color zafferano rapisce il giovane Kephalos.
Orario
Gli orari di apertura della mostra coincidono con quelli del museo:
Il lunedì dalle 14,00 alle 20,00;
e dal martedì alla domenica dalle 9,00 alle 20,00
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Mostre ed Esposizioni » ROMA: I COLORI DEL FASTO

Esposti al Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps i reperti della "domus" imperiale. Fino al 18 aprile i materiali archeologici testimoniano il fasto della dimora che sorgeva nei giardini affacciati sul Tevere. Marmi preziosi nascosti per 2000 anni dalle viscere del Gianicolo.
Lesena
La Soprintendenza Archeologica di Roma espone per la prima volta i reperti della " domus" imperiale trovata nell''estate del 1999 durante i lavori per del giubileo per la costruzione della rampa d’accesso al parcheggio sotterraneo del Gianicolo.
La mostra, curata dal soprintendente archeologico di Roma Angelo Bottini, dalla direttrice di Palazzo Altemps Matilde De Angelis d''Ossat, da Fedora Filippi e Claudio Moccheggiani Carpano è ospitata presso la sede del Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps. La rassegna propone, fino al 18 aprile 2006, i materiali archeologici testimonianza del fasto della dimora che sorgeva nei giardini affacciati sul Tevere. Secondo le antiche fonti, fra cui i testi di Seneca e Filone, in questa zona si trovavano le residenze private della famiglia imperiale e, in particolare, proprio qui si ergeva il complesso degli horti di Agrippina Maggiore (14 a.C. - 33 d.C.). Anche se lo stato attuale dei lavori non consente di affermare che i reperti corrispondano alla domus della nipote di Augusto e madre di Caligola, la preziosità delle decorazioni architettoniche marmoree ritrovate porta a ritenere che, comunque, esse appartenessero ad una ricca residenza imperiale. In particolare, gli scavi hanno messo in luce una serie di ambienti con pitture a fondo bianco su cui compaiono finte architetture e motivi decorativi, come maschere gorgoniche e uccellini appartenenti al II sec. d.C. In due di questi ambienti, di cui uno ricostruito in mostra, si rinvenne lo straordinario deposito di materiali marmorei, ordinatamente riposti probabilmente per essere riutilizzati. Si tratta di un insieme omogeneo di circa 500 pezzi che, sulla base delle analisi stilistico-tipologiche, potevano appartenere ad un unico originario complesso edilizio, probabilmente un ambiente di grandi dimensioni databile intorno al I sec. d.C. L’esposizione si propone di suggerire l’idea della sontuosità espressa nella realizzazione di un apparato decorativo fastoso attraverso l’impiego di preziosi marmi colorati, non solo accostando capitelli, lesene, cornici e lastre di rivestimento così da rendere anche l’idea cromatica dell’insieme. Sono esposti anche una selezione di un centinaio di pezzi tra i quali spiccano, sotto l’egida di una piccola ma delicata statuetta di Afrodite Charis – unica scultura del deposito - elegante nella fattura, che rivela l''immagine della dea vestita di una semplice tunica fluttuante che lascia intuire il movimento del corpo.Si segnalano poi la coppia dei grandi e stupendi capitelli di lesena in rosso antico con applicazioni in altri materiali che costituiscono un unicum nel panorama finora noto dell’architettura antica. E poi una serie di elegantissimi capitelli corinzieggianti in marmo bianco e di altri piccoli capitelli figurati con delfini. Ma, forse, l’impatto più emozionante viene da un consistente gruppo di rarissime e meravigliose lastre di alabastro, il prezioso marmo di provenienza orientale, presenti nel deposito in molti tipi differenti. L''allestimento insiste sull''effetto di una mise en scène, su una scenografia che coinvolge l''intero Teatro del Palazzo, dove sono stati ricostruiti gli ambienti della domus con le pitture parietali.
Orario
martedì-domenica, 9.00-19:45, chiuso il lunedì
Ingresso: intero €9, ridotto €5,50
Informazioni: 06/39967700
Catalogo: Electa
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Mostre ed Esposizioni » ROMA: IN MOSTRA I CAPOLAVORI DALLE ISOLE CICLADI

Fino al 26 febbraio 2006, i Musei Capitolini ospitano una rassegna di capolavori dalle isole Cicladi. In mostra, direttamente dal Museo d''Arte Cicladica N.P. Goulandris e dal Museo Archeologico Nazionale di Atene, oltre trenta opere all''origine della civiltà occidentale.
Cicladi
I capolavori della civiltà egea visibili nella sala degli Orazi e Curiazi ai Musei Capitolini, in una mostra archeologica dedicata all''arte cicladica. L''evento, organizzato in occasione della visita ufficiale a Roma del Presidente della Repubblica Ellenica, Carolos Papoulias, ospita, fino al 26 febbraio 2006 per la prima volta in Italia oltre 36 opere espressione dell''arte cicladica da considerare alle origini dell''intera civiltà occidentale. In mostra immagini femminili di primordiale bellezza che risalgono al periodo cicladico antico 3.200-2.000 a.C. e che provengono direttamente dal Museo d''Arte Cicladica N.P. Goulandris e dal Museo Archeologico Nazionale di Atene

Orario
Martedì-domenica 9.00-20.00
Lunedì chiuso
Informazioni e prenotazioni Tel. 06 82059127
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Mostre ed Esposizioni » ROVERETO: LA DANZA DELLE AVANGUARDIE

In mostra al Mart fino al 7 maggio 2006 "La Danza delle Avanguardie. Dipinti, scene e costumi: da Degas a Picasso, da Matisse a Keith Haring". Oltre mille opere per raccontare la nascita della danza come espressione artistica d’avanguardia analizzando le sue relazioni con le arti visive del ‘900. Dai pittori del teatro dell''ottocento alle avanguardie storiche, dagli anni venti al secondo dopoguerra. In mostra opere di Degas, Lautrec, Matisse, Gontcharova, Roerich, Balla e Depero, de Chirico, Picabia, Malevich e El Lissizky ma anche Keith Haring, Jeff Koons e Jan Fabre.
Keith Haring - Disegno per il Montecarlo Ballet
Oltre mille opere tra dipinti, sculture, costumi, scenografie, disegni, fotografie in mostra al Mart per raccontare i magici e straordinari intrecci tra la danza e l’arte. Un percorso che dai capolavori del primo ‘900 giunge fino alle ultime tendenze dell’arte contemporanea.
Partendo dagli artisti che hanno raccontato il teatro coreografico, come Edgar Degas e Henri Toulouse-Lautrec, la mostra presenta i lavori di Matisse, Gontcharova, Roerich, Balla e Depero per i Ballets Russes di Serge Diaghilev, i progetti degli anni Venti di Giorgio de Chirico e Francis Picabia per i Ballets Suédois, e quelli che Alexandra Exter, Kasimir Malevich e El Lissizky idearono per i teatri in Russia. Tra i punti salienti dell’esposizione, le scenografie e i costumi di Pablo Picasso, le rivoluzionarie invenzioni “africane” che Fernand Léger realizzò per La Création du monde. Si giunge poi alle creazioni degli anni Trenta di Joan Miró per Serge Lifar, alle innovazioni teatrali di Isamu Noguchi per Martha Graham negli anni Quaranta, al Balletto Triadico di Oskar Schlemmer, e ancora alle sperimentazioni di Robert Rauschenberg per Merce Cunningham, di Keith Haring per Bill T. Jones e Arnie Zane, per finire con quelli di David Salle e Jeff Koons per Karole Armitage, di Giulio Paolini per Davide Bombana, di Grazia Toderi per Virgilio Sieni, e di Jan Fabre, artista e coreografo lui stesso.
Le curatrici della mostra, Gabriella Belli e Elisa Guzzo Vaccarino, hanno voluto evidenziare i grandi cambiamenti avvenuti nel teatro di danza e nella ricerca artistica nel corso di oltre un secolo. I più importanti artisti dell’epoca in esame si trasformano negli scenografi più innovativi, trasferendo sul palcoscenico le loro nuove valenze creative.
L''esposizione si apre con una sala dedicata agli artisti di fine Ottocento, pittori del teatro e del suo mondo. Edgar Degas e Federico Zandomeneghi rappresentano i momenti più salienti della vita del palcoscenico: le quinte, le prove e il proscenio, mostrando il volto umano e sociale del balletto parigino fin de siécle. Henri Toulouse-Lautrec, Jules Chéret e Giovanni Boldini, negli stessi anni, entrano in questo mondo, condividendo le vicende dei loro protagonisti; un coinvolgimento che anticipa la sensibilità delle avanguardie del ‘900, particolarmente attente alla rappresentazione del movimento e del dinamismo. Nei primi anni del secolo scorso gli artisti non si limitano più a rappresentare il teatro ma salgono direttamente sul palcoscenico, realizzando scenografie e costumi, cercando nuovi linguaggi per la coreografia, la musica e il teatro. Il palcoscenico si trasforma quindi in un grande laboratorio nel quale sperimentare le più audaci soluzioni del linguaggio artistico. Tutti i movimenti d’avanguardia, entro la fine degli anni Venti del ‘900, contribuiscono all''innovazione della scena, in sintonia con la trasformazione della visione e della teoria e pratica del balletto e della danza. Pioniere di questa rivoluzione teatrale, le protagoniste della modern dance americana, Isadora Duncan e Loïe Fuller, muse ispiratrici di disegnatori, fotografi e scultori, come prima di loro le ballerine del varietà, della danza di sala e di intrattenimento, avevano ispirato Toulouse-Lautrec, Bourdelle, Severini.
Il grande innovatore di impatto planetario e permanente fu però Serge Diaghilev, l’impresario dei Ballets Russes. Arrivato a Parigi nel 1908, nell’enfasi prebellica che vede la capitale francese al centro di grandi cambiamenti – dalla pittura, alla musica, allo stesso stile di vita – Diaghilev rivoluziona l’idea del balletto e della scena con la lungimiranza di chi da subito aveva capito che nel nuovo secolo nulla del passato si doveva salvare, lanciandosi così alla scoperta di nuove frontiere artistiche e nuovi talenti. Con un’inedita alchimia di esotismo, folklore russo e linguaggi dell’avanguardia, Diaghilev mette in subbuglio le platee dei teatri di Parigi, Londra, Montecarlo, New York e Buenos Aires. Tra il 1909 e il 1929 Diaghilev rompe con la tradizione del balletto a serata intera e invita Matisse, Picasso, Bakst, Gontcharova, Larionov a realizzare le scene e i costumi di balletti brevi, d’autore, per la sua compagnia parigina. Chiama a sé anche i protagonisti del Futurismo: Balla, Prampolini e Depero. Ed è proprio con quest’ultimo che lavora alla preparazione di alcuni importanti progetti, tra cui Le Chant du Rossignol, in una versione purtroppo mai andata in scena, seguita da una più fortunata realizzazione di Henri Matisse nel 1920. Alla celebre figura di Diaghilev si affianca quella di Rolf de Maré, impresario dei “rivali” Ballets Suedois, attivi a Parigi tra il 1920 e il 1925, coi quali collaborano, oltre ad artisti già cooptati nei Balletti Russi, come Jean Cocteau, anche Fernand Léger (La Création du monde) e Giorgio de Chirico (La Jarre).
In questi stessi anni, nel clima di straordinario rinnovamento dell’arte russa che segue la rivoluzione d’ottobre, alcuni dei maggiori artisti, rimasti in patria, focalizzano gran parte della loro attività nella sperimentazione teatrale, che diventa il luogo di proposte fortemente innovatrici: futurismo, suprematismo e costruttivismo trovano nel teatro il loro banco di prova con Alexandra Exter, El Lissitsky, Kasimir Malevich e Vladimir Tatlin.
Nell’ambito della Bauhaus primeggia la figura e il lavoro di ricerca di Oskar Schlemmer, faro di una battaglia radicale contro l’estetica conformista del teatro, a lui si deve una delle più folgoranti pagine della storia artistica e culturale dell’Europa degli anni venti. Grazie alla sua sperimentazione che chiamò in gioco tutte le arti, dalla scenografia alla coreografia, dall’architettura al linguaggio, dalle arti visive alla scultura, si poterono gettare basi solide per la rinascita etica ed estetica dell’arte e del teatro del secondo dopoguerra.
Un capitolo importante è riservato allo scenario coreografico della seconda metà del Novecento: i sodalizi di Joan Miró con Serge Lifar e Léonide Massine e le combine paintings di Robert Rauschenberg che diventano scenografia per Merce Cunningham, ma anche le opere realizzate negli anni Quaranta da Isamu Noguchi per Martha Graham, la grande protagonista della nuova danza americana. Le sue sculture sceniche diventeranno elementi chiave per esprimere i risvolti psicanalitici delle creazioni grahamiane.
In mostra anche alcuni lavori fondamentali della seconda metà del secolo fino ai nostri giorni, pur nella consapevolezza di non rappresentarne tutta la complessità. La Danza delle Avanguardie presenta quindi i lavori di Lucio Fontana che interpreta il Ritratto di Don Chisciotte di Petrassi-Milloss, si sofferma sugli inconfondibili segni grafici di Keith Haring, giunge fino alle più recenti esperienze di David Salle e Jeff Koons per Karole Armitage. Esposti anche i bozzetti di scena di Giulio Paolini per Teorema di Davide Bombana, il video di Grazia Toderi per Il fiore delle Mille e una notte di Virgilio Sieni. Non manca poi la figura di Jan Fabre, scultore ma anche coreografo e regista delle proprie opere-performance teatrali.
Una sezione è dedicata al mondo della moda: i disegni e i costumi realizzati da Gianni Versace per Maurice Béjart e per William Forsythe, sempre per Forsythe le creazioni di Issey Miyake, gli abiti di Christian Lacroix per Bianca Li, i bozzetti e i costumi di Yves Saint-Laurent per Roland Petit, e i costumi di Jean-Paul Gaultier per Regine Chopinot. Vicino a queste creazioni, gli scatti dei fotografi di moda, che sperimentano curiose incursioni nel mondo della danza. Bruce Weber, Peter Lindbergh, Deborah Turbeville, Ellen Von Unwerth, Koto Bolofo fissano sulla pellicola immagini forti e inedite di questo mondo in movimento.

Orario
martedì, mercoledì, giovedì, sabato e domenica 10:00 - 18:00
venerdì 10:00 – 21:00
Chiuso il lunedì
Ingresso:
Intero: 8 € Ridotto: 5 €
Ridotto scolaresche: 1€ a studente
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Mostre ed Esposizioni » MODENA: INFORMALE, JEAN DUBUFFET E L''ARTE EUROPEA

Jean Dubuffet e gli autori che fecero della ricerca sulla materia pittorica e informale un’esperienza artistica fondamentale del secondo dopoguerra sono in mostra al Foro Boario di Modena fino al 9 aprile 2006. In mostra le opere del Gruppo CoBrA di Asger Jorn, Pierre Alechinsky, Karel Appel, Corneille, di maestri europei come Antoni Tàpies, Yves Klein, Hans Hartung e dell’arte italiana informale di Lucio Fontana, Alberto Burri, Gastone Novelli, Emilio Vedova, Toti Scialoja, Tancredi per ripercorrere il clima artistico rivoluzionario e irriverente di quegli anni.
Giuseppe Capogrossi, Superficie 210, 1957
Nata dalla collaborazione tra Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e Collezione Peggy Guggenheim di Venezia la mostra "Informale. Jean Dubuffet e l''arte europea 1945-1970", presso il Foro Boardio fino al 9 aprile 2006, affronta il la corrente artistica "Informale". Protagonista dell''esposizione un grande maestro come Jean Dubuffet, insieme agli autori che fecero della ricerca sulla materia pittorica e informale un’esperienza artistica fondamentale del secondo dopoguerra. Dal Gruppo CoBrA di Asger Jorn, Pierre Alechinsky, Karel Appel, Corneille, a maestri europei come Antoni Tàpies, Yves Klein, Hans Hartung, all’arte italiana informale di Lucio Fontana, Alberto Burri, Gastone Novelli, Emilio Vedova, Toti Scialoja, Tancredi e altri protagonisti che permetteranno di ripercorrere il clima artistico rivoluzionario e irriverente di quegli anni.
Apre l''esposizione una esaustiva tavola cronologica che presenta l''ambiente di formazione e la ricerca dei protagonisti dell''Informale presenti in mostra. L''ingresso è poi segnato dalla scenografica opera Il cane (Le Chien) di m 5,32 x 2,59, che Jean Dubuffet eseguì utilizzando una grande vela da barca esposta per la sua antologica al Solomon R. Guggenheim Museum di New York e che per la prima volta si vedrà in Italia. In questa prima grande zona il pubblico potrà trovare anche opere di grafica dei primi anni Quaranta di Dubuffet e di artisti che insieme al Maestro ispirarono il clima storico e artistico che successivamente sarà chiamato Informale europeo. La seconda zona permette poi, con un unico colpo d''occhio circolare, di riassumere visivamente oltre trenta anni di ricerca valutandone l''evoluzione: dal viso primitivo e terribile di Miss Cholera del 1946 all''ironica calvizie di Brunetta dal volto carnoso (Châtaine aux hautes chairs), del 1951 o ai corpi disarticolati di Corps de dame del 1950 per arrivare fino al magico e colorato ritratto tridimensionale del personaggio di Bidone l''Imbroglio (Bidon l''Esbrouffe), una scultura del 1967 proveniente da New York. Oltre al tema della figura, il grande valore e la seduzione di Dubuffet sta nella capacità di costruire con materie inusuali, rozze, primitive spesso vicine alla terra e al fango, opere meravigliose. Grande impressione susciterà nel pubblico l''opera Knoll of Visions (1952) indiscusso capolavoro - insieme a Sostanza astrale (Substance d''astre) (195 x 150 cm), del dicembre 1959 - della ricerca sulla materia. Suggello scenografico dalle imponenti dimensioni (1,70 di altezza x 8,22 metri di lunghezza) sarà l''opera Nunc stans (1965), considerato capolavoro riassuntivo dell''intera opera di Dubuffet.
Due salette ospitano la grafica: 50 opere insieme ad una piccola vetrina con le preziosissime edizioni di Dubuffet.
La terza parte dell''esposizione attraversa le complesse esperienze artistiche europee riunite sotto la denominazione di Informale con le opere del gruppo CoBrA. Il percorso si divide poi in due rami: a sinistra, uno spazio espositivo è dedicato a quegli artisti che Peggy Guggenheim definiva "i miei nuovi Pollock", vale a dire i giovani pittori italiani e veneziani: Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso, Edmondo Bacci ma soprattutto Tancredi. A destra uno spazio espositivo presenta i più grandi protagonisti dell''Informale europeo presenti nelle collezioni del museo americano. Si potranno ammirare opere di Hartung, Riopelle, Tàpies, Mathieu, Soulages e dell''italiano Manzoni.
E'' indubbio che nell''esperienza dell''Informale, oltre all''opera di Dubuffet, l''indiscusso perno della ricerca europea tra gli anni ''40 e ''70 è rappresentato dalle sperimentazioni di Alberto Burri e Lucio Fontana. Nel caso di Burri, è data la possibilità di osservare lo sviluppo dell''uso dei materiali dalla fine degli anni Quaranta. Di Fontana sono esposte invece sia opere propriamente informali - pietre, aniline e la serie dei "Barocchi"- sia le opere frutto del percorso artistico che lo portarono ai tagli, alla fine degli anni Cinquanta.
Chiude la mostra una grandissima sala che in un movimento circolare, fisico ma anche simbolico, riporta il visitatore all''inizio della mostra. Il concetto che lega l''inizio e la conclusione dell''esposizione è l''abitudine di Dubuffet, nella più perfetta interpretazione dell''Informale, di dipingere su qualsiasi superficie. Non mancheranno infine di stupire il visitatore le opere di altri artisti tra cui si segnalano la gioiosa opera di Carla Accardi "Blu concentrico", le due imponenti opere di Giuseppe Capogrossi, i quattro pannelli di Gastone Novelli e i quasi tre metri di lunghezza de "Il giardino delle delizie" (1959) di Afro Basaldella, accompagnato dagli studi preparatori.
Orario
Tutti i giorni orario continuato dalle 10.00 alle 19.00
Chiuso il lunedì, la mattina del 25 dicembre e del 1 gennaio
Aperto il 26 dicembre
GENOVA (GE)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: MODIGLIANI

E'' la stata prorogata al 25 giugno la chiusura della mostra su Modigliani. A cento anni dalla nascita, il complesso del Vittoriano a Roma celebra l''arte di Amedeo Modigliani. Esposte, fino al 18 giugno 2006, oltre un centinaio di opere tra disegni, acquerelli e oli.
Nudo sdraiato con braccia piegate dietro la schiena
"Poeta ardente e pittore grande fra i grandi… Passò come una meteora; tutto grazia, tutto collera, tutto sprezzo. La sua anima altera di aristocratico aleggiò a lungo fra noi nei riflessi cangianti dei suoi begli stracci versicolori". (P. Guillaume, 1930).

Dal 24 febbraio al 18 giugno 2006 il Complesso del Vittoriano propone l''intero percorso creativo di "Modigliani" attraverso una significativa retrospettiva di un centinaio di opere tra oli, acquerelli, sculture e disegni, realizzati dagli anni della formazione al 1919. Un vero e proprio omaggio all''artista livornese soprannominato Modì, curiosa omofonia con "maudit", artista maledetto, morto nel 1920 a soli 35 anni.
Parteciperanno alla mostra con i loro capolavori importanti musei pubblici e prestigiose collezioni private di tutto il mondo. Tra i paesi che intervengono: Stati Uniti, Canada, Brasile, Israele, Francia, Gran Bretagna, Svizzera e Spagna. L''Italia intera ha voluto ricordare Modigliani: sono in mostra tutte le opere conservate nel nostro Paese: la Pinacoteca di Brera e le Civiche Raccolte di Milano sono presenti con i loro 4 oli, la Galleria Nazionale d''Arte Moderna di Roma con le sue 3 opere, Torino con la Galleria d''Arte Moderna e Contemporanea e la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli con i loro 2 oli, e poi, ancora Livorno, Udine, Venezia, Verona.
La Mostra, che nasce sotto l''Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è promossa dal Comune di Roma - Assessorato alle Politiche Culturali, Assessorato alle Politiche Educative e Scolastiche, Assessorato alla Comunicazione - unitamente alla Provincia di Roma - Presidenza, Assessorato alle della Cultura, della Comunicazione e dei Sistemi Informativi - e alla Regione Lazio - Assessorato Cultura, Spettacolo e Sport.
L''esposizione " Modigliani" è a cura di Rudy Chiappini, Direttore del Museo d''Arte Moderna di Lugano, e si avvale di un prestigioso Comitato Scientifico.
La produzione artistica di Modigliani si intreccia intensamente con la sua vita, le donne amate, le amicizie, i letterati, i poeti e i pittori frequentati...
Nato nel 1884 da una famiglia della migliore tradizione israelita mediterranea, giovanissimo è già minato nella fragile salute da una pleurite e da un tifo con complicazioni polmonari; la madre annota: "ha rinunciato agli studi e non fa più che della pittura, ma ne fa tutto il giorno e tutti i giorni con un ardore sostenuto che mi stupisce e mi incanta". Frequenta lo studio di un allievo di Giovanni Fattori e nei viaggi in Italia del 1901-1903, studia i grandi maestri del Trecento e del Quattrocento nei musei di Napoli, Roma, Firenze e Venezia. Ama Simone Martini, Duccio, Botticelli, Tino da Camaino.
Dopo un soggiorno veneziano, nel 1906 Modigliani arriva a Parigi e affitta uno studio a Montmartre. Fondamentale l''incontro con l''opera di Toulouse Lautrec, il cromatismo esasperato dei Fauves - si veda il ritratto di Joseph Lévi - e, soprattutto, nel 1907 con la pittura di Cézanne in cui ritrova la solidità della composizione architettonica e la potenza del disegno.
In mostra lo studio per Il suonatore di violoncello, olio su tela del 1909, in cui salde volumetrie, pennellate dense e pastose costruiscono il braccio allungato e lo sfondo bituminoso. Sempre nel 1907 conosce il primo estimatore e collezionista, Paul Alexandre, giovane medico appassionato d''arte che, insieme al fratello Jean, del quale è esposto in mostra un intenso olio, sarà per Amedeo un amico fraterno.
Nel 1909 Modigliani si stabilisce definitivamente a Montparnasse. Sono gli anni della scoperta della scultura negra e della forza espressiva e ritmica, quasi musicale, della linea; nasce l''amicizia con Brancusi, di cui è eccezionale testimonianza il ritratto abbozzato sul verso della tela, che in seguito accoglierà lo studio per Il suonatore di violoncello. "Occhio di Montparnasse", come lo definisce Maurizio Fagiolo dell''Arco, in due decenni di attività
Modigliani ritrae un''intera galleria di pittori, mercanti, poeti, intellettuali e personaggi che animano Montmartre e Montparnasse al principio del secolo.
Sono gli anni in cui si dedica intensamente alla scultura. Scolpisce in pietra teste che risentono anche delle suggestioni della plastica greca arcaica. In mostra la Testa del 1911-1912 proveniente da Toronto. Nonostante Amedeo riconosca nella scultura la sua vera vocazione, le sue cagionevoli condizioni di salute non possono affrontare lo sforzo fisico richiesto dalla scultura e le polveri della pietra che gli attaccano i polmoni. Queste considerazioni, insieme ad altre più pratiche legate al costo dei materiali ed alla difficoltà di reperirli, lo portano dal 1914 a concentrarsi sulla pittura.
L''amatore d''arte e mercante Paul Guillaume diviene acquirente delle sue opere. Dopo innumerevoli amanti ed una relazione di due anni, fatta di turbolenti litigi e appassionate riappacificazioni, con la giornalista e poetessa inglese Beatrice Hastings, nel 1916 Modigliani incontra Jeanne Hébuterne, diciannovenne allieva all''Accadémie Colarossi, che diviene la sua compagna. La tavolozza si rischiara, una nuova luce intride le pennellate, le tonalità si fanno più dolci. La salute di Modigliani è sempre più precaria e il suo animo fragile soffre per la mancanza di un successo, che tanto stenta ad arrivare, mentre ha già sorriso a tanti degli artisti con cui Amedeo ha cominciato la sua avventura. Nel 1918 Zborowzki porta Modigliani in Costa Azzurra, nella speranza che il clima giovi alla sua salute. Qui nasce la piccola Jeanne, figlia della Hébuterne e di Amedeo. Sono momenti un po''più sereni con una prospettiva di successo, anche grazie alla sua partecipazione ad una mostra a Londra l''anno successivo, e sono gli anni più produttivi dell''artista, con circa 100 opere dipinte tra il 1918 e il 1919. La salute di Modigliani, però, non fa che peggiorare, senza che lui se ne occupi.
Il suo tormento, di uomo e di artista, cessa il 24 gennaio 1920, quando Amedeo si spegne, scrive Zborowski al fratello Emanuele "senza soffrire". Due giorni dopo, Jeanne Hébuterne si getta dalla finestra con in grembo il figlio di otto mesi.

I ritratti
Lo stesso artista racconta: "Per lavorare ho bisogno di un essere vivo, di vedermelo davanti. L''astrazione mi affatica, mi uccide ed è come un vicolo cieco". Una cifra linguistica personalissima contraddistingue i ritratti di Modigliani: lunghi colli sinuosi sorreggono, quasi corolle su fragili steli, volti allungati costruiti da un segno sottile che si snoda leggero, con singolare purezza, chiudendo le forme in un ritmato giuoco di arabeschi di squisita eleganza. "Botticelli moderno, tutto bruciato dal fuoco dello spirito, che rende esili, quasi immateriali le sue creature, per lasciarne meglio trasparire lo spirito meditativo e gentilmente malinconico…" scrive la Sarfatti nel 1930. Una sorta di energia drammatica deriva proprio dall''apparente semplicità con cui questi ritratti dell''anima ci fissano da lontananze sospese, da orbite spesso vuote, da occhi sempre rovesciati verso il proprio sé.
Nella mostra "Modigliani", questo senso di straniamento, questa visionarietà delicata, questa sottigliezza pensosa dei visi, traspare sia negli oli, sia nelle opere su carta. Spiccano gli splendidi ritratti di Monsieur Chéron, olio su tela del 1915, del poeta polacco Leopold Zborowski, olio su tela del 1919 di Paul Guillaume seduto, un olio su tela del 1916 di Monsieur Baranowski, olio del 1918, del dr.François Brabander, un olio su tela del 1919 e del ritratto a matita che fissa sulla carta Jean Cocteau. Quest''ultimo esclamerà: "Modigliani segnava la fine di una profonda eleganza a Montparnasse, ma non lo sapevamo. Pensavamo invece che quelle lunghe giornate di pose da Kisling, quei disegni da caffè, quei capolavori a cinque franchi, quelle baruffe, quegli abbracci sarebbero durati per sempre". Ed è sempre una forma remota e incantata, una materia pittorica ricca e pastosa, densa e raffinata, a costruire i ritratti di donne: nel 1916 la vezzosa Lolotte, dai volumi netti e sintetici, la lieve Renée, la Donna con vestito scozzese, in cui sottili rimandi collegano in un gioco di contrappunti cromatici il colore dell''abito e gli orecchini; e ancora Hanka Zborowska del 1917, dalla sintetica volumetria, Beatrice Hastings con berretto del 1914 e con camicetta a quadri del 1915, descritta da Max Jacob come "un''ubriacona, pianista, elegante, bohèmienne, circondata da banditi un po'' artisti e ballerini", qui fissata attraverso forme geometriche pure, Teresa del 1915, in cui si fondono cubismo, sintetismo primitivista e la lezione di Cézanne, La bella spagnola del 1918, la splendida Lunia Czeschowska, olio su tela del 1919, dove un unico e continuo filamento ondoso delinea i contorni
purissimi. Tenera la raffigurazione della donna della sua vita, Jeanne Hébuterne, ritratta davanti a un letto nel 1919.
La luce mediterranea trascolora, nel 1918, Monsieur Baranowski e il Ragazzo con giacca azzurra appoggiato a un tavolo: pervasi da un lirismo malinconico e avvolti da una spiritualità quasi magica, ci scrutano con occhi azzurrati senza pupille.

I nudi
Annota l''amica Anna Achmatova che Modigliani "sulla Venere di Milo diceva che le donne bellissime, dal bel corpo, che vengono scolpite e dipinte, sembrano sempre goffe quando sono vestite". E la prima personale di Modigliani nel 1917 alla Galleria Berte Weill, è uno scandalo: chiude prima di incominciare perché la polizia ed il pubblico si sentono oltraggiati da quei nudi sensuali. Veri e propri capolavori, in mostra si possono ammirare il Nudo sdraiato, con le braccia dietro la testa del 1916, proveniente dalla Collezione Bührle di Zurigo, il Nudo coricato con le mani unite del 1917, proveniente dalla Fondazione Pinacoteca del Lingotto di Torino e il Nudo coricato col braccio destro dietro la testa del 1919, proveniente dalla Galleria Nazionale d''Arte Moderna di Roma. Questi corpi sdraiati in un totale abbandono, hanno fatto commuovere per la loro castità e inorridire per la loro
spudoratezza. Nei colori accesi della loro carne rosa e calda, nella curva morbida dei giovani seni, nel lieve incurvarsi del ventre, sono stati interpretati come icone ora sensuali, ora ieratiche e distanti. Scrive Scheiwiller nel 1925: "Modigliani come un mistico adora la donna e attraverso il suo disegno prezioso, la sua pennellata raffinatissima, ne fa rivivere tutta la dolorosa fragilità".

Le Cariatidi
La figlia Jeanne racconta che Modigliani provava un amore sviscerato per il disegno: "I disegni sono rivelatori…dimostrano questa qualità innegabile di percepire il soggetto plasticamente come uno scultore". La mostra " Modigliani" offre l''opportunità di vedere studi, disegni, acquarelli, tempere e per le Cariatidi, figure di donne accovacciate con le braccia levate, dalle forme opulente, tondeggianti, ricche di rimandi all''arte primitiva, greca antica, tribale, etrusca, negra; testimonianza eccezionale dell''indagine volumetrica dell''artista e del "culto personalissimo tributato alla figura femminile della quale propone un''interpretazione arcaica, alla ricerca di una bellezza ideale in cui il sensuale si mischia allo ieratico, l''audacia alla grazia, la dolcezza al mistero" (R. Chiappini).

Roma, Complesso del Vittoriano
Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)
24 febbraio - 20 giugno 2006
Costo del biglietto: € 9,00 intero; € 7,00 ridotto
Orari
dal lunedì al giovedì 9.30 -19.30;
venerdì e sabato 9.30 -
23.30; domenica 9.30 - 20.30
la biglietteria chiude un ora prima
GENOVA (GE)

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI: TIZIANO E IL RITRATTO DI CORTE

In mostra presso il museo di Capodimonte, fino al 4 giugno 2006, oltre trenta dipinti dell''artista veneto e circa cento opere dei più grandi ritrattisti italiani tra Rinascimento e Maniera provenienti da alcuni fra i più prestigiosi musei italiani e stranieri. In mostra ritratti che ci restituiscono, al di là degli atteggiamenti "ufficiali", le reazioni sentimentali più vere e profonde di principi e pontefici, imperatori e poeti, regine e "favorite".
Tiziano, Flora 1515-1520 c.a.
La mostra "Tiziano e il ritratto di corte da Raffaello ai Carracci" è progettata dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla Regione Campania - Assessorato al Turismo e ai Beni Culturali, in collaborazione con la Provincia di Napoli e il Comune di Napoli ed è realizzata con il contributo finanziario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Regione Campania (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e organizzata con il sostegno della Compagnia di San Paolo.
I dipinti provengono da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri, quali, tra gli altri, la Galleria Borghese di Roma, la Galleria degli Uffizi e la Galleria Palatina di Firenze, la Pinacoteca di Brera di Milano, la Galleria dell’Accademia di Venezia, la Gemäldegalerie di Berlino, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, la National Gallery di Londra, il Museo del Louvre di Parigi, il Museum of Fine Arts di Boston, il The Young Memorial Museum di San Francisco. Il comitato scientifico è composto da Nicola Spinosa (Presidente), Enrico Castelnuovo, Andrea Emiliani, Maria Teresa Fiorio, Jennifer Fletcher, Giovanna Nepi Scirè, Antonio Paolucci, Edouard Pommier, Claudio Strinati e Roberto Zapperi.
Il percorso si compone di oltre trenta dipinti dell''artista veneto e da circa cento opere dei più grandi ritrattisti italiani del Cinquecento, da Raffaello ai Carracci. Opere di artisti come Tiziano, Raffaello, Pontormo, Bronzino, Parmigianino, Moroni e tanti altri che, tra Rinascimento e Maniera, hanno dato vita ad una delle stagioni più luminose dell’arte italiana ed europea e che ci restituiscono non solo le apparenze fisiche e il lusso ostentato ma sono anche ritratti "di dentro": quasi il risultato dello scrutare nel profondo gli aspetti più intimi e segreti di uomini e donne, giovani e vecchi, raffigurati con le loro ambizioni, speranze, attese o illusioni, al di là di atteggiamenti "ufficiali" o di parata, sempre restituendoci, di principi e pontefici, imperatori e poeti, regine e "favorite", le reazioni sentimentali più vere e profonde. La mostra, ospitata nelle sale del piano nobile del Museo di Capodimonte è in rapporto diretto con le opere della collezione Farnese, secondo una politica espositiva che da anni persegue la Soprintendenza e che istaura un dialogo diretto tra gli importanti capolavori del museo e le opere presentate in occasione di mostre temporanee. Il Paolo III Farnese con i nipoti Alessandro e Ottavio di Tiziano è uno dei dipinti più importanti di Capodimonte e, insieme agli altri ritratti che il pittore eseguì per la famiglia del pontefice - anch’essi esposti stabilmente nel museo napoletano -, costituisce un punto di partenza prezioso per approfondire questo aspetto dell’attività del maestro, che fu il più ambito ritrattista del Cinquecento. Ad integrazione del consistente nucleo farnesiano, sono stati selezionati oltre 30 ritratti, tra i più famosi dell’artista veneto e 50 ritratti dei suoi contemporanei da Raffaello a Pontormo, da Tintoretto a Moroni, da Sebastiano del Piombo a Ludovico Carracci, molti dei quali inediti. Tiziano Vecellio fu il principale protagonista della scena artistica veneziana del Cinquecento, dove nel 1516, alla morte di Giovanni Bellini, fu nominato Primo Pittore della Repubblica. Da quel momento ottenne incarichi sempre più prestigiosi e dipinse allegorie mitologiche, scene religiose e, soprattutto, ritratti. Fu la singolare capacità di cogliere la personalità dei suoi committenti, in una concretezza esaltata dal colore, a determinare il grande successo di Tiziano, che in questo modo trasformò in senso moderno il modello quattrocentesco del "Ritratto di Stato". Nel prossimo autunno la mostra si trasferirà al Musèe du Luxembourg di Parigi.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE: LA FANCIULLA PANNEGGIATA

La "Fanciulla panneggiata" della collezione Rodolfo Siviero in mostra a Firenze fino al 25 marzo 2006. Dopo un''assenza ventennale e un attento restauro la statua di età imperiale è stata finalmente resa pienamente fruibile nello spirito di Rodolfo Siviero che la volle restaurare.
La Fanciulla panneggiata
La "Fanciulla pannegiata" della Collezione Rodolfo Siviero torna esposta nella casa-museo dopo un''assenza ventennale: fu lo stesso Siviero che espresse l''intenzione di sottoporla ad un restauro archeologico, poco prima della sua morte. Rimasta obliata per un lungo periodo, proprio a causa della scomparsa del suo proprietario, è riemersa da un deposito ormai smontata in quattro parti, ognuna dalla storia probabilmente diversa. Il corpo della Fanciulla appare un opera di modesta levatura di età imperiale, forse del II sec. d.C., ispirata ecletticamente a vari elementi della tradizione greca, senza cogliere però di essi la vivacità dimensionale e la vitalità espressiva. Un intervento "creativo" di restauro, forse agli inizi del Novecento, applicò al corpo una testa con spalla destra di recupero postantico; la parte inferiore venne invece creata ad hoc, destinando la composizione ad una prima collocazione presumibilmente murata, vista la forma della base, cui fece seguito una seconda collocazione, probabilmente d''arredo su un piano, che comportò l''aggiunta del sostegno ovale. E'' in queste condizioni che la Fanciulla fu acquistata da Rodolfo Siviero, ovvero nella forma ora visibile grazie alla ricomposizione delle parti di restauro antico su calco del corpo attualmente eseguito; la figura originaria della Fanciulla è stata resa fruibile nello spirito del suo proprietario che, inviando la composizione in restauro con poteva che volerne la scomposizione.

Orario
Lunedi: 9.30-12.30
Sabato: 10-18
Domenica: 9.30-12.30
Ingresso e visita guidata gratuiti
VERUCCHIO (RI) (RI)

Mostre ed Esposizioni » VERUCCHIO (RI) - IL POTERE E LA MORTE

Il museo archeologico di Verucchio (RI) presenta: "Il potere e la morte. Aristocrazia, guerrieri e simboli". La mostra, prorogata fino al 15 aprile, propone alcuni fra i più prestigiosi corredi funerari villanoviani finora mai esposti al pubblico.
Tavolino di legno a tre gambe figurate
Il Museo Archeologico di Verucchio si arricchisce attraverso l''allestimento di una mostra che trova spazio nell''adiacente chiesa di S. Agostino, recentemente restaurata. Dal 13 aprile 2006 al 6 gennaio 2007 un suggestivo percorso espositivo illustra alcuni dei più prestigiosi corredi funerari villanoviani, che approfondiscono un importante aspetto della comunità verucchiese di quasi 3000 anni fa e ne valorizzano i complessi significati. L''esposizione, organizzata dal Comune di Verucchio, dalla Provincia di Rimini e dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici dell''Emilia Romagna propone ricostruzioni ed eccezionali reperti locali, finora mai esposti al pubblico (tra cui elmi ed altre armi rinvenuti nel corso dello scavo archeologico intrapreso in un settore della necropoli Lippi durante l''estate 2005) che vengono illustrati attraverso tre distinte sezioni tematiche: l''abbigliamento, la cerimonia del banchetto e la guerra. Sono questi gli aspetti che più caratterizzano la società maschile verucchiese, come espressione del proprio rango, del proprio prestigio sociale e del proprio ruolo politico, militare, religioso, manifestati nei corredi e nel rituale funerario. Il percorso integra e arricchisce quello permanente del Museo, dove la "Tomba del Signore del Trono" rappresenta un riflesso evidente della complessità della figura del guerriero.
Verucchio, fin dagli inizi del IX secolo a.C. testimonia della cultura villanoviana caratterizzata dal rito funerario a cremazione. Verucchio controllava un importante scalo marittimo alla foce del Marecchia, dove approdavano preziose merci provenienti dal continente e dal Mediterraneo orientale (ambra). Le indagini hanno messo in luce 4 sepolcreti principali con centinaia di tombe che coprono tutto l''arco di vita dell''insediamento (IX-VII sec. a.C.). Verucchio era un centro fiorente per l''artigianato, in particolare per la lavorazione dell''ambra di cui costituiva un importante crocevia. Particolarmente evolute erano anche le tecniche di tessitura della lana.
Il Museo Archeologico conserva un vero tesoro per la qualità e la bellezza dei reperti, non frammenti ma oggetti integri di sapiente fattura: preziosi gioielli in ambra di notevoli dimensioni lavorati con una perizia e una finezza incredibili, borchie, spille in osso e ambra, ornamenti per gli abiti femminili, spille in oro e in bronzo, elmi, scudi in bronzo e ferro.
Ma la vera rarità del museo è rappresentata dai reperti organici, in legno, vimini e tessuto perfettamente conservati grazie alla particolare composizione chimico-fisica della roccia in cui erano scavate le tombe e le necropoli villanoviano-etrusche. Oggetti in materiale organico che resistono al tempo per 2500 anni per arrivare a noi quasi intatti. Fra tutti il magnifico trono principesco in legno intarsiato con figure umane della tomba 89 e il mantello principesco in tessuto di lana finemente lavorato la cui trama è visibile ad occhio nudo e restaurato dai laboratori della Fachhochschule di Colonia.
Il Museo, che custodisce migliaia di reperti è diretto dalla d.ssa Patrizia Von Eles, si trova all''interno di un monastero agostiniano del XII secolo e si sviluppa su tre piani. In esposizione una parte soltanto dell''immenso patrimonio rinvenuto nelle numerose campagne di scavo (la più importante quella tra il 1960 e il 1975). Dai primi rinvenimenti avvenuti nel XVII secolo, l''ultima importante campagna è stata quella dell''estate scorsa, seguita in diretta internet da università, musei e appassionati di tutto il mondo e ha dato alla luce preziosi reperti.
Il Museo di Verucchio è stato concepito come "museo in divenire" con l''ambizione di modificare nel tempo quanto propone alla lettura del pubblico, sia aggiornando gli apparati critici sia rinnovando i materiali attraverso la rotazione dei reperti fra depositi e sale espositive.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - L''UOMO DEL RINASCIMENTO

Palazzo Strozzi ospita, fino al 23 luglio, "L''uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le Arti a Firenze tra Ragione e Bellezza". Oltre 160 opere consentono un excursus nell''opera dell''artista.
La città ideale, artista del XV secolo
A conclusione delle manifestazioni per il VI centenario della nascita, Firenze dedica a Leon Battista Alberti (1404 - 1472) una mostra di altissimo profilo.
"L''uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le Arti a Firenze tra Ragione e Bellezza", fino al 23 luglio a Palazzo Strozzi, ha lo scopo di portare all''attenzione del grande pubblico le più recenti e talvolta sorprendenti acquisizioni circa l''opera enciclopedica e spettacolare di uno dei suoi figli più straordinari: il sommo architetto, il letterato prodigioso, il teorico dell''arte acutissimo, ma anche l''urbanista, il matematico, il pittore, l''archeologo, il fisico, il chimico, il musicista, in una parola l''uomo che prima di Leonardo incarnò gli ideali universali dell''Umanesimo rinascimentale, l''intelligenza pronta ad addentrarsi nei campi più diversi, il prodotto emblematico di una ascesa culturale capace di formulare sintesi inedite di razionalità e bellezza, di dettare le regole di una nuova estetica, di forgiare la sensibilità di un''epoca.
Sono oltre 160 le opere esposte, in parte di Alberti, in massima parte dei grandi artisti sui quali si è esercitato l''ascendente delle sue teorie: Donatello, Ghiberti, Beato Angelico, Bernardo Rossellino Andrea del Castagno, lo Scheggia, Filippo Lippi, Filarete, Verrocchio, Botticelli, Fra Carnevale, Andrea Sansovino e tanti altri, oltre a un sorprendente Neri di Bicci, fin qui trascurato e riproposto in mostra come fedele interprete del nuovo spirito del tempo.
In totale sono 34 dipinti, 22 disegni, 30 sculture o rilievi, 4 elementi architettonici, 11 gessi, 21 manufatti d''arti minori (tessuti, modellini, oreficerie, etc.), 6 medaglie, 20 manoscritti di cui alcuni miniati, 5 lettere, 13 volumi a stampa. Tra i pezzi più pregiati e famosi alcuni straordinari Donatello: la Madonna con Bambino (Piot) eccezionalmente prestata dal Louvre, il Banchetto di Erode dal Musée des Beaux Arts di Lille, la Madonna col Bambino e Angeli del Victoria and Albert Museum. E ancora: la spalliera con la Presa di Troia del Maestro di Apollo e Dafne prestata in via altrettanto eccezionale dalla New York University, la placchetta ritenuta Autoritratto di profilo di Alberti dalla National Gallery di Washington, la Calunnia di Botticelli dagli Uffizi, l''Armadio degli Argenti di Beato Angelico dal Museo di San Marco, La città ideale da Urbino.
Un apporto particolarmente importante alla mostra è dato da un gruppo di documenti inediti provenienti dagli archivi familiari. Molti documenti consentono di ricostruire il sofferto rapporto che Alberti ebbe con la famiglia, alla quale era attaccatissimo, purtroppo non ricambiato a causa della sua nascita, legittimata dal padre Lorenzo ma mai accettata come tale dai parenti. In particolare fa la sua comparsa per la prima volta un albero genealogico, appena scoperto, con 144 nomi di antenati, scritto su pergamena di suo pugno.
La mostra è progettata con criteri di decisa impronta comunicativa ed educativa. E'' un viaggio, con Alberti come guida, alla scoperta di una Firenze rinascimentale da rileggere e da reinterpretare: e non solo nel segno del tanto più noto Brunelleschi, ma anche alla luce della presenza di Alberti, che ha lasciato opere di parole e di pietre.
Il percorso espositivo è diviso in sette sezioni: la vita, gli anni fiorentini, la committenza Rucellai, la città di Alberti, il trattato di architettura, la città ideale, la scienza. Nel labirintico snodarsi di segni eleganti e di materie preziose, emerge la forza del pensiero albertiano: non necessariamente e non sempre razionale e solare, ma dedito a volte a spunti oscuri e misteriosi, bordeggiando quel confine d''ombra interiore oggi chiamato depressione. Sono toccati i motivi importanti della sua vita, la nascita in esilio a Genova, gli studi itineranti, il desiderio spesso frustrato di farsi accettare dai parenti e da Firenze, la scelta della carriera ecclesiastica nella segreteria pontificia, nonché le sue opere teoriche e i loro riflessi sulle arti. Senza i suoi trattati (Della Pittura - De Pictura, De Statua, De Re Aedificatoria) il corso delle arti del secondo Quattrocento, e dunque del Rinascimento fiorentino e italiano, sarebbe stato diverso.
La mostra si proietta anche all''esterno di Palazzo Strozzi in forma di itinerario albertiano, segnalando le opere progettate da Alberti architetto e i luoghi ove si avverte il suo suggerimento intellettuale. Tra le prime compaiono quelle del committente Giovanni Rucellai, il nobile mercante che gli dette piena fiducia e ingresso nei cantieri familiari: Palazzo Rucellai, la facciata di Santa Maria Novella, il tempietto del Santo Sepolcro in San Pancrazio, fino alla Pieve di San Martino a Gangalandi, di cui Alberti era rettore. Di seguito la Cappella del Crocifisso in San Miniato, il tempietto della SS. Annunziata, il portico della Cappella dei Pazzi e il chiostro grande nel convento di Santa Croce, l''incrostazione marmorea del tamburo della cupola di Santa Maria del Fiore, il chiostro di San Lorenzo. Un percorso che, passando per Impruneta, Pescia, Piombino, e Pienza, abbraccia luoghi ed esperienze d''eccellenza della Toscana rinascimentale.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » ROMA: ANTONELLO DA MESSINA

Alle Scuderie del Quirinale di Roma, fino al 25 giugno 2006, una mostra raccoglie per la prima volta quasi tutti i capolavori di Antonello da Messina. L’esposizione getta nuova luce sulla biografia e le opere del grande Maestro del Quattrocento.
Un occasione irripetibile per ammirare 37 opere dell''artista provenienti da istituzioni e privati di tutto il mondo.
Antonello da Messina, Annunciata
Per la prima volta sono riunite quasi tutte le opere di Antonello da Messina, uno dei grandi maestri del Quattrocento, e di tutta la storia dell’arte. Sono 45 e sparse in tutto il mondo le opere riconosciute arrivate sino a noi, ben 37 di queste sono riunite nella mostra “Antonello da Messina” allestita alle Scuderie del Quirinale dal 18 marzo al 25 giugno 2006 e provengono da istituzioni o da privati. Convincerli a privarsene, anche se per pochi mesi, è stata impresa ardua, portata a termine grazie a un lavoro costante, durato cinque anni, da parte del prestigioso comitato scientifico internazionale e grazie alle garanzie di conservazione delle opere che le Scuderie del Quirinale possono assicurare. Si possono così ammirare opere come il “San Girolamo nello studio” e la “Madonna col Bambino (Madonna Salting)” della National Gallery di Londra, così come il “San Sebastiano” di Dresda, la “Crocifissione” di Anversa, il “Cristo alla Colonna” del Louvre, tanto per citarne solo alcune. E ancora i ritratti più famosi, oltre naturalmente alle opere presenti sul territorio italiano, in particolare siciliano, come la notissima “Annunciata” di Palermo o il “Ritratto d’uomo (Ritratto di ignoto marinaio)” di Cefalù. La mostra si propone di ricostruire compiutamente la figura di Antonello, anche attraverso l’esame delle tematiche da lui sviluppate: dalla serie delle “Annunciate” ai celeberrimi “Ecce homo”, alle “Crocifissioni”, sino all’altissima poesia dei volti. Il percorso di formazione della mostra è stato accompagnato, caso unico, da un’indagine a tappeto sul corpus antonelliano, condotta in modo non invasivo con l’utilizzo delle più moderne tecnologie all’infrarosso. La campagna di indagini ha consentito di scoprire dati e particolari illuminanti sulla carriera di Antonello. E se la mostra si presenta come la prima, praticamente completa, esposizione monografica dedicata ad Antonello da Messina, è anche vero che la grandezza di questo straordinario pittore sarà messa a confronto, nel percorso espositivo, con quella di altri artisti come Jan van Eyck, Giovanni Bellini e Alvise Vivarini, per restare nell’ambito del ritratto. Per altri versanti, e tra gli altri, saranno presenti il maestro di Antonello, Colantonio, e figlio Jacobello, Antonello da Saliba, Giovan Battista Cima da Conegliano, Petrus Christus, Francesco Laurana, Jacometto Veneziano, fino a raggiungere il numero di 60 opere in mostra, di cui poco meno di 40 di Antonello. Un evento forse non ripetibile, capace di rivelare al grande pubblico, così come al consesso scientifico internazionale, l’interezza del lavoro antonelliano, nonché le nuove scoperte sui rapporti con gli altri artisti del tempo e sulla sua vita in generale.Anche il catalogo della mostra, edito da Silvana editoriale, sarà un testo fondamentale della bibliografia antonelliana, che darà conto di tutta la sua opera e delle nuove scoperte, con accurate e esaustive schede scientifiche. La mostra “Antonello da Messina” è a cura di Mauro Lucco, docente di Storia dell’Arte dell’Università di Bologna, con il coordinamento scientifico di Giovanni C.F. Villa dell’Università di Bergamo e il concorso di un comitato scientifico internazionale, composto da Dominique Thiébaut, Musée du Louvre ; Mauro Natale, Università di Ginevra; Fiorella Sricchia Santoro; Antonio Paulucci, Soprintendente Speciale per il Polo Museale Fiorentino; Till-Holger Borchert, curatore capo Groeningemuseum; Miguel Falomir, Museo del Prado; Keith Christiansen, Metropolitan Museum of Art; Gioacchino Barbera, Museo Regionale di Messina; Vincenzo Abbate, Galleria Regionale Palazzo Abatellis; Claudio Strinati, Soprintendente Speciale per il Polo Museale Romano; Silvia Ferino Pagden, Kunsthistorisches Museum; David Jaffé, National Gallery; David Alan Brown, National Gallery of Art. La mostra, realizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo e Zètema Progetto Cultura, in programma dal 18 marzo al 25 giugno 2006, è stata inaugurata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dopo appena due giorni è già record. La mostra ha totalizzato, nel primo sabato di apertura ben 3.171 presenze.
NAPOLI (NA)

Mostre ed Esposizioni » NAPOLI - GLI ARGENTI DI POMPEI

Gli Argenti di Pompei. Una mostra, al Museo Archeologico di Napoli fino al 2 ottobre 2006, propone per la prima volta tutti i ritrovamenti di tesori di argenterie vesuviani rinvenuti negli ultimi due secoli.
Il Tesoro di Moregine
Ideata dalla Soprintendenza Archeologica di Pompei congiuntamente alla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta e promossa dalla Regione Campania, la mostra è curata da un comitato scientifico presieduto da Pietro Giovanni Guzzo di cui fanno parte Antonio d’Ambrosio, Mariarosaria Borriello, Stefano De Caro, Teresa Giove, Marisa Mastroroberto, Maria Luisa Nava e Grete Stefani ed è realizzata con il sostegno della Compagnia di San Paolo.
Non c’è luogo al mondo più adatto di Pompei e dell’area vesuviana per poter illustrare questa classe di preziosi: si può contare che circa la metà del vasellame in argento di età romana scoperto negli ultimi secoli proviene da qui, conservato in ottimo stato grazie alla lava del Vesuvio che nel 79 d.C. ha sepolto Pompei ed Ercolano.
Per la prima volta in assoluto, tutti i tesori di argenterie vesuviani sono raccolti ed esposti in questa mostra, distribuiti secondo un percorso articolato in tre sezioni, con l’intento da una parte di proporre una ricostruzione del servizio tipico del banchetto in età romana, dall’altra di presentare i numerosi ed eccezionali ritrovamenti che, a partire dai primi anni dell’800, si sono susseguiti nel corso degli ultimi duecento anni.
L’ultimo, in ordine di tempo, mai esposto fino ad ora, costituito da 20 pezzi, è emerso nel 2000 da una gerla in vimini ritrovata tra i reperti recuperati nel complesso dei triclini di Moregine (Pompei) nel corso del lavori per la III corsia autostradale della Napoli-Salerno. Esso si aggiunge agli altri grandi “tesori” esposti nella mostra, tra cui, quello più ricco quanto a numero di pezzi (ben 118!) è stato rinvenuto nel 1930 in una cassa di legno della casa del Menandro di Pompei.
Conosciuto in precedenza solo da fonti di archivio e per lungo tempo dimenticato, tanto da non essere mai stato ricostruito ed esposto nella sua totalità, è il “tesoro” della casa di Inaco ed Io di Pompei, scoperto nel 1836 e costituito da 65 pezzi, articolati in set omogenei.
Ben più note sono invece le argenterie del "tesoro di Boscoreale", rinvenuto nel 1895 nella cisterna per il vino della grande villa rustica detta "della Pisanella"; composto da 109 pezzi di oro e di argento, esso fu portato clandestinamente in Francia subito dopo la scoperta ed ora è conservato al Museo del Louvre.
I quattro grandi “tesori” sono la degna conclusione di un percorso di mostra che presenta, nella sezione centrale, le altre scoperte “minori” quanto a numero dei pezzi. Accanto ai contesti già noti delle case del Fauno, dell’Argenteria, degli Epigrammi, di Epidio Primo e dei Quadretti teatrali, vengono presentati, per la prima volta ricostruiti, i contesti del Foro triangolare, della domus VIII 2, 23, della villa B di Oplontis e, non ultimo, il contesto noto come proveniente da Boscoreale, oggi conservato presso l’Antiquarium Comunale - Centrale Montemartini, di Roma.
MONTERENZIO (BO) (BO)

Mostre ed Esposizioni » MONTERENZIO (BO) - I BRONZI DEGLI ETRUSCHI E DEI CELTI

In mostra, fino al 31 dicembre 2006 presso il Museo Archeologico "L. Fantini" di Monterenzio (BO), fibule, specchi di bronzo e armamento militare provenienti dagli scavi archeologici della necropoli etrusco celtica di Monte Bibele.
Utensili per il servizio del vino
Le campagne di scavo archeologico che si svolgono da sette anni nella necropoli celtico-etrusca di Monterenzio Vecchio hanno portato in luce un complesso funerario di grande importanza. I ritrovamenti stanno integrando le conoscenze che già si avevano sulla storia di questa fetta di Appennino bolognese tra gli inizi del IV e la seconda metà del III sec. a.C.
La necropoli ha finora restituito una cinquantina di tombe con corredi mediamente più ricchi e complessi di quelli usciti dagli scavi di Monte Bibele, distanti appena cinque km in linea d''aria verso sud. In attesa di vedere esposte nelle sale ormai strette del Museo Archeologico "L. Fantini" di Monterenzio, si è deciso di presentare al pubblico una anticipazione delle novità venute in luce, privilegiando i materiali bronzei e dandogli spazio nella sala principale del Museo. Oggetti di parure (fibule), di toeletta (specchi di bronzo con finissime decorazioni che si rifanno ai temi del mito o all''epopea omerica), vasellame metallico e armamento. Manufatti prodotti da artisti etruschi dell''Etruria settentrionale, probabilmente di Chiusi, e importati nella valle dell''Idice. Specchi dello stesso tipo si trovano oltre che a Monte Bibele anche a Bologna, dove sono giunti fra il 330 e il 300/ 280 a.C. Un attrezzo legato invece al mondo maschile e più precisamente alle pratiche atletiche è il cosiddetto strigile, un lungo cucchiaio ricurvo – di bronzo o di ferro- con impugnatura elastica, utilizzato dopo le fatiche delle gare o della palestra, per raschiare il corpo dal sudore o dagli olî coi quali esso era stato unto. Tali strigili confermano il movimento di merci di prestigio dalla Toscana e dal Lazio verso il nord, più o meno nello stesso arco di tempo degli specchi. Alcuni strigili hanno sul manico un marchio di fabbrica nel quale si legge il nome del produttore, più comunemente Apollodoro e, per la prima volta nell''Italia del nord, Lucio Lullutio. Marchi in greco, in latino ma anche in etrusco. Una serie di vasi di bronzo documenta il ruolo basilare tenuto dal banchetto e dal consumo del vino nel corso delle cerimonie funebri: un grande secchio di lamina bronzea con superbe anse fuse recanti una decorazione plastica a delfini e a teste femminili, servì probabilmente a contenere il vino deposto accanto al defunto (un uomo morto a 45 anni di età) e bevuto in coppe a due anse in ceramica verniciata di nero, tipiche del periodo. In mostra anche una serie di vasi più piccoli con ansa verticale sopraelevata utilizzati per attingere quantità precise di vino dal grande vaso di bronzo e mescolarle con precise quantità di acqua. Un elmo di bronzo con paraguance di bronzo e di ferro documenta l''armamento di prestigio di un guerriero (tomba 36) caratterizzato dalle armi celtiche. L''elmo che si presenta in stato di conservazione eccezionale fu riparato alcune volte già in epoca antica e presenta una decorazione celtica ottenuta con incrostazioni di vetro rosso opaco, detto anche smalto. Tale tecnica decorativa era già stata identificata a Monte Bibele, proprio nella classe degli elmi, e denuncia l''esistenza di un artigianato celtico dietro la fabbricazione di armi di lusso. Grazie ad un prestito del Museo Civico Archeologico di Bologna è infine in mostra una brocca di lamina bronzea proveniente da Settefonti, con decorazioni plastiche a forma di felini e teste femminili, testimonianza della diffusione delle produzioni etrusco-meridionali in area picena, padana, golasecchiana e transalpina. I materiali esposti sono stati restaurati dalla Soprintendenza Archeologica dell''Emilia-Romagna e da altri restauratori specializzati su finanziamenti ad hoc erogati dalla Regione Emilia-Romagna sul capitolo della L.R. 18/2000, dall''Istituto dei Beni Culturali, e dai Settori Cultura e Turismo della Provincia di Bologna. Il catalogo è curato dal personale scientifico che collabora col Dipartimento di Archeologia dell''Università di Bologna nella gestione del Museo "L. Fantini".
MONTERENZIO (BO) (BO)

Mostre ed Esposizioni » MILANO: CARAVAGGIO E L''EUROPA

In mostra a Palazzo Reale fino al 6 febbraio 2006, oltre centocinquanta opere per fornire un quadro del panorama artistico romano all’inizio del Seicento. La mostra indaga il movimento caravaggesco, il primo a carattere europeo.
Caravaggio, Giuditta e Oloferne
La mostra “Caravaggio e l’Europa Il movimento caravaggesco internazionale da Caravaggio a Mattia Preti", in programma a Palazzo Reale di Milano fino al 6 febbraio 2006 è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dal Comitato nazionale per le celebrazioni del terzo centenario della morte di Mattia Preti ed è realizzata dal Comune di Milano, con la partecipazione della Regione Lombardia, e del Liechtenstein Museum di Vienna.
In mostra circa centocinquanta opere con l’obiettivo di fornire un quadro del panorama artistico romano all’inizio del Seicento.
Grazie a un prestigioso comitato scientifico, presieduto da Vittorio Sgarbi, di cui fanno parte eminenti studiosi internazionali – Sergio Benedetti, Piero Boccardo, Caterina Bon di Valsassina, Mina Gregori, Liesbeth M. Helmus, David Jaffé, Johann Kräftner Antonio Paolucci, Wolfgang Prohaska, Luigi Spezzaferro, Nicola Spinosa, Claudio Strinati e Rossella Vodret, con la partecipazione di Gianni Papi e alla partecipazione dei principali enti museali d’Europa, la mostra affronta lo studio del movimento caravaggesco, il primo a carattere europeo.
L’intento è di abbracciare l’intero panorama del movimento perseguendo il principio di un alto livello qualitativo. In mostra dunque numerosi capolavori del grande Maestro, ispiratore di decine d’importanti pittori italiani e stranieri presenti in esposizione con le loro opere più rappresentative. Si tratta di un’occasione unica per comprendere le varie correnti di quell’irripetibile momento creativo durato una quarantina d’anni, dal 1595 al 1635 circa, ossia dai primi anni del soggiorno romano di Caravaggio all’irruente nascita del Barocco. La mostra indaga questo momento cruciale della storia dell’arte, un periodo in cui si fronteggiavano due giganti della pittura italiana, portatori di due distinte correnti artistiche e di pensiero: il bolognese Annibale Carracci, promotore della pittura classicistica, e il lombardo Michelangelo Merisi da Caravaggio che porta sulla tela un realismo rivoluzionario. I due Maestri scompaiono a distanza di un anno l’uno dall’altro: Carracci muore il 15 luglio 1609, Caravaggio il 18 luglio 1610. Nei due decenni successivi, le due correnti si sviluppano con i loro seguaci. Roma è il luogo in cui si sviluppa questo crogiuolo artistico che richiama pittori toscani, emiliani, genovesi, lombardi e napoletani, ma soprattutto un’esuberante schiera di artisti europei, francesi, olandesi e spagnoli. La fama della nuova maniera caravaggesca si diffonde con fulminea rapidità in tutta Europa, e, tra la fine degli anni dieci e l’inizio degli anni venti del Seicento, gli artisti europei riporteranno nei loro Paesi quanto hanno appreso durante l’esperienza romana. Ne germoglieranno esiti straordinari, basti pensare a Rembrandt e La Tour. La mostra si articola in otto sezioni:

I.Le opere di Caravaggio
Sono state selezionate quindici tra le opere più significative del grande maestro lombardo. Un’antologia che testimonia tutto il percorso artistico di Caravaggio: dalle opere chiare del primo periodo come l’Incoronazione di spine di Vienna, per proseguire con le grandi commissioni del periodo romano, come la Madonna dei Pellegrini dalla chiesa di Sant’Agostino, il soggiorno napoletano, con la Flagellazione di Capodimonte, la stagione maltese, con l’Amorino dormiente di Palazzo Pitti, il tormentato periodo siciliano con le imponenti tele del Seppellimento di Santa Lucia di Siracusa, l’Adorazione dei pastori e la Risurrezione di Lazzaro di Messina, e si conclude con il San Giovannino, una delle tre opere che Caravaggio aveva con sé nel suo viaggio, disperato tentativo di tornare a Roma, che si infrange sulle spiagge di Porto Ercole.

II.I primi seguaci
In realtà, Caravaggio non ebbe una scuola, né allievi diretti, ma la sua lezione ebbe un impatto talmente forte, anche su artisti già affermati. I primi discepoli della rivoluzione caravaggesca sono artisti di formazione tardo manieristica. Pur comprendendo la grande portata del messaggio del Maestro, non sempre lo attuano in pieno e spesso sovrappongono il nuovo linguaggio a moduli compositivi tardo cinquecenteschi, dando risultati di grande interesse.
Questa sezione illustra un momento di passaggio cruciale, che ha lasciato aperto numerose problematiche che la mostra tenterà di chiarire con il confronto diretto tra i dipinti. Tra le questioni aperte, si dibatte: la figura e il ruolo di Giovanni Baglione, il più acceso tra i rivali di Caravaggio, ma nel contempo affascinato dal suo modo di dipingere; la nuova cronologia delle opere di Orazio Gentileschi e Orazio Borgianni; la rivalutazione di artisti originalissimi come Tanzio da Varallo e Giuseppe Vermiglio; il problema della bottega del veneziano Carlo Saraceni; il ruolo di Antiveduto della Grammatica, uno dei primi maestri del giovane Caravaggio, e di Cecco del Caravaggio.

III.La giovinezza di Jusepe de Ribera
La sezione dedicata a Ribera apre una parentesi all’interno del percorso espositivo. Ribera aderisce totalmente alla lezione caravaggesca sulle luci e sui chiaroscuri prestando una costante attenzione al dato reale e estremizzando la connotazione realistica nella direzione dell’efferatezza di alcuni suoi soggetti. Una delle grandi novità critiche di questa esposizione è la proposta di Gianni Papi di identificare il Maestro del Giudizio di Salomone con il giovane pittore spagnolo Jusepe de Ribera, all’epoca del suo soggiorno romano tra il 1611 e il 1616. La mostra raccoglie qui ben sedici dipinti presentandoli con una ricerca di unità vera e propria. La pittura di Ribera è più cruda e dura di quella del maestro lombardo e gli ultimi della società diventano i veri protagonisti della sua arte; è il caso del Mendicante della Galleria Borghese, la prima volta che un mendico è il fulcro di un dipinto, in un’inquadratura ravvicinata che ne sottolinea la disperazione del gesto, i grandi occhi tristi, l’anima nuda.

IV.La Manfrediana Methodus e i pittori francesi
Il percorso mette in evidenza un’importante corrente figurativa che dominò il primo trentennio del Seicento: la Manfrediana Methodus. Il lombardo Bartolomeo Manfredi, riprendendo i suoi modelli direttamente dagli originali del Maestro ed elaborandoli in diverse composizioni, quasi “clonando” le tele di Caravaggio tanto che il Baglione lo definì “falsario”, ebbe un eccezionale successo tra i grandi mecenati romani. La tipica tecnica del chiaroscuro applicata alle immagini della vita umile, della realtà ordinaria, forse ereditata anche dal giovane Ribera, divenne il modello codificato ricercato dai committenti e dagli artisti coinvolti nella Manfrediana Methodus.
Bartolomeo Manfredi ritrae spesso la realtà più dimessa in scene di vita dei bassifondi: taverne, bevitori, soldati, giocatori, gente di strada sono i suoi modelli, anche quando il tema delle opere è un soggetto biblico. Quest’interpretazione del Caravaggismo viene raccolta dalla generazione di pittori stranieri che vivono a Roma in quegli anni. Si assiste ormai a una lenta ma chiarissima trasformazione dell’originario spirito di Caravaggio, un allontanamento causato dal nuovo indirizzo verso il classicismo del gusto dei committenti e, quindi, da esigenze di mercato. I primi a giungere in città sono i francesi, la cui presenza è documentata fin dall’inizio del secondo decennio. Oltre a Caravaggio, essi guardano al veneziano Carlo Saraceni e a alla Manfrediana Methodus, che condiziona la scelta dei loro soggetti, interpretati però con un gusto tutto francese.

V.Pittori olandesi e fiamminghi
Nei caravaggeschi fiamminghi e olandesi, la lezione del Maestro si immerge nella luce nitida e tersa del nord Europa, dando esiti ancora diversi. La guida è Gerrit van Honthorst, già dall’inizio del secondo decennio a Roma, dove elabora un’inedita interpretazione della luce caravaggesca, portando la fonte luminosa dall’esterno del dipinto, com’è in Caravaggio, al suo interno. È una soluzione già cercata anche dal veneziano Carlo Saraceni, ma che van Honthorst porta a compiutezza. Questa sua suggestiva maniera valse a van Honthorst il soprannome italianizzato di Gherardo delle Notti. Tornato a Utrecht, sua città natale, formerà una scuola che diventerà punto di riferimento importante per tutti i giovani artisti del Nord Europa. Altri straordinari artisti olandesi in mostra sono Dirck Van Baburen, Hendrick Terbruggen, Theodor Rombouts e Matthias Stomer. Ben prima di tutti, a Roma vi fu anche il giovane Pietro Paolo Rubens, del quale troviamo esposta l’Adorazione dei pastori (Notte), del 1608, proveniente dalla Pinacoteca Civica di Fermo, nella quale la fonte luminosa del dipinto è il Bambino stesso, luce del mondo, secondo un’iconografia cinquecentesca.

VI.Il primo naturalismo a Napoli
Il primo naturalismo si propone a Napoli, città che ha ospitato il Caravaggio nei suoi drammatici pellegrinaggi e che ha visto nascere opere come La Madonna del Rosario. Oltre all’influenza diretta del maestro lombardo, i pittori napoletani subiscono quella del naturalismo violento di Ribera, che si trasferisce in città nel 1616, e ne sviluppano una particolare interpretazione, caratterizzata da una costante attenzione agli aspetti più definiti del dato reale, raffigurato senza alcuna concessione retorica. A Napoli dipingono Louis Finson e Faber, Carlo Sellitto e Massimo Stanzione, ma soprattutto Battistello Caracciolo.

VII.La seconda generazione
Questa sezione della mostra illustra il tardo caravaggismo romano dei giovani nati intorno all''ultima decade del cinquecento. È una generazione che si è formata direttamente sulle opere di Caravaggio o sulla produzione dei primi seguaci del Maestro. I caravaggeschi toscani formano una corrente particolarmente caratteristica poiché fondono gli elementi caravaggeschi con le peculiarità tipiche della cultura toscana: il disegno e la studiata struttura della composizione. In mostra le opere del lucchese Pietro Paolini, del senese Rutilio Manetti e di Orazio Riminaldi, originario di Pisa, come Orazio Gentileschi. Negli artisti iiguri, come Domenico Fiasella, detto il Sarzana e il genovese Bernardo Strozzi, invece, l’adesione ai modelli del maestro non è mai totale e definitiva ma sporadica. Il loro è un naturalismo morbido, non aggressivo che si affianca a una produzione tipicamente regionale.

VIII.L’esordio di Mattia Preti
Questo è il vivace panorama che Mattia Preti trova quando arriva a Roma verso il 1630: un ambiente culturale vivido e in fermento. La sua reazione di pittore è immediatamente percepibile nelle opere esposte, che dimostrano l’interesse del giovane artista calabrese verso il caravaggismo “addolcito” tipico dei naturalisti francesi. Opere riconducibili alla fase ancora problematica del suo esordio romano, ma che già denunciano una straordinaria levatura stilistica.

Alla fine della terza decade del Seicento, la rivoluzione si è compiuta. Da Roma, la lezione di Caravaggio muove ormai in tutte le direzioni europee, svolgendo un’innovazione nel cammino della pittura, che arriverà fino al Nord Europa e fino alla fine del XVII secolo.
ROMA (ROMA)

Mostre ed Esposizioni » ROMA - I MOSTRA I GIOIELLI DELLA COLLEZIONE CAMPANA

In mostra, fino al 25 giugno ai Musei Capitolini, i preziosi gioielli antichi e moderni della collezione Campana. La raccolta giocò un ruolo fondamentale nel rinnovare il gusto della produzione di oreficeria in stile archeologico a Roma.
Catena e pendente a forma di testa di Acheloo, Parigi Musee du Louvre
I preziosi gioielli antichi e moderni della collezione Campana tornano a Roma per la mostra "Tesori antichi". In mostra, ai Musei Capitolini fino al 25 giugno, i gioielli greci, etruschi, romani e bizantini della collezione formata con passione a Roma nella prima metà dell''Ottocento dal marchese Giovanni Pietro Campana di Cavelli (1808-1880). La raccolta che costituì uno dei più importanti settori della sua grande raccolta privata d''arte e di antichità, giocò anche un ruolo fondamentale nel rinnovare il gusto della produzione di oreficeria in stile archeologico a Roma. Protagonista di questa fortunata stagione sarà la famiglia Castellani, con l''atelier di oreficeria fondato a Roma nel 1814 da Fortunato Pio Castellani, orafo, antiquario e collezionista (1794-1865), che per primo intraprese la produzione di gioielli ispirati agli originali greci ed etruschi che venivano alla luce alla fine degli Anni Venti dell''Ottocento da scavi intrapresi a Roma e nel territorio dell''antica Etruria.
Il marchese Campana ereditò dal nonno Giampietro e dal padre Prospero la passione per l''archeologia e per l''arte, oltre all''incarico, prima di assistente poi di direttore del Monte di Pietà, ruolo di rilievo istituzionale che svolgerà dal 1833 al 1857. Le sue raccolte di bronzi, sculture, terrecotte, gioielli, dipinti, ceramiche, monete e medaglie provenivano dal mercato antiquario e dagli scavi intrapresi nelle sue proprietà o da lui promossi nel territorio di Roma e del Lazio.
Grazie all''esperienza maturata nel campo dell''archeologia e della ricerca scientifica ottenne prestigiosi incarichi dall''amministrazione pontificia, che gli affidò anche la direzione degli scavi di Ostia. Nel 1857 il marchese fu travolto dal dissesto finanziario e da un drammatico processo per malversazione, peculato e abuso d''ufficio. Condannato al carcere e poi all''esilio, i suoi beni furono confiscati nel 1859 dallo Stato Pontificio e le collezioni sequestrate e poste in vendita. In attesa di trovare un acquirente, la collezione di gioielli venne affidata all''atelier Castellani, dove Augusto Castellani ne fece oggetto di studio, di restauro e ne curò il catalogo per la vendita. Il contatto diretto con i preziosi suggerirà ai Castellani di sperimentare nuove tecniche di lavorazione e di restauro, che giungono in alcuni casi alla geniale trasformazione e reinterpretazione dei gioielli antichi, oltre a dare un fondamentale impulso al rinnovamento della produzione di gioielli di squisito gusto archeologico che ebbe enorme e immediato successo in Italia e all''estero. I tesori della collezione Campana furono in breve dispersi in Francia, Inghilterra e Russia. Acquistata in gran parte dal Governo francese nel 1861fu presentata per la prima volta al pubblico a Parigi nel 1862, al Palais de l''Industrie e nel 1863 fu destinata al Museo del Louvre, dove andò a costituire uno delle più importanti raccolte del Dipartimento delle antichità greche, etrusche e romane.
La Mostra, ideata da Françoise Gaultier, Conservateur en chef au département des Antiquités grecques, étrusque et romaines del Museo del Louvre e da Catherine Metzenger, Conservateur général honoraire dello stesso Dipartimento, già presentata a Parigi, al Museo del Louvre, dall''ottobre 2005 al gennaio 2006, viene riproposta a Roma per iniziativa del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali, Sovraintendenza ai Beni Culturali. L''esposizione offre una raffinata selezione di circa duecento esemplari delle collezioni del Louvre, con alcuni preziosi prestiti dalle collezioni del British Museum e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Frutto di approfonditi studi e di un''importante campagna di restauri finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, si realizza grazie alla liberalità di Henri Loyrette, Président Directeur del Museo del Louvre e alla generosa collaborazione dei direttori dei Musei, Archivi e Biblioteche che hanno concesso il prestito delle opere esposte.

Orario
Martedì-domenica 9.00-20.00; la biglietteria chiude alle 19.00
Chiuso il lunedi
Biglietto d''ingresso
Unico integrato comprensivo di ingresso ai Musei Capitolini e alla Mostra € 8.00 intero; € 6.00 ridotto; gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente
Info e prenotazioni
Tel. 06 82059127 (tutti i giorni 9.00-19.30)
CODROIPO (UD) (UD)

Mostre ed Esposizioni » CODROIPO (UD) - INFINITE PAINTING

Un''esposizione, presso il Centro di Arte Contemporanea di Villa Manin, propone, fino al 24 settembre, un''indagine a tutto tondo sulla pittura contemporanea.
In mostra opere dagli anni ''90 ad oggi, dal figurativo all''astratto, dalla tela ai murales. Lavori di Jeff Koons, Piotr Uklanski, Urs Fischer, Paul McCarthy, Damien Hirst, Takashi Murakami e molti altri artisti internazionali.
assume vivid astro focus, 2005
Infinite Painting. Pittura Contemporanea e Realismo Globale è una mostra unica e spettacolare sulla pittura.
Le opere esposte a Villa Manin, fino al 24 settembre, si concentrano sulla pittura, dagli anni ’90 ad oggi, dal figurativo all’astratto, dalla tela al murales, presentando una panoramica del contemporaneo con opere recenti, nuove o, in alcuni casi, create specificatamente per questo evento. Attraverso i capolavori di 61 artisti provenienti da 22 paesi del mondo, la mostra affronta questo linguaggio nella sua complessità, anche attraverso opere di scultura, video e fotografia che con la pittura instaurano un dialogo e una relazione. In mostra lavori di Jeff Koons, Piotr Uklanski, Urs Fischer, Paul McCarthy, Damien Hirst, Takashi Murakami e molti altri artisti internazionali. L''ottica della mostra è quella di osservare la pittura contemporanea più come un’idea che come una tecnica, riflettendo sulla sua funzione nella nostra contemporaneità. Opere che esprimono una visione della realtà odierna secondo diversi approcci: dai grandi murales astratti di Franz Ackermann alle riflessioni più intime di Marlene Dumas e Luc Tuymans, dall''autoritratto di Rudolf Stingel all''astrazione di Piotr Janas e Mary Heilmann, il linguaggio pittorico viene presentato come un percorso fatto di molte strade che s''intrecciano con l''attualità e con il mondo.
Anche gli artisti riflettono sul loro ruolo, come Maurizio Cattelan che ripercorre e ironizza sul superamento dello spazio di Lucio Fontana, o Thomas Hirschhorn che restituisce l’importanza di quelle immagini invisibili in un’epoca di sovraesposizione mediatica. Le opere raccontano tutte un’interpretazione personale della pittura oggi. Video, scultura, stampe digitali e fotografia dialogano con espressioni più tradizionali come tele, incisioni, tessuti ricamati. Artisti come Wangechi Mutu, Trenton Doyle Hancock, Felix Gmelin e i fratelli Jake e Dinos Chapman rileggono il mondo contemporaneo passando attraverso la storia dell''arte e stravolgendola.
I ritratti di Dinh Q. Le e le lande desolate della Russia di Konstantin Zvezdochetov descrivono mondi lontani e diversi ma ormai conosciuti. Pittura Infinita quindi nell’era del Realismo Globale, termine coniato per riflettere la visione odierna della realtà e come il reale è influenzato da un mondo universalmente condiviso. Il titolo dell''esposizione, "Pittura infinita", intende la pittura come specchio di un''unica realtà e visione di una condizione contemporanea che, nel bene e nel male, è globalizzata e massificata ma tuttavia completamente aperta e, da sempre, fondamentalmente libera.
MATERA (MT)

Mostre ed Esposizioni » MATERA - UNA MOSTRA PER RISCOPRIRE GUERRICCHIO

Sono in mostra a Palazzo Lanfranchi, fino al 5 novembre 2006, 150 opere realizzate da Luigi Guerricchio dal 1953 al 1996. Oli, pastelli, opere grafiche, ceramiche e cartapesta attraverso cui l''artista ha espresso i sentimenti della gente lucana.
A dieci anni dalla morte di Luigi Guerricchio, la famiglia dell''artista ha concesso in comodato allo Stato, 150 opere. Nasce così la mostra “Luigi Guerricchio. Opere” a Palazzo Lanfranchi a Matera fino al 5 novembre. In mostra i lavori eseguiti da Luigi Guerricchio dal 1953 al 1996. Opere che “documentano - scrive la dott.ssa Agata Altavilla, direttore del Museo d''Arte Medievale e Moderna della Basilicata - l''attività artistica di uno degli interpreti più rappresentativi della cultura lucana degli ultimi decenni: oli, pastelli, opere grafiche, ceramiche e cartapesta, mediante i quali Luigi Guerricchio ha espresso, con un linguaggio artistico a volte lirico, a volte oggettivo e duro, intriso di una sottile vena di ironia, i sentimenti e l’anima della gente lucana”. La pittura di Guerricchio (Matera 1932- 1996), è fortemente ispirata dalle immagini e dai paesaggi a lui familiari: i Sassi e Matera in primo luogo, ma anche le campagne e le case, il lavoro e le feste della gente del Sud. L''interesse per l''uomo e per il suo stato nella società e nell''ambiente in cui vive si traduce in un realismo figurativo permeato di cultura e tradizione popolare. “In questo senso si può dire che Guerricchio ha inventato Matera” racconta l’amico e poeta lucano Mario Trufelli, “ha inventato la Lucania il Sud e oggi, per quella straordinaria vocazione che egli ha di riproporceli in termini universali, si è posto nella condizione assai singolare di chi si è fatto esule nella sua stessa terra.” Un rapporto unico e speciale come sottolinea la Altavilla: “Quello dell''artista con Matera e la Lucania è un legame unico e intenso che supera la semplice "rappresentazione" dei Sassi, che continuamente reinterpreta in tutte le fasi della sua ispirazione artistica, spingendosi al racconto delle condizioni di vita e della situazione sociale di un popolo, nella immutabilità del lavoro e delle tradizioni e nelle mutazioni di desideri e di stili di stili vita. Il realismo figurativo con il quale misurava il mondo circostante - continua -, riesce a cogliere l''essenza intrinseca della storia, della cultura e delle tradizioni di questa terra, trasponendola alla dimensione di civiltà.”
Luigi Guerricchio ha saputo trasferire in pittura gli stati d’animo e i sentimenti emergenti dalla realtà oggettiva; la fedeltà alla terra d’origine che lo conducono a interpretare con modi espressivi nuovi "un mondo antico" attraverso il racconto della quotidianità. L''artista, alla fine della sua attività diventa testimone dei cambiamenti della società lucana mantenendo una forte carica espressiva e una approfondita analisi psicologica dei personaggi protagonisti delle sue opere. La mostra costituisce il preludio ad un’esposizione permanente nella Sezione del Museo dedicata all’arte contemporanea.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE - LORENZO MONACO

In mostra, alla Galleria dell''Accademia fino al 24 settembre, "Lorenzo Monaco dalla tradizione giottesca al Rinascimento". La prima grande mostra monografica dedicata al frate pittore che fu protagonista dell''arte tardogotica in Italia. Esposte per la prima volta numerose ricomposizioni di complessi più o meno grandi, andati dispersi in epoche diverse, i cui elementi sono pervenuti da collezioni pubbliche e private di mezzo mondo.
Lorenzo Monaco, Annunciazione (part.) 1418 ca.
L’esposizione, alla Galleria dell’Accademia fino al 24 settembre, è la prima grande mostra monografica dedicata a Lorenzo Monaco, frate pittore protagonista dell’arte tardogotica in Italia. Promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, dalla Galleria dell’Accademia e dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e curata da Angelo Tartuferi, la mostra "Lorenzo Monaco dalla tradizione giottesca al Rinascimento" affronta con taglio scientifico l’intero percorso stilistico e cronologico dell’opera dell’artista attraverso i dipinti più significativi e qualitativamente più rilevanti.
Nato nel 1370 (circa), il pittore vestì l’abito di frate camaldolese nel convento di Santa Maria degli Angeli a Firenze e operò, con piena consapevolezza, in uno dei periodi più vitali e creativi dell’arte italiana, rapportandosi in maniera costante con i protagonisti principali della scena artistica fiorentina. Se la sua arte lo contraddistingue come il più degno e conclusivo erede della tradizione giottesca sul finire del XIV secolo, il pittore operò negli anni della sua maturità mentre alcuni dei protagonisti della prima generazione artistica rinascimentale esprimevano le loro prime prove; ricordiamo Lorenzo Ghiberti, Filippo Brunelleschi, Masolino da Panicale, Masaccio e, su tutti, il Beato Angelico, l’altro grandissimo frate e pittore che probabilmente dovette in massima parte al camaldolese la sua formazione artistica, ma che, d’altro canto, ne ha oscurato inevitabilmente il ruolo storico. Per comprendere la profonda e intensa spiritualità che caratterizza le sue opere è di fondamentale importanza considerare il contesto monastico in cui Don Lorenzo di Giovanni operò. Le sue scelte artistiche erano infatti dettate dall’esigenza di dare visibilità ampia e puntuale agli orientamenti spirituali dell’Ordine Camaldolese. I suoi dipinti lo esprimono in molteplici aspetti ed in particolare nel timbro cromatico - che predilige colori chiari e freddi, di estrema raffinatezza, stesi con particolari preziosi effetti di cangiantismo -, nella raffinatezza delle finiture e delle decorazioni marginali. Ma è il disegno impareggiabile, duttile e raffinato, il vero tratto distintivo dell’arte del maestro camaldolese, che raggiunse vertici di fantasia accesa e sbrigliata, soprattutto nella fase matura della sua attività, tali da garantirgli un ruolo di primissimo piano nel contesto della variegatissima e contraddittoria civiltà figurativa tardogotica toscana.
Una delle principali attrattive della mostra è costituita dalle molte ricomposizioni di complessi più o meno grandi, andati dispersi in epoche diverse, i cui elementi sono pervenuti da collezioni pubbliche e private di mezzo mondo. Un’occasione irripetibile per studiosi di ambito internazionale. Si comincia dalla predella di un trittico che fu dipinto per la cappella Nobili nel Capitolo di Santa Maria degli Angeli nel 1387-1388, eseguita dal giovane Lorenzo Monaco quando ancora di trovava nella bottega di Agnolo Gaddi, cui spetta l’esecuzione delle parti principali dell’opera; si è poi potuto ricomporre quasi per intero un altro complesso d’altare che il pittore dipinse ormai verso i trenta anni, per una cappella di patronato Ardinghelli in Santa Maria del Carmine a Firenze e di cui disponiamo anche dei documenti di pagamento degli anni 1398-1400. In questa fase il pittore dimostra di essere partecipe dell’importante parentesi neogiottesca, che investì larghi strati della pittura fiorentina nel periodo 1380-1410, espressa anche nell’Orazione nell’ Orto (Galleria dell’Accademia), dove tuttavia è già possibile intravedere i segni della svolta gotica del grande artista realizzatasi intorno alla metà del primo decennio e documentata in opere fondamentali quali il Cristo in pietà con i simboli della Passione e il trittico della Pinacoteca di Empoli, entrambe riferibili al 1404. Questa profonda, repentina evoluzione stilistica in senso gotico è tuttora avvolta nel mistero e non può essere legata solo all’influenza di Lorenzo Ghiberti o di un altro grande pittore come Gherardo di Jacopo, detto Starnina, rientrato all’ inizio del Quattrocento da un soggiorno in Spagna. In un certo senso, e in maniera abbastanza inaspettata, un religioso dedito al mestiere del pittore – dal quale ci si sarebbe potuti aspettare forse una tendenza al conservatorismo – “inventò” un suo stile, affidato ad un linguaggio assolutamente inconfondibile, completamente diverso da quello dei suoi colleghi. Un linguaggio che egli seppe tradurre, con inalterata bellezza e qualità, sulle pagine dei molti codici miniati che ebbe l’incarico di decorare per il suo ordine monastico. I capolavori di questa sezione fondamentale della mostra sono i cinque imponenti corali della Biblioteca Mediceo Laurenziana di Firenze, decorati da Lorenzo Monaco e dai suoi aiuti per il Monastero di Santa Maria degli Angeli in un ampio arco temporale. Accanto ad ognuno di essi sono esposte, per la prima volta, le iniziali ritagliate che furono asportate nel XIX secolo, oggi disperse in varie collezioni pubbliche e private nel mondo. Tra i capolavori in mostra ricordiamo inoltre il bellissimo Compianto sul Cristo morto della Galleria Nazionale di Praga, una prodigiosa e virtuosistica prova di verticalismo compositivo, che anticipa le creazioni più fantastiche di Giovanni di Paolo a Siena; la solenne pala raffigurante la Madonna col Bambino, opera della piena maturità del pittore, pervenuta dalla National Gallery of Art di Washington, recante la data del 1413 e ancora segnaliamo le preziose e “uniche” ricomposizioni come quella del singolare trittico recante al centro la Crocifissione del Museo Bandini a Fiesole e per laterali il San Francesco che riceve le stimmate del Rijksmuseum di Amsterdam e i Funerali di San Francesco della Galleria Pallavicini a Roma.
Da segnalare inoltre il frammento inedito di un Sant’Antonio Abate, scoperto in una raccolta privata inglese, celato da una ridipintura, che una volta rimossa ha rivelato un brano di notevolissima qualità, certamente autografo del grande artista e riferibile al 1415-1420; il prezioso dittichetto “da viaggio” composto da due superbi dipinti ognuno di circa 23 centimetri per 18, raffiguranti la Madonna dell’Umiltà, appartenente al Museo Thorvaldsen di Copenhagen; un indimenticabile San Girolamo nello studio del Rijksmuseum di Amsterdam.
La fase estrema dell’attività dell’artista è poi testimoniata da capolavori assoluti quali l’Adorazione dei Magi della Galleria degli Uffizi o lo stupefacente disegno su pergamena acquerellato con un fiabesco, irreale Viaggio dei Magi, appartenente al Gabinetto dei Disegni dei Musei di Berlino.
Il testamento artistico di Don Lorenzo è affidato alle tre tavole di predella del Museo di San Marco a Firenze, raffiguranti la Natività, il Miracolo di San Nicola e la Storia di Sant’Onofrio, eseguite con relative cuspidi con il Cristo risorto, il Noli me tangere e le Marie al Sepolcro, per una pala d’altare commissionata dal potentissimo Palla di Onofrio Strozzi (lo stesso committente della celeberrima pala di Gentile da Fabriano con l’Adorazione dei Magi conservata agli Uffizi) che, lasciata incompiuta da Lorenzo Monaco quasi certamente per il sopraggiungere della morte, fu ultimata nella parte centrale dal Beato Angelico con la Deposizione di Croce.
Sono alcuni capolavori del giovane Beato Angelico a concludere la mostra, quasi a simboleggiare un ideale passaggio di consegne, apprezzabile nella Madonna dell’Umiltà con quattro angeli del Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, il più antico capolavoro del pittore domenicano, dove appare abbastanza evidente, soprattutto nelle figure angeliche, il legame d’origine con il mondo figurativo di Lorenzo Monaco. Una novità assoluta è infine rappresentata da un affresco staccato da un tabernacolo fiorentino, assai frammentario e guasto, identificato ultimamente da Miklos Boskovits come opera dell’ Angelico, esposto insieme alla sinopia relativa.

Orari
8.15 - 18.50
chiuso il lunedì
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE: GIAMBOLOGNA

Al museo del Bargello di Firenze è di scena "Giambologna, gli dei, gli eroi".
La mostra propone fino al 15 giugno un centinaio opere del grande sculture che fu capace, attraverso la sua poetica, di creare un idioma universale parlando di eroi, di divinità.
Il successo del Giambologna, che fu in grado di creare una Koinè europea è ancora visibile: il Mercurio volante concepito a Bologna nel 1563 e conosciuto nella variante conservata al Bargello è stato adottato, ai nostri giorni, dai francobolli delle Poste Aeree Australiane.
Giambologna, Mercurio, 1563
Dopo la grande mostra di Vienna nel 1978, la città di Firenze celebra uno dei più grandi artisti che abbiano mai operato alla corte dei Medici. Al museo del Bargello è in mostra “Giambologna, gli dei, gli eroi”. Una grande esposizione di 100 opere firmate e documentate del grande scultore.
”Giambologna fu dopo Michelangelo, il massimo scultore del suo secolo e anche se le sue opere furono scolpite o gettate in bronzo a Firenze e per Firenze, i bronzetti prodotti dalla sua bottega, trasformarono il suo stile in un idioma universale”. Così descrive la sua opera lo storico dell’arte John Pope Hennessy, uno dei più importanti studiosi dell’artista.
Il percorso espositivo, che si apre con il grande “Bacco”, realizzato nel 1560 per Lattanzio Cortesi da San Gimignano, si suddivide in cinque tappe. Al visitatore spetta un sali e scendi tra il cortile, il pian terreno e il primo piano del museo.
La prima parte descrive la formazione italiana dell’artista fiammingo. Protagonista è Michelangelo che Giambologna individua come suo maestro ideale quando entra in contatto per la prima volta con i suoi lavori nel 1556 a Roma.
Poi la Camera delle meraviglie o “Wunderkammer”. Si scoprono al visitatore i meravigliosi bozzetti, grazie ai quali Giambologna progetta le sue opere maestose e le sue fontane arricchite di figure di dei ed eroi.
Della terza sezione sono protagonisti i bozzetti in terracotta delle opere commissionate dal principe Francesco. Rarità che, di solito, sono visibili solo al Victoria and Albert e dal British Museum di Londra da cui provengono.
Ad attrarre la partecipazione del visitatore sono poi i monumenti equestri che diventano esempi imitatissimi dalla statuaria successiva. In mostra i bronzetti che in piccolo traducono l’energia e la forza vitale delle più maestose raffigurazioni di Cosimo I e Ferdinando I. La mostra si chiude col Giambologna creatore di giardini nella sezione “Nel giardino del principe” allestita nella Loggia del Bargello in cui è possibile vedere i documenti e i bozzetti che hanno condotto l’artista alla creazione delle fantasiose fontane popolate da uccelli in bronzo, da putti, pescatori, del ciclopico Appennino che solleva sapientemente la crosta terrestre come un saggio vecchio e stanco.
I contemporanei furono affascinati dalla prodigiosa abilità tecnica del Giambologna . “Il massimo della mimesi illusionistica nel massimo della sublimazione concettuale e della pregnanza simbolica”. Così possono essere definiti la maniera del Giambologna e gli aspetti di uno stile che affascina i contemporanei, durante la Controriforma e che trova un successo senza pari nelle corti di mezza Europa
La scultura in bronzo del granduca Cosimo I, collocata in Piazza della Signoria nel 1595, divenne il prototipo della statua equestre celebrativa, l’archetipo della icona bronzea “di Stato” da piazzare nel cuore della città, accanto al Palazzo del Potere, per incutere nei sudditi stupore, timore e reverenziale ammirazione. A quella statua si ispirano gli allievi del Giambologna nelle loro più significative imprese europee: Pietro Francavilla a Parigi per il monumento di Enrico IV di Francia, Pietro Tacca a Madrid, per le statue equestri dei re di Spagna Filippo III e Filippo IV. Ma il successo di questo artista in grado di creare una Koinè europea è ancora visibile: il Mercurio volante concepito a Bologna nel 1563 e conosciuto nella variante conservata al Bargello è stato adottato, ai nostri giorni, dai francobolli delle Poste Aeree Australiane.
La fortuna internazionale dello scultore si affida soprattutto ai celebri bronzetti; oggetto da sempre, in tutto il mondo, del collezionismo d’élite e dell’antiquariato più raffinato per il loro costo contenuto e per la trasportabilità delle opere.
Si crea così un idioma universale che parla di eroi, di divinità ma soprattutto della poesia di un artista che grazie alla scultura sa raccontare di “dei, di armi e di eroi”.
POTENZA (PZ)

Mostre ed Esposizioni » POTENZA - CORALLI SEGRETI

In mostra presso il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata "Dinu Adamesteanu" fino al prossimo 30 ottobre 2006, "Coralli segreti. Immagini e miti dal mare tra Oriente e Occidente". L''eposizione racconta la storia millenaria del corallo tra natura e cultura.
Matera, Collezione Rizzon, Rython a figure rosse in forma di Scilla IV secolo a.C.
Fino al 30 ottobre 2006, presso il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata "Dinu Adamesteanu" è di scena "Coralli segreti. Immagini e miti dal mare tra Oriente e Occidente".
Un evento culturale di straordinario rilievo inserito tra le celebrazioni del Bicentenario della designazione di Potenza a città capoluogo della regione Basilicata. Un’esposizione che propone un affascinante viaggio nel tempo con percorsi che si intrecciano in un rapporto sempre dialettico tra natura e cultura. Coralli fossili databili otre 400 milioni di anni fa, coralli naturali, reperti archeologici del V-IV secolo a.C. rinvenuti nelle colonie greche e nei centri indigeni della Basilicata, gioielli con inserti in corallo provenienti da diverse regioni italiane, dalla Turchia, dalle coste africane del Mediterraneo (Algeria, Marocco), dalle coste del Mar Rosso (Yemen) e dall''Estremo Oriente (Mongolia, Tibet) per la prima volta raccolti in un''unica mostra.
Il colore rosso vivo dei coralli ne ha fatto, per la tradizione popolare, "alberi di sangue" e dunque simbolo di forza generatrice e di contatto con il "divino". Se nella tradizione antica (greca e latina) l''ambra era legata ai miti del Sole e, dunque, simbolo di luce e di immortalità, il corallo era invece connesso al sangue e alla vita che pulsa. Il mito narra che Perseo dopo aver ucciso Medusa, si sedette su una spiaggia e poggiò la testa sanguinante del mostro su una riva, piena di giuncastri e che le gocce di sangue trasformarono le piante in coralli. Plinio il Vecchio ricorda i coralli del Mar Rosso, del Golfo Persico e, quelli più preziosi nel Golfo Siculo, attorno alle Eolie e a Drepana (Trapani) e le modalità di pesca del corallo: due bracci di ferro uniti da un perno centrale in piombo fissati a delle reti che ne staccavano i rami. Nell’antichità i campi d''azione del corallo erano svariati e vengono ricordati in trattati a sfondo magico, medicale o astrologico. Amuleti di corallo aiutavano i naviganti, i mercanti e proteggevano dai pericoli delle tempeste e del maltempo, sia per mare che per terra. Il corallo era utile per proteggere la persona dai fantasmi notturni e dagli incubi e per rendere innocuo il veleno dei serpenti e degli animali velenosi. Il corallo era poi in stretta relazione con Venere, favoriva le passioni amorose e veniva utilizzato in vari modi per uso medicinale. I più antichi rinvenimenti di oggetti in corallo, nel Mediterraneo Orientale, risalgono al X millennio a.C., ma diventano più significativi sia in Egitto che in Mesopotamia tra V e IV millennio a.C. Molto più tardi anche i Fenici commerciavano coralli. Nel mondo greco e magnogreco oggetti in corallo sono stati rinvenuti nei santuari di Hera e di Afrodite, ma il suo uso è legato soprattutto al culto di Adone, il giovane amato da Afrodite. A Gravisca, emporio greco sulla costa dell''Etruria meridionale, è stato trovato, in un contesto databile al IV secolo a.C., in un sarcofago di pietra, nel quale era stato sepolto il simulacro di Adone, un cratere pieno di coralli. Questi simboleggiavano tutto ciò che è bello, ma sterile, essendo una pianta, non commestibile, priva di frutti e utile solo per i gioielli delle donne. Durante le feste in onore di Adone (Adonie) le prostitute e le amanti portavano vasi da fiori nei quali avevano fatto germinare precocemente dei semi, specialmente di cereali. Questi vasi, chiamati "giardini (kepoi) di Adone", erano gettati in mare nel corso della festa che culminava nel rito di rivitalizzazione del nume defunto e sepolto.
In Basilicata gioielli preziosi con inserti in corallo, esposti per la prima volta in pubblico, sono stati rinvenuti in sepolture sia greche (Metaponto, Herakleia) che indigene (Lavello, Sant''Arcangelo) del V-IV secolo a.C. Fibule in forma di delfino con occhi resi attraverso inserti in corallo o impreziosite da rametti naturali di corallo, così come pendenti di collane in corallo a forma di teste leonine o di delfini. Nello stesso periodo mostri marini come Scilla, le Sirene, le Nereidi sono raffigurati su ceramiche figurate e su bronzi sbalzati a richiamare il viaggio pericoloso verso il mondo dei morti ubicato al di là del Grande Oceano e le speranze di salvezza ultraterrena. Altrettanto frequenti sono le raffigurazioni di altri mostri come le Gorgoni, strettamente legate nell''episodio di Perseo e Medusa alle leggende sulla formazione del corallo.
A partire dall''età romana (I secolo d.C.) si intensificano le esportazioni di corallo, scambiati commercialmente con perle, verso l''Oriente tramite il Mar Rosso e, dunque, dall''Egitto romano verso i porti orientali dell''Arabia e dell''India. Rinvenimenti archeologici documentano nello stesso periodo la presenza di amuleti e gioielli in corallo del Mediterraneo anche nell''attuale Afghanistan e in Cina. Un testo indiano del I secolo d.C. riporta la notizia che un re dell''attuale Sri-Lanka, desideroso di tendere "una grande rete di corallo" attorno ad un reliquario buddista, spedì inviati per procurarsi questo materiale presso romanukhara ha, vale a dire nei territori dell''Impero romano. Anche nel Medioevo rimane molto vivo l''interesse delle popolazioni dell''Arabia, così come dell''Estremo Oriente per i coralli. Lo stesso Marco Polo nel Milione racconta che il corallo era molto ambito sia dai Mongoli che dai Tibetani. L''armatura di un cavaliere della Mongolia, un piatto rituale del Nepal e alcuni gioielli dello Yemen presenti nell''esposizione testimoniano l''interesse per il corallo presso quelle popolazioni sino ad epoca assai recente. Il colore rosso del corallo e la sua origine misteriosa affascinarono il popolo nomade della Mongolia, abituato alla monocromia della steppa, che gli attribuì il significato di energia vitale e di sinonimo del fuoco, ulteriormente potenziato dall''accostamento al turchese, simbolo dell''aria. Nello Yemen l''affermarsi dell''Islam, durante il VII secolo d.C., rafforzò l''ammirazione per il corallo, inteso come simbolo di bellezza (nel Corano le vergini nel giardino del paradiso sono paragonate a rubini e corallo).
In mostra anche numerosi gioielli italiani di corallo, di pregevolissima fattura sia trapanese (la più antica) che di Torre del Greco (diffusa a partire dalla fine del XV secolo). Gioielli del XVIII e del XIX secolo, donati per il fidanzamento, ornamenti simbolo che classificano lo stato civile della donna. Lo spillone inserito nei capelli raccolti, le collane ornate con simboli amorosi come una lamina in metallo dorato che raffigura due cuori divisi da una freccia e rappresenta il vincolo permanente d''amore nel rituale del fidanzamento. Un ornamento di corallo era anche regalato alle balie per proteggerne la salute e per indicare, con i cambiamenti di colore, eventuali cambiamenti dello stato di salute e quindi della qualità del latte.
Una parte conclusiva è dedicata all''importanza del corallo nella tradizione religiosa cristiana. In questo contesto culturale l''albero del corallo è stato assimilato all''albero della Croce (e le gocce di corallo al sangue di Cristo). Il corallo rosso, al collo del Bambino Gesù, in numerose raffigurazioni evoca il futuro sacrificio di sangue e la resurrezione. Dal santuario di Monteforte di Abriola, proviene una statua del XIII secolo, in legno, che raffigura la Madonna, alla quale è stato aggiunta nel XVII secolo la statua, sempre in legno, del Bambino che indossa una collana e un braccialetto in corallo. Il corallo in Italia è stato così utilizzato negli oggetti devozionali, negli ostensori, nei grani del rosario, nelle fasce battesimali, nei presepi. Fasce battesimali in corallo, come un esemplare di straordinaria fattura in esposizione, sono testimoniate in Sicilia, in quanto dotate di un particolare potere protettivo dalle malattie infantili. Pietre preziose, grani di materia eletta, ma soprattutto perle e coralli ornano il pettorale della Madonna nera di Viggiano, patrona della Basilicata, come quello del suo Bambino. Manufatti di straordinaria bellezza ma soprattutto carichi di simbologia: la passione con il sacrificio di sangue, la morte e la resurrezione di Cristo e la sua regalità divina per quel che concerne il corallo; la perla, che serve da porta alla Gerusalemme Celeste secondo la visione di San Giovanni nell''Apocalisse, simboleggia il premio dell''eternità riservato all''anima contemplativa; di resurrezione della carne parla anche la grande croce di ametista che occupa il centro del pettorale del bambino di Viggiano in quanto l''ametista è la dodicesima pietra preziosa di cui è costituito nell''Apocalisse il muro della Gerusalemme Celeste.
La mostra, a cura di Salvatore Bianco, Alfonsina Russo e Marcello Tagliente, si avvale di un comitato scientifico composto da: Salvatore Bianco, Carolina D''Arpa, Carolina Di Patti, Vega De Martini, Stefania Massari, Attilio Mastrocinque, Jean-Paul Morel, Massari, Alfonsina Russo, Marcello Tagliente, Daniela Ugolini, Fabrizio Vona. Organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata è stata realizzata col contributo e al sostegno operativo della Regione Basilicata e dell''Azienda di Promozione Turistica della Basilicata, e in collaborazione con l''Amministrazione Comunale della Città di Potenza. Partners dell’iniziativa i Musei di Scienze Naturali delle Università di Napoli e Palermo, il Museo Oceanografico del Principato di Monaco, il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, le Soprintendenze per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico della Basilicata e delle Province di Bari e Foggia, l''Ufficio Beni Culturali dell'' Arcidiocesi di Potenza- Muro Lucano- Marsiconuovo, l''Istituto d''Arte di Torre del Greco, l''Associazione Italia-Mongolia di Torino e Antonino De Simone srl di Torre del Greco. La mostra è patrocinata dall''AVIS nazionale, dalle Ambasciate dell''Irlanda, del Marocco, dello Yemen e dal Consolato della Mongolia in Italia.

Orario:
lunedì 14-20;
martedì-domenica 9-20
Info
Tel. 0971/21719, 0971/323111
Fax: 0971/323261
E-mail archeopz@arti.beniculturali.it
SCOLACIUM (CZ) (CZ)

Mostre ed Esposizioni » SCOLACIUM (CZ) - INTERSEZIONI SECONDA EDIZIONE

Fino all''8 ottobre il Parco Archeologico di Scolacium (CZ)ospita "Time Horizon", uno tra i più significativi progetti dello scultore inglese Antony Gormley.
Time Horizon
Nella cornice del Parco Archeologico di Scolacium, lo splendido complesso monumentale a pochi chilometri da Catanzaro, si può ammirare, fino al prossimo 8 ottobre: "Time Horizon", dello scultore inglese Antony Gormley.
L’evento espositivo, a cura di Alberto Fiz, è organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Catanzaro con la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura della Regione Calabria e della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria. L''esposizione caratterizza la seconda edizione di Intersezioni, la rassegna nata nel 2005 con l’obiettivo di proporre una nuova fruibilità dell’arte sottolineando la relazione tra il patrimonio archeologico e l’esperienza dei maggiori scultori contemporanei. Se in occasione del primo appuntamento sono stati chiamati alla realizzazione di specifici interventi Tony Cragg, Jan Fabre e Mimmo Paladino, quest’anno si è scelto di affidare il progetto a Gormley, protagonista tra i più noti della scena internazionale. In tal modo, il Parco Archeologico di Scolacium è nuovamente al centro di un impegnativo progetto internazionale particolarmente innovativo, dove l’arte di oggi instaura un inedito dialogo con la memoria e la storia. Il progetto di Gormley è formato da due parti: la prima è la mostra personale proposta nei suggestivi ambienti del Museo del Frantoio, all’interno del Parco, con una selezione di opere dalla fine degli anni ottanta sino a oggi. La seconda e più ambiziosa, consiste nella realizzazione di Time Horizon, l’installazione che dà il titolo alla mostra, formata da cento sculture in ferro di 189 x 53 x 29 centimetri, dal peso di 650 chili ciascuna. Realizzate da Gormley per l’occasione partendo dai calchi del suo corpo. Le opere appaiono come una serie di varianti rispetto al processo di respirazione. Gormley mette a disposizione il proprio corpo per compiere un’indagine sull’universo fisico e sensoriale che interagisce con il territorio e con l’architettura del luogo. Le sculture occupano il Parco di Scolacium trovando la loro collocazione sia nella zona archeologica del Foroi, sia nell’immenso uliveto circostante. Le singole sculture sono o sepolte, o direttamente sul terreno o su una base di cemento, ma tutte si trovano allo stesso livello, in modo da creare un’unica linea sull’orizzonte.
“È la prima volta che posso utilizzare un luogo così affascinante e così ricco di riferimenti alla memoria storica e alla realtà del presente”, afferma Gormley. “Il mio progetto si sviluppa su due assi, quello esteso, orizzontale dello spazio e quello verticale del tempo, storico e geologico. Le mie sculture, che richiedono la presenza diretta dello spettatore, si possono considerare come una sorta di agopuntura in grado di ridare energia allo spazio evidenziando la relazione tra visibile e invisibile.”
MAMIANO DI TRAVERSETOLO (PR) (PR)

Mostre ed Esposizioni » MAMIANO DI TRAVERSETOLO (PR) - GOYA E LA TRADIZIONE ITALIANA

In mostra, fino al 3 dicembre 2006, presso la Fondazione Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo (PR) "Goya e la tradizione italiana". L''esposizione ripropone la questione fondamentale del rapporto tra l''artista spagnolo e l’Italia.
Goya, La famiglia dell''infante don Luìs
Quando nel 1974, Luigi Magnani acquistò e assicurò a Parma uno dei ritratti più impressionanti di tutti i tempi, ovvero La famiglia dell’infante don Luìs di Goya, forse non sapeva di risarcire un gran torto subito dal pittore spagnolo proprio nella città emiliana. Il mito di Goya come antesignano dell’arte moderna ci ha fatto dimenticare un incidente di percorso avvenuto all’inizio della sua carriera, quando il giovane pittore era venuto in Italia per completare la propria formazione a contatto con l’antico e per ottenere quel riconoscimento accademico che allora appariva presupposto indispensabile per diventare pittore di successo. Colui che era destinato a divenire uno dei maggiori e più originali pittori di tutti i tempi, noi lo ritroviamo giovane debuttante a ricercare presso un’accademia italiana quell’avallo che gli era mancato in patria presso la prestigiosa Accademia di San Fernando di Madrid, dove era stato bocciato in ben due concorsi.
La sua scelta cadde su Parma sia per i legami dinastici che collegavano le corti borboniche parmense e spagnola sia perché i concorsi di pittura banditi nella città emiliana erano allora i più ambiti in Italia. Siamo nel 1771 e Goya partecipò alla gara che prevedeva di rappresentare, in un dipinto di medio formato, il tema di Annibale vincitore, che rimira per la prima volta l’Italia dalle Alpi. Per Goya la prova fu un mezzo fiasco. Gli vennero assegnati sei voti e il giudizio della giuria ci può persino sembrare lusinghiero: “Vi si è osservato con piacere un maneggio facile di pennello, una calda espressione del volto, e nell’attitudine di Annibale un carattere grandioso, e se più al vero s’accostassero le sue tinte, e la composizione all’argomento, avrebbe messo in dubbio la palma riportata dal primo”.
Ma furono proprio la libertà dalle regole e l’estro dell’immaginazione, elementi in realtà ancora in fieri ma già abbastanza evidenti, a spaventare gli accademici, che preferirono al genio universale destinato all’immortalità un pittore di Voghera, certo Paolo Borroni, il cui nome è a mala pena sopravvissuto presso alcuni cultori di memorie artistiche dell’Oltrepo pavese. L’increscioso episodio sarebbe rimasto nell’oscurità se nel 1994 non fosse riemerso, presso una collezione asturiana, la Fondazione Selgas-Falgades a Cudilero, il dipinto di Goya, mentre l’opera del rivale era rimasta, come tutti i dipinti vincitori di quel concorso, presso l’Accademia di Parma.
Fu un recupero decisivo per la conoscenza del percorso goyesco, anche perché coincise con l’acquisto da parte del Museo del Prado del cosiddetto Cuaderno italiano, un importante taccuino di disegni e appunti redatto dal pittore in Italia e che quindi contribuiva a far luce su un periodo (durato un anno) assolutamente dimenticato di una altrimenti gloriosa vicenda artistica.
La bellissima mostra "Goya e la tradizione italiana", ospitata presso la Fondazione Magnani Rocca e curata da Fred Licht e Simona Tosini Pizzetti, prende occasione dal confronto, a 235 anni di distanza, tra i due Annibali di quel lontano concorso, per riproporre la questione fondamentale del rapporto tra Goya e l’Italia. In realtà questo va oltre il viaggio del 1770-1771, se pensiamo quanto sia stata decisiva la diversa influenza esercitata su di lui dai tre grandi maestri italiani, attivi prima di Goya alla magnifica corte madrilena di Carlo III, Corrado Giaquinto, Giovan Battista Tiepolo e Anton Raphael Mengs, tedesco di nascita ma italianissimo d’adozione.
Dopo la prima sezione, dedicata al famigerato concorso con la presentazione anche di altri dipinti risultati vincitori l’anno precedente e quello seguente il 1771, per restituire il clima internazionale che allora circolava a Parma, il visitatore incontra una ricchissima parata di ritrattistica italiana negli anni di formazione di Goya, in modo da capire cosa potesse aver visto in particolare a Roma, e in quale misura tuttociò lo abbia suggestionato.
Un posto d’onore spetta naturalmente a Mengs che inaugura la serie con i due importanti ritratti di Maria Luisa di Parma principessa delle Asturie e del marito Carlos di Borbone, destinato al trono di Spagna con il nome di Carlo IV, l’uno proveniente dal Prado e l’altro dalla Galleria Nazionale di Parma. La nuova profondità psicologica introdotta da colui che può ritenersi uno dei grandi padri del ritratto moderno sarà rivelatrice per Goya che avrà infinite occasioni per ammirarne gli innumerevoli ritratti, i suoi migliori, eseguiti per la corte di Madrid. Ma non mancano poi le testimonianze di Pier Leone Grezzi, Marco Benefial, il già ricordato Giaquinto, Giuseppe Bonito, Gaspare Traversi, Giuseppe Baldrighi, Pompeo Batoni, Johann Zoffany, Angelica Kauffman, a costituire un suggestivo, quanto appropriato, prologo alla strepitosa serie di capolavori, tra i ritratti più celebri di Goya inviati dal Prado, dagli Uffizi, dalla National Gallery di Washington per fare degna cornice al grande inquietante dipinto acquistato da Magnani.
Chiude la rassegna una quinta sezione dedicata alla grafica, ancora una volta all’insegna del confronto, per rendere più evidente quanto, anche in questo settore, l’opera di Goya sia stata davvero rivoluzionaria. Vengono presentati integralmente i Caprichos, incursione visionaria nei lati più oscuri dell’umana esistenza, realizzati con una tecnica che sembra plasmare la materia di cui sono fatti i sogni, o meglio gli incubi, e la cui sconvolgente modernità risulta ancora più evidente se paragonata con la grazia melodica degli Scherzi di Fantasia di Giovan Battista Tiepolo.

Fonte: IlSole24Ore.com
VENEZIA (VE)

Mostre ed Esposizioni » VENEZIA - DA BOCCIONI A VEDOVA

Fino all''8 aprile 2007, Casa dei Carraresi ospita una grande mostra dedicata al Novecento veneziano. L’esposizione ricostruisce, per la prima volta, la complessità degli eventi artistici verificatisi a Venezia nel corso del XX secolo, dai primi del Novecento fino agli anni Sessanta.
Venezia Novecento
A seguito dell’esposizione “Ottocento Veneto: il trionfo del colore”, Casa dei Carraresi propone un percorso nel panorama novecentesco, in quello scenario artistico unico al mondo che è Venezia.
La mostra "Venezia 900 da Boccioni a Vedova" concentra l’attenzione sui grandi momenti: l’avanguardia di Ca’ Pesaro e la Scuola di Burano, il Realismo Magico e la pittura di paesaggio, le emergenze di respiro europeo come il Fronte Nuovo delle Arti e lo Spazialismo.
La qualità dei risultati, da subito molto alta, fece emergere, all’inizio del secolo, figure di primissimo piano come Felice Casorati, Umberto Moggioli, Gino Rossi, Arturo Martini, Guido Cadorin, Pio Semeghini, dei quali saranno esposte le opere più significative.
A Umberto Boccioni, che a Venezia nel 1910 tenne la sua prima personale, è dedicata un’intera sala e anche Filippo De Pisis, che a Venezia e a Cortina visse la sua ultima stagione creativa, sarà presente con un’antologia di capolavori.
Tra le due guerre, gli artisti veneziani elaborarono una originale proposta che li sottrasse ai dettami del regime e li portò a soluzioni indipendenti, sia nel versante del Realismo Magico (Cagnaccio di San Pietro, Sacchi, Cadorin, De Maria) sia nella paesaggistica. E’ in questo periodo che s’impone la figura carismatica di Virgilio Guidi, che sarà protagonista nella transizione dalla figura all’astratto.
Nel secondo dopoguerra, con la riapertura delle Biennali e il trasferimento da New York della Collezione Guggenheim, la situazione artistica veneziana è di nuovo al centro della scena internazionale. Il Fronte Nuovo delle Arti, prima (Pizzinato, Santomaso, Vedova e Viani) e lo Spazialismo poi (Tancredi, De Luigi, Bacci, Morandis, ma anche Lucio Fontana) lasciano un segno originale e duraturo sul profilo artistico della città e in questo clima effervescente si afferma definitivamente il più importante scultore italiano della seconda metà del Novecento, Alberto Viani.
La mostra si conclude con un dovuto riconoscimento a Emilio Vedova, la cui statura internazionale si delineò già nel corso degli anni ‘50.
FIRENZE (FI)

Mostre ed Esposizioni » FIRENZE: PROROGATA "CIBI E SAPORTI DEL MONDO ANTICO"

E'' stata prorogata al Museo Archeologico Nazionale di Firenze la mostra "Cibi e sapori del mondo antico". Il grande successo di pubblico e critica ha fatto rinviare la chiusura dell''esposizione al prossimo 1 maggio 2006.
Marzabotto, kantharos attico a doppia protome di Sileno e Menade, lato con Menade
Il successo di pubblico e di critica, riscosso dalla mostra "Cibi e sapori del mondo antico", ha determinato la Soprintendenza Archeologica della Toscana a prorogarla fino al prossimo 1 maggio 2006. Ancora quattro mesi quindi, per visitare quest''esposizione dedicata all''alimentazione nel mondo antico, curata dalla stessa Soprintendenza Archeologica e ospitata al Museo Archeologico Nazionale (via della Colonna, 38 Firenze) che lo stesso Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha definito "La più bella e completa tra tutte quelle proposte sul tema". La mostra segue un percorso cronologico molto ampio, dall''Egitto faraonico alla Grecia, dal mondo etrusco a quello romano. Questo ambizioso progetto costituisce un''occasione per proporre al pubblico una selezione di opere molto ampia, per la quasi totalità appartenenti alle collezioni del museo fiorentino. Nelle varie sezioni si illustrano, oltre alle abitudini alimentari degli antichi - i cibi, i condimenti e le bevande, con particolare riguardo ai metori usati per la loro conservazione e cottura - anche gli usi conviviali, con rappresentazioni e citazioni sul banchetto ed il simposio ed infine le problematiche relative alla produzione, al commercio e alla distribuzione degli alimenti più diffusi. La mostra si articola in tre grandi sezioni. La prima è dedicata all''Egitto, con figurazioni, statuette e resti alimentari, la seconda riguarda il mondo greco, l''Etruria e Roma, la terza infine i commerci e la distribuzione dei prodotti. Il cuore dell''eposizione è naturalmente l''Etruria: in mostra raffigurazioni di banchetto a partire dal VII sec. a.C. (Cinerario di Montescudaio). Si segnalano poi i materiali dal Circolo del Tritone di Vetulonia, il vasellame di bronzo dalla Tomba delle Olive di Cerveteri, servizi da mensa di bucchero e di ceramica etrusco-corinzia. Un approfondimento è poi rivolto a due prodotti di grande importanza sulle tavole degli antichie tipici della Toscana di ieri e di oggi: il vino e l''olio. L''ultima sezione, dedicata ai commerci oltre a una esemplificazione di anfore e contenitori da trasporto espone anche alcuni materiali provenienti dalle navi di Pisa, tra cui una serie di anfore con residui di vino, frutta e olive.

Orario
lunedì: 14.00 - 19.00
martedì e giovedì: 8.30 - 19.00
mercoledì, venerdì, sabato e domenica: 8.30 - 14.00
FERRARA (FE)

Mostre ed Esposizioni » FERRARA - ANDRE'' DERAIN

In mostra, fino al 7 gennaio 2007, presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara una retrospettiva su André Derain (1880-1954). L''esposizione ricostruisce, attraverso 90 quadri, la carriera dell''artista francese che fu pioniere del movimento dei fauves e del cubismo e precursore del classicismo degli anni Venti e Trenta.
André Derain, Donna in camicia, 1906
Palazzo dei Diamanti propone, fino al 7 gennaio 2007 una retrospettiva dedicata ad André Derain (1880-1954). Si tratta di un''occasione per riscoprire una figura chiave nella storia dell’arte moderna. Pioniere delle più auda