Di un intervento riformatore c’era bisogno. Per vari motivi: per il mutare degli assetti e della disciplina del territorio, per il rinnovarsi delle metodologie, per le mutate sensibilità verso la fruizione, per un rinnovato approccio verso il patrimonio culturale considerato nella globalità delle sue necessità e dei suoi messaggi e come parte caratterizzante e caratterizzato dal territorio. Ed anche perché il mondo dei beni culturali, ma in particolare quello dell’archeologia, è un mondo articolato che vede la presenza di soggetti diversi (il che, di per sé, sarebbe un fatto positivo) che si muovono in un ambito in cui non sempre c’è chiarezza di ruoli e funzioni: uffici centrali e periferici del ministero, amministrazioni territoriali, università e CNR, imprese e liberi professionisti. C’era quindi da aspettarsi una riforma complessiva che rispondessea queste problematiche, pronta a  considerare l’articolazione dei soggetti in campo attraverso l’individuazione di un sistema di relazioni e funzioni per attivare un migliore funzionamento dell’intero comparto, dotata delle risorse necessarie per affrontare il cambiamento. E c’era da aspettarsi, prima di tutto, che sul progetto di riforma si aprisse preventivamente una fase di confronto con dirigenti e funzionari pubblici del Ministero, con le amministrazioni territorialin così come con le rappresentanze del mondo della formazione e le diverse associazioni di imprese e professionisti negli ambiti dei lavori e dei servizi, soggetti, questi ultimi, che oggi costituiscono gran parte del tessuto, non solo economico, del settore. Questo non è avvenuto, così come non c’è un progetto di riforma unitario e complessivo. Al contrario, dalla fine del 2014 fino ad oggi si sono succeduti una serie di provvedimenti normativi finalizzati alla riorganizzazione degli uffici centrali e periferici del Ministero che alla fine hanno portato alla separazione degli organi preposti alla tutela da quelli destinati alla valorizzazione e la costituzione delle
Soprintendenze uniche articolate però su base subregionale. In questo percorso si è inserita anche la “legge Madia” che ha normato il silenzio- assenso e definito la subordinadizione degli uffici di tutela ai Prefetti nell’ambito delle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale. Può essere comprensibile ed anche utile un’attività legislativa articolata in più fasi, specialmente se si volessero monitorare progressivamente gli effetti degli interventi riformatori, ma questo potrebbe avvenire solo a valle dell’elaborazione di una strategia complessiva, valutabile in base agli impatti previsti. Il Ministero avrebbe quindi dovuto acquisire e informare sulle valutazioni delle previsioni di impatto della nuova normativa o almeno, visto che ciò non è accaduto, prevedere un’attuazione maggiormente graduale della riforma con un monitoraggio in corso d’opera degli effetti. Nel merito. Sulle Soprintendenze uniche sono tra chi ritiene positivo l’intento della riforma. È positivo per l’utente, cittadino o impresa che sia, avere un unico referente che fornisce una risposta complessiva e multidisciplinare, ma lo è principalmente per lo stesso territorio/paesaggio che nella globalità della sua considerazione viene eletto a Bene Culturale nel suo insieme e trova quindi maggiore possibilità di essere interpretato e tutelato, superando separazioni cronologiche o tipologiche che talvolta hanno reso inutilmente macchinose le indagini e gli interventi di tutela. È chiaro che potranno comunque emergere visioni diverse anche all’interno della medesima struttura ma dovranno, credo giustamente, essere trovate, nello stesso ambito, le sintesi più adeguate. Molto meno comprensibile, anzi quasi in contraddizione con l’intento sopra espresso, è la prospettata articolazione subregionale delle Soprintendenze specialmente in una fase in cui la riorganizzazione politico-amministrativa dei territori vede la dimensione regionale come quella più adeguata per il governo del territorio e pone in capo alle Regioni lo strumento dei Piani Paesaggistici. Non solo, la frammentazione delle soprintendenze determina una dispersione delle risorse, a partire da quelle umane, sicuramente a discapito della capacità operativa delle varie strutture. È chiaro che se consideriamo queste contraddizioni si insinua forte il dubbio che la prospettata articolazione territoriale delle Soprintendenze sia finalizzata, nonostante le rassicurazioni in senso contrario del Ministro, unicamente alla realizzazione di una stretta dipendenza di queste dalle Prefetture, come indicato dalla riforma Madia. Ovviamente un’organizzazione basata sulla dimensione regionale non impedirebbe, come non lo ha impedito sino ad oggi, una sottostante articolazione in sedi operative dislocate sul territorio definite, dalle stesse Soprintendenze regionali, in base a specifiche esigenze. La sensazione di una forte contraddizione tra l’intento unificatore, per meglio rispondere alle esigenze del territorio e dello stesso bene culturale, e le reali scelte operate diventa ancora più forte se consideriamo la separazione, realizzata a partire dalla prima fase della riforma, tra tutela, che sembra essere sempre più tesa solo a garantire l’osservanza alle norme, e valorizzazione. Questo processo di disaggregazione, oltre ad essere diseconomico dal punto di vista organizzativo, sembra muoversi in senso del tutto contrario rispetto alla necessità di una visione e capacità di intervento globale sul territorio finalizzata, in ultima istanza, a garantirne lo sviluppo, prima di tutto culturale e sociale. Una capacità di intervento globale che può partire solo da una forte connessione tra tutti gli elementi della filiera: conoscenza, tutela, conservazione, valorizzazione e gestione. Infine non appaiono chiari i livelli di investimento previsti per far sì che la riforma possa concretizzarsi senza creare pericolosi blocchi nel funzionamento della struttura, coscienti che nessun progetto di riorganizzazione può essere previsto a costo zero. In particolare, oltre al personale, andranno potenziati i laboratori, a servizio di più soggetti, e forse moltiplicati i depositi e le biblioteche. Ma, come già accennato, la maggiore carenza sta nel non vedere l’attuale riforma inserita in un progetto complessivo di più ampio respiro che consideri anche le connessioni sociali, economiche ed occupazionali del settore. Infatti la filiera della cultura, come più volte e a più livelli proclamato, può costituire un segmento importante dell’economia del paese (e non solo al servizio dell’economia del turismo), ma per esserlo ha bisogno di politiche industriali coerenti, politiche di filiera, di regolazione e qualificazione del mercato, di indirizzi formativi, di marchio, di incentivi all’innovazione e all’aggregazione, specialmente dopo la lunga fase di crisi che anche le imprese del settore hanno attraversato. Questo ovviamente se non si ritiene che la cultura, ai vari livelli di esecuzione di lavori e gestione di servizi, debba tornare all’esclusiva gestione pubblica, magari con l’apporto dell’associazionismo, del volontariato ed anche dell’università. È una scelta importante, una discussione che ha il diritto di essere affrontata ma che va fatta presto per non lasciare nell’indeterminatezza un tessuto produttivo che oggi esiste ma stenta a decollare anche perché scarsamente valorizzato. Evidenziano questa tendenza vari interventi legislativi. Il decreto del MiBACT per la concessione in uso ad associazioni e fondazioni private senza scopo di lucro di beni immobili del demanio culturale dello Stato non aperti alla fruizione pubblica o non adeguatamente valorizzati, emesso senza verificare l’eventuale interesse anche da parte dell’imprenditoria del settore; il fondo “1000 giovani per la cultura”, criticabile non in quanto utilizza la formula dei tirocini formativi ma perché non ha minimamente considerato la possibilità di coinvolgere anche l’impresa in questo progetto, elemento che avrebbe forse permesso di dare maggiori opportunità di continuità occupazionale dopo la conclusione del periodo formativo; la creazione della nuova società in house del ministero, con la fusione per incorporazione di Arcus con Ales, che, oltre a continuare a fare ciò che le due Spa già facevano, si occuperà di gestire i servizi dei musei – dai ristoranti, alle caffetterie, dai bookshop alle strutture di accoglienza e alle biglietterie. Anche nell’ambito dell’archeologia preventiva ci sono elementi che riterrei perlomeno anomali. La norma, nel suo complesso, è giustamente confermata nel nuovo Codice degli Appalti in quanto permette di evitare il blocco dei lavori in corso d’opera in caso di ritrovamenti archeologici, con la conseguente lievitazione dei costi determinata non tanto dall’indagine archeologica quanto dai ritardi nella realizzazione delle opere, fenomeni, questi, che hanno caratterizzato, per una lunga fase, in senso negativo il rapporto tra archeologia e territorio. La revisione del Codice dei Contratti dovrà anche essere l’occasione per tradurre le Linee Guida di applicazione della procedura di verifica dell’interesse archeologico in un dettato regolamentare che assieme al futuro regolamento della legge 110/2014 sulle professioni dei beni culturali, portino al completamento organico della normativa. In questa procedura si prevede che la prima fase delle indagini possa essere fatta da professionisti abilitati, da società di professionisti abilitati, ma anche dalle università. Anzi, dando agli istituti universitari (con una definizione già superata dalla riforma dell’università che prevede i dipartimenti) un ruolo preminente nell’esecuzione delle indagini preliminari. Vengono quindi considerati un soggetto economico al pari di una società o di un libero professionista. Nonostante questo viene loro affidato anche il compito di esprimere “parere” in ordine proprio alla definizione dell’elenco degli stessi soggetti abilitati a svolgere tali servizi, determinando così una situazione di oggettivo conflitto di interessi. Se confrontiamo quali sono i soggetti chiamati alla redazione degli elaborati relativi alla valutazione di impatto archeologico (VIARCH) rispetto a quella di impatto ambientale (VIA) possiamo notare che quest’ultima è sì realizzata anche da docenti universitari, ma nella loro qualità di liberi professionisti e non dal dipartimento di architettura in quanto tale. Sicuramente non avviene che lo stesso dipartimento possa anche esprimere un parere sugli altri professionisti concorrenti. Speriamo, infine, che sia definitivamente superata l’ipotesi di un’apertura alla presenza dell’università nella seconda fase della verifica di rischio archeologico, che prevede la realizzazione di indagini su campo. Questa eventualità determinerebbe una situazione di diretta sovrapposizione tra le attività di realizzazione di servizi e lavori pubblici, tipiche delle imprese, e quelle di formazione e ricerca, proprie delle università. Un totale caos. L’università deve avere la possibilità e gli strumenti per sviluppare i propri progetti di formazione e di ricerca in rapporto con il Ministero e il territorio, ma queste attività non possono essere poste sul piano dei lavori che hanno tempi, modi e devono rispettare normative specifiche. Tutti questi sono elementi che rendono difficile la vita dell’impresa che opera nell’ambito dei Beni Culturali. Così il confronto è impari. Diverso sarebbe se, con pari dignità, i diversi soggetti attivi nel settore (compreso il volontariato e l’associazionismo) avessero modo di confrontarsi e discutere con il Ministero su ruoli e funzioni in rapporto ai vari progetti che si intende sviluppare. Va anche sottolineato come il Ministero sembra, da una parte, porre scarsa considerazione all’impresa specializzata, direttamente operativa nel settore, mentre, dall’altra, riserva la massima attenzione al privato come sponsor, come potenziale finanziatore. In sintesi sembra configurarsi un progetto di pubblicizzazione dell’operatività e di privatizzazione nel reperimento delle risorse, fatto che effettivamente potrebbe determinare il rischio di un arretramento del pubblico nella definizione degli indirizzi. Tutto questo nonostante l’impresa nei Beni Culturali sia, normalmente, un’impresa qualificata che fa dell’alta specializzazione l’elemento caratterizzante e il fattore competitivo. Non è un caso che le cooperative del settore, per qualificare ulteriormente il sistema imprenditoriale, abbiano sollecitato più volte l’emissione del Decreto del Ministero di cui all’art. 201, comma 3 del Codice dei Contratti Pubblici, con il quale si dovrebbero definire ulteriori specifici requisiti di qualificazione per i soggetti esecutori di lavori sul patrimonio culturale, strumento essenziale per superare l’insufficienza dell’attestazione SOA per la qualificazione tecnica delle imprese del settore. Al riguardo è da sottolineare come nell’ambito del restauro delle superfici siano già in vigore criteri più stringenti che richiedono la presenza di direttori tecnici specificatamente qualificati e personale professionalizzato stabile. Criteri che ancora mancano per la qualificazione nei lavori di archeologia. Va anche ricordato che le cooperative attive nell’ambito dell’archeologia e dei beni culturali hanno governance costituite in larghissima parte da archeologi che non sono solo dipendenti, ma artefici delle strategie della cooperativa in quanto soci imprenditori, che svolgono la propria attività al pari di un qualsiasi altro professionista del settore, ma in forma organizzata. Ancora oggi, nonostante siano passati più di 35 anni dalla costituzione delle prime società e cooperative di archeologia, il modello operativo dell’impresa stenta a essere considerato come un valore per il sistema. Si continua a non considerare la sua capacità di favorire lo sviluppo dell’attività interdisciplinare, il rafforzamento delle capacità di investimento in tecnologia e quindi in ricerca e innovazione, l’ottimizzazione dell’organizzazione produttiva migliorando qualità e tempi di esecuzione, l’aggiornamento e l’evoluzione delle capacità professionali. In realtà è proprio dal riconoscimento di un sistema imprenditoriale fortemente qualificato, che occupa un alto numero di tecnici laureati e che opera in maniera specializzata, che passa lo stesso riconoscimento professionale. Affermare e sviluppare il valore del fattore imprenditoriale non significa piegare all’interesse privato un bene che è pubblico, o meglio che è un bene comune, bensì significa considerare anche l’archeologia come un ambito capace di sviluppare occupazione, progettualità e ricchezza collettiva.

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